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"Lunga notte di Medea" di C. Alvaro

Scrittore, abile diarista, finissimo traduttore ed intellettuale di largo respiro, Alvaro si distingue nel panorama della letteratura italiana anche come autore di teatro con testi significativi quali, uno per tutti, "Lunga notte di Medea", tragedia in due tempi, rappresentata per la prima volta nel '49.
La novità di questa rielaborazione moderna sta nel concentrare l'attenzione sulla figura di Medea, straniera ed esule, esclusa e respinta dalla comunità che la ospita e pertanto nell'allestire un percorso che tende ad alleggerire il peso della sua colpa chiamando in causa ragioni esterne, inevitabili e determinanti.
Rimuovere la colpa da Medea per riversarla sui Corinzi, simbolo del pregiudizio e dell'intolleranza portati al limite estremo: questo è il preciso intento di C. Alvaro che presenta Medea come "un'antenata di tante donne che hanno subito una persecuzione razziale, e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione".
Se la Medea del poeta di Salamina, come un marmo greco dopo 2500 anni, è sempre la madre di tutte le vendette e quella di Grillparzer è una Medea psicologicamente vulnerabile, "predisposta" al fallimento e all'infelicità, coerente nella sua patetica evoluzione verso la sconfitta, la colpa e la pena, per C. Alvaro è il sogno di sé stessa, il canto della diversità irriducibile, l'emblema del contrasto identità – alterità.
Medea infatti è il "sogno" di Medea: il sogno spietato, fatto ad occhi aperti, scomposto e fatto a brandelli.  E' una Medea che inchioda i suoi pensieri ad uno ad uno sulla pelle, una Medea che celebra la cerimonia della messa a nudo di tutto ciò che nasconde, nelle zone più inviolabili perché "accecante" ma è soprattutto una Medea che, proprio perciò, paga con la sconfitta della passione ad opera della ragione, sul piano personale, e con la disfatta totale su quello "politico" la rivendicazione del diritto all'identità.
Lo spettacolo ricostruisce le tappe di questo " viaggio" allucinato, estremo, "al termine della notte", tutto "dentro", senza alternative, fino all'inferno ed oltre, un viaggio pensato, sognato e fissato per sempre nello specchio della memoria che non accetta di rinnegarsi e della vita che, per non soccombere, cancella il futuro che la esclude con un estremo e disperato sussulto.
Si intrecciano parole e gesti, movimenti e pause, corpi e ombre, suoni e suggestioni, tutto pertanto acquista rilievo rendendo "unico" il personaggio di Medea.
Già ma cosa lo rende così particolare e che cosa ne fa uno dei personaggi più noti della tragedia greca, uno di quelli che più ci coinvolgono?
Certo si impone anzitutto la vicenda stessa: il fatto che una donna uccida i propri figli per punire il padre che l'ha tradita ma non si tratta solo di questo. Il problema per Alvaro è più ampio perché coinvolge la strutturazione stessa del personaggio attraverso uno scavo psicologico e un'analisi antropologica.
Medea abbandonata, Medea immersa nella sua solitudine e soprattutto Medea "esiliata", "straniera", figura dell'alterità. Il viaggio di Medea è in fin dei conti il viaggio di ognuno di noi e di tutti, alla ricerca di sé e alla definizione sofferta e tragica della propria identità.
Nella ricerca si intrecciano indissolubilmente presente e passato, la progettazione del futuro, ragione e sentimento, in quell'insieme "magmatico" che è la vita, in quel nesso "eterno" che è l'identità-alterità.
E dove si può riscontrarlo se non nella splendida cornice della Scena X – I° Atto?
TESTO 1
Creonte: (entra fermandosi a distanza da Medea)  Straniera! Sei tu Medea?
Medea: (avanzando verso di lui ansiosa, come tra eguali) Divino portascettro! Nella casa di Giasone tu sia il benvenuto. (Poi rivolgendosi alle sue donne) Su su preparate per accogliere l'ospite sovrano. Presentategli quanto può offrire questa casa. Che almeno vi posi l'occhio benigno, se non vorrà gustarne.
Creonte: (diffidente, con un gesto trattiene le donne che già si muovono) No, no. E tu, straniera, non ti accostare. Non sei tu Medea? Io non mi trovo qui per assaporare i tuoi veleni. Schiavi! Se questa donna si accosta, trattenetela!
Medea: Re! Non ti sapevo così ardito da affrontare i briganti tu stesso nel loro antro. Tu offendi una casa consacrata da una famiglia. Devo insegnarti io, barbara, il rispetto che si deve a una famiglia? E che si è posta sotto la tua tutela? Sacra ospite della tua città?
L'incontro tra Creonte, re di Corinto, e Medea si traduce in realtà in un vero e proprio "scontro" verbale. Il tono infatti è acceso e, come si può notare, il nome di Medea è associato a "straniera", "barbara", "straniera" perchè si vuole sottolineare ed enfatizzare aspramente il totale distacco tra il sé-autoctono e civilizzato e l'altro barbaro-straniero, distacco ripreso poi nella Scena III  –  Atto II°.
Qui Alvaro recupera una scena del dramma euripideo - l'incontro tra Medea ed Egeo – distanziandosi però da esso in quanto il re di Atene nega accoglienza e protezione a Medea, preciso segnale di quel rovesciamento di prospettiva che le chiude  ogni via di scampo. Nel suo viaggio "allucinante", nel suo percorso tra desideri di vendetta, di amore, di sogno, realtà e follia, Medea incontra anche l'ostilità della folla di Corinto.
TESTO 2
Voci della folla:
Al bando la megera!

Non vogliamo fattucchiere a Corinto!

Basta con la straniera!

Via la straniera!

Fuori la barbara!         
Il contrasto è netto ed evidente anche nella scena in cui i figli di Medea portano alla nuova sposa del padre i doni preziosi inviati da Medea: la corona e il velo splendenti d'oro. L'intenzione appare benigna, genuina l'ansia di preservare i ragazzi da una vita di esilio e di pena, ma la prevenzione di Creonte nei confronti della "strega" si trasforma in un vero e proprio rifiuto dell'altro diverso dal sè.
TESTO 3
Scena X – Atto II°
Nosside: La corona splendidissima brillò tra lo stupore di tutti, lanciando lampi terribilmente convincenti. La sposa stessa, alla vista di quel tesoro, non resistette, e guardò favorevolmente ai tuoi figli invitandoli a levarsi.

Già stavano mettendo le loro manine sul prezioso tesoro, quando la voce del Re si levò ammonendo i presenti. "Non vi avvicinate! -Gridò il Re.- Abbiate paura dei doni della fattucchiera! Non vi avvicinate! I doni di Medea sono mortali". La sposa impallidì, indietreggiò, tremando fibra a fibra. Si abbandonò sul braccio del suo sposo. Ma ecco venire il Re in persona, il quale rivolgendosi a me urlava: " Vai fuori, riconduci questi infelici incaricati di un delitto alla loro madre!"
Per Medea tutto è violentemente e tragicamente connotato, qualsiasi via d'uscita sembra così essere preclusa, infatti non si delineano o si affacciano all'orizzonte soluzioni d'ogni sorta. Non le resta che l'unica "via d'uscita", l'ultimo e disperato gesto: l'infanticidio visto non solo come frutto della gelosia atrocemente vendicatrice ma soprattutto come conseguenza dell'odio razziale, della diversità irriducibile e dell'intolleranza umana.
E tuttavia l'atto rimane, epilogo irreversibile e nodo irrisolto nella tragica storia di Medea. Questa nuova versione del dramma infatti presenta e ripropone l'inquietante quesito: se nello svolgersi e nell'evolversi delle vicende umane, gli innocenti sono destinati a soccombere, dove e qual è il ruolo della Giustizia? Dove la Sapienza? Dove la Civiltà?

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