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Didattica:

Il corpo e le sue mille forme nel “fantastico mondo” di Giuseppe Pederiali

Analizzare e riflettere sul tema del corpo nella letteratura può essere un percorso tematico ricco di spunti di riflessione per gli studenti delle nostre classi.

Infatti, alla luce delle immagini e della visione del corpo che i ragazzi percepiscono quotidianamente tramite i canali dei mass media, in cui padroneggia un'esteriorità fatta di bellezza e perfezione dettate da canoni ben precisi ma mutevoli poiché determinati dalle mode del momento, è possibile affrontare il tema del corpo con nuove chiavi di lettura, leggere altre dimensioni del corpo che la contemporaneità e i mass media allontanano ed eludono come quelle della vecchiaia, della deformità, della mutevolezza e trasfigurazione, per citarne solo alcune, ma che ne completano l'orizzonte.

Tenendo conto degli obiettivi sopra citati, proponiamo un percorso tematico volto a riscoprire il tema del corpo nei suoi risvolti più originali e meno immediati attraverso alcuni stralci dei primi romanzi di un autore "padano" della letteratura italiana contemporanea, Giuseppe Pederiali: Le città del diluvio, Il tesoro del Bigatto e Il drago nella fumana.

Nei suoi romanzi G. Pederiali rivela una concezione tipica della cultura della Bassa Pianura Padana, delle terre bagnate dal grande fiume Po, cultura fortemente legata al corpo e alla sua fisicità, alla corporeità e ai suoi bisogni, che vive in un costante rapporto di simbiosi e sopravvivenza uomo-corpo / ambiente che trova le sue radici più profonde nelle origini stesse della "cultura padana", terra d'origine dell'autore [1] .

La dimensione reale del corpo dei personaggi dei romanzi si mescola spesso e volentieri in Pederiali alla fantasia e al magico, portando alla luce metamorfosi e trasfigurazioni, creature fantastiche dell'immaginario collettivo padano.

I personaggi creati dall'autore, protagonisti e non protagonisti, sono caratterizzati prima di tutto dalla loro corporeità, in diverse dimensioni, che rivela la loro natura e le loro caratteristiche.

Questo è il caso del romanzo Il Tesoro del bigatto, ambientato in epoca medioevale, dove il protagonista, S. Anselmo da Alberone, è l'asceta che ha deciso di vivere da eremita sulla pietra di Bismantova; il suo corpo vive in simbiosi con la natura e l'ambiente che lo circonda, subendone i ritmi e le costrizioni che però lo nobilitano, avvicinandolo di più a Dio, poiché "la fame puliva i pensieri e aiutava la mente a staccarsi dal corpo quando pregava[2] ".

Sant'Anselmo viveva infatti "la simbiosi con la natura vegetale e animale …e… ogni giorno doveva risolvere il difficile problema del cibo. Durante la stagione calda trovava uova d'uccello e di rettile, cavallette e bruchi in grande quantità, miele, insalata selvatica, soprattutto radicchio e crescione, radici commestibili più tenere delle bacche, bacche più saporite delle radici, e poi more, petali di rosa e ogni altro bene di Dio. D'inverno la fame diventava la compagna inseparabile di Sant'Anselmo, costretto a nutrirsi soprattutto di radici e di neve. La neve doveva essere nutriente, visto che, per quanto dimagrito, l'eremita godeva di buona salute… [3] ".

Suo antagonista è il Diavolo, caratterizzato dalla capacità di non avere forma e sembianze corporee proprie ma di assumere quelle delle persone in cui entra, come animali o altro, potere che lo contraddistingue dal genere umano che invece vive fino in fondo la propria corporeità, di cui spesso rimane anche prigioniero, fino alla morte.

Ma a volte il Diavolo non riesce a celare del tutto la sua vera natura e le sue sembianze diaboliche, come si evince dai seguenti passi:

"Il Diavolo entrò nell'animale … rabbrividì per il freddo che il corpo del piccolo mammifero cominciò a percepire … [4] ", e " … per tentare carnalmente il suo avversario, si era travestito da bella pastora. Impossibilitato a trasformare del tutto le zampe caprine in gambe femminili, indossava una sottana lunghissima, che serviva anche a spazzare le orme degli zoccoli che lasciava dietro … [5] " oppure "…Il santo osservò le orme lasciate dal mendicante: di sagoma incerta e molto profonde, come se il contatto sciogliesse un poco la neve. [6] ", "…questa sua attenzione all'igiene del corpo rivelava un'origine diversa da quella che lui professava …" [7] .

Il Diavolo si nasconde sotto le spoglie del mendicante Galaverna, il compagno di viaggio di Sant'Anselmo che cercherà di impedirgli di portare a termine la sua missione, e la descrizione fisica nei vari passi del romanzo serve all'autore a svelare per gradi la vera natura del personaggio e la sua identità, insinuando il dubbio nel lettore:

"…era un giovane di circa trent'anni, alto e magro, con la barba ben curata in contrasto con la gran massa di capelli tanto arruffati che neppure un pettine di ferro sarebbe riuscito a passare tra loro …" [8] .

La dimensione del corpo caratterizza anche numerosi personaggi secondari di questo romanzo che spiccano per le loro caratteristiche fisiche in cui non esiste mai il giusto mezzo o l'equilibrio;

ci sono i nani o i giganti, Arghèt e Mazaroc, o i due guardiacaccia del bosco della Selva Bella Busana e Spipla, l'uno gigante e l'altro nano, esseri o esageratamente piccoli o esageratamente grandi, Umbrigulo, un giovane traghettatore delle valli di Comacchio il cui ventre si era deformato a forza di bere l'acqua della palude.

La bellezza e la perfezione del corpo nei romanzi di G. Pederiali sono considerate innaturali, spesso frutto di magia o di sortilegio.

I personaggi del romanzo inoltre, in linea con una cultura padana del corpo strettamente legata ai suoi istinti e bisogni primari, non mancano di essere caratterizzati dalla fame, una fame che non si esaurisce mai, connaturata alla vita degli abitanti della Bassa Pianura Padana e con cui hanno imparato a convivere [9] .

"Avanzarono verso la Mirandola, la più grande delle città castello della regione … In quel momento dalla Mirandola uscì una processione … il volto spigoloso del cristo definiva il dolore degli uomini in cilicio, col capo chino a guardarsi i piedi e la voce che cantava salmi penitenziali …Una delle donne, tanto magra che il suo cilicio avrebbe potuto ospitarne altre sette, si staccò dalla processione e li raggiunse … L'interminabile processione seguitava ad uscire in doppia fila dalla porta di Mirandola; gente magra e di colorito giallastro … Il nostro male uccide molta gente … La nostra unica malattia si chiama fame …" [10] .

Gli abitanti della Pianura Padana sono sempre alla continua ricerca di qualcuno o qualcosa, della grande scoperta o invenzione che possa risolvere il problema vitale della fame, così forte che nei romanzi di Pederiali risulta più deleteria della pestilenza.

E'il caso di Parpaia, una donna scappata dal Signore del feudo in cui viveva per andare alla ricerca del Tesoro del Bigatto, una zucca gigante custodita da un enorme verme che avrebbe risolto la fame dell'intera Pianura Padana [11] :

" - Cerchi il Bigatto?

- Sì, da molto tempo. Il nonno del nonno del mio nonno lo vide al tempo degli Ungari.

- Il Bigatto fa la guardia alla zucca gigante, che matura proprio in questa stagione. Sapessi dov'è, andrei a prenderla per nutrire me e i miei figlioli, quelli che la fame non si è ancora portati via.
" [12] oppure del vecchio amico di S. Anselmo, Gidnone, l'alchimista che cercava la formula per trasformare l'acqua in lambrusco [13] .

Nei brani sopra citati (che a mio avviso dovrebbero essere forniti agli studenti all'interno dell'intero capitolo da cui sono tratti, dal momento che sono brevi e offrono una visione d'insieme a cui non si può rinunciare) si può esaminare con i ragazzi tutta la serie delle descrizioni fisiche legate ai personaggi e al loro corpo, analizzare le parole-chiave utilizzate dall'autore e dedicare una particolare attenzione anche ai nomi dei personaggi, tratti dal dialetto della Pianura Padana e immancabilmente così "descrittivi e caratterizzanti", prima chiave di lettura per interpretarli nel suo complesso. Si propone anche un'analisi dei termini dialettali con particolare riferimento sia al loro significato che al contesto in cui l'autore li utilizza.


Dopo questa attenta analisi, che si potrà concludere con la realizzazione di una griglia riportante i personaggi, le loro descrizioni e le parole-chiave utilizzate per avere un'utile visione d'insieme, con le osservazioni dei ragazzi e la guida dell'insegnante si trarranno conclusioni e osservazioni sulla concezione del corpo in questo primo romanzo.

Un'interessante immagine del corpo ci è offerta dall'autore anche nel romanzo consequenziale al Tesoro del bigatto ovvero il Drago nella fumana.

Il mondo animale, costellato di creature fantastiche, in questo romanzo si intreccia prepotentemente con la realtà e ci offre una dimensione nuova del corpo, originale e particolare, un corpo plasmabile che prende vita dalla fantasia e dalle stesse mani dell'uomo.

Uno dei protagonisti, Giovanni Scurta detto il Marinaio, è un uomo senza età e senza tempo che vive su un enorme veliero ancorato nella Bassa Pianura Padana degli anni cinquanta e sopravvive costruendo draghi:

"… Col tempo Giovanni Scurta, detto il Marinaio, divenne il più grande costruttore di draghi del mondo. Forse perché era uno dei pochi ad averli visti durante la sua vita, e continuava a vederli. Forniva, attraverso misteriosi mercanti, molti collezionisti dell'Emilia-Romagna, e qualcuno veniva perfino da Verona e da Venezia. Giovanni aveva cominciato da bambino a sognare draghi, poi a cercarli e infine a costruirli. Prima tentò invano di incrociare asini con oche e anguille con falchi, poi impiegò animali morti tenuti insieme da marchingegni di sua invenzione. Giovanni prendeva il corpo di un animale, la testa di un altro, la coda di un altro ancora, le zampe a casaccio, e li montava con fili di rame e giunti cardanici, dipinti e ricoperti di cuoio tenero, incollato con la colla caravella. Il sole li essiccava e dava loro un aspetto orribile che i draghi vivi, per brutti che fossero, non avevano… [14] "

Qui il tema del corpo ci appare in un'altra dimensione, quella ultraterrena dei morti, in una città perduta dai mille tesori nascosti come Otesia, dove il mondo dei vivi e dei morti sono paralleli:

"- E i suoi abitanti?

Quelli morti escono di notte, o quando c'è la fumana. Quelli vivi sono disgraziati come me, vagabondi matti, incapaci di tornare indietro, gente che campa di frutta rubata, di bacche e di libellule, e durante l'inverno di topi. Li potete trovare qui intorno, se riuscirete a vederli nei loro travestimenti, ormai più simili ad animali che a uomini.
" [15] .

Gli abitanti di Otesia vivono in un mondo parallelo a quello dei vivi, sono dotati di un corpo "incorporeo", fantasmi con sembianze umane il cui corpo è solo un vestito, un involucro per mimetizzarsi tra i vivi che può essere smontato e ricostruito come quello di una marionetta. Come nel precedente romanzo Il tesoro del bigatto ma, in genere, in tutti i romanzi di G. Pederiali, la vera corporeità è caratteristica solo dei viventi e non di creature ultraterrene come il diavolo o, in questo caso, i fantasmi di personaggi vissuti nei tempi passati.

Di straordinaria invenzione è, a parer mio, il personaggio di Messer Nicolò, ovvero Nicolò d'Este nipote di Ercole I, duca di Ferrara, Modena e Reggio:

"L'uomo vestito da frate avanzava verso di loro…Aveva la testa ben appoggiata sulle spalle, ma ruotata a sinistra così che per guardare nella direzione di marcia doveva girarla di novanta gradi verso destra. La faccia, rugosa e priva di barba, sembrava una prugna secca, e della prugna possedeva anche il colore." [16] .

"… Chiuse gli occhi e affondò la mano sotto il saio. Le dita sfiorarono morbido muschio e ciottoli.

Ritrasse la mano, veloce, spaventata e schifata.

Non c'è niente! – esclamò.

Nessuna carta?

Niente di niente -

Allora Giovanni avvicinò la mano al volto di Nicolò e lo schiaffeggiò. La mano entrò nella guancia sinistra e uscì da quella destra, senza rumore…

Nicolò …si mise a sedere. Ma dimenticò la testa dov'era, tagliata poco sopra il busto. Si guardò e si vide incompleto. Allora raccolse la testa e la sistemò al suo posto, questa volta ben diritta …Nicolò si avviò a passo spedito per uscire dai tre muri che lui chiamava casa. Percorsi cinque passi, inciampò in una pietra e la testa gli cadde in mano. La rimise a posto e proseguì verso il buio là fuori.
" [17] .

In questo mondo parallelo tra la vita e la morte, le creature vive sono dotate di un proprio corpo che però ha assunto sembianze più animalesche che umane per la povertà, la fame e gli stenti; tutto ciò è frutto di una lenta metamorfosi che R. Bertacchini ha definito "la caduta dell'umano nella bestialità" [18] e che si manifesta nel corpo dei personaggi.

E' il caso del traghettatore del fiume per la città di Otesia:

"Riconobbero in quella palla una testa irsuta di peli e capelli …L'uomo uscì dai cespugli. Indossava un paio di braghette corte. Tutte le parti del corpo che ne restavano fuori erano coperte di peli neri … mentre parlava l'uomo si grattava il pelo con le due mani, qua e là, dalla sommità della testa ai piedi anch'essi pelosi." [19] .

Un altro esempio ci è offerto dal personaggio del "Re della Valle", Umbrigul II, e dei suoi sudditi, i cui stenti si leggono chiaramente nelle descrizioni dei loro corpi:

"Udirono rumori di passi e di ferraglia, poi videro una processione di uomini uscire dal buio.

Vestiti di stracci e di pelli di coniglio e di gatto tignoso, con barbe e capelli lunghi, impastati di fango, armati di bastoni, sprocchi e baionette arrugginite, con a tracolla o alla cintura mestoli, pentolini, chiodi e catenacci, quasi considerassero arma tutto ciò che era fatto di metallo, almeno dieci uomini precedevano una portantina retta da un'altra decina di uomini, tutti magri e di colorito giallastro, e deboli, … sulla sedia sedeva un ometto più brutto, pallido, magro e probabilmente più puzzolente, degli altri." [20] e "Molti sudditi recavano sui corpi i segni di fatiche, malattie e maledizioni. Un uomo aveva orecchie asinine, un altro zoccoli di cavallo al posto dei piedi, una donna era ricoperta di cicatrici, forse segni di bastonate, un'altra aveva le braccia lunghe fino a toccare il suolo. I bambini erano soltanto sporchi e gialli di pelle …" [21] .

Interessanti sono le descrizioni dei bambini, bambini che assomigliano sempre più a creature dell'immaginario popolare o, per metamorfosi, ad animali, "bambini mai nati" o incompleti, che rispecchiano la situazione dell'infanzia nella Pianura Padana caratterizzata da un'alta mortalità infantile per malattie e per fame e da numerosi orfani anche dopo la seconda Guerra Mondiale.

E' il caso dell'Anzlìn, che tradotto dal dialetto significa appunto Angioletto, un piccolo angelo custode caduto nella trappola per creature strane di Giovanni il Marinaio:

"Quel bambino gobbo poteva essere uno dei tanti orfani che la guerra aveva seminato nella pianura. Piccoli vagabondi che vivevano di espedienti e si confondevano con i ragazzi che una casa ce l'avevano ma ugualmente vivevano dalla mattina alla sera coi piedi nudi nella polvere. Si chiamava Anzlìn …parlava poco ma sembrava contento di essere al mondo … non badava neppure ai dispetti dei ragazzi quando lo chiamavano gubètt o gli toccavano la schiena perché portava fortuna." [22] oppure del bambino/scimmia Minghìn, comprato da Giovanni il Marinaio per pochi soldi dal re della Valle come creatura curiosa:

"Era alto poco più di un metro, secco, il corpo interamente ricoperto di peli rossicci …Aveva le dita dei piedi lunghe come quelle delle mani, il viso rincagnato, le orecchie appuntite e il naso nero. Quasi privo di fronte, ricambiava lo sguardo di tutta quella gente con occhi senza espressione. Ma il particolare più straordinario era la coda, lunga due spanne, pelosa e tesa all'insù." [23] .

A questo proposito è doveroso inserire anche un personaggio del romanzo citato precedentemente , Il Tesoro del Bigatto, Ranìn, il fanciullo abbandonato dai genitori nel bosco della Selva Bella:

"Stava per balzare dalla quercia, quando un altro animale sbucò nella radura. Non lo riconobbe subito. Pensò ad una scimmia fuggita dalla gabbia di un signore, a un cinghiale bipede, a un nano, a una delle tante creature non catalogate e studiate che vivevano libere nella foresta. La bestia bipede e pelosa …rise per la contentezza, e siccome nessuna bestia piange o ride, …lo riconobbero per la più mite e umana delle creature: un bambino …bruni erano i suoi capelli e scura la pelle." [24] .

Anche per i brani proposti sopra si esamineranno con i ragazzi le descrizioni fisiche legate ai personaggi e al loro corpo, analizzandone ancora una volta le parole-chiave, puntando sulle differenze che si possono riscontrare tra il linguaggio della dimensione corporea reale dei viventi e quella della dimensione ultraterrena dei fantasmi offerta da questo secondo romanzo.

Inoltre sarà possibile far riflettere i ragazzi sulla concezione dell'infanzia in un mondo povero come quello della Bassa Padana fino a poco più di cinquant'anni fa.

Questa concezione non è dissimile a quella dell'infanzia nei paesi del terzo mondo (i bambini di Pederiali sono un po' dei meniños de rua della Bassa Padana) o a quella tipica del Medioevo per la quale il bambino, poiché non-adulto, è anche un non-essere privo di una sua individualità ed esistenza. Questo porterà a fare confronti con la concezione attuale dell'infanzia come ci viene proposta dai mass media nella società attuale.

Approfondimenti

- Per un approfondimento del tema della fame, "nel quadro diffuso …di una società popolare e contadina , storicamente misera, flagellata dal freddo e dalla fame" dove "domina il sogno utopico, il villano paradiso artificiale della pancia piena" [25] , si consiglia la visione del monologo di Dario Fo, Mistero Buffo, periodicamente aggiornato, riallestito e arricchito da un linguaggio d'invenzione, il grammelot, un ibrido creativo di dialetti settentrionali, considerato la sua opera-manifesto e, insieme, il suo capolavoro.

- Le indicazioni di letture su Pederiali qui proposte potrebbero incrociare percorsi di letture - impostati negli anni precedenti - che recuperino sia forme di letteratura di ispirazione popolare/folklorica, sia le emergenze - nell'ambito della letteratura 'alta' - di tradizioni e sedimentazioni mitiche legate al folklore. Pensiamo (per limitarci a suggerimenti ovvi) alla famosa descrizione del paese di Bengodi che apre la novella terza dell'ottava giornata del Decameron, oppure a un'opera come Le astuzie di Bertoldo e la semplicità di Bertoldino di Giulio Cesare Croce. Temi che sarebbe opportuno incrociare con esempi tratti dalle arti figurative (pensiamo ad esempio ai quadri di Hieronymus Bosch, che già avevano suggestionato - sul piano di un folklorico in cui il legame con la terra si ritualizza in immagini di sospesa magia - il Pasolini del Decameron).

- Sul tema del rapporto tra corpo, cibo e immaginario, suggestive indicazioni offrono gli studi di Piero Camporesi. In particolare si segnala Il paese della fame (Il Mulino, Bologna, 19852), dedicato ai gradi miti folklorici e alla penetrazione nella cultura ufficiale dell'immaginario elaborato nel mondo contadino e popolare; Il pane selvaggio (Il Mulino, Bologna, 19832) e La terra e la luna (Mondadori, Milano, 1989).

In un'ottica più propriamente inetrdisciplinare, tali letture possono essere utilmente integrate con gli scritti di uno storico dell'alimentazione come Massimo Montanari; di cui si veda ad esempio Alimentazione e cultura nel Medioevo, Laterza, Bari-Roma, 1988 e L'Europa a tavola. Storia del'alimentazione dal medioevo a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1997.

Testi:

Id., Il tesoro del bigatto, Rusconi 1980
Id., Il drago nella fumana, Rusconi 1984
Negri G., Il fantastico mondo di Giuseppe Pederiali, Diabasis 2000
Bertacchini R., Magia, fame e avventure nella narrativa "padana" di Pederiali, Modena , Mucchi 1986, Estr. da Atti e Memorie dell'Accademia Nazionale di Scienze, lettere e Arti di Modena, s.7, V. 3 (1985 – 1986), pp. 189 – 241

Note:


[1] G. Negri, Il fantastico mondo di Giuseppe Pederiali, Diabasis 2000, p. 315;

[2] G. Pederiali, Il tesoro del bigatto, p. 10.

[3] Id., p. 23, p. 29;

[4] Id., p. 9.

[5] Id., p.32.

[6] Id., p. 113.

[7] Id., p. 133.

[8] Id., p. 73.

[9] R. Bertacchini, Magia, fame e avventure nella narrativa "padana" di Pederiali, Modena , Mucchi 1986, pp. 189 – 241, Estr. da Atti e Memorie dell'Accademia Nazionale di Scienze, lettere e Arti di Modena, s.7, V. 3 (1985 – 1986), pp. 217 ss..

[10] Id., pp. 135-137;

[11] R. Bertacchini, Magia, fame e avventure nella narrativa "padana" di Pederiali, pp. 220 ss.;

[12] Id., p. 138;

[13] Id., pp. 143 ss.;

[14] G. Pederiali, Il drago nella fumana, Rusconi 1984, pp. 20;

[15] Id., p. 64;

[16] Id., p. 71;

[17] Id., pp. 82, 86;

[18] R. Bertacchini, Magia, fame e avventure nella narrativa "padana" di Pederiali, p. 219;

[19] Id., pp. 65, 67;

[20] Id., p. 91;

[21] Id., p. 93;

[22] Id., p. 19;

[23] Id., p. 94;

[24] G. Pederiali, Il tesoro del bigatto, p. 164;

[25] R. Bertacchini, Magia, fame e avventure nella narrativa "padana" di Pederiali, pp. 220 ss.

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