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Medea storia di una terribile difficoltà di intendersi fra civiltà diverse

Riportiamo, condividendo con Baudelaire l’idea che uno scrittore è “il migliore di tutti i critici”, un estratto di Microcosmi, romanzo con il quale Magris, traduttore di Grillparzer, ottenne nel 1997 il Premio Strega.

Devota ai torvi ma per lei familiari dèi della terra e della notte, vicina alle arcaiche e oscure radici del mito – all’indistinta totalità della vita – Medea è straniera nel mondo dell’uomo amato, Giasone, e in quella Grecia luminosa che nei secoli splende come la patria universale di ognuno. Perciò è condannata allo strazio più grande, ad essere la più straniera degli stranieri, la più inaccettabilmente diversa – indotta, dalla violenza e dall’inganno subiti, a violare il più universale dei sentimenti, l’amore materno, diventando così, con l’uccisione dei suoi figli, mostruosamente diversa perfino rispetto a se stessa, al suo cuore, dopo essere divenuta estranea al mondo natio, la Colchide, e a quello d’elezione, la Grecia.
La sua tragedia riecheggia nei secoli, in innumerevoli rielaborazioni antiche e recenti, ma la sua storia tremenda resta refrattaria ad ogni moderno relativismo psicologico. Nel mito di Medea, è la ragione a irretire e a portare a rovina la fosca e ingenua magia; i filtri e i sortilegi della maga sono inermi dinanzi all’astuzia calcolante di Giasone e dei greci e la sua stessa passione, intensa e selvaggia come la vita, è facile vittima della rete di mediazioni in cui la civiltà l’avviluppa e la soffoca. Gli Argonauti che conquistano il Vello d’oro – grazie a lei, traditrice dei propri valori per amore – hanno la terribile e irresponsabile forza della giovinezza greca, sofisticata e innocente, cui il mondo, anche se sconosciuto o minaccioso, sembra offrirsi per essere preso e depredato. Nelle varie Medee create e ricreate dalla letteratura universale, la chiarità ellenica è una luce inquietante, una demonica trasparenza dell’orrore. Non è l’armonia classica e nemmeno il furore dionisiaco; lo spirito greco – la nave che va a depredare la Colchide – è anche assoluta e candida malafede, rapina che non arretra dinanzi a nulla, mercato di tutto ciò che v’è di sacro.
Il mare, infido e sconfinato, è lo spazio di questa avventura senza remore, che intacca leggi e altari e per la quale non c’è nulla di proibito; è lo spazio della storia sacrilega. Lo spirito greco è questa mobilità, infida come il mare; Medea – assassina del fratello e infine dei suoi stessi figli – è la custode del sacro, non di quello arcaico dei suoi riti, cui lei è magnanimamente pronta a rinunciare, ma di ogni sacralità della vita. […]
La civiltà greca vince, ma questa vittoria comporta un orrore non meno tenebroso delle oscurità della Colchide con i suoi draghi. Sradicata dal suo mondo verso il quale si è resa colpevole, tradendolo e cooperando alla sua rovina, morsa da questo sentimento di colpa e di spaesamento, respinta e disprezzata dal mondo greco al quale ha sacrificato il suo e nel quale non riesce a inserirsi, umiliata, tradita e calpestata da Giasone, all’amore del quale ha immolato tutto, Medea diviene preda di un dolore furente, che la conduce all’orribile uccisione dei propri figli, vendetta che è rivolta contro Giasone ma anche e soprattutto contro lei stessa.
Richiamandosi a tradizioni più antiche della tragedia di Euripide, Christa Wolf suggerisce, in un suo romanzo, che la memoria dei vincitori ha falsificato la verità e attribuito alla barbara straniera il delitto compiuto invece dal popolo di Corinto, che in un’esplosione di violenza avrebbe ucciso i figli di Medea. Nel mito nulla è accaduto e tutto viene solo raccontato e accade ogni volta che viene raccontato. Medea assassina dei propri figli è più credibile, più vera, perché ancora più vittima; nessuno è così vittima come chi viene straziato al punto di venire stravolto in se stesso, di perdere la sua umanità di essere spinto al male. Nel film di Pasolini, la selvaggia vendetta di Medea è anche l’imbestiamento che la violenza occidentale provoca nel terzo mondo ch’essa aliena da se stesso, è il barbaro disordine che reagisce a un ordine barbaro.
[…] La civiltà greca, nonostante tutto, è una luce che, alla fine, diffonderà l’umanità, ben più della primitiva Colchide devota ai draghi delle tenebre. La tragedia è che a portare questa fiaccola sia, indegnamente, Giasone, e con lui i reggitori e il popolo di Corinto, della Grecia. Giasone è menzognero, abile a ingannare gli altri ma anche se stesso, per ottundere la consapevolezza della propria colpa e fare il male convincendosi di non poter agire altrimenti; è disponibile a tutto sino a diventare inconsistente, un uomo senza qualità, senza centro né profondità, mera superficie ammantata di seduzione, di fascino diplomatico ed erotico, di bei gesti eroici. E’ il prototipo della vanità maschile, insicura e devota solo alla propria immagine, pronta cinicamente ad assolversi in nome di una necessità superiore.
Perfino nel furore omicida, è Medea che conosce il senso autentico dell’amore, dei sentimenti, dei valori. Ma la Colchide, con la sua ferocia tribale, non un’alternativa possibile alla Grecia di Omero, di Socrate e Platone, del mito e del logos che hanno colto l’essere alle radici. E’ tragicamente cinico, un capriccio degli dèi, che l’araldo della luce ellenica nelle foschie barbare sia il meschino Giasone e che la sua vittima – il prezzo di quell’impresa epocale, la spedizione degli Argonauti – sia Medea, tanto più grande di lui. Ma è ancora più tragicamente cinico che quel capriccio degli dèi sia un elemento essenziale della civiltà greca. Questa dialettica senza remissione non permette di sognare paradisi incorrotti e ancora meno di contrapporli all’Occidente […].
Ogni Medea è la storia di una terribile difficoltà di intendersi fra civiltà diverse; un monito tragicamente attuale su come sia difficile, per uno straniero cessare veramente di esserlo per gli altri. Medea mostra il trionfo dell’estraneità e del conflitto oggettivo fra genti e persone diverse. Anche per questo, nell’omonimo dramma di Grillparzer, Medea può dire che sarebbe meglio non nascere e che, quando ciò avviene, si può solo sopportare – senza intenerirsi o piagnucolare se stessi, come Giasone – questo male.

Claudio Magris, Microcosmi, Garzanti, Milano 1997, pp. 72-75.

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