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Indice

Didattica:

Quale Leopardi per la scuola delle competenze

Premessa / Il Leopardi della scuola / Il Leopardi lirico e la competenze letteraria / Competenze e sociocostruttivismo / La competenza letteraria / Lirica leopardiana e competenza / Il soggettivismo e la “modernità” della lirica leopardiana / Per concludere

1. Premessa

Da almeno trent’anni, anche nelle antologie scolastiche la monumentalità classica del poeta Leopardi è associata alla sua critica della civiltà. Sulle tracce della svolta interpretativa di metà del Novecento[1], il poeta lirico dell’infinito, inventore della canzone libera, è diventato l’interprete precoce di quella cesura culturale sulla quale, nella seconda metà del XIX secolo, con Baudelaire e Nietzsche, si dispiegherà la modernità autocosciente. I profili dell’autore, offerti dai libri di testo e ripercorsi in classe, disegnano gli spazi e i tempi della biografia, intrecciandoli, da un lato, con la cronologia storico-culturale dell’Italia in formazione, dall’altro, con la forma aperta e frammentaria della speculazione filosofica leopardiana. Antonio Prete ha ricomposto nella felice espressione «pensiero poetante»[2] - non priva di una qualche sfumatura heideggeriana - la nota distinzione idealistica tra poesia e filosofia: «l’esperienza poetica è sempre per Leopardi un’esperienza di teoresi: come d’altra parte, l’esperienza filosofica ha a che fare, sempre, con la poesia, è scossa dal vento della poesia, dal suo interrogare ultimo»[3].
Compendiare la grandezza del poeta e l’originalità del filosofo è dunque inevitabile, ma non semplifica affatto il compito dell’insegnante. Nel dialogo inter-generazionale che a scuola avviene si verifica quotidianamente che il passato, tutto il passato, è una distesa di rovine; che la letteratura e i suoi monumenti non risplendono mai di luce propria, ma semmai la ricevono passando attraverso la porta stretta della “motivazione” pedagogica; che oggi tutte le discipline, comprese quelle umanistiche, sono chiamate a rispondere della loro fungibilità in rapporto a quelle competenze certificate dalla valutazione interna e validate dai tanto discussi test esterni. Nella mia riflessione tengo sullo sfondo questo ordine di problemi e cerco di interrogarmi su come, e quanto possiamo fare spazio nella nostra scuola ad un autore cosi canonico, nella convinzione che la lettura dei classici debba costituire per i giovani - tutti i giovani - una risorsa irrinunciabile.

2. Il Leopardi della scuola

Le antologie, a gradi diversi di approfondimento, suggeriscono percorsi collaudati, che attraversano l’intero corpus delle opere: lo Zibaldone è lo “scartafaccio” contenente la summa filosofica da cui attingere il significato di alcune delle parole ricorrenti nel lessico del poeta (piacere, natura, illusione, felicità, antichi, immaginazione, moderni, civiltà, noia, indefinito e rimembranza); il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica consente di ancorare la poetica leopardiana alla critica della modernità; le Operette, rappresentate per lo più dai Dialoghi della Natura, di Plotino e Porfirio, di Tristano (a cui se ne possono aggiungere altri), sono entrate a pieno titolo nel canone scolastico e, nella loro forma onirica, si offrono come paradigma di una prosa filosofica, caustica e moraleggiante; le Lettere illuminano aspetti significativi della vita privata, e i Pensieri confermano l’irrisolta tensione speculativa dell’autore. Ma Leopardi rimane essenzialmente il grande poeta dei Canti: la scelta riflette, nella successione in cui vengono disposti, la struttura decisa da Leopardi stesso a partire dall’edizione fiorentina del 1831: L’ultimo canto di Saffo o un’altra delle canzoni giovanili, L’infinito e La Sera del dì di festa, Il passero solitario, A Silvia, Le Ricordanze, Il canto notturno, La Quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio, Amore e Morte, A se stesso, magari qualche verso della Palinodia, La Ginestra.
L’ampio ventaglio di testi individuati richiede ovviamente una selezione didattica, compatibilmente con i tempi sempre più scorciati della scuola e con la differenza dei curricoli dell’istruzione. Le pratiche didattiche di questi ultimi decenni, per operare la scelta dei testi da leggere in classe, si sono confrontate con i problemi interpretativi che gli studi critici hanno sollevato. Tutti sappiamo che per “fare Leopardi” - come si dice in gergo - non basta proporre la lirica dell’Infinito, di A Silvia, del Passero o del Sabato e della Ginestra; segnalare la potenza delle immagini e la suggestione dei suoni; né è sufficiente rintracciare in quei versi l’eco delle prose. Proprio quella «filosofia dolorosa», che nega con l’incalzare del dubbio le metafisiche sette-ottocentesche di Leibniz e Kant[4], demistificando ogni presunzione illusoria dell’antropocentrismo umanistico, è ben difficile da comprendere senza scavare in profondità sotto il mantello linguistico degli idilli e delle canzoni del primo periodo, dei canti pisano-recanatesi e di quelli napoletani. Se il significato letterale della poesia leopardiana è facilitato da un lessico quasi mai oscuro, le suggestioni delle parole vaghe, intercalate dalla perentoria sentenziosità dei versi a contenuto gnomico, implicano la fitta trama di citazioni e di prestiti che, dal sottotesto, rinvia all’intera tradizione poetica (da Omero a Virgilio, da Pindaro a Orazio, da Petrarca, Ariosto e Tasso ai classicisti del Settecento) e che presuppone un’alfabetizzazione filosofica per nulla scontata. In estrema sintesi, Leopardi è un autore moderno che, al pari di Dante e Petrarca, autori che moderni non sono, sembra incompatibile con i tempi e gli spazi di una scuola in grande affanno per legittimarsi di fronte ai tribunali della Qualità e dell’Efficienza, assunti da questa nostra ‘impoetica’ epoca quali garanti del rinnovamento richiesto alla formazione.
Nello specifico della didattica leopardiana, alcune questioni sono dirimenti.
1. Sul versante filosofico, in assenza dei prerequisiti storico-teorici necessari per una corretta ricezione, il rischio è ancora di incatenare Leopardi a una formula poco significante: quella del pessimismo, bipartito in storico e cosmico dagli anni del silenzio poetico tra il ’23 e il ‘27. Sulla via di una lineare progressione del pensiero leopardiano verso la negatività assoluta dell’esistenza, che procede con lo scorrere della vita individuale, è breve il passo per riconsegnare il “pensiero-poetante” a un biografismo rassicurante per gli adolescenti. Se la modernità della voce leopardiana è sempre aspra, in quanto coglie l’infelicità, nega il teleologismo storico, protesta contro le cieche leggi della Natura e sfida ogni storicismo, nella fruizione scolastica essa rischia comunque di essere esorcizzata nella sua portata lacerante dalla riconduzione entro i confini di una contingenza autobiografica tanto privata quanto sfortunata. Impedire questi cortocircuiti è un obiettivo irrinunciabile. Di qui l’insistenza, in sede didattica, sulle coppie oppositive di parole-chiave come natura-civiltà, individuo-società, innatismo-assuefazione, vitalità-noia, immaginazione-ragione, il cui significato specifico sta dentro la tensione fra il polo positivo - che rinvia all’antico - e quello negativo - che pertiene al moderno -, in una contrapposizione di fatto inconciliabile.

2. Il confronto fra gli antichi e i moderni, che fra Sette-Ottocento interseca la polemica fra classicisti e romantici con il ruolo della poesia e con la forma della sua lingua, nel caso di Leopardi non può restare separata dalla distinzione fra la poesia immaginativa e la poesia sentimentale, fra i «termini» e le parole». Anche in questo caso la questione linguistica si sposta dal piano ideologico-politico e storico a quello filosofico-estetico e antropologico e comprende la ricerca dello spazio sociale e linguistico che compete al poeta e alla poesia. Per Leopardi, si sa, il plurilinguismo è un dato culturale sociolinguistico ricavabile dallo studio delle diverse lingue e dall’analisi dei fenomeni che le accomunano: la diversità linguistica è naturale, costituitiva della comunicazione umana[5], riguarda la storia dei popoli e, nell’ambito di una stessa lingua, la pluridiscorsività. L’identificazione romantico-risorgimentale di unità linguistica e unità nazionale, secondo una linea di pensiero che dagli autori del romanticismo tedesco arriva a Berchet, Settembrini e Manzoni, nelle pagine dello Zibaldone risulta infondata in quanto in ogni lingua «la conformità del linguaggio si perde, e per quanto quella nazione sia veramente ed originariamente la stessissima, la sua lingua non è una»[6].

3. La lettura della poesia leopardiana presuppone conoscenze storico-culturali specifiche che l’insegnante d’italiano non può mai dare per scontate, nemmeno nei curricoli che contemplano lo studio della filosofia (una cosa è certa: nessun insegnante di filosofia tratterà Leopardi nel suo percorso didattico, il quale peraltro procede su binari propri, indipendenti dal percorso letterario, con uno scarto temporale limitante per l’auspicata interdisciplinarità). Ma nel caso di Leopardi l’esegesi testuale privilegia la poesia rispetto alla prosa, principalmente per ragioni di consuetudine più che per un giudizio riduttivo sulle Operette e sullo Zibaldone. Delle prime, capolavoro della nostra letteratura, che a stento si è imposto anche tra gli addetti ai lavori e presso il grande pubblico, a scuola si continua a fare un uso ausiliario ed esemplificativo: il Dialogo della natura e di un islandese diventa il paradigma della negazione filosofica dell’antropocentrismo; con il Dialogo di Plotino e Porfirio si ricava un’autoconfutazione delle concezioni stoiche e romantiche del suicidio virtuoso; nel Dialogo di Tristano e di un amico si trova affermata nella forma della palinodia la funzione sociale del pensiero critico nella società massificata e si vede anticipato l’eroismo antifrastico della Ginestra.

4. Difficilmente si insiste sul valore paradigmatico delle Operette come forma di narrazione alternativa a quella del romanzo, presupposta da numerosi scrittori del Novecento[7]: da Pirandello e Svevo a Calvino, Volponi, Sciascia e Pasolini (per citare solo esempi presenti anche nella scuola). Né si assume come dato significativo della nostra storia culturale il dissenso che le accompagnò fin dalla loro pubblicazione, nel 1827, del quale dissenso la messa all’indice da parte del Tribunale del Sant’Ufficio nel 1850 fu atto potentemente simbolico. Soffermarcisi comporterebbe guardare la nostra storia letteraria con occhio strabico rispetto alla linea identitaria-nazionale, di derivazione desanctisiana, che individua nel romanzo storico manzoniano il genere moderno dell’Italia restaurata e poi unificata, in linea con quanto già era avvenuto nell’Europa borghese. Dunque si sorvola sullo scandalo di Leopardi prosatore che propone un modello narrativo eccentrico per le scelte di forma, genere, lingua e orientamento filosofico. La tonalità ironica di una scrittura comica, che non insegue il realismo della fabula e la verosomiglianza del suo svolgimento, raramente è assunta come oggetto di approfondimento testuale e interpretativo. E l’umanesimo critico-negativo che affiora attraverso la sconcertante “inattualità” di personaggi, luoghi, discorsi resta in ombra, insieme allo spaesamento del lettore.

5. Lo Zibaldone non viene studiato come modello letterario di quella filosofia frammentaria tipicamente novecentesca, di un pensiero che non “chiude” mai, ma procede con un andamento carsico; un pensiero che, sulle tracce di Isocrate, Montaigne, Pascal e Diderot consegna alla filosofia moderna il compito di distruggere il falso piuttosto che di edificare qualcosa di nuovo. Vincenzo Mengaldo, riflettendo sulla forma discorsiva oltre che sulla portata filosofica dello Zibaldone, vi vede anticipata la svolta del pensiero filosofico post-metafisico dell’Otto-Novecento verso il «concreto sociale e psicologico, dei saggisti e dei moralisti: da Marx e Engels a Nietzsche e Freud, dal primo Lukacs e da Wittgenstein a Benjamin e Adorno.»[8] Ma, in sede didattica, il valore di quest’opera è dichiarato, non mostrato attraverso una pratica del testo orientata a questo scopo.



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Note:


[1] L’impostazione manualistica dell’opera dell’autore riflette la svolta interpretativa segnata dagli studi di C.Luporini, Leopardi progressivo, in Filosofi vecchi e nuovi, Firenze 1947; W.Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze, Sansoni, 1947; La protesta di Leopardi, Firenze: Sansoni, 1973; e S. Timpanaro, La filologia di Giacomo Leopardi, Firenze, Le Monnier, 1955; Bari-Roma, Laterza, 2008.

[2] Cfr. A. Prete, Il pensiero poetante, Feltrinelli, Milano 1980.

[3] Cfr. A. Prete, Finitudine e Infinito. Su Leopardi, Feltrinelli, Milano 1998, p.9

[4] Cfr. Zibaldone, 1857, 5-6 ottobre 1821

[5] Cfr. Zibaldone, 936, 12-13 aprile 1821: «La confusione de’ linguagggi, che dice la Scrittura essere stato un gastigo dato da Dio agli uomini, è dunque effettivamente radicata nella natura […] e fatta proprietà essenziale delle nazioni ecc.».

[6] Cfr. Zibaldone, 933 , 12-13 aprile 1821

[7] Cfr. N. Bellucci ( a cura di) «Quel libro senza uguali». Le Operette Morali e il Novecento italiano. Bulzoni editore, Roma 2000.

[8] Cfr. P. V. Mengaldo, Antologia leopardiana: la prosa, Carocci, Roma 2011, p.14

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