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Indice

Didattica:

Il ‘volto greco’ della luna
(spunti per un percorso didattico in classe)

Introduzione / Mito e dintorni / nos solo Omero / Plenilunio tragico / Divagazioni erotiche ellenistiche e imperiali / Viaggi lunari /Conclusione

Salve, signora, dea dalle bianche braccia,
chiara Selene, ricciuta e benigna
cominciando da te, canterò
le gesta dei semidei
di cui gli aedi, servi delle Muse,
raccontano le imprese con la loro amabile voce.
(h. Hom., A Selene, vv. 17-20)

Il lavoro proposto nasce da un’esperienza didattica svolta a scuola nell’arco di alcuni anni, realizzata in programmazioni nelle quali molti dei testi di seguito proposti sono stati letti e studiati con altri obiettivi, senza essere strutturati in un percorso tematico. Questo repertorio si è arricchito grazie a recenti ricerche condotte con alcuni alunni, che gli stessi hanno poi presentato all’esame di stato come argomento a scelta. Il risultato vorrebbe configurarsi come una sintesi non estemporanea, ma sicuramente ben lungi dall’essere esaustiva, che suggerisca idee per l’attività in classe nel rispetto della specificità delle discipline e del rigore metodologico. Tale proposta può diventare, infatti, pluridisciplinare attraverso la collaborazione con altri docenti ‘specialisti’. Di alcuni passi sarà fornito il testo greco o una parte di esso, di altri solo la traduzione italiana con opportuni riferimenti al lessico in lingua, secondo quanto avviene nella pratica ormai consolidata della realtà scolastica.


 

0. Introduzione

Il percorso didattico si articola in cinque parti, scandite nell’architettura generale dalla successione principalmente cronologica, sebbene in modo non meccanico, sì aperto alla riflessione e al confronto sui significati che l’immagine della luna assume in autori e generi anche lontani tra loro. Il ‘volto greco’ della luna riveste, infatti, molteplici espressioni: luna come dea protagonista o spettatrice di vicende mitiche delicate o divertenti, luna come ente naturale, assente o presente, del paesaggio, luna come termine di comparazione di celeberrime similitudini, luna come complice testimone di convegni d’amore, luna come meta di impossibili viaggi.
Chi scrive ritiene inoltre che la ricerca di un accattivante input iniziale sul tema proposto per predisporre gli alunni a una riflessione curiosa ma non superficiale, aperta al dialogo tra testi lontani ma non improvvisata, sia oggi ineludibile.
Una suggestione di apertura non banale può allora derivare dalla lettura della fiaba poco nota La luna, compresa nella raccolta Le fiabe del focolare di Jacob (1785-1863) e Wilhelm Grimm (1786-1859), la cui bellezza non lasciò indifferente Italo Calvino, che così la commentò:

Se dovessimo dichiarare quale è per noi la storia più bella del libro, e la più completa di tutte le anime che lo compongono, diremmo che è La luna: mito cosmogonico pagano, novella paesana, iconografia medievale dell’aldilà cristiano, comicità dell’assurdo, sono concentrati in un paio di pagine dove la “voce”popolare e la sofisticazione letteraria fanno una cosa sola.[1]


Nel racconto dei quattro amici (simbolo del giorno e poi delle fasi lunari) che rubano la luna per far luce al loro paese e che alla loro morte ne portano via ognuno un quarto, si intrecciano culti pagani, sapienza popolare e cultura cristiana; ne scaturisce una fiaba riuscita con tratti da leggenda per spiegare appunto le fasi lunari. Ecco il testo:[2]


C’era una volta un paese, dove la notte era sempre buia e il cielo si stendeva sulla terra come un drappo nero, perché non sorgeva mai la luna e neppure una stella brillava nelle tenebre. Durante la Creazione, era bastata la luce notturna. Una volta quattro giovani lasciarono il paese per girare il mondo e arrivarono in un altro regno dove, la sera, quando il sole era scomparso dietro i monti, c’era su una quercia una palla lucente, che stendeva dappertutto una luce soave. E si poteva veder bene e distinguere ogni cosa, anche se quel lume non risplendeva come il sole. I viandanti si fermarono e domandarono a un contadino, che passava di là col suo carro, che luce fosse mai quella: - È la luna! - rispose: - il nostro sindaco l’ha comprata per tre scudi e l’ha attaccata alla quercia. Tutti i giorni deve tenerla pulita e versarci dell’olio, perché arda sempre chiara. Per quello gli diamo uno scudo allasettimana.
Quando il contadino se ne fu andato, disse uno dei quattro: - Questa lampada ci potrebbe servire; al nostro paese abbiamo una quercia che è grossa come questa, dove potremmo appenderla. Che gioia, se di notte non dovessimo andar tastoni al buio! - Sapete? - disse il secondo: - andiamo a prendere carro e cavalli e portiamo via la luna. Qui possono comprarsene un’altra. - Io sono bravo ad arrampicarmi - disse il terzo - la porterò giù -. Il quarto andò a prendere un carro coi cavalli; e il terzo si arrampicò sull’albero, fece un buco nella luna, ci passò una fune e là tirò giù. Quando la palla lucente fu sul carro, la coprirono con un panno, perché nessuno s’accorgesse del furto. La portarono felicemente nel loro paese e la misero su un’alta quercia. Vecchi e giovani si rallegrarono quando la lampada nuova cominciò a spander la sua luce su tutti i campi e ne riempì stanze e stanzette. I nani vennero fuori dai crepacci e i piccoli gnomi, nei loro giubbetti rossi, danzarono il girotondo sui prati.
I quattro compagni rifornivan la luna di olio, la smoccolavano, e ogni settimana ricevevano il loro scudo. Ma diventarono vecchi; e quando uno di loro si ammalò e sentì avvicinarsi la morte, ordinò che un quarto della luna fosse sotterrato con lui come sua proprietà. Quando fu morto, il sindaco salì sull’albero e con i forbicioni tagliò via un quarto di luna, che fu posto nella bara. La luce della luna diminuì, ma impercettibilmente. Quando morì il secondo, gli fu dato il secondo quarto, e la luce scemò ancora. Diventò ancor più fioca dopo la morte del terzo, che si prese anche lui la sua parte; e quando fu seppellito il quarto, tornò l’antica oscurità. La sera, se la gente usciva senza lanterna, cozzavano gli uni contro gli altri.
Ma quando le quattro parti della luna si ricongiunsero all’inferno, dove sempre avevan regnato le tenebre, i morti divennero inquieti e si destarono dal loro sonno. Si meravigliarono di poter ancora vedere: a loro bastava il lume di luna, perché i loro occhi si erano così indeboliti, che non avrebbero più sopportato lo splendore del sole. Si alzarono tutti allegri e ripresero le antiche abitudini. Alcuni giocavano e ballavano, altri correvano nelle osterie e là ordinavano vino, si ubriacavano, e strepitando e litigando, alla fine alzavano i bastoni e si picchiavano. Il baccano cresceva sempre, finché arrivò su in cielo.
San Pietro, il portinaio del paradiso, credette che l’inferno fosse in rivolta; e radunò le schierare celesti, perché respingessero il Nemico, se coi suoi compagni avesse tentato di dar l’assalto alla dimora dei beati. Ma siccome non arrivavano mai, montò a cavallo e, per la porta del paradiso, scese all’inferno. Là chetò i morti, li fece coricar di nuovo nelle loro tombe, e si portò via la luna, che appese su in cielo.


1.Mito e dintorni

«Mito cosmogonico pagano»: così la definizione di Calvino per rintracciare in questa fiaba, tra le altre, la scintilla del mondo archetipico della mitologia antica. Cosa narra, dunque, quell’immenso archivio di storie che ci ha tramandato la grecità sulla luna?
La nascita della luna è narrata nella Teogonia di Esiodo (inizio VII sec. a.C.) ai vv. 371-374:











La luminosità della Luna, qui resa al v. 371 dall’aggettivo λαμπραν, riporta all’etimologia del teonimo: Selene è termine connesso con σαλας, ‘luce, splendore, raggio’; altro nome della dea era Mene, femminile di μην, ‘mese, falce della luna’, che indicava anche una divinità lunare frigia. Pittore di BrygosNelle scarse raffigurazioni conservate, Selene è rappresentata nell’atto di guidare una biga trainato da destrieri, in contrasto con la quadriga di Elios, oppure di cavalcare un toro, un mulo o un cervo. Le testimonianze più antiche si trovano su vasi attici a figure rosse, una delle quali è la kylix (foto 1) attribuita al Pittore di Brygos (ca. 485 a.C.) e conservata all’ Antikensammlung di Berlino, in cui Selene si immerge con il carro nelle acque dell’Oceano. frontone orientale del Partenone,In alcuni famosi monumenti, essa figura non tanto come dea, quanto come personificazione temporale della notte, ad es. nel frontone orientale del Partenone, conservato al British Museum (foto 2), all’arrivo del fratello Elios si allontana sprofondando con il suo carro. Sul fregio sud dell’Altare di Pergamo (al Pergamon Museumdi Berlino) si trova la raffigurazione plastica più grande ed importante di Selene: la dea, vicina al carro del Sole, si allontana veloce in groppa ad un mulo (foto 3). O ancora, sull’Arco di Costantino a Roma, nel tondo del lato occidentale, contrapposto a quello orientale con la figura di Elios, Selene, con il crescente lunare sulla fronte ed il velo gonfiato dal vento, guida una biga che si immerge nelle acque del mare a simboleggiare la fine della notte (foto 4).
Altare di PergamoArco di Costantino a Roma















Con la sua partecipazione all’alternanza di luce e tenebre, la dea offriva inoltre materia per suggestive o spiritose storie d’amore, la più celebre delle quali, pur non l’unica, come si vedrà, è quella di Endimione.
Nell’Inno omerico A Selene è cantata la sua unione con Zeus da cui nacque Pandia, ‘completamente splendente, tutta chiara’, nome parlante che, nel sancire l’affinità genetica materna, esprime la luminosità delle notti di plenilunio.

Muse dal dolce canto, figlie di Zeus Cronide, esperte
di canzoni, celebrate Selene dalle ampie ali:
dal suo capo immortale un chiarore si diffonde nel cielo
e avvolge la terra, e una grande bellezza si mostra
quando risplende la sua luce; la sua corona d'oro
     5
illumina l'aria oscura, e i suoi raggi rifulgono
quando la chiara Selene, lavato il bel corpo
nell'oceano e indossate vesti sfavillanti,
aggioga i puledri lucenti dal collo robusto e rapidamente
sospinge in avanti i cavalli dalla bella criniera,
     10
al tramonto, a mezzo del mese; poi il gran ciclo si compie,
e i raggi della luna che cresce scendono più luminosi
dal cielo: allora essa è per i mortali segno e presagio.
Con lei una volta il Cronide s'unì in amore nel letto,
ed essa concepì e diede alla luce una figlia, Pandia,
     15
che ha singolare bellezza fra gli dèi immortali.
Salve, signora, dea dalle bianche braccia, chiara Selene,
ricciuta e benigna; cominciando da te, canterò
le gesta dei semidèi, di cui gli aedi, servi delle Muse,
raccontano le imprese con la loro amabile voce.
[4]     20


L’Inno a Selene è preceduto da quello A Elios con il quale ha molti punti di contatto, anche se il culto della prima aveva un’importanza minore del secondo in quanto Selene, nel suo ruolo di dea lunare, aveva subito fin dall’epoca arcaica la concorrenza di Ecate e Artemide. Molto incerta è al riguardo l’occasione in cui potessero svolgersi eventuali agoni poetici in suo onore.

Da segnalare al v. 2 l’epiteto ‘dalle ampie ali’ (in greco τανυσiπτερον) di Selene, unico esempio attestato in letteratura della Luna alata. La nascita di Pandia, ricordata ai vv. 14-16, potrebbe essere posta in rapporto con la festa ateniese delle Pandie, celebrate al plenilunio del mese di Elafebolione (marzo-aprile), sebbene di questi riti si sappia troppo poco per sostenere con sicurezza questa relazione.

Altra passione poco nota per Selene è quella di Pan: il dio agreste si sarebbe rivestito del vello bianco di una pecora e, sedotta la dea, l’avrebbe portata sulle spalle. Eco di questo mito è nel l. III delle Georgiche di Virgilio (vv. 391-393):


Munere sic niveo lanae, si credere dignum est,
Pan deus Arcadiae captam te, Luna, fefellit
in nemora alta vocans; nec tu aspernata vocantem.[5]


La più famosa storia d’amore della Luna è però originaria dell’Asia Minore ed è ambientata in una grotta presso la catena montuosa del Latmo (oggi Besparmak, in Turchia) nella Caria ad est di Mileto. Qui si favoleggiava, in una sorta di mitizzazione del fenomeno dell’eclissi, che la dea, quando scompariva dietro la cresta, si recasse a trovare il suo amato Endimione (‘colui che si trova dentro’). In quell’anfratto dormiva il bel giovane, pastore o cacciatore, al quale era stato concesso un sonno eterno, in origine da Selene stessa, per poterlo amare e baciare, in un’altra variante da Zeus, secondo alcuni il vero padre di Endimione, che aveva accontentato un suo desiderio.[6]
Con lei Endimione avrebbe generato cinquanta figlie, lo stesso numero di mesi di un’Olimpiade perché, secondo una leggenda riportata da Pausania[7] (II d.C.), il nostro personaggio era più verisimilmente un re dell’Elide, promotore di una gara di corsa ad Olimpia tra i figli per decidere la successione al suo trono.
Riferimenti a quello che sicuramente è il particolare più delicato dell’incontro notturno dei due amanti nell’antro del Latmo sono attestati in molti testi, di cui se ne ricordano qui solo tre del III a.C., uno di Apollonio Rodio e due di Teocrito.
Attingendo a questa materia mitica, racconta Apollonio nel l. IV delle Argonautiche (vv. 57-61), che la Luna, «la dea titania» del v. 54, vedendo Medea uscire dalla reggia paterna nella notte per raggiungere il campo degli Argonauti e fuggire con Giasone, maliziosamente lieta che altri soffrissero come lei per amore, si esprima così tra sé e sé:












L’amore di Selene per l’umile ma affascinante Endimione è pure rievocato in entrambi gli spunti teocritei: due pastori citano il convenzionale repertorio mitologico per dimostrare che persino le dee non disdegnano i mortali.

Nell’idillio III ΑΙΠΟΛΟΣ Η ΚΩΜΑΣΤΗΣ (Il capraio o il comaste), Titiro cerca di farsi corrispondere dall’amata Amarillide con un paraklausithyron (‘serenata davanti alla porta chiusa’); all’interno della performance dell’exclusus amator si inserisce un altro canto, quello appunto mitologico, in cui, dopo l’esempio di Venere che continua ad amare Adone anche da morto, il capraio sarebbe disposto a seguire la sorte dello stesso Endimione, pur di conquistare la sua bella, perché (vv. 49-50) «ζαλωτoς μεν εμíνoτóν ατροπον υπνον iαυων Eνδυμíων... ».[9]

Analogo soliloquio vede protagonista un altro giovane pastore musico nell’idillio XX ΒΟΥΚΟΛΙΣΚΟΣ (Il pastorello), la cui paternità teocritea a rigore filologico pare tuttavia da escludersi. La cittadina Eunica ha rifiutato con disdegno il bifolco. Questi si difende goffamente, vantando la propria bellezza, riconosciuta a suo dire dalle altre donne dei monti, e avventurandosi nella carrellata mitica con particolare indugio sulla fortuna di Endimione (vv. 37-39):











Se questi sono alcuni possibili rimandi alla Luna in chiave di personaggio mitologico, essa risalta spesso come elemento del paesaggio, a suggello di quadri descrittivi, di similitudini, di notazioni temporali e misteriose atmosfere.

Vediamolo, interrogando altri testi e altri autori.



2. Non solo Omero

La presenza della luna in passi scelti dei poemi omerici permette di analizzarli collegandoli ad autori successivi in cui la ‘memoria poetica’ spesso agisce con evidenza, in quanto nel poeta alle origini della cultura occidentale si trovano già molte ‘espressioni’ del volto del nostro astro: luna come elemento fisico e naturale, che smarrisce per la sua assenza (a volte insieme a quella del sole) o illumina con la sua presenza, luna come termine di paragone.

Tre i passi selezionati dell’Iliade e due dell’Odissea[11] funzionali al discorso, alcuni dei quali solitamente non visitati nelle lezioni scolastiche, ma non per questo meno interessanti.

In Il. XVII 366-369, mentre infuria la battaglia degli Achei serrati a falange presso il corpo di Patroclo ucciso da Ettore, Zeus ha riversato sul luogo dove giace in cadavere dell’eroe una nebbia miracolosa per agevolarne la difesa:











L’assenza qui della luce del sole e della luna disorienta i guerrieri, inconsapevoli che questo sia un elemento a loro favore, e aggiunge ulteriore tormento alla fatica della lotta, creando un potente effetto chiaroscurale con il resto della piana di Troia, in nitida luce, descritta nei versi successivi.
Ancora la mancanza della luna e del sole segna l’arrivo funesto e inconsapevole di Odisseo alla terra dei Ciclopi.
Lo rievoca lo stesso eroe durante la lunga affabulazione delle sue peregrinazioni ad Alcinoo, presso la corte dei Feaci, in Od. IX 142-146:












Altri eroi naviganti perdono la bussola della navigazione, non rischiarata dalla luna, ormai al termine di un altro ben noto viaggio. Il già citato Apollonio Rodio, il poeta giustamente considerato l’innovatore del genere epico in età ellenistica, così descrive lo smarrimento degli Argonauti, salpati da Creta e ormai prossimi al ritorno, nel buio di una notte senza luna. La tenebra che li avvolge e da cui li salverà l’intervento di Apollo, permettendo loro l’arrivo in Grecia con il vello d’oro, potrebbe simbolicamente rappresentare il regno dei morti e quindi, secondo le interpretazioni più recenti, la fragilità atemporale dell’uomo:
















La luna come ente fisico è presente invece nella sua luce rassicurante, in coppia con il fulgore del sole, nella descrizione dello scudo di Achille, in particolare nella decorazione figurativa che ricopre la superficie esterna, passo notorio che, quasi una sorta di topos del genere epico, è stato imitato da poeti di ogni epoca.









Il sakos, il nuovo grande scudo miceneo, quasi certamente rotondo, dell’eroe decisivo per le sorti degli Achei è istoriato con una sorta di imago mundi, una rappresentazione cosmografica con il cielo stellato che risplende sulle opere umane e le delimita con la terra e il mare.

A distanza di secoli la luna rifulge ancora in un altro scudo, anch’esso circolare, quello dei Pezeteri, i soldati della fanteria macedone, compagni dell’avventura ai confini del mondo di Alessandro Magno.

Sono i versi iniziali di Alexandros[16] di Giovanni Pascoli:

- Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell'aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,


o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall'ultima sponda
5
vedete là, mistofori di Caria,


l’ ultimo fiume Oceano senz'onda.

Il ‘fatale andare’ di Alessandro s’infrange ai confini del mondo rappresentati dall’Oceano, dopo la perentoria affermazione iniziale che l’impresa è compiuta («Giungemmo»). Come efficacemente commenta la Belponer, «il fine dell’azione, che coincide con la sua conclusione, lascia l’eroe insoddisfatto e privo della possibilità di porsi un’ulteriore meta, dato che il limite del mondo,metafora del limite connesso alla condizione umana, si innalza di fronte a lui».[17] Rimarrebbe da conquistare solo la luna, seconda terra e traguardo sicuramente inaccessibile, che, in un raffinato gioco allusivo, è scolpita in bassorilievo al centro dello scudo (brocchier).

Nella frustrazione del condottiero macedone davanti alla meta irraggiungibile rappresentata dalla luna, il poeta ha espresso con la sua sensibilità decadente, impreziosita da colte reminiscenze classiche, la disillusione dell’uomo a lui contemporaneo.

La luna in Omero ricopre invece il ruolo di termine di paragone di una similitudine ad es. in Il. VIII 555-561, passo in cui i Troiani, favoriti momentaneamente da Zeus, hanno battuto gli Achei e bivaccano al centro della pianura di Ilio. I fuochi notturni che brillano nel loro campo sono simili alla luna che splende in cielo con le stelle:














Sempre in contesto di similitudine, con la connotazione della bellezza luminosa, è l’accostamento con il sudario funebre per Laerte che Penelope è obbligata a ultimare. Ildolos della moglie di Ulisse, che tesseva di giorno la famosa tela e la disfaceva di notte, viene scoperto dai Proci alla primavera del quarto anno da quando la donna aveva escogitato lo stratagemma. Il ricordo dello splendore del lenzuolo finito è nelle parole di Anfimedonte, uno dei Proci, riconosciuto da Agamennone quando le ombre dei pretendenti uccisi da Odisseo arrivano all’Ade sotto la guida di Hermes (Od. XXIV 146-150):











Presuppone la memoria epica di questi due testi il frammento di Saffo (seconda metà del VII a.C.) 34 V.[20],che contamina sapientemente similitudine ed effetto ‘luminoso’, per celebrare, stando alle testimonianze antiche, la bellezza di una fanciulla a paragone della quale tutte le altre scompaiono come la luna nel pieno del suo fulgore offusca gli astri intorno a lei:[21]










Secondo la fine analisi Di Benedetto, «oltre all’uso del verbo lampo si noti che nel termine greco selanna, ‘luna’, si sentiva con molta evidenza selas, ‘luminosità’, mentre nel nostro ‘luna’ il tema di ‘luce’ è meno immediatamente avvertito».[23] Il brillare della luna è dunque associato alla nozione del bello con il risultato (riportiamo ancora le parole di Di Benedetto) di «una esasperata tendenza alla visualizzazione e alla ricerca dell’immagine che appaga» [24], peculiare della poesia di Saffo.
Tra le numerose riprese di questa similitudine, si citino i vv. 25-29 dell’epinicio IX di Bacchilide (ca. 518-451 a.C.), che celebra la vittoria di Automede a Nemea nel pentathlon:

Ad Automede ora       25
la (scil. la corona della vittoria) diede un nume;
poiché tra i pentatleti brillava,
come dagli astri si distingue
nel plenilunio radiosa selene.[25]


Come noto, altri frammenti di Saffo amano la luna, sia o meno piena, poesie giustamente note per il fascinodella situazione affettiva personale di nostalgia o solitudine dell’io parlante. Nel fr. 96 V. con i vv. 6-11 la voce parlante ricorda a una fanciulla del tiaso, Attide, un’altra allieva ora in Lidia, forse andata sposa, che domina con la sua bellezza sulle donne lidie in una sognante atmosferalunare:














La luna, omericamente definita al v. 8 ‘dita-di-rosa’ (βροδοδακτυλος), illumina , in un quadro che si dilata visivamente, non solo il mare ma i campi fioriti, e accresce il contrasto tra l’immagine di luce e il desiderium di colei che ora è lontana.
Doveroso sottolineare che nei passi citati della poetessa di Lesbo non secondario è il milieu presupposto, ovvero il tiaso con i suoi momenti cultuali in onore di Afrodite. Il plenilunio[27] illumina, ad. es., un’aggraziata scena rituale appena abbozzata nel brevissimo fr. 154 V.:










Ma anche in Saffo la luna può mancare perché tramontata. La sua assenza non causa, tuttavia, sgomento collettivo per la difficoltà della lotta come sul campo di battaglia iliadico o perdita della rotta come per gli eroi omerici e apolloniani, bensì acuisce l’insonnia d’amore di un io solitario nel fr. 168B V.:









Nel tramonto della luna si trasferisce così un’insoddisfazione individuale e sentimentale, scandita dal trascorrere inarrestabile del tempo.


3. Plenilunio tragico

La luna piena assume invece bagliori assai diversi dai passi sopra riportati nella tragedia Sette contro Tebe (467 a.C.) di Eschilo. Polinice ha posto l’assedio alla città contro il fratello Eteocle che, dopo l’anno di regno, non ha voluto cedergli il potere in base all’accordo di governare ad anni alterni. Davanti alle sette porte di Tebe, con Polinice si dispongono altri sei campioni argivi che il messaggero descrive a Eteocle perché possa contrapporre a ciascuno un valente avversario tebano, mentre alla settima porta si fronteggeranno i due figli di Edipo in persona. Il primo eroe schierato da Polinice è Tideo, il padre di Diomede, che infuria e brama di combattere, sibilando come un serpente.
Al centro del suo scudo (vv.387-390) campeggia la luna piena:











Sulla descrizione degli scudi dei sette ha scritto pagine illuminanti P. Vidal-Naquet,[31] che ha sottolineato il valore simbolico negativo delle insegne rappresentate su di essi, tranne che per quello, privo di immagini, dell’indovino Anfiarao. Analizzando il primo, quello appunto di Tideo, così interpreta lo studioso «Al punto di partenza della serie, in ogni caso, siamo nel cosmo, ma un cosmo notturno, un cosmo in cui la luna è centrale, e funziona come un anti-sole»[32].
Eteocle, che in un primo momento ha negato il significato simbolico degli emblemi in generale, giocherà nei successivi vv. 400-406 sulle due possibili interpretazioni del termine ‘notte’, uno ‘fisico’, l’altro ‘metaforico’, legato alla morte. Quest’ultimo è il segnale che l’immagine dello scudo di Tideo, la luna nel cielo buio, una sorta di sole nero da cui irradia l’oscurità, si riverserà contro il guerriero violento che lo possiede:


E quella notte che, sul suo scudo, tu dici scintillare         400
di tutte le stelle del cielo,
forse è un folle presagio che presto può avverarsi:
se morirà e la notte scenderà sugli occhi
di lui che porta quel superbo stemma,
allora sì che il suo emblema si rivelerà giusto:               405
la sua follia senza limiti l’avrà allora profetizzata lui stesso.


Il plenilunio, nel mondo greco, riveste anche un valore opposto e benaugurale nella sfera nuziale: si riteneva, infatti, che fosse un momento propizio alla celebrazione del matrimonio.[34]
Un’attestazione di questa credenza si trova nell’Ifigenia in Aulide (405 a.C.)di Euripide durante il colloquio ai vv. 691-750 tra Clitemestra e Agamennone, il quale ha indotto la moglie a raggiungerlo con Ifigenia al campo greco prospettandole le false nozze della sua primogenita con Achille. In realtà, l’Atride ha dovuto cedere alle pressioni dei Greci, in particolare di Odisseo e Menelao, che vogliono dar corso alla profezia dell’indovino Calcante sulla necessità di sacrificare la fanciulla per placare l’ira di Artemide. La dea è stata offesa da Agamennone e non permette la partenza per Troia della flotta greca, ferma in Aulide, a causa di una persistente bonaccia.
Il padre di Ifigenia, pentitosi della sua crudele decisione, tenta di avvertire le due donne di non mettersi in viaggio, ma Menelao intercetta questo contrordine. Clitemestra arriva con la figlia e in questo scambio di battute con il marito si informa su Achille, su chi lo abbia educato, sulla sua patria fino alla fatidica domanda relativa al momento del matrimonio. A quest’ultima Agamennone, in un gioco ormai crescente di ambivalenza linguistica, marcata dall’ironia tragica che nasconde un rito non nuziale ma sacrificale per la sua primogenita, risponde: «oταν σεληνης εuτυχης ελθη κuκλος[35].
Abbandoniamo ora la tragedia per esaminare in quali termini amore e luna[36] possono fondersi in modi assai raffinati e con accenti di moderna sensualità, come si vedrà nelle prossime righe, in un’altra tipologia letteraria.



4. Divagazioni erotiche ellenistiche e imperiali


Nella letteratura dell’età ellenistica e imperiale la tematica erotica ha grande rilievo nel genere dell’epigramma, ripreso e coltivato da molti poeti, sebbene a volte con il rischio del virtuosismo lezioso e ripetitivo. I doni di Afrodite, dolci come il miele (méilicha dora), sono solitamente goduti, o meglio carpiti, o solo desiderati, in momenti notturni a causa della condizione solitamente di etera delle figure femminili protagoniste.
Quello che è probabilmente il maggiore epigrammista dell’Antologia Palatina, Meleagro di Gadara (ca. 130-60 a.C.), invoca la Luna con gli astri e con la Notte come testimoni delle sue sofferenze d’amore e suggella l’ansia dell’attesa nella forma topica del paraklausithyron:


Astri, e tu Luna che dolce risplendi
agli amanti, e tu Notte, e tu minuscolo
strumento che accompagni le nostre orge,
troverò quella sgualdrina nel letto,
sveglia ancora, alla luce della lampada,
con quel suo languido piagnucolio?
O non ha qualche compagno di letto?
Alla sua porta ora appendo, bagnate
del mio pianto,ghirlande di preghiera,
con questo solo scritto: « Per te, Cipride,
qui Meleagro, iniziato alle tue orge,
appende le reliquie del suo amore».[37]


Questo greco d’Oriente, che sa descrivere con gioco elegante affascinanti efebi e cortigiane ora crudeli ora gentili, per un’etera in particolare esprime vera tenerezza d’affetto, per Eliodora, sinceramente amata e poi sinceramente compianta per la sua morte precoce[38].
Mosso dalla gelosia per la sua donna, Meleagro fa rivivere il mito di Endimione con accenti originali:













Al ‘novello’ Endimionesi augura di rimanere «inerte sul seno dell’amata», in greco (vv. 5-6) «o δ’εν κoλποισιν εκεíνης | ριπτασθεíς κεíσθω δεuτερος Eνδυμíων». Il lusus ellenistico ‘riusa’ in chiave dotta il mito antico con l’arguzia dell’aprosdoketon ottenuto con l’improbabile ‘paralisi’ dell’odioso rivale.
Anche Filodemo di Gadara, attivo nella seconda metà del I sec. a.C., contamina l’invocazione a Selene, complice delle veglie d’amore, con la storia di Endimione, in vista non dell’effetto ludico di Meleagro ma della sympatheia con la dea. La Luna sa guardare senza invidia i due amanti perché ha sperimentato eros in prima persona con il suo amato mortale:













In Filodemo, vissuto a Roma, dove conobbe Virgilio e Orazio, e proprietario della famosa villa dei Papiri di Ercolano, l’ispirazione filosofica epicurea si traduce in saggezza pratica e tesa a cogliere l’attimo. Per lui l’amore, soprattutto di cortigiane, vedasi qui Callistio (‘Bellissima’), è vissuto con leggerezza di contenuto ed eleganza di forme.
Nella prima parte di questo epigramma, Selene viene definita al v. 1 con accumulo di epiteti «Νυκτερινη, δíκερως, φιλοπαννυχε», ‘Notturna, bicorne, amica della notte’, mentre l’imperativo ‘φαiνε’, ‘appari’, in incipit al vv. 2 accresce la sua luminosità che si riflette in quella della donna.
Nella seconda, invece, la dimensione mitica, in quanto paradigma per analogia, si lega concretamente alla felicità erotica sancita dalla dea che ‘stima felici’ (cfr. nel penultimo verso in greco ολβíζεις) i due amanti senza invidiarli.
Ma non sempre l’amore è gioco.
Nella Grecia del V sec. d. C., tra le due opposte sponde dell’Ellesponto, si consuma una struggente e rapida storia d’amore e morte tra due bellissimi giovani: Leandro, che abita ad Adibo, attraversa ogni notte a nuoto il mare per unirsi a Ero, sacerdotessa di Afrodite che abita a Sesto e gli illumina la traversata con la lampada esposta sulla sua torre. Nemmeno l’arrivo dell’inverno ferma la passione e quando il vento spegne la lampada, Leandro annega mentre Ero, per disperazione, si uccide.
Come si è innamorato Leandro di Ero? Vedendo la vergine procedere verso il tempio di Afrodite, durante le feste in onore della dea e di Adone, e irradiare (vv. 55-57) una bellezza simile a quella della luna:










A distanza di secoli, in un autore, Museo, che è un nome senza storia, a cui i manoscritti aggiungono l’appellativo di grammatikós e che gli specialisti collocano verso la metà del V sec. d. C., riemerge in tal modo la luna come termine di paragone della luminosa bellezza femminile già cara a Saffo.
Al v. 57 l’epitetoλευκοπαρηος, ‘dalle bianche guance’, è più evocativo del saffico βροδοδακτυλος del fr. 94 V. analizzato poco sopra, perché «sottintende persino un paragone implicito dei volti».[42]
In notti senza luna, rischiarate solo dalla lampada (λuχνος) di Ero, fiaccola che nell’epigramma ellenistico «aveva assunto un ruolo di primo piano, proprio perché figuralmente solidale alla metafora delle fiamme d’amore»[43], i due innamorati, secondo quanto ben sottolinea Paduano, sono travolti dalla passione, separati dalle circostanze e traditi dalla sorte, come i più famosi successori Giulietta e Romeo o Tristano e Isotta.
Alla purezza radiosa dell’epifania ‘lunare’ di Ero risponde l’oscurità della morte ‘per acqua’ dell’amato a cui l’amata non può sopravvivere. Nell’epillio di Museo atmosfera elegiaca, epigramma ellenistico e conclusione tragica si fondono in una storia intensa e moderna.



5. Viaggi lunari

Come ultimo spunto per ‘alleggerire’ il percorso ormai giunto a conclusione, si prende in esame la luna come meta.
Non si tratta, tuttavia, di traguardo considerato inaccessibile quale nella rappresentazione metaforica del limite umano nel viaggio ai confini del mondo dell’Alexandros pascoliano esaminato in § 2, ma come luogo visitato nelle avventure stravaganti del testo legittimamente considerato l’antenato dei romanzi di fantascienza, la Storia vera di Luciano di Samosata (ca. 120-180 d. C.).[44]
L’opera, in cui, per ammissione dell’autore stesso, l’unica verità è che egli sta mentendo, è il racconto delle peripezie surreali che l’io narrante ha affrontato insieme ad alcuni compagni oltre le colonne d’Ercole, su isole e pianeti popolati da strani abitanti, nel ventre di una balena che li ha inghiottiti, per naufragare alla fine sul continente opposto al nostro.
La Storia vera si prefigge di parodiare i romanzi greci d’avventura e di criticare gli storici che abbelliscono in modo troppo fantasioso i loro scritti, ma, come si è detto, finisce per precorrere la moderna letteratura di fantascienza.
In una delle fantasmagoriche tappe dell’itinerario, il gruppo è sollevato con la sua nave da un tifone nel cielo e all’ottavo giorno della corsa attraverso l’etere al loro sguardo si presenta:...γην τíνα μεγαλην εν τω αερι καθαπερ νησον, λαμπραν καí σφαιροειδη καí φωτí μεγαλω καταλαμπομενην[45].
I nostri protagonisti sono arrivati sulla luna e sono catturati dai Cavalcavvoltoi, uomini guardiani che in groppa ad avvoltoi incrociano e portano gli stranieri al re, non a caso chiamato Endimione. Accolti da lui benevolmente, dopo avere assistito a ‘guerre stellari’ con truppe formate da creature fantastiche tra i Lunari e Solari, capeggiati questi ultimi ovviamente da Fetonte, e dopo avere osservato le bizzarre abitudini di vita locali, la compagnia umana si congeda da Endimione. La descrizione degli improbabili eventi è svolta con costante precisione dei dettagli.
La fertile originalità della fantasia di Luciano è sintetizzata dal giudizio di Dario Del Corno:


Tuttavia la fortuna di questo mirabile capolavoro fu a sua volta paradossale.
Epigono deliberatamente distorto della tradizione che contesta, il Luciano della Storia vera riuscì a sua volta iniziatore di una lunga tradizione che conosce una rinnovellata fioritura nei nostri tempi, da Italo Calvino ai Beatles del grande film Yellow Submarine , dalla fantascienza alle avventure di Indiana Jones.[46]



6. Conclusione

Se da Calvino il percorso è stato iniziato, con Calvino, per illuminato suggerimento di Del Corno, lo si vuole concludere. Dei numerosi viaggi sulla luna che hanno per modello Luciano, La distanza della luna di I. Calvino fornisce collegamenti pertinenti al nostro discorso.[47]
Il racconto fa parte delle Cosmicomiche, narrazioni in cui, dalle meraviglie che la scienza ha indagato e dall’esplicitazione di una scoperta che lo ha stupito, lo scrittore inizia ad immaginare una storia, dopo un breve prologo introduttivo, per riformulare nel linguaggio letterario un avvenimento scientifico.
Nel caso della Distanza della Luna, lo spunto, basato sulla fisica gravitazionale[48], costruisce, attraverso una trama lineare, un racconto a cui la dimensione onirica conferisce un carattere surrealista.
La Luna è vicina alla Terra: il narratore protagonista, il misterioso e di età indefinibile Qfwfq, suo cugino sordo, il capitano e sua moglie prendono una scaletta, vanno sotto la Luna con una barca e, nel momento di maggiore vicinanza del satellite, vi salgono sopra più volte.

C’erano delle notti di plenilunio basso basso e d’altamarea alta alta che se la Luna
non si bagnava in mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri. Se non abbiamo
mai provato a salirci? E come no? Bastava andarci proprio sotto con la barca, appog-
giarci una scala a pioli e montar su.[49]


Durante questi ‘trasferimenti’ lunari nasce l’amore non ricambiato di Qfwfq per la moglie del capitano, innamorata da parte sua del cugino, che è però attratto solo dalla Luna. La donna, che ha ormai allontanato il marito, delusa dal cugino, indifferente al suo spasimante, decide impulsivamente di rimanere sulla Luna: «Se quel che ora mio cugino amava era la Luna lontana, lei sarebbe rimasta lontana, sulla Luna».
Il suo è il desiderio estremo di identificarsi con il satellite amato dal cugino, diventare la Luna e, contemporaneamente, far assumere alla Luna inanimata un’anima.[50]
Ancora una volta il mito ritorna, perché «il discorso per immagini tipico del mito può nascere da qualsiasi terreno: anche dal linguaggio più lontano da ogni immagine visuale come quello della scienza di oggi».[51]
Dopo aver spaziato da Selene nel mito antico fino alla Luna in nuove, moderne riscritture del mito, rimane da fare una breve considerazione finale.
La mitologia e la letteratura greca che, come nel caso del nostro tema, alla prima attinge, non si muovono in modo rettilineo. Per dirla con Bettini, esse costituiscono «una grande ‘rete’ fatta di maglie che si tengono tra di loro, di rimandi incrociati, di collegamenti trasversali; per cui ogni tanto si incontra un personaggio, poi lo si lascia, - ma dopo un po’ lo si incontra di nuovo, e così via».[52]
Allo stesso modo, i grandi testi e i grandi autori ne presuppongono altri, ugualmente grandi, e sono il presupposto, a loro volta, di altri futuri. L’‘intertestualità’ è anche questo: rivivere come lettori attivi le favole antiche, facendo dialogare i testi tra loro per scoprirne, o riscoprirne, noi docenti con gli studenti, la bellezza.

Pubblicato il 18/11/2014
Note:


[1] 1I. Calvino, Sulla fiaba, Milano, Mondadori, 1996, p. 106.

[2] Grimm, Le fiabe del focolare, Prefazione di G. Cocchiara, traduzione di C. Bovero, Torino, Einaudi, 1951, ora anche in J. e W. Grimm, Fiabe, Torino, Einaudi, 2005, pp. 548-549.

[3] 3 «Teia Sole grande e la splendida Luna| e Aurora, che a tutti gli immortali risplende| e agli immortali dei che possiedono l’ampio cielo, | generò, giacendo con Iperione in amore » (trad. di Graziano Arrighetti, cfr. Esiodo, Teogonia, Milano, Rizzoli, 1994, p. 87). La nascita di Selene da Iperione e Teia (o Thia) è ricordata anche nelle genealogie di Apollodoto, Biblioteca, I 2,2.

[4] Cfr. Inni omerici, a cura di G. Zanetto, Milano, Rizzoli, 1996, pp. 209-211.

[5] «Con niveo dono di lana, se è vero il racconto, | Pane, l’Arcade Nume, te, o Luna, ha ingannato | in alti boschi chiamandoti; e tu sei scesa alla voce» (cfr. Virgilio, Tutte le opere, versione, introduzione e note di E. Cetrangolo, con un saggio di A. La Penna, Firenze, Sansoni, 1966, p. 195).

[6] « Da Calice ed Etlio nasce Endimione, che portò via gli Eoli dalla Tessaglia e fondò Elide. Dicono alcuni che fosse figlio di Zeus. Della sua bellezza si innamorò Selene. Zeus gli concede di ottenere quello che desidera: lui sceglie di dormire per sempre, senza morire, senza invecchiare», cfr. Apollodoro, I miti greci, I 7,5, a cura di P. Scarpi, trad. di M.G. Ciani, Mondadori (Fondazione Lorenzo Valla), Milano, 1996, pp. 35-36.

[7] Cfr. Pausania, Periegesi della Grecia, V 1,4, a cura di S. Rizzo, Milano, Rizzoli, 2001, p. 99: dopo avere ricordato al § 3 la nascita di Endimione da Etlio, Pausania racconta «Di questo Endimione dicono che si sia innamorata Selene e che dalla dea egli abbia avuto cinquanta figlie». Pausania, ritenendo però questo racconto poco credibile, riporta la tesi di altri che assegnano a Endimione una sposa meno illustre e solo quattro figli, per così continuare «Endimione, dunque, propose ai suoi figli una gara di corsa in Olimpia con cui decidere chi dovesse avere il potere».

[8] «Non io soltanto ricerco l’antro di Latmo, | non io soltanto brucio per il bell’Endimione, | io che mi sono mossa spesso per i tuoi astuti ìncantesimi | nel pensiero d’amore, perché tu celebrassi i tuoi riti | tranquilla nella notte oscura, come a te piace», in Apollonio Rodio, Argonautiche, a cura di G. Paduano, Milano, BUR, 1998, p. 545. Come avverte Paduano in nota, l’’argomento doveva essere presente anche in un testo perduto di Saffo, cfr. Testimonia ad Sapph. 199 V., in cui si riporta uno scolio proprio al nostro passo, A.R. 57s p. 264 W. λεγεται δε κατερχεσθαι εiς τουτο τò αντρον (τò Λατμιον) την Σεληνην πρòς Eνδυμíωνα. περí δε του Σεληνης ερωτος iστορουσι Σαπφω καí Νíκανδρος εν δευτερω Ευρωπεíας.

[9] «Invidiabile è per me colui che dorme un sonno senza fine, | Endimione…», cfr. Teocrito, Idilli e epigrammi, a cura di B.M. Palumbo Stracca, Milano, Rizzoli, 1993, pp. 105-107.

[10] «E chi era Endimione? Non era un bovaro? Selene | lo baciò mentre pascolava i buoi; dall’Olimpo venne | nelle valli del Latmo, dormì con il ragazzo», ibid., p. 323.

[11] Le traduzioni di riferimento qui utilizzate sono rispettivamente per l’Iliade quella di G. Cerri, Milano, Rizzoli, 2006, per l’Odissea quella di M.G. Ciani, Venezia, Marsilio, 1994.

[12] «Così combattevano quelli, e pareva un incendio, | né avresti detto che esistessero ancora sole né luna: | erano avvolti di nebbia, laddove in battaglia i migliori | resistevano intorno al figlio di Menezio morto».

[13] «Qui noi | arrivammo, nella notte oscura un dio ci guidava, invisi-| bile. Fitta nebbia era intorno alle navi, in cielo non | splendeva la luna, che le nubi velavano tutta. Nessuno,| con i suoi occhi, vide quell’isola».

[14] Cfr. A.R., cit., IV 1694-1700, p. 715, «Mentre correvano il vasto mare di Creta,| li spaventò la notte, che il poeta dice funesta: | la notte tremenda che non penetravano gli astri, né i raggi di luna,| un nero abisso caduto dal cielo o una tenebra| sorta dai recessi profondi. Neppure sapevano| se navigavano sopra le acque o nel regno dei morti». Come argomenta Paduano, ibid., pp. 8-11, nell’avventura ‘antieroica’ degli Argonauti e nel loro ritorno sempre più ansioso, nel buio «si smarrisce ogni sicurezza e ogni dominio dello spazio». Siamo ormai lontanissimi da Odisseo, che «percorre un cammino disseminato di ostacoli, vincendoli uno dopo l’altro».

[15] Cfr. Il. XVIII, 483-485, «Vi scolpì (scil. Efesto) la terra ed il cielo ed il mare, | il sole che mai non si smorza, la luna nel pieno splendore, | e tutte le costellazioni, di cui si incorona il cielo».

[16] Il testo di cui ci si è avvalsi, per il ricco e stimolante commento, è G. Pascoli, Poemi conviviali, a cura di M. Belponer, prefazione di P. Gibellini, Milano, Rizzoli, 2010, pp. 297 ss. Alexandros fu pubblicato per la prima volta sulla rivista di Adolfo De Bosis «Il Convito» nel 1895.

[17] Cfr., G. Pascoli, Poemi conv., cit., p. 297.

[18] «Come quando le stelle in cielo, intorno alla luna che splende| appaiono in pieno fulgore, mentre l’ aria è senza vento; | e si profilano tutte le rupi e le cime dei colli e le valli; | e uno spazio immenso s’apre sotto la volta del cielo, | e si vedono tutte le stelle, e gioisce il pastore in cuor suo: | tanti falò splendevano tra le navi e il letto di Xanto , | quando i Troiani accesero i fuochi davanti alle mura di Ilio».

[19] «Così dovette finirla, suo malgrado, per forza. Ma quando, dopo averlo lavorato, fece vedere il grande len- | zuolo che aveva tessuto, splendido come il sole e la | luna, ecco che allora un dio malvagio ricondusse Odis- | seo ai confini dei campi, dove vive il guardiano di porci».

[20] L’edizione di riferimento è quella di E.-M. Voigt, Sappho et Alceus, Amsterdam , 1971.

[21] Per maggiore snellezza e a motivo dei complessi problemi testuali che comportano per l’ingiuria del tempo e per gli accidenti della tradizione, di alcuni frammenti dei lirici greci sarà riportata la traduzione italiana e in lingua solo i versi funzionali all’analisi. Si ometteranno le parti più tormentate e lacunose che solitamente non sono oggetto di studio specialistico con gli studenti liceali.

[22] «Le stelle d’intorno alla bella luna | rinascondono lo splendente aspetto | ogni volta che, piena, splenda < sopra la> terra <intera> », trad. di Camillo Neri in C. Neri, La lirica greca, Temi e testi, Roma, Carocci, 2004, p. 207.

[23] Cfr. Saffo, Poesie, introduzione di V. Di Benedetto, traduzione e note di F. Ferrari, Milano, Rizzoli, I987, p. 39.

[24] Cfr. Saffo, ibid., p. 40.

[25] Cfr. Bacchilide. Epinici – Ditirambi – Frammenti, a cura di G.L. Martinelli, Calvatone (CR)-Parma, Ambarvalia, 1998, p. 34.

[26] «ma ora tra le donne lidie spicca come talvolta, tramonta- | to il sole, la luna dita-di-rosa | supera tutte le stelle; e posa la sua luce sul salso mare co- | me sulle campagne rigogliose di fiori», trad. Ferrari, cit. , p. 187.

[27] Solo un breve accenno alla ripresa evocativa del plenilunio nel repertorio, intessuto di frammenti saffici e allusioni leopardiane, della cantatrice di Eresso (forse Saffo stessa), protagonista del convito nel Solon pascoliano, vv. 40-42 «tentò le corde fremebonde, e disse:| Splende al plenilunio l’orto; il melo | trema appena d’un tremolio d’argento…», in G. Pascoli, Poemi conv., cit., p. 20.

[28] «Piena si mostrava la luna, | e le ragazze si disposero intorno all’altare», trad. di F. Ferrari, Saffo, Poesie, cit., p. 225.

[29] «Tramontata è già la luna | e le Pleiadi: la notte | è a metà, il tempo passa, | mentre io da sola giaccio», trad. Neri, La lirica…, cit., p.211.

[30] « Sullo scudo ha uno stemma superbo: | un fulgido cielo punteggiato di stelle | e, al centro, luminosa in tutto il suo splendore, spicca la luna, | la stella più eccelsa, l’occhio della notte», trad. di G. Ieranò, in Eschilo, Persiani. Sette contro Tebe, a cura di G. Ieranò, Milano, Mondadori, 1997, p. 93.

[31] Cfr. J.-P. Vernant, P. Vidal-Naquet, Mito e tragedia due. Da Edipo a Dioniso, trad. it. di C. Pavanello e A. Fo, con uno scritto di M. Bettini, Torino, Einaudi, 2001, pp. 103-134.

[32] Cfr. Vidal-Naquet, Mito…, cit., p. 119.

[33] Cfr. Eschilo, Persiani. Sette…, cit., p. 95.

[34] L’influenza benefica del plenilunio aveva già ‘benedetto’ l’unione della madre di Achille Teti con Peleo in Pindaro, Isthm. VIII 41-45, nelle parole profetiche della dea Temi «Dritti volino subito all’antro, | che mai perirà di Chirone, | messaggi né la figlia di Nereo ci porga | due volte foglie di lite; | ma forse che sciolga, le sere del plenilunio, | sotto l’eroe le amabili briglie di verginità», cfr. Pindaro, Odi e frammenti, a cura di L. Traverso, Firenze, Sansoni, 1961, p. 397.

[35] «Quando ci sarà la luna piena», cfr. Euripide, Ifigenia in Aulide, a cura di F. Ferrari, Milano, Rizzoli, 1998, p. 253.

[36] È doveroso un brevissimo accenno al fatto che anche nei testi tragici la luna compare come termine di paragone. Un es. si ha nel viaggio dei segnali luminosi che da Troia giungono ad Argo per annunciare la vittoria dei Greci, descritto con icasticità da Clitemestra nell’Agamennone di Eschilo, vv. 296-299: «la fiaccola possente, senza offuscarsi | ancora, scavalcata la piana dell’Esopo verso la rupe | del Citerone, simile alla luna splendente, risvegliava | altro invio di fuoco messaggero» (cfr. Eschilo, Orestea, introduzione di V. Di Benedetto, traduzione di E. Medda, Milano, Rizzoli, 1999, p. 255).

[37] Cfr. Ant. Pal. V, 191, in Antologia Palatina, scelta e traduzione di S. Quasimodo. Introduzione e note di Caterina Vassalini. Posfazione di Gilberto Finzi, Mondadori, Milano, 1992, p. 87; al v. 1 la perifrasi per Selene è η φιλερωσι καλòν φαíνουσα Σεληνη. Si è scelto di produrre alcune traduzioni di Quasimodo alla luce di recentissimi contributi (cfr. Lirici greci e lirici nuovi. Lettere e documenti di M. Valgimigli, L. Anceschi e S. Quasimodo, a cura di G. Benedetto, R. Greggi, A. Nuti, Introduzione di M. Biondi, Bologna, Compositori, 2012), che dimostrano l’interesse degli studiosi contemporanei per la sfida dei moderni, in questo caso un poeta, a farsi mediatori dell’antico attraverso l’operazione della traduzione.

[38] Cfr. Ant. Pal. VII, 476.

[39] «Solo di questo ti supplico, amica | notte, madre degli dei, sacra notte, | ti supplico, compagna dei piaceri. | Se mai sotto la coltre di Eliodora | giace qualcuno, e al tepore si scalda | della sua pelle che porta via il sonno, | s’addormenti la lampada, | ed egli inerte resti sul suo seno, | nuovo Endimione», cfr. Ant. Pal. V, 165, cit., p. 83.

[40] «Notturna bicorne appari, Selene, | amica delle veglie, appari entrando | dalle finestre spalancate e illumina| la dorata Callistio. Può una dea | guardare senza invidia | ciò che fanno gli amanti. Tu Selene | stimi felici noi due; ma lo so, | per Endimione bruciò anche il tuo cuore », ibid. V 123, p. 167 . Il motivo della luna spettatrice notturna ritorna in altri epigrammisti, a volte con accenti ironici perché l’etera, definita ‘strega’ (in greco μαγος), ha abbandonato l’amante, ad es. cfr. Marco Argentario, Ant. Pal.,V 16.

[41] «Andava al tempio della dea la vergine Ero, | irradiando dal volto una grazia splendente | come la bianca luna al suo sorgere», in Museo, Ero e Leandro, a cura di G. Paduano, Venezia, Marsilio, 1994, p. 35.

[42] Cfr. F.M. Pontani, L’epillio greco, Firenze, Sansoni, 1973, p. 48.

[43] Cfr. Museo, Ero…, cit., p 11.

[44] Un altro testo lucianeo, il dialogo Icaromenippo, è la descrizione del ‘volo’ del filosofo cinico Menippo di Gadara fino alla luna e dalla luna al regno degli dei. Dall’alto Menippo, ‘maschera’ di Luciano, può avere una visione più veritiera della piccolezza delle cose umane, lontano dalle confuse diatribe dei filosofi del suo tempo.

[45] Cfr. Storia vera, II 10 «una grande terra – una specie di isola nello spazio-di forma sferica, brillante, che emanava una grande luce», in Luciano, Racconti fantastici, introduzione di F. Barberis, traduzione e note di M. Matteuzzi, Milano, Garzanti, 1995, p. 261.

[46] Cfr. Dario Del Corno, Antologia della letteratura greca, vol. III, Milano, Principato, 1991, p. 401.

[47] Si indica qui solo lo spunto, in linea del resto con i percorsi ‘aperti’ caldeggiati dalle più recenti letterature scolastiche latine e greche (ma si veda già Del Corno, Antologia…, cit., p. 412), per un’attività didattica che, in virtù della specificità delle discipline, dovrà essere naturalmente sviluppata in collaborazione con il docente di letteratura italiana.

[48] «Una volta, secondo Sir George H. Darwin, la Luna era molto vicina alla Terra. Furono le maree che a poco a poco la spinsero lontano: le maree che lei Luna provoca nelle acque terrestri e in cui la Terra perde lentamente energia.», cfr. I. Calvino, La distanza della Luna, in I. Calvino, Le cosmicomiche, Presentazione dell’autore con uno scritto di E. Montale, Milano, Mondadori, 1993, p. 3.

[49] Cfr. I Calvino, ibid., p. 5.

[50] Cfr. I Calvino, ibid., p. 17.

[51] Cfr. I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 1993, p. 91, a proposito del procedimento usato nella scrittura delle Cosmicomiche.

[52] Cfr. M. Bettini, C’era una volta il mito, Palermo, Sellerio, 2007, p. 65.
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