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La Medea non-violenta di Christa Wolf

Il mito di Medea è ripreso dalla scrittrice tedesca Christa Wolf in un romanzo uscito in Germania nel 1996 (Medea. Stimmen), e prontamente pubblicato in Italia (Medea. Voci, trad. di Anita Raja, e/o, Roma, 1996).
Il sottotitolo del romanzo (Voci) allude alla tecnica narrativa della plurivocalità adottata: ogni capitolo è narrato in prima persona da sei diversi personaggi (Medea; Giasone; Agamede: maga e guaritrice, un tempo allieva di Medea; Acamante: astronomo di Corinto e consigliere del re Creonte; Leuco: secondo astronomo e allievo di Acamante; Glauce: la figlia del re Creonte, promessa sposa a Giasone). Oltre a vivacizzare la narrazione attraverso una pluralità espressiva, l'intersecarsi delle voci dei personaggi mette in rilievo il conflitto tra due mondi lontani e incomponibili; un conflitto tra culture che nel romanzo della Wolf diventa riflessione sulle origini stesse dell'idea di potere.
Una rilettura del mito
La storia di Medea raccontata dalla Wolf modifica radicalmente la versione del mito della tragedia euripidea. E' in primo luogo il tratto più inquietante della donna-maga, l'infanticidio (presente anche nelle riletture del mito di Grillparzer, Alvaro e Pasolini), che viene rifiutato, nell'adozione di una versione pre-euripidea del racconto, secondo la quale i bambini furono lapidati dai Corinzi infuriati contro Medea, ritenendola responsabile (con le sue arti magiche) della peste che aveva colpito la città (perfetto esempio di capro espiatorio).
In una intervista del 1997, Christa Wolf spiega come nacque l'idea di dedicare un romanzo alla figura della principessa della Colchide. Dal testo dell'intervista estrapoliamo due passi che forniscono alcune importanti indicazioni per l'interpretazione del romanzo.

Ho cominciato a interessarmi a Medea nel 1990. Lo stesso anno in cui la DDR [Repubblica democratica tedesca] stava sparendo dalla storia. Ho cominciato a domandarmi perché nella nostra società tutto viene consumato e nello stesso tempo si va sempre alla ricerca di un capro espiatorio. I miei primi appunti su Medea sono del 1991. Di lei conoscevo come tutti la versione di Euripide (..)
[la Wolf riassume la nota vicenda, fino all'epilogo tragico]
[Medea] narra Euripide, folle di gelosia e di orgoglio ferito uccide la figlia del re, quindi i propri figli.
Non potevo crederci.
Mentre pensavo a Medea mi venne in aiuto il caso. Una studiosa di Basilea, curatrice del sarcofago di Medea presso il museo locale mi spedì un suo articolo dal quale risulta che Euripide per primo attribuisce a Medea l'infanticidio, mentre fonti antecedenti descrivono i tentativi di Medea di salvare i tre figli portandoli al santuario di Era.
(...)
Fin dall'inizio pensavo che Medea fosse troppo legata alla vita per aver voluto uccidere i propri figli. Non potevo credere che una guaritrice, un'esperta di magia, originata da antichisismi strati del mito, dai tempi in cui i figli erano il bene supremo di una tribù, doveva uccidere i propri figli.

Le parole dell'intervista sottolineano due elementi interessanti, che indicano anche due diversi livelli di profondità di ri-lettura del mito:
a. L'interesse per la contemporaneità (la riunificazione della Germania, nel 1989), veicola l'attenzione al mito di Medea come riflessione sull'identità e sull'essere stranieri.
La scomparsa della DDR pone ai cittadini della parte orientale della Germania (come Christa Wolf) un problema di ricomposizione dell'identità (di fatto - ebbe a osservare a quel tempo la scrittrice - ai tedesco-orientali si à chiesto di rinunciare alla propria identità).
A prescindere dall'analogia (un po' scontata, come rileva la stessa scrittrice) tra Medea, donna dell'Est, e i Tedeschi orientali, il racconto su Medea (amplificato dai diversi tagli prospettici consentiti dalla pluralità delle voci narranti) acquista una forza 'straniante'. Visti attraverso l'ottica della 'barbara' i valori su cui si fonda la pretesa razionalità di Corinto appaiono in tutta la loro dimensione convenzionale.
b. La rilettura del mito di Medea diviene una riflessione sulle origini delle forme occidentali del potere: il principio della regalità, la centralità della forza, il ruolo della ricchezza.
Medea e gli altri personaggi del romanzo raccontano il momento del trapasso da una cultura matriarcale a una cultura patriarcale (è questo del resto il privilegio connaturato alla forma mitica, che può fissare nell'intensa simbolicità del gesto o dell'evento singolo - nel racconto del 'mito' appunto - un plurisecolare processo evolutivo) .
Medea scopre l'orribile segreto di morte e di violenza su cui è fondata la regalità di Corinto. La luminosa, cristallina razionalità di cui i Greci vanno fieri appartiene a una cultura che si illude di aver superato il caos della materia e della corporeità, ma che ha soprattutto violentato la ricchezza delle forme, il «sapere del corpo e della terra» che appartiene alla sapienza ancestrale di Medea.
La figura di Medea diventa occasione per una riflessione sulla 'diversità' femminile. La cultura della maga della Colchide si nutre dei riti misteriosi del corpo e della fertilità: è una cultura matriarcale che rifiuta la violenza, proprio perché legata ai valori 'femminili' del concepimento e del parto. Medea non può che scoprire con orrore la logica di dominio che regge l'ordine (patriarcale; maschile) fondato dal re di Corinto Creonte.
Ma a questo punto l'esito della sua vicenda personale è scontato. Privata dei figli (lapidati dai Corinzi) Medea è costretta ad abbandonare la città che vede in lei il portato di una cultura tenebrosa e inquietante.
TESTI
Proponiamo la lettura di parte del capitolo 5 del romanzo. In esso parla Acamante, primo astronomo del re Creonte.
Acamante è stato, molti anni prima, il principale consigliere del re nella sua presa del potere ai danni della moglie Merope, quando la possibile linea matriarcale è stata impedita con l'uccisione della piccola Ifinoe, figlia di Creonte e Merope (suoi sono i resti che Medea ha trovato nei sotterranei del palazzo del re di Corinto).
Acamante è affascinato da Medea e dal suo sapere (è per altro l'unico a Corinto in grado di comprendere veramente la maga e la profondità del suo sapere), ma - depositario di una sua ferrea e lucida 'ragione di stato' - egli ritiene che la presenza di Medea potrebbe essere letale all'ordine politico di Corinto.
A. Lo sguardo straniante di Medea
[C. WOLF, Medea, cit., pp. 121-22]

All'inizio era piena di fiducia, il che aveva senz'altro il suo fascino. Per me era strano vedere la mia città coi suoi occhi. Perché, succedeva che chiedesse, perché esistono questi due Creonte. Uno rigido nella sala del trono, l'altro rilassato a tavola, quando siamo tra noi. Non mi era mai venuto in mente che potesse essere diverso. All'epoca infatti il re Creonte mangiava con Giasone, Medea e me, in quelle circostanze si sentiva bene e si lasciava andare. A volte c'era anche la povera Glauce, presa da una nervosa ammirazione per Medea. Suo padre, il re, non le badava. Corre voce che Medea curi segretamente la sua epilessia, e in effetti Glauce sembra rimettersi, peccato che dovrò interrompere la cosa. Alle domande ignare di Medea cercai di spiegarle che Creonte in quanto re non è Creonte o un qualunque altro uomo, non è affatto una persona, ma una carica, appunto il re. Poveretto, disse allora. Solo di recente Agameda [1] mi ha detto che Medea stava pensando a suo padre, il re della Colchide. Donna bizzarra.
Cedetti a un impulso errato e spiegai a Medea come funziona Corinto, il che significava anche farle conoscere a poco a poco il mio modo di esercitare potere, modo nel quale rientra il fatto che esso resti invisibile e che ognuno, e soprattutto il re, sia fermamente convinto che solo lui, Creonte, è la fonte del potere a Corinto. Non potei resistere alla voglia di infrangere la solitudine e la riservatezza cui sono condannato, e di fare di quella donna, che non è del nostro mondo, una specie di confidente; mi rallegrava che non fosse in grado di apprezzare il regalo che le facevo, perché lo considerava ovvio. Era il tempo in cui potevamo ancora permetterci simili giochi con gli stranieri. Eravamo sicuri di noi stessi e della nostra città, il sommo astronomo del re poteva concedersi il lusso di spiegare a un'immígrata, che mai e in nessun caso avrebbe potuto costituire un pericolo, su cosa si fonda lo splendore e la ricchezza della sua città. Giacché tutto dipende da che cosa si vuole davvero e da che cosa si considera utile, dunque buono e giusto. Questa frase Medea non la contestò del tutto, respinse solo quell'importante e centrale «dunque». Ciò che era utile non doveva necessariamente essere buono. Dèi Come ha tormentato me e soprattutto se stessa con quella parolina «buono»! Si affannava a spiegarmi quel che, a quanto pare, intendevano con buono in Colchide. Buono era ciò che favoriva il dispiegamento di tutto l'esistente. Dunque la fertilità, dissi. Anche, disse Medea, e cominciò a parlare di certe forze che legavano noi umani a tutti gli altri esseri viventi e che dovevano fluire liberamente perché la vita non ristagnasse. Capivo. Anche da noi a Corinto

L'effetto dello straniamento
Il meccanismo dello straniamento è indicato esplicitamente da Acamante al'inizio del brano che abbiamo riportato. Vedere la città (dunque l'abituale, il già visto, il già noto) con gli occhi di Medea comporta una deformazione dello sguardo: ciò che è noto perde la sua ovvietà, diventa oggetto di riflessione, fattore passibile una spiegazione. Lo sguardo della straniera sollecita Acamante, costringendolo a pensare alla possibilità di una realtà 'altra' («Non mi era mai venuto in mente che potesse essere diverso»)
Spazio pubblico/spazio privato
Medea è colpita dal fatto che le appaiano due Creonte, che il sovrano assuma cioè due diversi atteggiamenti in pubblico e in privato. Lo stupore di Medea apre uno spiraglio sui principi stessi della sovranità e dei suoi simboli.
Legata a una cultura del corpo, alla visione di un'esistenza immersa nella realtà organica della vita, Medea non riesce a comprendere come un uomo possa essere trasformato in simbolo, divenire - in altri termini - qualcosa di altro da sé, qualcosa di diverso dalla naturale espressione degli affetti, del calore e delle emozioni che ne determinano la persona.
Ecco allora il senso della riflessione sul concetto di «buono» che chiede il brano. La riduzione della realtà magmatica e varia ad un ordine (razionale?) appare come la negazione del «buono» che, per la cultura di Medea, coincide con il «dispiegamento di tutto l'esistente». Libera espansione vitale, la cultura di Medea non può che appoggiarsi sui valori (femminili) della fertilità e - per conseguenza - del rispetto della vita, nel rifiuto della violenza e di ogni pretesa di imporre un ordine alle cose che voglia semplificare la molteplicità che le caratterizza.
Autocontrollo e solitudine
Alle forme di autocontrollo che caratterizzano il comportamento del re Creonte nella sua dimensione pubblica, corrisponde il comportamento di Acamante. Impegnato a gestire un abile gioco del potere, Acamante è costretto a un quotidiano autocontrollo, al sistematico riserbo, alla progettazione di ogni gesto e di ogni parola. La solitudine e il riserbo di Acamante diventano così  le condizioni di una 'condanna' («non potei resistere alla voglia di infrangere la solitudine e la riservatezza cui sono condannato»): la negazione sistematica delle infinite modulazioni della vita, costretta all'ordine unidimensionale di un sistema di valori (il potere; la ricchezza; la gerarchia sociale) rigido.
B. Il delitto che fonda il potere
[C. WOLF, Medea, cit., pp. 126 ss.]

In questo secondo brano Acamante rievoca il tempo in cui Creonte affermò il suo potere sulla città di Corinto. Egli si impone allora sui seguaci della regina, fedeli al principio per cui la regalità discende per via materna.
E' così che Creonte fa sopprimere con un sacrificio rituale la figlia primogenita Ifinoe, che secondo l'antico principio del matriarcato aveva ereditato dalla madre Merope il potere.
Ero giovane, quando accadeva tutto questo. Vivevamo in tempi inquieti, le popolazioni intorno al nostro Mediterraneo erano in movimento, la città era anch'essa minacciata dalla discordia interna. Nel consiglio c'erano due partiti, uno era fedele a Creonte, l'altro spalleggiava la regina Merope, il cui voto era importante, giacché secondo un costume antico da tempo diventato privo di senso, il re aveva ricevuto la corona dalla regina, la sovranità si ereditava in linea materna. All'improvviso le antiche leggi dimenticate parevano assumere nuovamente importanza, i due partiti si combattevano con asprezza. C'era la possibilità di un'alleanza con una città limitrofa, che avrebbe reso Corinto sicura e inattaccabile, ma solo a condizione che, di quella città, Ifinoe [2] potesse sposare il giovane re e in seguito succedere a Creonte. Molti membri del consiglio, tra i quali Merope, trovavano ragionevoli queste proposte, e altamente auspicabile la prospettiva di liberare Corinto dall'accerchiamento di svariate grandi potenze. Creonte era contrario. Il consiglio non poteva far approvare nulla senza di lui o contro di lui. Merope era furente, le era chiaro che il rifiuto del re era diretto contro di lei. Io stavo dalla parte di Creonte. Non ha senso, mi disse in un'ora di affiatamento, consolidare ora, dopo la difficilissima, complicatissima esclusione di Merope da ogni sfera di influenza e di potere, esclusione che ha richiesto molta astuzia, pazienza e perseveranza, nella figlia Ifinoe e nelle donne che la seguono la speranza in un nuovo matriarcato. Non che lui avesse qualcosa contro le donne, la storia dei popoli intorno al nostro mare forniva sufficienti esempi di dinastie femminili ricche di successi. Non lo aveva indotto l'interesse personale, ma solo la preoccupazione per il futuro di Corinto. Giacché chi era in grado di leggere i segni dei tempi vedeva bene che tutt'intorno, tra battaglie e atrocità, si formavano stati all'altezza dei quali semplicemente non poteva essere una Corinto guidata dalle donne alla vecchia maniera. E ribellarsi contro il corso del tempo non aveva senso. Si poteva solo cercare di riconoscerlo tempestivamente ed evitare di esserne travolti. Peraltro il prezzo che si doveva pagare per questo poteva essere molto doloroso.
Il nostro prezzo fu Ifinoe. L'intera Corinto sarebbe andata in rovina se non l'avessimo sacrificata...

Il racconto di Acamante - utilizzando il privilegio del racconto mitico di condensare in un evento un messaggio di alto valore simbolico - descrive una sorta di momento fondativo del potere e della violenza gestita dalle pubbliche istituzioni. Il passaggio dal mondo primitivo (alla cui profondità ancestrale appartiene Medea) a un sistema socio-politico più organizzato, implica l'imporsi di un'organizzazione, di una mentalità pragmatica e organizzata, che sembra preludere alla progressiva perdita di valore della vita e dell'esperienza del singolo, a favore dell'efficacia razionale del sistema. Alla partecipazione commossa per ogni forma di vita che caratterizza la sensibilità primitiva, si sostituisce un estinguersi della pietà destinata ad essere tanto più marcato quanto più il 'sistema' sociale sarà complesso, e rigidamente regolato dalla prassi, dalla logica imposta dalla tecnica.
Le parole di Acamante che concludono il brano proposto escludono l' ingenua nostalgia per un eden perduto. Uomo di potere e intellettuale (meglio diremmo: tecnocrate) Acamante avverte con dolorosa consapevolezza la forza ineluttabile della realtà, l'impossibilità di ribellarsi al «corso del tempo». 

Note:


[1] Agameda: anch'essa proveniente dalla Colchide, è stata in passato allieva di Medea. Ora vive a Corinto, esercitando il mestiere di guaritrice. Orami integratasi tra i Corinzi, odia Medea, nella quale vede non solo una rivale nella professione medica, ma anche l'esempio di una persona che non ha rinnegato le porprie origini.

[2] Ifinoe: è la figlia primogenita di Creonte e Merope.
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