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La Medea di Cherubini

Data appunto l’influenza che la musica aveva nella sua capitale, Vienna, e sui suoi intellettuali, tra cui naturalmente Grillparzer, che non poteva essere insensibile a un musicista allora in auge e con cui per di più aveva avuto un contatto diretto, si forniscono poche indicazioni generali su Luigi Cherubini e sul suo capolavoro, Medea (1797), limitandosi a suggerire lo spunto per un’eventuale approfondimento interdisciplinare. Si ricorda inoltre che l’opera poté influire forse anche su  Pasolini, che scelse come protagonista per il suo film (Medea, 1970) Maria Callas, la quale, per quasi un decennio dal 1953, una trentina volte e su almeno sette diversi palcoscenici, aveva interpretato questo melodramma, dando luogo a una vera e propria “Cherubini-Renaissance”.

Le opere [1] di Luigi Cherubini (1760-1842), fiorentino d’origine ma vissuto per lo più a Parigi, hanno attraversato un lungo periodo di immeritata sfortuna: a pregiudicarne la riscoperta sono state le ingiustificate accuse di freddezza e accademismo legate ai giudizi poco favorevoli di Berlioz e Liszt. Tuttavia, la maggioranza dei compositori romantici, da Beethoven a Schumann a Brahms, professarono stima e addirittura venerazione per il musicista italiano, che seppe armonizzare gli spiriti della sinfonia con l’espressione lirica e drammatica, sul modello di Mozart.
Alle sue opere mancano colori forti e teatralità, mentre la sua musica, né pittorica né immaginosa, è di severo e contenuto classicismo. Così è anche la sua Medea “tragedia musicale da cima a fondo […], scolpita nella dura pietra, scarna, serrata sull’orizzonte di un colore ferrigno, in un’atmosfera di serrata fatalità” (Pannain [2]). Cherubini ebbe infatti l’idea di uscire dalle ristrette dimensioni della tragedia della gelosia dei suoi numerosi antecedenti [3], per concentrare l’attenzione sulle contraddizioni del carattere, umano e demoniaco al tempo stesso, dell’eroina. L’opera, in tre atti, ricavata dal dramma di Corneille (1635) su libretto di F. B. Hoffmann, ottenne l’ammirazione di Beethoven, Brahms, Weber, Schumann, Wagner, e fu apprezzata soprattutto in territorio tedesco, mentre in Italia fu rappresentata molto tardivamente, solo nel 1909.

Note:


[1] Oltre a Medea, nel periodo tra il 1782 e 1805, il più prolifico, Armida abbandonata, Adriano in Siria, Messenzio, re d’Etruria, Lo sposo di tre, marito di nessuna, Alessandro nelle Indie, Idalide, La finta principessa, Giulio Sabino, Ifigenia in Aulide, Demofonte, Ladoiska (che fu un trionfo nella Parigi rivoluzionaria: una pièce à sauvetage, come i più celebri Fidelio di Beethoven e La gazza ladra di Rossini), Koukourgi, Élise ou le voyage aux glaciers du Mont Saint-Bernard, L’hôtellerie portugaise, La punizione, La prigioniera, Le due giornate di Epicuro, Anacréon ou l’amour fugitif. A Vienna, alla presenza di Francesco II, fu un grande successo Faniska (1806), mentre ormai a Parigi il compositore incontrava sempre minor favore anche a causa dell’antipatia manifestatagli da Napoleone; solo con la Restaurazione, perciò, a Cherubini furono tributati nuovamente pubblici riconoscimenti, come la cattedra di composizione all’École royale de musique (1815) e la direzione del Conservatorio di Parigi (1822). Negli ultimi anni il musicista compose prevalentemente musica da camera.

[2] A. Della Corte-G. Pannain, Storia della musica, De Agostini, Torino 1944, III, pp. 1302-1308.

[3] Ad es. un Giasone di Cavalli del 1649
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