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Indice

didattica:

La Shoah e la memoria

Il percorso didattico che proponiamo è rivolto a una terza media inferiore. Il tema preso in considerazione riguarda l'olocausto, la tragedia che sconvolse l' umanità negli anni Quaranta. Il filo conduttore di questo percorso è affidato alla memoria individuale di chi ha portato le stigmate della Shoah, il dolore lacerante e il senso di colpa per essersi salvato.

Se questo è un uomo (PRIMO LEVI)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e il freddo grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.


Introduzione


Il tema della Shoah, per utilizzare un'immagine felice di Zygmunt Barman, è una finestra sulla storia, e non tanto e non solo sulla storia del Novecento, quanto piuttosto sull'intera modernità, della quale mette in luce contraddizioni, matrici culturali e ideologiche.

Si può infatti affermare che l'Olocausto o la Shoah è impensabile al di fuori di un'organizzazione razionale e industriale della società e dei sistemi di produzione. Ecco perché – come autorevolmente ci ha insegnato Hannah Arendt – affrontare il tema dell'olocausto significa misurarsi con le caratteristiche fondanti e peculiari della nostro stesso sistema e della nostra cultura.

La scuola non può perciò esimersi dall'assumere per intero il compito di insegnare e soprattutto ricordare la Shoah.

In tal senso, la nostra memoria deve immediatamente farsi interrogazione, perché la domanda resta, mette in questione, impone, esige una risposta e la risposta è un dovere che viene dal passato e si proietta nel futuro.

Ecco forse il senso più autentico della memoria è questo: ricordare per interrogare.

La memoria pura e semplice è una memoria morta se non determina un'interrogazione, una messa in questione, che viceversa rappresenta una memoria viva e indelebile.

Ricordare come imperativo categorico, come dovere morale assoluto e come consapevolezza storica, nel tentativo di ricercare le radici e l'epicentro di tanto orrore e di tanta barbara, ingiustificata disumanità .

Questa spasmodica ricerca si può tradurre in tanti modi.

Primo Levi, per esempio, dedicò la sua vita al tentativo di comprendere il male lasciando nel corso di questa sua ricerca un'ineguagliata eredità di conoscenza, che va molto al di là della semplice, pur valida, testimonianza dei fatti.

Al di là della raccolta delle testimonianze, dunque, la ricerca deve continuare e la risposta alla sfida della Shoah non può non tradursi in azione.

La risposta, infatti, non è solo nella memoria e nel pensiero, ma è nell'azione e nella libertà e soprattutto in una cultura che poggia su basi democratiche. Si tratta, credo, di uno dei modi più incisivi per consegnare alle giovani generazioni la consapevolezza di vivere in un mondo che ha bisogno che ognuno si assuma la responsabilità delle proprie azioni.

Tuttavia, insegnare la Shoah è problematico e difficilmente riducibile alle nostre normali categorie di interpretazione storica.

In un certo senso non si può spiegare, perché spiegare vuole dire anche giustificare e immettere un evento in una rete che dà senso.

Ma la Shoah, coma la storia racconta, non ha un senso.

Raccontare quel dramma spaventoso significa, quindi, entrare in una contraddizione irrisolvibile, che Elie Wiesel enuncia così: "Tacere è proibito, parlare è impossibile".

Bisogna, cioè, conservare la memoria di quegli eventi, impedire che vengano cancellati dal tempo, ma trovare le parole per dire tanta violenza, tanta disumanità, è forse impossibile.

Le parole dello scrittore, del testimone, non sono mai sufficienti, si fermano sempre a un passo al di qua dell'incredibile, lasciando al lettore il compito di comprender fino in fondo con quale angoscia, con quale sofferenza, con quale sentimento, milioni di uomini, donne e bambini, hanno dovuto subire quel processo di annientamento dell'umano.

E' comunque, una strada che bisogna percorrere, per conservare, per ricordare, per fare tesoro di quanto è successo e ancora potrebbe accadere.

Per indicare alla nostra civiltà e alla nostra cultura l'evento della violenza assoluta, che nell'Olocausto ha toccato il limite estremo dell'annientamento, ma che è tuttora presente almeno come possibilità.

Raccontare, dunque, per ricordare una vicenda spaventosa che ha segnato e segna ancora il nostro secolo e la nostra storia per comprendere meglio chi siamo, da dove veniamo e in che modo vergognoso e disumano l'uomo può annientare l'uomo.

Per questo motivo, è il caso di affermare che "il presente ha un cuore antico".

Ricordare "perché questo è stato".


1. CANCELLARE L'UMANO DELL'UOMO


Un aspetto della memoria che non si deve perdere sulla Shoah, è proprio il ricordo individuale di ognuno dei deportati, la vita spezzata, gli affetti lacerati, il lutto. Primo Levi ne I sommersi e i salvati ha descritto molto bene il senso annichilente di colpa che colpisce chi si è salvato: per molti ex deportati, il difficile racconto di ciò che era stato, a causa della "colpa" di essersi salvati, era l'ultimo cinico lascito della violenza psicologica del nazismo. Il Lager impone alle vittime questa metamorfosi, da esseri umani, ad oggetti, a numeri, ad elementi di un sistema, parti di una macchina, sempre perfettamente rimpiazzabili: il deportato non può che perdere la sua individualità, confondersi nella massa indistinta, divenire elemento meccanico di un sistema monolitico.

Spogliati di ogni libertà e di ogni individualità, le vittime del lager devono ridurre il proprio livello di esistenza al puro momento biologico: la fame, il cibo diventano la sola ragione d'esistenza. Non c'è più posto per la spiritualità, per l'interiorità, per le manifestazioni dell'arte o della cultura.

Ciò che conta è sopravvivere, nulla di più.

Quando questa metamorfosi si compie integralmente, come ci racconta Primo Levi (dal capitolo "Violenza inutile", tratto da Sommersi e salvati), l'uomo perde definitivamente la propria condizione umana, diventa "un nessuno" irriconoscibile, incapace di ogni contatto, di ogni scambio con l'altro uomo. E precipita nell'abisso della morte. L'uomo perde la sua umanità. La sua dignità è schiacciata e sopraffatta da una sola regola: "soluzione finale". La sensazione che si ricava dalle pagine di Sommersi e salvati, è la condizione di umanità travolta da una diabolica macchina di guerra e di sterminio da cui non si può sfuggire ma solo subire inermi e impotenti. E chi riesce a salvarsi dall'incubo della distruzione di massa, si porta il peso e la colpa lacerante di essere sopravvissuto.

Proposte di brani tratti da "I sommersi e i salvati"

Capitolo V: Violenza inutile

Il capitolo preso in esame, è suddiviso in tragici e sofferti momenti a cui i prigionieri sono sottoposti e da cui non possono inevitabilmente avere scampo.

Sono passaggi obbligati previsti lucidamente e progettati diabolicamente dalla macchina dello sterminio per distruggere l'uomo inerme sia psicologicamente sia fisicamente.

La negazione dell'identità umana incomincia dalla spoliazione pubblica, dall'annientamento della propria individualità, dalla costrizione fisica, dagli abomini di ogni tipo, ai corpi rubati della loro anima, ai forni crematori che quei corpi disperdono nel silenzio del vuoto.

E' necessario che la lettura attenta e consapevole, proceda con l'individuazione, da parte dell'insegnante, degli avvenimenti "rituali" che illustrano il dissolvimento dell'uomo nel lager per ricavarne una precisa e puntuale analisi di lavoro e di riflessione.

Approfondimento

Dalla lettura di queste drammatiche pagine, ci si accorge facilmente che a prevalere è comunque il tono della narrazione, e quella necessità di raccontare l'estremo, l'incredibile, che anima tutti i sopravissuti.

Da una parte, l'opera di Levi cerca continuamente negli eventi e nei protagonisti il dato umano e quello inumano; dall'altra si sforza di rappresentare non soltanto la violenza spaventosa del campo di annientamento, ma anche la verità interiore, profonda, essenziale, che quelle vicende estreme portano alla luce. Una verità che riguarda da un lato il progetto dell'annientamento scientificamente realizzato, e dall'altro l'insieme dei valori che il dramma mette in luce nelle sue vittime: l'attaccamento alla vita, il bisogno del contatto con l'altro, la resistenza interiore alla fame, alla privazione, alla brutalità, alla tortura, alla distruzione della personalità che il campo perseguiva.

Come si può notare, il lager rappresenta il tentativo di realizzare una società modello, in cui l'uomo sia ridotto ad atomo ubbidiente, a macchina biologica, separata, isolata, privata delle sue caratteristiche di umanità, cioè di libertà e di relazione. Esso immagina e realizza una società di estranei, accomunati da una silenziosa obbedienza, e da un lavoro senza senso e senza scopo.

Il brano presentato mette in scena efficacemente l'esperienza della sofferenza e della morte che nel Lager significa appunto la vittoria delle forze che puntano a fare dell'uomo, con la sua storia e la sua identità, un oggetto, un numero, una unità in più o in meno.

La realtà del lager impone una mostruosa deformazione di tutti i valori rispetto alla vita e alla morte. Costringe l'individuo ad una familiarità innaturale con la violenza e con l'annientamento. La vita del singolo non vale più nulla, è appesa ad un filo stretto nelle mani degli aguzzini. E' interessante aprire una parentesi sulla percezione della fisicità nel campo.
Suggerimenti di lavoro

L'insegnante potrebbe proporre lavori da svolgere sui testi sopra presentati, suggerendo ai ragazzi di individuare particolari, situazioni, elementi descrittivi o narrativi, collegabili al tema della perdita di identità e di individualità


2. LA RELAZIONE UMANA


Sullo sfondo dell'opera di Levi c'è sempre l'esperienza del campo di concentramento, il dramma del deportato e quello del sopravissuto che non può smettere di chiedersi "perché proprio io?". In qualche modo il tormento della sua coscienza di fronte all'incredulità, al tentativo di negare quegli eventi o ridimensionarli, si lega alla tragica fine dello scrittore avvenuta, per suicidio, nel 1987.

Le testimonianze letterarie del campo mostrano anche il valore straordinario di un gesto di generosità, di atti di solidarietà senza interesse. L'esperienza del campo mostra, cioè, quell'aspetto essenziale della vita umana che è la relazione fra gli esseri viventi, attraverso la parola e il gesto. Se da un lato c'è la volontà di cancellare ogni relazione umana e rendere così l'uomo una macchina servile, ubbidiente e produttiva, dall'altra c'è l'incancellabile desiderio umano di conservare una traccia, un filo, un rapporto, un bottone, una storia, che rappresentano il proprio fondamento di umanità, il proprio essere vivi, non essere ancora morti, la propria resistenza alla barbarie.

Nessuno meglio di Primo Levi ha saputo raccontare il dramma del lager, in tutte le sue sfumature, attraverso le complicate articolazioni del progetto nazista, ma insieme alla luce di una realtà umana profonda e drammaticamente vera.

In questo senso egli, tra l'altro, sa mettere in scena anche la straordinaria realtà del gesto d'intesa, di solidarietà, con cui l'uno si avvicina all'altro per porgergli aiuto senza nulla pretendere in cambio. E' quanto racconta in queste pagine tratte da Se questo è un uomo, capitolo 12: I fatti dell'estate.

Approfondimento

Assai numerosi sono i personaggi che popolano le pagine di Se questo è un uomo. La maggiore parte di essi appare fugacemente in un unico episodio legato a un momento particolare della vita del campo. Solo alcuni ritornano protagonisti di altre vicende; pochi hanno rapporti intensi e duraturi con il protagonista.

Tutti però contribuiscono a delineare un'umanità ridotta ai limiti della sopravvivenza, perennemente sull'orlo del totale disfacimento e tuttavia ancor in possesso di una scintilla vitale, di un'essenza morale che possono consentire la risalita dall'inferno del campo di concentramento.

Il titolo del libro ci ricorda che al centro dell'interesse dell'autore è l'analisi dell'uomo, la comprensione di ciò che l'uomo può fare e subire.

La forma dubitativa esprime l'esitazione di Levi di fronte all'abisso del male presente nell'animo umano che nel Lager egli ha conosciuto e provato giorno per giorno.

Ma pur nell'inferno del Lager alcuni uomini sono rimasti in qualche modo fedeli a se stessi, alla propria dignità umana.

E infine, aiutati da una causalità cieca, sono emersi da quell'inferno.

Come si può notare, il modo di descrivere e di narrare di Levi cerca di essere sempre chiaro e diretto, si propone di dare concretezza e spessore alle situazioni e agli avvenimenti che racconta

Un aspetto che può essere sottolienato nel brano riguarda alcune scelte stilistiche adottate da Primo Levi. Una scelta subordinata all'impegno di testimoniare, ovvero di comunicare in modo chiaro ed esplicito un'esperienza vissuta.

Rientra in questa finalità il ricorso continuato al gergo del Lager, ovvero il particolare linguaggio usato dagli "haftlinge" per parlare di situazioni e avvenimenti tipici della loro condizione.

La scelta del lessico deve tener conto della realtà del lager, stravolta anche sul piano linguistico: alla domanda non c'è risposta; la molteplicità delle lingue domina, in una confusione babelica; il senso delle parole non è lo stesso che nel mondo libero.
Suggerimenti di lavoro

L'insegnante potrebbe utilmente proporre agli studenti di mettere in rilievo, attraverso schede guidate, gli aspetti stilistici caratteristici del brano, soprattutto evidenziando la loro rispondenza alle scelte comunicative o interpretative dell'autore.

Pensiamo ad esempio al ricorso alla figura retorica dell'ossimoro, attraverso il quale Levi mette in rilievo la logica contraddittoria e insensata che governa il sistema del Lager (significativo il doppio ossimoro che apre il brano proposto).

Potrebbe essere interessante lavorare in classe con i significati delle parole di lingue diverse che compaiono nel brano. Costruire magari un piccolo glossario; raccogliere le diverse sfumature di significato; stimolare la riflessione sul linguaggio e la sua convenzionalità descritta nella realtà specifica e 'chiusa' del Lager.


3. GIACERE SUL FONDO


L'esperienza della deportazione e del lager vissuta in prima persona e raccontata senza altri filtri che non quello della memoria e del dolore individuale, spiega da una prospettiva "bassa"- che è quella parziale e soggettiva del singolo individuo- come la Storia, in genere conosciuta attraverso una prospettiva alta – quella oggettiva degli storici e dei tecnici – sia una cosa vera e viva che ha il nome e la voce di chi l'ha vissuta e ha voluto che di essa rimanesse traccia nel proprio racconto.

Con questa sezione proponiamo soprattutto brani di carattere narrativo e testimoniale. Si propongono operazioni che non solo rispondono a un'esigenza di educazione linguistica, ma che consentono una messa in rilievo dell'efficacia comunicativa dei testi esaminati, potenziandone la forza semantica e, quindi, il valore etico della testimonianza che essi recano.

Il secondo capitolo di Se questo è un uomo si intitola Il fondo. Nel libro di Levi, il "fondo" è metafora del campo di annientamento, dove viene annullata la dignità umana: l'uomo è ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di ogni discernimento…

Il senso del "fondo" si lega nel secondo capitolo all'immagine dell'inferno, con la presenza di alcuni precisi richiami danteschi. Ad esempio la prima giornata nel Lager è definita " antinferno", richiamando un luogo noto della geografia infernale dantesca. La netta divaricazione tra mondo normale (abbandonato con la deportazione) e mondo infernale del Lager, è poi sottolineata da Levi con una non ovvia citazione dal canto XXI dell'Inferno – il canto cioè della farsa dei barattieri e dei diavoli guardiani: quasi a sottolineare come la più grave tragedia possa esprimersi quasi in un grottesco disumanizzante:

Qui non ha luogo il Santo Volto,
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
(Inferno, XXI, 48 )


Con questa parole si rivolgono i diavoli di Malebolge all'anima dannata di un lucchese, appena giunta all'inferno, a sottolineare con ironica perfidia la differenza tra la vita terrena e la vita nell'inferno.

Il Lager è definito casa dei morti ed è quindi anche per questo un inferno. Morti sono i prigionieri, in primo luogo perché destinati nella stragrande maggioranza a morte sicura, in secondo luogo perché in loro è uccisa l'umanità.

Anche l'umiliante nudità della spogliazione, all'arrivo al campo, assimila i prigionieri ai dannati, così come la loro paura di fronte alle crudeli parole dei loro aguzzini.

Approfondimento

I brano tratta della progressiva e sistematica "demolizione dell'uomo" operata nei lager nazisti.

La prima parte del testo è narrativo-descrittiva: con un linguaggio scarno e rigoroso, si descrivono le prime fasi di quella "demolizione di un uomo" sistematicamente attuata nel lager: negazione dei bisogni primari (non si può bere, non ci si può riposare, non ci si può riparare dal freddo, non si può comunicare con i tedeschi ma solo ascoltare), privazione degli indumenti, delle scarpe e degli oggetti personali, doccia rasatura.

Ogni operazione ha lo scopo di umiliare i prigionieri annientando l'identità (dopo la rasatura non si ha nemmeno più la stessa faccia) e la dignità morale.

Il culmine di questo processo di sottrazione è il rifiuto di una spiegazione: il Lager è l'inferno ma ai dannati-ebrei non è dato di conoscere la condanna che li attende né il perché di tale condanna.

In uno spazio vuoto, dove l'unica azione che abbia senso è l'attesa, le sequenze sono scandite dall'aprirsi e chiudersi delle porte, dalle quali, come dalle quinte di un palcoscenico, entrano diversi personaggi a recitare parti incomprensibili.

Il frequente ricorso al polisindeto e all'uso di tempi verbali diversi in uno stesso periodo (Tutti guardiamo l'interprete, e l'interprete interrogò il tedesco, e il tedesco fumava e lo guardò da parte a parte come se fosse stato trasparente, come se nessuno avesse parlato), esprimono l'ansia dei prigionieri e l'accavallarsi degli avvenimenti a cui nemmeno il recupero della memoria riesce a dare vero ordine e senso.

Nella seconda parte del capitolo la demolizione dell'uomo è stata compiuta, tutto il brano ora si definisce come il racconto di un vertiginoso precipitare verso il basso: ora giacciono tutti sul fondo.

Non ci sono più uomini, ma corpi vuoti.

L'annientamento vero, quello morale, è già avvenuto.
Proposte di lavoro

- L'individuazione di similitudini e metafore potrebbe essere il punto di partenza per un tentativo di individuare (in un lavoro organizzato nella forma del brain storming e della discussione in classe) alcune tendenze riconoscibili del sistema metaforico adottato dallo scrittore (ad es. similitudine umano/oggetto minerale ecc.)

- Un altro settore interessante di lavoro potrebbe riguardare l'analisi sintattica: prevalenza della paratassi sull'ipotassi e il suo significato sul piano dell'efficacia testimoniale

- Il rapporto tra verbi d'azione e verbi che esprimono sensazioni e sentimenti

- Rappresnetazione della spazialità: nelle dinamiche aperto/chiuso: nella presenza di indicazioni geometrizzanti ecc.

- Si potrebbe individuare, nelle sue diverse articolazioni e forme, il linguaggio della proibizione (l'insieme dei gesti, dei luoghi, dei movimenti negati).

Le testimonianze di reduci dai campi di sterminio

E' doveroso ricordare la Shoah anche attraverso una raccolta di testimonianze di reduci dai campi di sterminio che hanno trovato la forza di scrivere, denunciare quanto è accaduto nei Lager, l'inferno subito e vissuto per lanciare alla nuova generazione un monito: non dimenticare mai.

Lo spazio dedicato alle testimonianze dei reduci, nasce dal timore che l'esperienza viva e diretta dei genocidi nazisti si perda, una volta che siano morti gli ultimi sopravissuti, e che la perdita della memoria renda possibile che quanto è accaduto accada di nuovo, in questa stessa Europa o altrove nel mondo, nel nostro tempo o in tempi futuri.

Di alcuni sopravissuti sono state raccolte quindi testimonianze personali, raccontate con grande semplicità, e proprio per questo forse più facili a credersi, e forse più sconvolgenti, di altri documenti, o libri di memorie, frutto di un lavoro di riflessione più approfondito.

Proponiamo un brano di natura prettamente testimoniale, che descrive l'arrivo al campo di concentramento (da Meditate che questo è stato: testimonianze di reduci dai campi di sterminio, prefazione di Arrigo Levi, a cura di Marco Abbina, Giuntina, Firenze, 1996.

Proposte di lavoro

Abbiamo limitato la scelta a un solo brano (ma una lettura più ampia di testimonianze potrebbe costituire una buon percorso di lavoro). La testimonianza di Virginia Gattengo Cipolato può essere utilmente posto a confronto con il testo di Primo Levi che descrive la stessa situazione.

La classe lavorerà individuando realtà descritte o situazioni narrate che risultino comuni tra il testo letterario e le pagine di testimonianza.

Un confronto tra gli stili della scrittura può consentire di mettere in rilievo come la tecnica del racconto adottata da Primo Levi riproduce le forme della testimonianza diretta, presentandosi come riproduzione scarna e fedele della realtà e della sua immediatezza oggettiva.


4. LA SHOAH NEL FUMETTO: MAUS


La difficoltà tragica del ricordare – di cui Primo Levi parla soprattutto nei Sommersi e i salvati – può essere in qualche modo richiamata attraverso la lettura di un fumetto particolarissimo, come Maus, di Art Spiegelmann.

Un aspetto molto interessante delle scelte narrative di Spiegelmann, (e che attiene direttamente al problema della memoria, della difficoltà di ricordare, e della deformazione del ricordo) consiste nel fatto che Maus non racconta direttamente le vicende dell'olocausto, vissute da un gruppo di ebrei polacchi, ma lo racconta attraverso una narrazione di secondo grado.

C'è infatti un racconto al tempo presente, che ha per protagonisti l'alter ego dell'autore stesso (un disegnatore di nome Art) e il padre, Vladek, che racconta al figlio, perché ne tragga una storia a fumetti, le vicende proprie e della sua famiglia durante gli anni della seconda guerra mondiale.

Le scene ambientate nel presente (narrate da Art) si alternano perciò con quelle ambientate nel passato (di cui è narratore Vladek). D'altra parte il presente non è una semplice cornice narrativa, ma mette in scena rapporti familiari dinamici e non privi di tensione. Vladek accetta di traccontare al figlio le sue dolorose vicende, ma lo fa non senza difficoltà, e reticenze. Così il quotidiano, nella sua banalità (gli acciacchi di Vladek; le sue lamentele sul costo della vita; i suoi litigi con la seconda moglie) sono anche espressione della sua difficoltà ad abbandonarsi all'onda dei ricordi.

Oltre all'aspetto etico e contenutistico che rende suggestiva una lettura in classe di Maus, il racconto di Spiegelman si presta anche a un'interessante analisi delle modalità e tecniche narrative.

In particolare, la scelta di raccontare adottando piani temporali diversi; narratori diversi e un intreccio con continue sovrapposizioni tra presente e passato, fa del fumetto un interessante strumento per guidare gli allievi a comprendere alcune elementari tecniche narrative.

Non solo. Ma la possibilità di riscontrare in un medium come il fumetto la presenza di meccanismi strutturali e narratologici simili a quelli applicati dall'insegnante nell'analisi di testi narrativi letterari, può favorire negli studenti la tendenza a una lettura più smaliziata e competente, anche applicata a testi non sentiti come strettamente 'scolastici'.

La trasmissione della memoria di padre in figlio è quindi esercizio difficile e doloroso, ma nel contempo necessario: caparbiamente inseguito da Art che vuole, ripercorrendo il dolore antico della sua famiglia, rendersi conto delle ragioni che, anni prima, avevano portato la madre (anch'essa sopravissuta all'olocausto) al suicidio.

Il nome del fumetto Maus ('topo', in tedesco) deriva dal fatto che tutti gli ebrei sono rappresentati con testa di topo, su di un corpo umano (dal quale però talvolta spunta una coda). I tedeschi persecutori sono invece rappresentati come gatti (i polacchi hanno invece il volto di maiali).

Rappresentare gli ebrei come topi intende naturalmente sottolineare la realtà deformata e disumanizzante della loro condizione: gli ebrei perseguitati appaiono cioè come massa indistinta che esclude ogni individualità. Se la scelta di Speiegelmann si fermasse qui, sarebbe in realtà soluzione di modesta originalità. In realtà il discorso del disegnatore americano si complica in due sensi:

a. Da una parte fa confliggere l'idea della negazione dell'individuo, con il fatto che le storie raccontate da Vladek non si limitano all'esperienza del lager, ma sono realmente ampi stralci di biografie. Ad esempio il racconto di Vladek comincia addirittura con il racconto delle sue prime attività di lavoro, in Polonia, i suoi primi amori e il fidanzamento con Anja (madre di Art), ancora all'inizio degli anni Trenta. In tutta la prima parte di Maus, anzi, è proprio il racconto di una normale vita in tempo di pace che prevale, mentre sono solo bagliori inquietanti i primi segni della persecuzione hitleriana, nella vicina Germania

b. L'altro elemento interessante, è il fatto che la realtà del topo non è una trasformazione che colpisce il singolo nel mondo del lager, ma è la realtà dei personaggi, anche nel racconto in tempo presente, o nella narrazione dei fatti che precedono persecuzione e deportazione. Ne deriva che l'animale per eccellenza simbolo della massa indistinta e della negazione dell'individualità, il topo appunto, è personaggio individuale con il quale il lettore è chiamato a identificarsi: ognuno dei topi di Maus ha una storia, una personalità, un carattere.

Ricordare significa restituire la vita alle anonime vittime. Ma d'altra parte – come ci dice anche Levi nei Sommersi e i salvati – ricordare è un travaglio tale che spesso la vittima vuole solo essre dimenticata, quasi sentendosi colpevole della sua stessa sopravvivenza.

La relazione tra ricordo e sopravvivenza, tra ricordo e sfida della vita contro il silenzio della morte appare bene esemplificata da Spiegelmeann nella tavola che conclude la prima parte di Maus (significativamente intitolata Mio padre sanguina storia. E' solo con la seconda parte, intitolata E qui sono cominciati i miei guai, che il racconto riguarda direttamente l'esperienza del lager). In un momento di massima tensione tra il figlio che vuole continuare il racconto e il padre che ricorda con fatica, si insinua l'irrisolto problema del rapporto con la moglie/madre, e la ferita ancora aperta del suo suicidio. Vladek ha distrutto dopo la morte della moglie i suoi diari. Il gesto (a suo modo una forma estrema di amore) determina la reazione rabbiosa del figlio, che vede in esso un'uccisione simbolica della madre.

Nella lettura di Maus è possibile individuare tangibili punti di contatto con Se questo è un uomo di Primo levi.

Il tema portante attorno al quale si snodano le tristi vicende di Vladek recuperate nella complicata relazione tra il padre e il figlio, è senza dubbio la ricerca spasmodica della memoria e del ricordo individuale dell'orrore e delle atrocità che caratterizzarono la Shoah.

Nel triste e commovente racconto di Vladek, voce narrante del libro e memoria storica di tutte le atrocità vissute negli anni Quaranta, scorrono le immagini tragiche e reali del campo di Auswhiz sullo sfondo nero e bianco come metafora della vita e della morte e si ha l'impressione di percepire realmente le sensazioni di paura e di sgomento, di sospensione e del "fondo" in cui le vittime, private di ogni brandello di umanità, giacciono inermi.

Anche in Maus, l'arrivo al campo procede con lo stesso "rituale" descritto da Primo Levi: la spoliazione e la nudità pubblica la violenza fisica e psicologica previste dal diabolico piano di annientamento nel lager.

Il tentativo disperato di aggrapparsi alla vita o di posticipare l'ora della fine, nei piccoli gesti quotidiani di sopravvivenza (il baratto di oggetti in cambio di un pezzo di pane o di un cucchiaio, segno di un briciolo ancora di civiltà), o nella relazione "umana" con i compagni.

Nel fumetto come nella realtà, la vita viene ridotta ai minimi termini: sopravvivenza, paura, cibo, aria, vita, morte: una vera trappola per topi. Di umano rimane solo l'ottimismo di chi spera, pagina dopo pagina.

Racconto psicologico

Le immagini sapientemente intrecciate con il presente che indaga e il passato che affiora nella mente e nei pensieri di Vladek, scorrono secondo un ritmo lento e cadenzato, rendendo il racconto-documento ancora più sofferto e tragico .

E' interessante notare che il recupero della memoria si lega con il recupero della relazione risalendo alle origini e costringendo inevitabilmente Vladek e Art a fare i conti con il passato per vivere il presente.

Spiegelman mostra un figlio che cerca di entrare nel cuore del padre, attraverso il passato.

In tal senso, il racconto di Spiegelman si caratterizza anche per lo spessore psicologico dei personaggi che si manifesta inevitabilmente nell' indagine del passato.

Si pensi al senso di colpa del padre per essere sopravissuto all'olocausto che si traduce nell'eccessiva presunzione di aver sempre ragione nella relazione dialogica con il figlio; si prenda in considerazione, per un'analisi introspettiva del padre, l'essere così avidamente attaccato al denaro e alle sua nevrotica "mania" di conservare e di non buttare via nulla.

Anche i dialoghi ora drammatici ora ironici riflettono la complessità psicologica e la fragilità dei comportamenti umani anche in tempo di pace. E' un padre che non capisce che quel raccontare è il loro stesso rapporto, è il passaggio della memoria dalle sue mani a quelle del figlio, è la commozione, le lacrime, la disperazione, e ancora la vita e la morte che passano attraverso le parole.

Forse è anche questa la condanna provocata dalle ferite non rimarginabili che la violenza lascia nelle sue vittime.

O forse l'incapacità di vivere le emozioni è una delle possibili cause della nascita della violenza.

"Mio padre sanguina storia" è il bellissimo sottotitolo di questo libro di Maus.

Perché le sofferenze dei padri ricadono sui figli.

Storia d'amore

E' interessante notare che il romanzo per immagini di Spiegelman, è anche una commovente storia di amore che si perde nel vortice della violenza disumana del lager e che si ritrova nell'abbraccio commosso e tenero dei due amanti sopravissuti, come riprova del trionfo del bene sul male e della ritrovata umanità : la seconda luna di miele.

Una chiave di lettura e di interpretazione del romanzo, è da ricercare proprio nella relazione d'amore dei genitori di Art, nel recuperare il triste e dolce ricordo della fragile Anja che in un certo senso redime Vladek e che salva il rapporto tra padre e figlio. Ed è la storia di un amore che resiste al dolore, alla violenza disumana, al tempo che scorre inesorabile, alla morte che forse è diventata l'unica consolazione, ai morsi della fame, agli sguardi senza luce e smarriti nel vuoto, perché si ha la sensazione di essere sospesi nel vuoto assoluto.

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