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Indice

Didattica:

Il pudore è donna?

La pudicizia / Il pudore che muove la storia /Firenze sobria e pudica /Il trionfo del pudore / Conclusione

L’uomo è l’unico animale che arrossisce
ma è anche l’unico ad averne bisogno

Mark Twain

La pudicizia


Strani prodigi si verificano a Roma nel 297 a.C. e il senato, per allontanare l'idea di malaugurio, non solo indìce due giornate di suppliche agli dei, ma fornisce perfino il vino e l'incenso necessari ai sacrifici. Le donne, si sa, possono essere attaccabrighe anche nei momenti di pericolo. Alcune matrone patrizie infatti impediscono l'ingresso nel tempio della Pudicizia a Virginia, giovane donna di origine patrizia, che in seguito al matrimonio con il console plebeo Lucio Volumnio, era uscita dalla classe dei patrizi. Virginia però non si fa intimidire e non subisce il sopruso, perché, vergine, aveva sposato un solo uomo e, essendo univira, era pudica. Per tutta risposta al diniego ricevuto, adibisce uno spazio della sua casa a tempietto che dedica alla Pudicizia plebea, invitando le matrone plebee a gareggiare in pudicizia con le patrizie. È Tito Livio che racconta il fatto [1], insistendo nella narrazione sul termine pudicitia, al femminile, come donna è colei che duplica la divinità antica.
Pudicitia: il termine ricorre anche in altri passi liviani, a partire da quella Lucrezia [2] che non solo oppone una obstinata pudicitia alla mala libido dell'etrusco Sesto Tarquinio ma, dopo l'oltraggio al suo pudore e amissa pudicitia, si uccide davanti al padre ed al marito perché non potrà più recuperare l'onore perduto e perché vuole dare un esempio alle altre donne, in modo che nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo vivet, nessuna donna viva impudica se segue il suo esempio. Nel pantheon greco la Pudicizia era la sorella di Astrea, la giustizia, e figlia di Zeus e Temi. Quando, dopo la fine dell'età dell'oro e la degenerazione morale degli uomini, Astrea risalì in cielo, dando origine alla costellazione della Vergine, Pudicizia rimase in terra; e a Roma era la dea della castità femminile e coniugale.
Se poi leggiamo l'incipit del libro VI di Valerio Massimo [3], dedicato proprio alla Pudicizia, vediamo che questa virtù è considerata comune agli uomini e alle donne, uniti nel rispetto del pudore in tutte le fasi della loro vita. Pudicizia e pudore, femminile e maschile: entrambi con la radice del verbo pud?re, vox media che connota sia la castità e il sentimento dell'onore sia la vergogna e il disonore, nonché la volontà o la necessità di nascondere qualcosa di intimo, proprio per non dover provare vergogna. Il pudore infatti, sostiene Max Scheler [4], difende l'intimità dell'io in relazione a ciò che attira l'attenzione degli altri, in modo che tale intimità non sia violata dal giudizio sociale
Cos'è dunque il pudore se non un modo di essere, un insieme di comportamenti e un habitus mentale, anche in relazione alla struttura, all'organizzazione, al senso comune di una società? Nelle società occidentali il pudore, che si esprime pur sempre nelle forme determinate dalla tradizione, si manifesta con il coprirsi, con il nascondere in primo luogo il volto, con l'abbassare gli occhi, nell'intento di schermarne sia l'espressione sia la capacità di vedere e di essere visti, con il coprire altre parti del corpo per non esporle alla vista altrui. Senza differenza fra uomo e donna. Lo stesso Cesare infatti, nel momento in cui viene trafitto dalle pugnalate alle Idi di marzo del 44 a.C. e il suo corpo martoriato si riversa a terra, si copre il volto, come a proteggere l'intimità della morte e a sottrarla allo spettacolo pubblico. La morte ed il dolore sono esperienze del tutto private. Sia Svetonio [5] sia Plutarco [6] sia Shakespeare [7] nella sua tragedia rappresentano Cesare morente nell'atteggiamento di coprirsi la testa e il volto con la toga, che distende fino ai piedi perché vuole che la morte lo colga dignitosamente coperto. Svetonio usa l'avverbio honestius a sottolineare come l'honestum, il comportamento dignitoso e corretto, fosse tutt'uno con il pudore; e quello che Cicerone nel De officiis definisce honestum era una prerogativa prettamente maschile.
Nella letteratura antica troviamo altre manifestazioni maschili di pudore, che è prima di tutto pudore del corpo, ma che manifesta anche rispetto per l'interlocutore; e, al riguardo, non è possibile dimenticare Ulisse che, sbattuto nudo sulla spiaggia del paese dei Feaci, copre la sua nudità davanti alla giovane Nausicaa, proprio per rispettarne l'età e la sensibilità virginale. « Ciò detto, uscìa l'eroe fuor degli arbusti, / e con la man gagliarda in quel che uscìa, / scemò la selva d'un frondoso ramo, / che velame gli valse ai fianchi intorno.» [8]. E prosegue la sua preghiera, chiedendo una veste, che possa coprire la sua nudità prima di andare in città, fra il consesso degli uomini: «La cittade m'addita, e un panno dammi, / che mi ricopra; dammi un sol, se panni / qua recasti con te, di panni invoglio.» [9]. Una delicatezza ed un rispetto di tal genere non sono giustificati se non dalle convenzioni relazionali che regolano una società.
Non esiste dunque una sola dimensione ed una sola accezione del pudore; per questo motivo abbiamo scelto di fissare l'attenzione soltanto su pochi esempi, significativi per il loro valore altamente emblematico, al fine di cercare di differenziare alcuni dei diversi possibili aspetti e manifestazioni del pudore, che in letteratura vengono incarnati nei personaggi e nei loro comportamenti, ed anche di non seguire una successione diacronica. Va tenuto comunque presente che il pudore si associa sempre alla presenza e allo sguardo dell'Altro, perché è lo sguardo che fa slittare una persona dall'essere 'soggetto' all'essere 'oggetto', condizione che turba e induce a comportamenti improntati al pudore. [10]


Il pudore che muove la storia


Che I Promessi sposi siano o meno il romanzo di Renzo come 'eroe cercatore', come sostiene Raimondi [11], è comunque innegabile che il perno intorno al quale ruota la macchina narrativa manzoniana è Lucia. Quella contadinotta adocchiata da don Rodrigo, come altre lo erano state in passato, gli dà filo da torcere perché sfugge alla sua brama, come se una forza ineffabile – la Provvidenza? – impedisse il soddisfacimento del suo capriccio. Tante altre fanciulle erano cadute nella sua rete, superando quel senso del pudore, che al contrario è, insieme alla fede, la difesa di Lucia. Abbiamo notizie delle 'imprese amorose' di don Rodrigo proprio dalla bocca di Lucia, che nel Fermo e Lucia racconta a Geltrude la sorte dell'amica Bettina [12].
Da parte sua Lucia difende la sua rettitudine morale, per un bisogno ed un convincimento personale e anche perché così mantiene il rispetto e la reputazione onorata in seno alla comunità di cui fa parte. Ma anche Rodrigo vuole e deve mantenere la sua reputazione, di ben altra specie!, soprattutto dopo che i suoi amici, con i quali era solito andare alla filanda per adescare qualche fanciulla e per irriderne i tentativi di difesa, vera o falsa che fosse, lo prendono in giro. È ancora Lucia che racconta, nel Fermo e Lucia, quanto l'essere riuscita a sfuggire a don Rodrigo l'avesse punto nell'orgoglio di maschio e di nobilotto, per di più date le risate degli amici [13]. Quello che era iniziato come divertissement per nobili annoiati, si trasforma per Rodrigo in un puntiglio. Tanto ne va del suo onore di fronte ai suoi pari! Se le gerarchie sociali vigono in quella società, una persona della classe subalterna, e per di più donna, non poteva sottrarsi alla volontà o a un capriccio o a un puntiglio di un nobile.
Nell'edizione definitiva de I promessi sposi Lucia appare ammantata dal suo pudore per la prima volta proprio quando si sta preparando per le nozze [14]. La scena, giocata sull'incrocio degli sguardi, sottolinea quanto Lucia fosse determinata a difendersi dagli occhi altrui, fossero anche quelli delle amiche nell'interno della sua casa. Le amiche insistono «perché si lasciasse vedere» nel suo abito nuziale e con quell'acconciatura di trecce e di «lunghi spilli d'argento» tante volte riprodotta nelle illustrazioni che accompagnano il romanzo. Nonostante la confidenza amicale, Lucia «s'andava schermendo […], facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli». Non c'è nemmeno bisogno di notare come i movimenti della ragazza, la sua prossemica, esprimono in tutto e per tutto il suo sentimento di pudore: si copre il volto, abbassa lo sguardo e si difende anche aggrottando le sopracciglia. Quella che Manzoni definisce «modestia» altro non è che la voglia di difendere una dimensione personale e privata, di proteggerla dagli sguardi di chi vorrebbe impadronirsene, facendola diventare pubblica. Lucia non vuole farsi 'oggetto' nemmeno per gli sguardi delle amiche, vuole difendere la sua soggettività interiore, il suo essere 'soggetto' di se stessa. [15] Le emozioni, «le affezioni», che si manifestano nonostante la volontà di controllarle per non lasciarle trasparire [16], «le si dipingevano sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggero».
Tale ritrosia pudorale sembra anticipata, come accade altre volte nel romanzo, dalla descrizione della casa in cui vivono Lucia e Agnese e che si trova defilata in fondo al paese [17]. Il cortile segna una linea di demarcazione con la strada e pone una distanza fra il pubblico e il privato; così il muretto che lo cinge ribadisce simbolicamente la difesa della vita che si svolge nella casa e dei sentimenti di chi la abita.
Il rossore è il segno rivelatore del pudore assediato e Lucia, al sentire Renzo nominare don Rodrigo, arrossisce e trema. Il rossore accompagna anche il racconto dei fatti, di quando Lucia si era difesa dall'arroganza 'spudorata' dell'uomo, affrettando il passo e rimanendo in mezzo al gruppo delle compagne della filanda con gli occhi bassi. Di nuovo ci troviamo davanti a due tipi di difesa: il circondarsi di un 'muro' protettivo e lo sguardo abbassato a difesa dei propri sentimenti e anche per non mostrare la paura. L'accaduto così turbativo di una vita tranquilla non poteva essere rivelato a nessuno a meno che non si trattasse di una persona particolare e in una situazione, per così dire, 'blindata': a padre Cristoforo e in confessione. Di nuovo una duplice difesa.
La fatica nel difendere il pudore traspare anche dalle parole che rivolge a Renzo nel riferire il consiglio datole da padre Cristoforo di affrettare le nozze [18]. Nel parlare al futuro marito, non alza «gli occhi in viso, e arrossendo tutta» ripropone l'atteggiamento pudorale dello sguardo schivo e dell'ereutofobia. Commentando con un «Chi sa cosa avrete pensato di me!» la sfacciataggine per aver chiesto di affrettare le nozze, la sua forte emozione si scioglie in pianto. Comportamento che la dice lunga sui rapporti sociali e anche quelli parentali. Lucia credeva forse che il passaggio dalla condizione di nubile, e quindi esposta al pericolo, a quella di sposata non solo le avrebbe fatto cambiare status agli occhi dei compaesani, ma l'avrebbe anche potuta difendere, in qualche modo, dalla bramosia di don Rodrigo. Che anima davvero semplice, che ingenua! Rodrigo non avrebbe desistito e non si sarebbe fermato davanti alla fede nuziale. I vincoli sociali, se funzionano, agiscono nelle relazioni convenzionali fra pari e per le classi subalterne verso quelle elevate, ma non viceversa. Lucia non sarebbe stata difesa dalla sua nuova condizione di donna sposata. Rodrigo doveva vincere la scommessa a tutti i costi.
Il pudore fa di nuovo la comparsa quando Lucia è costretta a lasciare la sua casa ed il paese. L'addio che rivolge ai luoghi dove si è svolta finora la sua vita si fissa, come in un fermo-immagine di una panoramica cinematografica, sulla «casa natìa» [19], mentre riaffiorano il «pensiero occulto» ed il «misterioso timore» nell'attesa di sentire il passo del futuro sposo. «Occulto» e «misterioso» connotano lo stato d'animo della giovane che sembra quasi voler nascondere, anche a se stessa, quel sentimento d'amore che la spaventa e del quale non conosce gli sviluppi. Il mistero che avvolge i suoi pensieri ed il «sospiro segreto del cuore» saranno santificati dalle nozze, diventando legittimi - addirittura dovuti allo sposo - e socialmente riconosciuti e accettati dalla comunità sociale in cui vive.
Ogni medaglia ha il suo rovescio, anche quella del pudore. Manzoni la rivela in tutta la sua drammaticità mettendo le due facce una davanti all'altra. Ai «lunghi e neri sopraccigli» di Lucia fanno riscontro «due sopraccigli neri» che «si avvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch'essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un'investigazione superba» [20]: sono gli occhi perturbanti e perturbati di Gertrude. La descrizione della monaca contrasta con quella virginale di Lucia: ancora una volta l'attenzione si ferma sugli occhi, ora decisi, superbi, privi di un sentimento univoco, quelli di Gertrude. «Talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio». Questi occhi che si abbassano, come si abbassavano quelli di Lucia, tradiscono il tumulto e le contraddizioni interiori della monaca, il «travaglio d'un pensiero nascosto». Il pensiero di Lucia in attesa di Renzo nella sua casa era sì un «pensiero occulto», una trepidazione virginale da non rivelare nemmeno a se stessa, quello di Gertrude, così spavalda e apparentemente sicura della propria posizione e del proprio potere, è un «pensiero nascosto», scosso invece dal travaglio della sua vita: aveva sperato, ed era stata delusa nei suoi sentimenti di affetto e di fiducia in un padre che credeva comprensivo; aveva sperato, e la sua posizione privilegiata nel convento non l'aveva ripagata della solitudine interiore; aveva sperato, ed era stata delusa in quello che si immaginava fosse amore. Per questo motivo i movimenti dei suoi occhi e delle sue labbra erano «subitanei, vivi, pieni di espressione e di mistero». Quanto sono lineari e semplici da leggere le espressioni di Lucia, espressioni 'mono-tone' di una persona ingenua ed inesperta del mondo e della vita, tanto sono complesse, turbinose e contraddittorie quelle di Gertrude. Il pudore di Lucia non può avere la meglio di fronte alla curiosità pruriginosa di chi ormai non lo possiede più.
Il colloquio di Gertrude con Lucia mette in evidenza un altro aspetto del pudore. Infatti nel passaggio dal Fermo e Lucia a I promessi sposi Manzoni espunge dalla narrazione la passione fra Egidio e Virginia de Leyva, coprendola con il lapidario «La sventurata rispose» [21]. Mette così in campo anche il pudore dell'autore e il pudore della letteratura, perché non descrive situazioni e comportamenti che tralignano a maggior ragione in una monaca, e copre con un velo, il velo del non-detto, la disperazione di Gertrude. L'accettazione delle avances di Egidio si può forse leggere alla luce di quanto il lacaniano Recalcati definisce «desiderio dell'Altrove». Se «la rivolta è innanzi tutto un moto del corpo – come l'indignazione – che non obbedisce al principio di realtà, che non si adatta a ciò che esiste, ma che invoca il cambiamento, la trasformazione dell'esistente come esigenza della vita» [22] nel comportamento di Gertrude agisce «la passione del risveglio, la volontà di giustizia, l'urlo della non-passività, l'assunzione attiva del proprio desiderio» [23]. È rivolta verso quanto ha dovuto (e voluto) subire per obbedienza alla volontà del padre e a quella delle convenzioni di casta. Esige per così dire la possibilità di un futuro e il desiderio di sottrarsi all'oppressività della routine della vita del convento.
La forza interiore di Lucia è tanta che riesce a portare a termine anche se inconsapevolmente l'impresa della conversione dell'Innominato. Dopo l'angosciosa notte durante la quale gli era passata davanti la sua vita scellerata, le violenze e le efferatezze, con il nuovo giorno inizia per lui una nuova vita. Quel pudore, cifra intrinseca di Lucia, sembra trasfuso in quello che vedeva come il suo carnefice e che invece da lupo si è fatto agnello. Quando i servitori aprono la porta della stanza, luogo di confessione dell'Innominato e dell'incontro con il cardinale Federigo, «Si videro que' due volti sui quali era dipinta una commozione diversa, ma ugualmente profonda» [24] e l'aspetto dell'Innominato era quello di un uomo confuso ma al tempo stesso confortato e soprattutto l'uomo mostrava «un nuovo pudore, una compunzione, dalla quale però traspariva tuttavia il vigore di quella selvaggia e risentita natura» [25]. Quel cambiamento che non avviene nell'animo femminile di Gertrude, così duramente violentata nei sentimenti e nel profondo dell'anima, si realizza in quello virile dell'Innominato, nonostante il carattere fino ad allora indomito ed i violenti trascorsi di una vita di sopraffazione. Il suo pudore è il pudore di chi ha scoperto una dimensione spirituale sconosciuta o dimenticata ed ha bisogno di un cammino di introspezione, per rivolgere lo sguardo ad una interiorità trascurata e tacitata da tanti delitti. Il pudore copre ora con il suo velo le vie tortuose di un cuore che da poco ha iniziato a guardarsi fra le paure, le ansie e le angosce per un passato che lo aveva privato di ogni umanità ed un futuro 'misterioso' da intraprendere sulla via di una fede appena scoperta ed altrettanto 'misteriosa'. Ecco un profondo cambiamento interiore analogo a quello che, nell'esilio a Sant'Elena, avviene nell'animo di Napoleone [26] il quale, «chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte», rimane fermo a riflettere sul passato di battaglie e di gloria ora che è solo con se stesso e con la sua anima. Anche l'Innominato ha bisogno di isolarsi, frapponendo una difesa fra sé e gli altri, per poter recuperare la forza interiore e proseguire nella nuova vita. Così è «tutto raccolto in sé» [27], consapevole che d'ora in avanti ripercorrerà le vie che l'hanno portato alla redenzione durante la terribile notte da poco trascorsa e consapevole anche del pullulare dei sentimenti che lo hanno lacerato, perché la forza per cambiare la sua vita la dovrà trovare dentro di sé, dopo che Lucia gli ha, involontariamente, illuminato la strada. I pensieri, i tumulti interiori, i rimorsi per il male commesso e per il terrore suscitato, sono troppo privati perché qualcun altro li veda e li conosca. L'unica arma di difesa per lui, che delle armi aveva fatto lo strumento di offesa, è coprire il mondo interiore con il velo del pudore.
Il pudore accompagna Lucia fino al lazzaretto e all'ultimo incontro con padre Cristoforo. Il frate, conosciuto il sacrificio che la fanciulla ha offerto a Dio nella terribile notte passata nel castellaccio dell'Innominato, la scioglie dal voto [28]. La paura e i turbamenti che l'avevano accompagnata da quella notte si dileguano e lasciano il posto solo al suo innato pudore nel momento in cui vede riaprirsi la via del matrimonio con Renzo, tanto atteso e tanto sacrificato nel momento del pericolo.
Di nuovo assistiamo ad un gioco di sguardi: Renzo ringrazia con gli occhi padre Cristoforo che ha sciolto Lucia dal «voto di verginità» ma, quando cerca gli occhi di Lucia per riannodare il legame bruscamente interrotto, la ragazza non gli restituisce lo sguardo, ancora una volta in difesa della sua emozione, che rimane tutta interiore [29]. Quando poi Renzo va da Agnese per sfogarsi perché Lucia non è ancora tornata da Milano e se la trova invece davanti, accetta come fosse un comportamento naturale le brevi parole di Lucia pronunciate «a occhi bassi» [30]. Passata la tempesta che aveva sconvolto le loro vite, rientrano nella normalità quotidiana, caratterizzata e scandita dalle convenzioni del tempo. Renzo sa che il comportamento pudico di Lucia non esprimeva «tutto ciò che passava nel cuore» della fanciulla e sa distinguere e capire il tono che usava per rivolgersi a lui, diverso da quello usato con gli altri e tutto modulato sulla difesa dei sentimenti.


Firenze sobria e pudica


Famoso il verso dantesco sulla Firenze antica «sobria e pudica», quando non c'erano «né gonne contigiate, non corone» [31] e non saltava agli occhi l'abbigliamento invece della persona. L'Essere aveva la meglio sull'Apparire prima che il desiderio del denaro e del potere snaturasse le relazioni umane in quella che sarebbe diventata una società basata sul denaro e sul commercio. Nella Commedia dantesca sono le donne a denunciare la mancanza di scrupolo e di rispetto personale, visto che, come spesso accadeva, erano merce di scambio fra le famiglie potenti attraverso il matrimonio. Ma quando raccontano al pellegrino Dante i casi della loro vita, lo fanno con pudore, alludendo alla violenza della quale sono state oggetto e mettendo in campo quella reticenza, che non è altro che pudore del linguaggio.
Piccarda, quella stessa Piccarda Donati che viene ricordata anche da Petrarca nel Trionfo della Pudicizia [32], apre gli incontri con le anime del Paradiso e spiega a Dante come vivono le anime dei beati. Unisce però all'universale il particolare con la rievocazione della sua vita terrena e della violenza patita: «Uomini poi, a mal più ch'a ben usi / fuor mi rapiron de la dolce chiostra: / Iddio si sa qual poi mia vita fusi» [33]. E accomuna nella sua sorte quella dell'imperatrice Costanza d'Altavilla che «ciò ch'io dico di me, di sé intende». Nessuna delle due ha potuto assolvere al voto di castità, pronunciato all'entrata in convento, che avrebbe dovuto preservarle dai mali mondani; nessuna delle due ha potuto esercitare la pudicizia del corpo, che è soprattutto pudicizia sessuale. La difesa delle mura del convento e dell'abito monacale non è stata sufficiente per difendere il loro pudore, oltraggiato senza che potessero ribellarsi alla volontà familiare mossa da necessità dinastiche e di alleanze politiche. Quello che entrambe mantengono è solo il pudore del cuore, l'unico che potevano onorare, e il pudore delle parole permette al lettore di immaginare, visto che non viene narrata, l'esperienza traumatica, come se la reticenza sfumasse la violenza subìta, facendola svanire «come per acqua cupa cosa grave» [34] come svaniscono le deboli «postille» [35] dei loro volti.
Un'altra anima femminile ammanta di pudore la rievocazione della sua vita; è Pia dei Tolomei che vela il dolore provato per il tradimento, non esplicitato, del marito, vela la delusione per un amore rivelatosi inesistente, vela soprattutto la violenza della morte con una reticenza pudorale, che finisce per essere più incisiva di una aperta e chiara ricostruzione dei fatti, grazie all'evocazione connotativa in essa contenuta. Ma il pudore difende chi ha subìto ingiustamente violenza anche nella rievocazione della propria sorte e, come Cesare si copre il volto ed il corpo nel momento supremo della morte non perdendo la dignità di uomo, così Pia copre idealmente con le parole il suo corpo, ucciso dal marito [36].
Se poi leggiamo i canti iniziali dell'Inferno, incontriamo una donna, che non è del tutto reticente nel colloquio con Dante. Francesca gli racconta la sua vita, fa affermazioni che legano le sue parole e la sua esperienza d'amore alle teorie amorose del tempo, dichiara apertamente la passione per Paolo e di Paolo ed il momento in cui sono sopraffatti, loro « peccator carnali che la ragion sommettono al talento» [37]. Conclude il suo discorso con una vera e propria dissolvenza «quel giorno più non vi leggemmo avante» [38] e con una pudicizia linguistica che apre però ai lettori immagini erotiche ben più di quanto non dicano le parole. All'improvviso, infatti, il pudore sessuale prende il sopravvento, a coprire con un velo sottile la passione fisica, fatta di sesso e di morte.
Tuttavia non dobbiamo pensare che solo le donne sono portatrici di questo sentimento nella Commedia e Dante non descrive solamente questo tipo di pudore. Un uomo campeggia con un comportamento che gli fa mettere da parte ogni superbia, l'arroganza di una vita trascorsa nelle battaglie politiche senza esclusione di colpi, la presunzione di superiorità grazie al potere assoluto ottenuto su Siena: è Provenzan Salvani che «liberamente nel Campo di Siena, ogni vergogna deposta, s'affisse» [39], pur di raccogliere la somma necessaria a liberare dalla prigione di Carlo d'Angiò il suo amico. Lui, l'uomo più potente della Siena medievale in nome dell'amicizia chiede l'elemosina come i più derelitti, si espone ad una situazione umiliante che denuncia una condizione di totale indigenza. La vergogna ed il pudore sono superati, e Provenzano con questa azione non perde né la sua dignità né il rispetto dei concittadini e si conquista addirittura il perdono di Dio per i suoi peccati. Come lui anche Francesco non si era fatto fermare dalla vergogna nel presentarsi davanti al papa Innocenzo III, al quale chiedeva l'approvazione della Regola del suo ordine religioso [40], perché il perseguire il proprio ideale è più forte dell'umile apparenza di chi ha rinunciato a tutto per abbracciare la povertà e più forte anche della vergogna di appartenere alla classe mercantile, disprezzata al tempo per l'uso del denaro e del guadagno da esso ricavato, comportamento che allora stigmatizzato come usura dalla Chiesa.


Il trionfo del pudore


La lunga tradizione dei fatti esemplari punteggia la letteratura latina e si concretizza in particolare nei Factorum et dictorum memorabilium di Valerio Massimo, repertorio molto utile a retori ed oratori che, attingendo da esso, potevano infarcire i loro discorsi di aneddoti ed esempi famosi.
Nella sezione quindicesima del libro VIII, che riguarda Quae cuique magnifica contigerunt, (Quali splendide ricompense toccarono a certuni) troviamo ancora una volta una donna pudica: Sulpicia, figlia di Servio Patercolo e moglie di Quinto Fulvio Flacco, cunctis castitate praelata, preferita fra cento matrone per la sua pudicizia [41], in occasione della consacrazione di una statua a Venere Verticordia , nel 144 a.C. Il senato, racconta Valerio Massimo, aveva voluto la consacrazione della statua e scelse la più casta fra le matrone per la cerimonia di dedica. Infatti la costruzione della statua e del tempio voleva esorcizzare il peccato compiuto da tre Vestali con alcuni cavalieri, fatto che aveva provocato un episodio terribile, in quanto la figlia di un cavaliere era stata folgorata mentre era a cavallo, denudata, e aveva avuto strappata la lingua. L'intento insito nella decisione del senato era moralizzatore e sottolineava che il desiderio sessuale doveva essere pudico, contenuto nell'ambito coniugale, e per questo motivo la donna scelta per la cerimonia doveva essere la più casta di tutte. Castità e Pudicizia sono così sinonimi ed afferiscono entrambe alla sfera sessuale.
L'eco di questo culto arriva fino a Petrarca, tanto è vero che nel Trionfo dedicato alla Pudicizia, il Thriumphus Pudicitie, leggiamo: «Così giungemmo a la città sovrana, / nel tempio pria che dedicò Sulpizia / per spegner ne la mente fiamma insana; passammo al tempio poi di Pudicizia / ch'accende in cor gentil oneste voglie, / non di gente plebeia, ma di patrizia» [42]. Nella lotta vittoriosa sulla Cupiditas, Laura è aiutata da un esercito di «tutte le sue / chiare virtuti» [43], schierato a coppie, tra le quali spiccano l'Onestà, la Vergogna, la Modestia, la Purezza, la Castità, vale a dire la prosopopea delle forme in cui si manifesta il pudore. Qui anche Petrarca compila un repertorio di persone pudiche, citando come prima Lucrezia, di liviana memoria, arrivando, attraverso Penelope, Virginia, Giuditta ed altre, a Piccarda «che si chiuse e strinse / sovra Arno per servarsi, e non le valse, / ché forza altrui il suo bel pensier vinse» [44].
Il trionfo si chiude però nel nome di due uomini: di Ippolito, che aveva respinto le profferte amorose della matrigna Fedra in nome della pudicizia e del rispetto dovuto al padre, e di Giuseppe ebreo, figlio di Giacobbe, che come Ippolito scelse di seguire la via del pudore. Infatti, come si legge nel Genesi [45], venduto dai fratelli come schiavo, Giuseppe arrivò in Egitto dove fu al servizio del consigliere e capo delle guardie del faraone, Putifarre. Anche in questo caso una donna, la moglie di Putifarre, Zuleika, si invaghisce di lui per la sua bellezza e cerca in ogni modo di concupirlo, ma Giuseppe la respinge; così, per vendicarsi, la donna lo accusa di aver tentato di usarle violenza e Giuseppe viene imprigionato per questo suo tentativo. Come si vede, in entrambi i casi il pudore, incarnato dall'uomo, respinge la smodata passione sessuale della donna, che acquista il volto della strega, della cinica, della sacrilega, di colei che infrange le regole della castità e dei rapporti familiari. L'incesto, desiderato da Fedra, va contro ogni morale.
Nel poemetto allegorico, che dal trionfo della Cupidigia approda a quello dell'Eternità attraverso un itinerario che innalza spiritualmente l'uomo, Petrarca fa seguire il trionfo della pudicizia a quello dell'amore-passione, ovvero quella pulsione 'animale' che, anche se ammantata di spiritualità, lo ha tenuto legato ai beni terreni. Il cammino verso la salvezza eterna dunque inizia proprio quando il pudore riesce ad avere la meglio sugli istinti ed i desideri mondani.
Il pudore, inteso nel suo significato di 'provare vergogna', non solo si esprime con la reazione emozionale ad esempio del rossore, ma si può manifestare in forme e comportamenti che possono essere imputati ad altri fattori. Per questo Scheler [46] afferma che «l'insorgere del pudore può assumere anche la forma di un 'muoversi', di un 'essere pieni'» e in una breve indicazione fra parentesi suggerisce i sonetti di Petrarca. Ora, se vogliamo leggere da questa ottica alcuni dei più famosi dei Rerum vulgarium fragmenta, senza scendere per altro in interpretazioni articolate che tirerebbero in ballo se non altro le manifestazioni della melanconia e che implicherebbero un'indagine ed un'argomentazione ben più approfondita di questo breve spunto, vediamo che fin dal sonetto proemiale [47] Petrarca si rivolge al suo pubblico, dichiarando che «sovente / di me medesmo meco mi vergogno» (vv. 10-11) e che «del mio vaneggiar vergogna è il frutto» (v. 12). Nel poliptoto "vergogno/vergogna" e nel ritratto poetico che Petrarca fa di sé, pur se fortemente controllato, è rintracciabile una componente che può essere ricondotta proprio all'ambito del pudore. Cos'è infatti quella vergogna se non il desiderio di coprire con un velo la complessità dei suoi sentimenti, se non pudore?
Quando poi leggiamo nel sonetto XXXV che «solo e pensoso» si inoltra in luoghi solitari «a passi tardi e lenti», leggiamo anche che cerca di evitare il contatto e la vista di altri uomini, perché solo così riesce a trovare lo «schermo» che lo possa difendere «dal manifesto accorger de le genti». Infatti nella finzione poetica, che per altro assume i caratteri di una reale esperienza vissuta, è così 'preso di sé' e dall'amore per Laura che non può fare altro che isolarsi, coprendo il suo sentimento di pudore ed accompagnando con il movimento del corpo le tensioni amorose e le emozioni interiori. Se la Lucia manzoniana cercava di sottrarsi agli sguardi delle amiche o si difendeva abbassando gli occhi, il personaggio che dice 'io' nel Canzoniere usa la stessa strategia di sottrarsi agli occhi degli altri, addirittura abbandonando il consorzio umano e rifugiandosi in luoghi solitari.
È nel mondo naturale che Petrarca può consentire ai contrastanti moti dell'animo di manifestarsi e il suo animo «come Amor l'envita, / or ride or piange, or teme or s'assecura» [48], senza che la ragione e la volontà li trattengano o li dissimulino alla vista di qualcuno. Il pudore è, per così dire, rimosso e superato quando, in solitudine, può allentare il controllo di sé, necessario da mantenere nel contatto con gli altri. Tuttavia è tale la 'pienezza' del sentimento d'amore e del sentimento di sé che si muove sì «di monte in monte» per schermarsi «dal manifesto accorger de le genti» ma ha anche bisogno, e si tratta di un bisogno e di un desiderio tutto intellettuale, di formalizzare questa esperienza trasfondendola nella poesia e 'ri-velando' i sentimenti con le parole. Dalla controllata e polita forma poetica spiccano però termini che connotano il pudore provato, o che vuol far credere di aver provato, in una forma di grande preterizione che comprende tutto il Canzoniere.
Quando poi nel Secretum si 'confessa' ad Agostino, Francesco ritorna sul sentimento del pudore, ancora una volta nell'accezione di vergogna, quella vergogna che dovrebbe prendere chi ha indirizzato la sua vita verso i beni mondani, siano essi la cura eccessiva del corpo oppure il desiderio di gloria terrena oppure l'amore per una donna mortale. Nello stringente scambio di battute che contraddistingue l'opera Agostino così ammonisce Francesco: «Potrei parlare a lungo contro codeste tue argomentazioni; ma preferisco che sia la tua coscienza, più che il mio parlare, a suscitare in te la vergogna. Non procederò in modo inesorabile, né ti strapperò la verità con la tortura; come fanno di solito gli inquisitori magnanimi contento semplicemente della tua negazione, ti esorterò a evitare d'ora in poi con ogni impegno ciò che finora sostieni di aver commesso» [49]. Il cammino che Francesco deve affrontare è dunque quello nelle pieghe più nascoste del suo animo e si tratta di un cammino difficile perché lo costringe a vincere e superare tutte le resistenze e tutti gli autoinganni che, come insegna la moderna psicanalisi, l'uomo mette in atto per difendersi anche da se stesso, giustificando perfino comportamenti che condannerebbe in un altro. A conclusione di questo percorso di lucida introspezione, che cosa salta agli occhi? il pudor, la vergogna dei propri comportamenti: Agostino infatti insiste ancora sul pudore quando accompagna Francesco nel faticoso tentativo di liberarsi dalla cupidigia terrena, osservando che la natura gli ha concesso un pudorosus animus, un animo verecondo. Da parte sua Francesco riconosce che nel suo tempo (ahimé!, non solo nel suo!) «tutto spetta agli spudorati: onori, speranze, ricchezze, cui cedono virtù e fortuna» [50]. Agostino, con la rigorosa dialettica che lo contraddistingue, incalza: «Non vedi dunque quanto contrastino l'amore e il pudore? Mentre quello eccita l'animo, questo lo trattiene; quello dà lo sprone, questo stringe il freno; quello non considera nulla, questo osserva ogni cosa» [51], a ribadire come il pudore, limitando la concupiscenza, guidi l'uomo verso un giusto comportamento morale e verso la vera immortalità, quella tutta spirituale dell'anima.


Conclusione


Max Scheler sostiene che l'uomo occupa, nella grande serie degli esseri, una collocazione intermedia fra il divino e la sfera animale, fra «due ordini di essere e di essenza» [52]. Proprio dalla sua duplice appartenenza scaturisce il sentimento del pudore, generato dal contrasto fra un 'dover essere' ideale ed un 'reale effettivo', fra l'aspirazione ad una dimensione tutta spirituale da una parte ed i bisogni del corpo dall'altra. Questo è il motivo per cui la più evidente manifestazione del pudore è quella del pudore sessuale, perché la libido rivela la componente animale dell'uomo.
Scheler ricorda a questo riguardo il racconto veterotestamentario della cacciata di Adamo ed Eva dall'Eden, quando «allora gli occhi si aprirono ad entrambi e si accorsero di essere nudi; e, intrecciate foglie di fico, si cinsero i fianchi» (Mosè I, 3, 7) [53], a nascondere e proteggere proprio gli organi sessuali, le parti fisiche che più avvicinano l'uomo al mondo animale. Finché non mangiano il frutto proibito, i nostri progenitori si trovano in una dimensione tutta spirituale, nella quale il corpo quasi non viene percepito, tanto sono indirizzati verso l'essenza divina e in essa compresi e, come se fossero un dio, sono nudi: non percepiscono nessun sentimento di pudore, che insorge invece quando si allontanano dalla sacralità. Allora coprono le parti delle quali provano vergogna, le pudenda appunto, quelle parti che li mettono alla pari con gli esseri inferiori [54]. Esemplare al riguardo l'affresco di Masaccio nella cappella Brancacci a Firenze, che raffigura la cacciata dei progenitori dal Paradiso terrestre. L'affresco, una volta restaurato, mostra come Masaccio avesse dipinto sì le due figure nude nel momento in cui lasciano l'Eden - e non nascoste dalle foglie, che furono aggiunte alla fine del Seicento da un pittore ignoto -, ma Adamo si copre il volto con le mani per la vergogna nonché per la disperazione di aver disobbedito, mentre Eva, accorgendosi della sua nudità, cerca di schermarla coprendosi il seno ed il pube con le mani.
Nella parete opposta della cappella Masolino raffigura Adamo ed Eva prima del peccato e della tentazione da parte del serpente. Anche nel suo affresco entrambi i corpi sono nudi, ed eretti, ma i volti, che in quello di Masaccio sono deformati dalla vergogna e dalla disperazione, presentano una serenità ieratica, propria delle figure divine. Sembra proprio che non si accorgano di avere un corpo.
Il pudore dunque non è un sentimento esclusivamente sessuale come non è esclusivamente sociale e comporta sia "un pudore nei riguardi di se stessi" sia "nei riguardi degli altri". Ciò vale per il pudore sensibile-corporeo come per quello psichico-spirituale. A questo riguardo Scheler sostiene che all'essenza del pudore appartiene l'essere una forma di sentimento di noi stessi, in quanto in ogni pudore ha luogo un atto che si potrebbe chiamare "ritorno su se stessi". [55] Questo "ritorno" si verifica quando «l'intenzionalità affettivamente percepibile dell'altro oscilla tra un modo di in-tendere individualizzante e uno generalizzante, e quando l'intenzionalità propria e quella, vissuta, di chi ci guarda, lungi dal coincidere, hanno una direzione opposta. [56] Quindi il pudore è un sentimento di difesa dell'individuo che si manifesta in forme, parole e comportamenti differenti e tali che i termini 'pudore' e 'vergogna' vengono spesso usati come sinonimi.

Bibliografia

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Pubblicato il 15/04/2013
Note:


[1] «Eo anno prodigia multa fuerunt, quorum averruncandorum causa supplicationes in biduum senatus decrevit; publice vinum ac tus praebitum; supplicatum iere frequentes viri feminaeque. Insignem supplicationem fecit certamen in sacello Pudicitiae Patriciae, quod in foro bovario est ad aedem rotundam Herculis, inter matronas ortum. Verginiam Auli filiam, patriciam plebeio nuptam, L. Volumnio consuli, matronae quod e patribus enupsisset sacris arcuerant. Brevis altercatio inde ex iracundia muliebri in contentionem animorum exarsit, cum se Verginia et patriciam et pudicam in Patriciae Pudicitiae templum ingressam, ut uni nuptam ad quem virgo deducta sit, nec se viri honorumve eius ac rerum gestarum paenitere vero gloriaretur. Facto deinde egregio magnifica verba adauxit: in vico Longo ubi habitabat, ex parte aedium quod satis esset loci modico sacello exclusit aramque ibi posuit et convocatis plebeiis matronis conquesta iniuriam patriciarum, "Hanc ego aram" inquit "Pudicitiae Plebeiae dedico; vosque hortor ut, quod certamen virtutis viros in hac civitate tenet, hoc pudicitiae inter matronas sit detisque operam ut haec ara quam illa si quid sanctius et a castioribus coli dicatur". [In quell'anno si ebbero avvenimenti strani e per stornare ogni idea di malaugurio, il senato ordinò due giornate di supplicazioni: il vino e l'incenso fu fornito dallo Stato; uomini e donne accorsero numerosi ai sacri riti. Essi rimasero particolarmente notevoli per una baruffa sorta tra le matrone nel tempietto della Pudicizia patrizia, che si trova nel foro Boario vicino all'edicola rotonda di Ercole. Alcune matrone avevano allontanato dalla celebrazione dei riti Verginia, figlia di Aulo, una patrizia che aveva sposato un plebeo, il console Lucio Volumnio, perché con il suo matrimonio era uscita fuori dalla classe dei patrizi. Breve discussione iniziale che degenerò poi in grave contrasto per effetto della irascibilità femminile, poiché Verginia si gloriava, e non a torto, di essere entrata nel tempio della Pudicizia patrizia sia come patrizia che come pudica, sposata, vergine, ad un solo uomo, del quale non aveva motivo di pentirsi né quanto alle cariche che aveva ricoperto né per le imprese che aveva compiuto. Le altere parole poi coronò con un fatto straordinario: nel vico Lungo dove abitava separò da un'ala della casa quel tanto che bastasse per una cappelletta e vi pose un'ara, e davanti alle matrone plebee che vi adunò protestando contro il torto subìto dalle patrizie, disse: "Io dedico quest'ara alla Pudicizia plebea, ed esorto voi che tra voi donne si svolga una gara di pudicizia pari a quella che in questa città tiene impegnati gli uomini per il merito, ed a far in modo che di essa si dica, per quanto è possibile, che è più degnamente e da persone più caste onorata che non quella".]» (Tito Livio, Ab urbe condita, X, XXIII, Bologna, Zanichelli, 1988, trad. di Carlo Vitali).

[2] «…Sextus Tarquinius … amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes videbantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam venit, sinistraque manu muliebri pectore oppresso "tace, Lucretia" inquit; "Sextus Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris vocem". Cum pavida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem , videret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, versare in omnes partes muliebrem animum. Ubi obstinatam videbat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum servum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum vicisset, obstinatam pudicitiam velut vi trux libido, profecturusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad virum mittit […]. Adventu suorum lacrimae obortae, quaerentisque viro "satin salve?" "minime" inquit; "quid enim salvi est mulieri, amissa pudicitia? Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis erit. […]". "Vos" inquit "videritis quid illi debeatur; ego me etsi peccato absolvo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica, Lucretiae exemplo, vivet." Cultrum, quem sub veste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in vulnus moribunda cecidit. […Sesto Tarquinio … arso d'amore, quando tutto gli parve sicuro intorno e tutti addormentati, andò con un gladio in pugno presso la dormiente Lucrezia, e, premendo con la sinistra il seno della donna "taci, Lucrezia" disse; "sono Sesto Tarquinio; sono armato; se metti un grido sei morta." E mentre la donna, destatasi spaventata, non vedeva possibilità di soccorsi sentendosi sopra la morte, Tarquinio le svelava il suo amore, la pregava, alle preghiere univa le minacce, tentava in ogni modo l'animo di lei. Ora, vedutala decisa nel rifiuto e inflessibile pur nel timore della morte, al timore della morte aggiunse quello del disonore: disse che accanto a lei morta avrebbe messo uno schiavo ignudo strangolato, affinché si dicesse ch'era stata uccisa in un turpe adulterio. Poiché la truce libidine ebbe con quel terrore vinto quasi a forza l'ostinata pudicizia, e Tarquinio se ne fu andato via trionfante per quella sua vittoria sull'onore della donna, Lucrezia, angosciata per tanta sciagura, mandò al padre in Roma e al marito in Ardea uno stesso messaggero […]. All'arrivo dei suoi ruppe in lacrime, e al marito che le chiedeva "stai bene?" "per nulla" rispose; "che può esservi di bene per una donna quando ha perduto l'onore? Collatino, nel letto tuo ci sono tracce d'un altr'uomo; ma violato fu soltanto il corpo, l'animo è innocente; ne sarà testimonio la morte. […]. "Voi" ella replica "vedrete qual pena gli sia dovuta; io assolvo me da peccato ma non mi sottraggo al castigo; nessuna donna vivrà impudica mai più, se seguirà l'esempio di Lucrezia." Si caccia nel cuore un pugnale che teneva celato sotto la veste, e cade morente sulla propria ferita.]». (Tito Livio, Ab urbe…, cit., I, LVIII).

[3] «Unde te virorum pariter ac feminarum praecipuum firmamentum, Pudicitia, invocem? Tu enim prisca religione consecratos Vestae focos incolis, tu Capitolinae Iunonis pulvinaribus incubas, tu Palatii columen augustos penates sanctissimumque Iuliae genialem torum adsidua statione celebras, tuo praesidio puerulis aetatis insignia munita sunt, tui numinis respectu sincerus iuventae flos permanet, te custode matronalis stola censetur: ades igitur et recognosce quae fieri ipsa voluisti. [ Da dove debbo cominciare ad invocarti, o Pudicitia, solido fondamento per uomini e donne nello stesso tempo? Tu, infatti, hai sede tra i focolari sacri a Vesta per antico culto, tu giaci sui pulvinari di Giunone Capitolina, tu, pilastro del Palatino, riempi della tua continua presenza gli augusti penati e il venerando letto nuziale di Giulia, dalla tua protezione sono munite le insegne della puerizia, nel rispetto della tua essenza divina si perpetua il fiore genuino di giovinezza, sotto la tua custodia vengono censite le matrone: vieni ad assistermi, dunque, e rievoca le azioni da te stessa volute.]» (Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium, VI, I, trad. di Rino Faranda, Milano, TEA, 1971, p. 397).

[4] Max Scheler, Pudore e sentimento del pudore, Napoli, Guida, 1979, p. 41.

[5] «[…] ut animadvertit undique se strictis pugionibus peti, toga caput obvolvit, simul sinistra manu sinum ad ima crura deduxit, quo honestius caderet etiam inferiore corporis parte velata. [Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare il lembo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperta anche la parte inferiore del corpo.]». (Svetonio, De vita Caesarum, Divus Iulius, 82, 2).

[6] «E si dice da parte di alcuni storici che, mentre Cesare dagli altri si difese trascinando il suo corpo qua e là ed urlando, quando invece vide che Bruto aveva impugnato la spada, si tirò la veste sul viso e si accasciò, o per caso o perché spinto dagli assassini, presso il piedistallo su cui stava la statua di Pompeo.» (Plutarco, Vita di Cesare, 66, 8-13, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1994).

[7] «Antonio: […] allora si spezzò il suo gran cuore; e, nascondendo il volto nel mantello, proprio alla base della statua di Pompeo, che tutto il tempo s'irrorava di sangue, il gran Cesare cadde. […]» (W. Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II, in W. Shakespeare, Tutte le opere, a cura di Mario Praz, Firenze, Sansoni, 1964, p.605).

[8] Omero, Odissea, VI, vv. 181-184, trad. it. di Ippolito Pindemonte, Milano, Rizzoli, 1961.

[9] Ivi, vv. 253-255.

[10] Virgilio Melchiorre afferma a questo riguardo: «Il pudore può destarsi di fronte al semplice sguardo di un altro: uno sguardo che non riconosca nei nostri occhi una centralità ed insieme una totalità di significazione, ma che ci fissi piuttosto come oggetto fra gli oggetti, come cosa fra le cose o al più come semplice sguardo animale » (Virgilio Melchiorre, Corpo e persona, Genova, Marietti, 1987, pp. 46-47).

[11] Ezio Raimondi, Romanzo senza idillio, Torino, Einaudi, 1975.

[12] «Sappia che io non sono stata la prima, a cui per mala sorte egli abbia badato. Eh!... le cose si sanno purtroppo: e d'una poveretta in particolare, io non ho potuto a meno di non saperlo, perché eravamo amiche, e me ne piange il cuore tuttavia. Questa poveretta — non la nomino — diede retta al bene di quel signore; e sa ella che ne avvenne? Cominciò a disubbidire ai suoi parenti; quando fu ammonita si rivoltò; la casa le venne in odio, non ebbe più amiche, disprezzava tutti, e diceva — puh villani! — come avrebbe potuto fare una gran dama. Quando i parenti s'avvidero di qualche cosa, sulle prime negò, e poi, rispose in modo da fargli tacere per paura. Comparve con un vestito troppo bello per una ricca sposa, e credeva la poveretta che tutti avrebbero fatte le maraviglie, e l'avrebbero inchinata, e tutti la sfuggivano: i ragazzi le facevano dietro mille visacci. Un fior di giovane, mi compatisca se parlo male, che voleva ricercarla in matrimonio, non la guardò più; nessuno le parlava, nessuno voglio dire della gente come si deve, perché i cattivi se le avvicinavano per la via con una famigliarità come se le fossero sempre stati amici, e fino, a parlare con poca riverenza, i birri, la salutavano ridendo, e le gittavano parole da non dire. Poveretta! di tratto in tratto pareva più lieta che non fosse mai stata, ma le lagrime che spargeva in segreto! e quante volte la vedevamo da lontano piangente, e si nascondeva da noi: e io mi ricordava di quando ell'era allegra come un pesce, di quando ridevamo insieme alla filanda. Basta: la disgraziata non potè più vivere nel suo paese, e un bel mattino, fece un fagottello, e finì a girare il mondo» […].«Ma povera la mia Bettina! oh poveretta me, ho detto il nome... spero che Dio le farà misericordia; perché poi finalmente è stata tradita. Ma per me dico davvero, che se per andare in paradiso bisognasse fare la vita di quella povera figlia, la mi parrebbe ancora molto dura». (A. Manzoni, Fermo e Lucia, in I Romanzi, Milano, Mondadori, Meridiani, 2002, II, VI, pp. 272-73).

[13] «Lucia atterrita, costernata, vergognosa, singhiozzando, arrossando, sclamò: «Santissima Vergine! Chi avrebbe creduto che le cose sarebbero giunte a questo segno! Quel senza timore di Dio di Don Rodrigo veniva spesso alla filanda a vederci trarre la seta. Andava da un fornello all'altro facendo a questa e a quella mille vezzi l'uno peggio dell'altro: a chi ne diceva una trista a chi una peggio: e si pigliava tante libertà: chi fuggiva, chi gridava; e purtroppo v'era chi lasciava fare! Se ci lamentavamo al padrone, egli diceva: "badate a fare il fatto vostro, non gli date ansa, sono scherzi", e borbottava poi: "gli è un cavaliere; gli è un uomo che può fare del male; è un uomo che sa mostrare il viso". Quel tristo veniva talvolta con alcuni suoi amici, gente come lui. Un giorno mi trovò mentre io usciva e mi volle tirar in disparte, e si prese con me più libertà: io gli sfuggii, ed egli mi disse in collera: "ci vedremo": i suoi amici ridevano di lui, ed egli era ancor più arrabbiato. Allora io pensai di non andar più alla filanda, feci un po' di baruffa colla Marcellina, per avere un pretesto, e vi ricorderete mamma ch'io vi dissi che non ci andrei. Ma la filanda era sul finire per grazia di Dio, e per quei pochi giorni io stetti sempre in mezzo alle altre di modo ch'egli non mi potè cogliere. Ma la persecuzione non finì: colui, mi aspettava quando io andava al mercato, e vi ricorderete mamma ch'io vi dissi che aveva paura d'andar sola e non ci andai più: mi aspettava quand'io andava a lavare, ad ogni passo: io non dissi nulla, forse ho fatto male. Ma pregai tanto Fermo che affrettasse le nozze: pensava che quando sarei sua moglie colui non ardirebbe più tormentarmi; ed ora...» (A. Manzoni, Fermo…, cit., I, III, p. 55).

[14] «Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere: e lei s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi molteplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a guisa de' raggi d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch'esse, a ricami: Oltre a questo, ch'era l'ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d'una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand'in quando sul volto delle spose e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. » (A. Manzoni, I promessi sposi, in Id., Opere, a cura di L. Caretti, Milano, Mursia, 1964, cap. II, pp. 274-75. Da ora in poi PS).

[15] Cfr. supra n. 10.

[16] Anche Dante nota quanto è difficile nascondere o dissimulare le emozioni vere e profonde, e lo fa quando Stazio afferma che sarebbe disposto a restare un anno ancora in Purgatorio, pur di essere vissuto al tempo di Virgilio e averlo conosciuto: «Volser Virgilio a me queste parole / con viso che, tacendo, disse 'Taci'; / ma non può tutto la virtù che vuole; / ché riso e pianto son tanto seguaci / a la passion di che ciascun si spicca, / che men seguon voler ne' più veraci.» (Dante, Purgatorio, XXI, vv. 103-108).

[17] «Dominato da questi pensieri, [Renzo] passò davanti a casa sua, ch'era nel mezzo del villaggio, e, attraversatolo, s'avviò a quella di Lucia, ch'era in fondo, anzi un po' fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino.» (A. Manzoni, PS,cit., cap. II, p. 274).

[18] «M'ha detto che cercassi d'affrettare le nozze il più che potessi, e intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che mi sforzai, - proseguì, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, - fu allora che feci la sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di concludere prima del tempo che s'era stabilito. Chi sa cosa avrete pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata, e tenevo per certo… e questa mattina ero tanto lontana dal pensare.. – Qui le parole furono troncate da un violento scoppio di pianto.» (A. Manzoni, PS, cit., cap. III, p. 277).

[19] «Addio casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo: addio!» (A. Manzoni, PS, cit., cap. VIII, p. 359).

[20] «Ma quella fronte si raggrinziva spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi neri neri anch'essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un'investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; […] : quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d'un pensiero nascosto, d'una preoccupazione familiare all'animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. […] Le labbra, quantunque appena tinte d'un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d'espressione e di mistero.» (Ivi, p. 365).

[21] A. Manzoni, PS, cit., cap. X, p. 392.

[22] Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio, Milano, Cortina Editore, 2012, p. 122.

[23] Ivi, p. 23.

[24] A. Manzoni, PS, cit., cap. XXIII, pp. 554-55.

[25] Ivi, p. 555.

[26] «Come sul capo al naufrago / l'onda s'avvolve e pesa, / l'onda su cui del misero, alta pur dianzi e tesa, / scorrea la vista a scernere / prode remote invan; // tal su quell'alma il cumulo delle memorie scese! / oh quante volte ai posteri / narrar sé stesso imprese, / e sull'eterne pagine / cadde la stanca man! // oh quante volte, al tacito / morir d'un giorno inerte, / chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, / stette, e dei dì che furono / l'assalse il sovvenir! // e ripensò le mobili / tende, e i percossi valli, / e il lampo de' manipoli, / e l'onda dei cavalli, / e il concitato imperio, / e il celere ubbidir. // Ahi! Forse a tanto strazio / cadde lo spirto anelo, e disperò; ma valida / venne una man dal cielo, / e in più spirabil aere / pietosa il trasportò; // e l'avviò pei floridi / sentier della speranza, / ai campi eterni, al premio / che i desideri avanza, / dov'è silenzio e tenebre / la gloria che passò.» (A. Manzoni, Il cinque maggio, vv. 61-96, in Id., Opere, cit.).

[27] A. Manzoni, PS, cit., cap. XXIII, p. 555.

[28] «Peccato, figliuola? – disse il padre: - peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell'autorità che ha ricevuto da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e, certo, se mai m'è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli: ora non vedo perch'è Dio v'abbia a voler separati. E lo benedico che m'abbia dato, indegno come sono, il potere di parlare in suo nome, e di rendervi la vostra parola. E se voi mi chiedete ch'io vi dichiari sciolta da codesto voto, io non esiterò a farlo; e desidero anzi che me lo chiediate.
-Allora…! allora…! lo chiedo -; disse Lucia, con un volto non turbato più che di pudore.» (A. manzoni, PS, cit., cap. XXXVI, pp. 747-48).

[29] «Il frate chiamò con un cenno il giovine, il quale se ne stava nel cantuccio il più lontano, guardando (giacché non poteva far altro) fisso fisso al dialogo in cui era tanto interessato; e, quando quello fu lì, disse, a voce più alta, a Lucia: - con l'autorità che ho dalla Chiesa, vi dichiaro sciolta dal voto di verginità, annullando ciò che ci poté essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione che poteste averne contratta.
Pensi il lettore che suono facessero all'orecchio di Renzo tali parole. Ringraziò vivamente con gli occhi colui che le aveva proferite; e cercò subito, ma invano, quelli di Lucia.» (Ivi, p. 748).

[30] «La mattina seguente, di buon'ora, capita Renzo che non sa nulla, e vien solamente per isfogarsi un po' con Agnese su quel gran tardare di Lucia. Gli atti che fece, e le cose che disse, al trovarsela davanti, si rimmetono anche quelli all'immaginazion del lettore. Le dimostrazioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto a descriverle. – Vi saluto: come state? – disse, a occhi bassi, e senza scomporsi. E non crediate che Renzo trovasse quel fare troppo asciutto, e se l'avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo verso; e, come, tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti, così lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un'altra per tutta la gente che potesse conoscere.» (A. manzoni, PS, cit., cap. XXXVIII, p. 763).

[31] «Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond'ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica. / Non avea catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona.» (Dante, Paradiso, XV, vv. 97-102).

[32] «Al fin vidi una che si chiuse e strinse / sovra Arno per servarsi, e non le valse, / ché forza altrui il suo bel penser vinse.» (F. Petrarca, Trionfo della Pudicizia, vv. 160-162).

[33] Dante, Paradiso, III, vv. 106-108.

[34] Dante, Paradiso, III, v. 123.

[35] «Quali per vetri trasparenti e tersi, / o ver per acque nitide e tranquille, / non sì profonde che i fondi sien persi, / tornan d'i nostri visi le postille / debili sì, che perla in bianca fronte / non vien men forte a le nostre pupille; / tal vid' io più facce a parlar pronte; / per ch' io dentro a l'error contrario corsi / a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.» (Dante, Paradiso, III, vv. 10-18).

[36] «ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che 'nnanellata pria / disposando m'avea con la sua gemma». (Dante, Purgatorio, V, vv. 133-36).

[37] «La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina: /voltando e percotendo li molesta. / Quando giungon davanti alla ruina, /quivi le strida, il compianto, il lamento; /bestemmian quivi la virtú divina. / Intesi ch'a cosí fatto tormento / enno dannati i peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento.» (Dante, Inferno, V, vv. 31-39).

[38] «Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto. / Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso; / ma solo un punto fu quel che ci vinse. / Quando leggemmo il disïato riso / esser basciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante. / Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse: / quel giorno più non vi leggemmo avante.» (Dante, Inferno, vv. 127-138).

[39] «"Quando vivea più glorioso", disse, / "liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, s'affisse; / e lì, per trar l'amico suo di pena, / ch' e' sostenea ne la prigion di Carlo, / si condusse a tremar per ogne vena.» (Dante, Purgatorio, XI, vv. 133-138).

[40] «Né li gravò viltà di cuor le ciglia / per esser fi' di Pietro Bernardone, / né per parer dispetto a meraviglia; / ma regalmente sua dura intenzione / ad Innocenzo aperse, e da lui ebbe / primo sigillo a sua religïone.» (Dante, Paradiso, XI, vv. 88-92).

[41] «Merito virorum commemorationi Sulpicia Servi Paterculi filia, Q. Fulvi Flacci uxor, adicitur. Quae, cum senatus libris Sibyllinis per decemviros inspectis censuisset ut Veneris Verticordiae simulacrum consecraretur, quo facilius virginum mulierumque mens a libidine ad pudicitiam converteretur, et ex omnibus matronis centum, ex centum autem decem sorte ductae de sanctissima femina iudicium facerent, cunctis castitate praelata est. [Ben a ragione facciamo qui seguire al ricordo degli uomini quello di Sulpicia, figlia di Servio Patercolo e moglie di Quinto Fulvio Flacco. Il senato, consultati tramite i decemviri i libri Sibillini, aveva decretato la consacrazione di una statua a Venere Verticordia allo scopo di distogliere più facilmente le vergini e le donne sposate dalla lussuria e di rivolgerle alla castità; e quando tra tutte le matrone romane furono scelte cento e poi, di queste, dieci vennero estratte a sorte per eleggere la più casta, fu lei ad essere preferita a tutte per la sua pudicizia.]» (Valerio Massimo, Factorum…, cit., pp. 612-13).

[42] Francesco Petrarca, Trionfo della Pudicizia, vv. 178-183, in Id. Opere, a cura di Emilio Bigi, Milano, Mursia, 1964.

[43] Ivi, vv. 76-77.

[44] Ivi, vv. 160-162.

[45] Genesi, 39, 7-20.

[46] M. Scheler, Pudore…, cit, p. 38.

[47] «Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono / di quei sospiri ond'io nudriva 'l core / in sul mio primo giovenile errore, / quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono, // del vario stile in ch'io piango e ragiono, / fra le vane speranze e 'l van dolore, / ove sia chi per prova intenda amore, / spero trovar pietà, non che perdono. // Ma ben veggio or sí come al popol tutto / favola fui gran tempo, onde sovente / di me medesmo meco mi vergogno; / e del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto, / e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente / che quanto piace al mondo è breve sogno.» (F. Petrarca, Rvf. I, in Id. Opere, cit.).

[48] Di pensier in pensier, in Rvf. CXXIX, vv. 7-8.

[49] «Aug.: Copiose possem adversus ista disserere; malo tamen tibi conscientia tua quam sermo meus incutiat pudorem. Non agam pertinaciter , neque tormentis verum extorquebo; quod generosi solent ultores, simplici negatione contentus precabor ut post hac omni studio declines quod hactenus te non admisisse contendis.» (F. Petrarca, Secretum, in Id. Opere, cit., II, pp. 568-69).

[50] «seculo in quo, ut vides, impudentium sunt omnia; honores, spes, opesque, quibus et virtus cedit et fortuna», ( ivi, III, pp. 650-51).

[51] «Non vides igitur quantum inter se ista discordent amor et pudor? Dum ille animum urget, hic cohibet; ille calcar incutit, hic frenum stringit; ille nichil attendit, hic universa circumspicit.», (ivi, III, pp. 650-51).

[52] «[il sentimento del pudore] è, per così dire, proprio del 'chiaroscuro' della natura umana. Nessun sentimento come il sentimento del pudore, esprime in modo così chiaro, incisivo e immediato la singolare posizione che l'uomo occupa nella grande serie degli esseri, cioè la sua collocazione tra il divino e la sfera animale. […] A me sembra che la radice del sentimento oscuro e singolare del pudore e di quell'elemento sempre con-presente, dato da una sorta di 'stupore', di 'confusione', di esperienza vissuta, di un contrasto tra un certo 'dover essere' ideale e il 'reale effettivo', è da riporre precisamente in quella particolare forma di esperienza vissuta conflittuosa, tra le tante possibili.» (Max Scheler, Pudore…, cit., pp. 19 e 21).

[55] «Quando […] la tradizione veterotestamentaria pone l'origine del sentimento del pudore in stretta relazione con la 'consumazione del frutto proibito', quale forma concreta della colpa - «allora gli occhi si aprirono ad entrambi e si accorsero di essere nudi; e, intrecciate foglie di fico, si cinsero i fianchi» (Mosé I, 3,7) – ciò corrisponde esattamente, nel suo oscuro simbolismo, a ciò che io penso. Condizione fondamentale dell'origine del sentimento del pudore è dunque un certo squilibrio, una certa disarmonia dell'uomo tra il significato e le esigenze della sua persona spirituale, da una parte, e i suoi bisogni corporei, dall'altra.» (Ivi p. 21).

[56] "Il pudore e, in particolare, il timore di essere sorpreso in stato di nudità, non sono che specificazioni simboliche della vergogna originale: il corpo simbolizza qui la nostra oggettività senza difesa… Per questo il simbolo biblico della caduta, dopo il peccato originale, è il fatto che Adamo ed Eva "capiscono di essere nudi"» (J.P. Sartre, L'etre et le néant, PUF, Paris, 1943, trad. italiana di G. del Bo, L'essere e il nulla, Milano, Mondadori, 1958, p. 325, in V. Melchiorre, Corpo…, cit, p. 47 da cui si cita).

[57] «Secondo una delle accezioni del termine, appartiene all'essenza del pudore di essere una forma del sentimento di noi stessi, e in tale misura appartiene alla sfera dei sentimenti di sé. In ogni pudore, cioè, ha luogo un atto che si potrebbe chiamare 'ritorno su se stessi'.» (M. Scheler, Pudore…, cit. p. 35).

[58] Max Scheler, Pudore…, cit, p. 36.
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