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Indice

Didattica:

Il popolo nel teatro greco classico

Un popolo, tanti popoli

L’origine della parola popolo è antichissima, deriva dalla radice indoeuropea par- o pal- che esprime l’idea di riunire, mettere insieme e riempire. Dunque indica un molto, un pieno, un tanto, messi insieme, infatti plus, plenus, plethos vengono da lì.
Insomma il popolo è tanto, è folla, è moltitudine. E riunita. Anche polis, infatti, ha la stessa radice.
La moltitudine, proprio per la sua genericità, viene definita poi in modi molto diversi, in tutte le lingue, almeno quelle indoeuropee.
Il greco antico per esempio “dice” popolo con cinque termini che hanno varie sfumature di significato.
Prima di tutto viene in mente δῆμος, il popolo per antonomasia, in realtà δῆμος è un pezzo di popolo, un po’ meno di una moltitudine. Il termine deriva dalla radice indoeuropea da, che indica il dividere.
È il popolo degli uomini liberi. Delle donne? Non è certo. Degli stranieri? No, di certo.
Il popolo che vota, per esempio nei Cavalieri di Aristofane (dove non fa una bella figura), il popolo della democrazia, che appunto a lui deve il suo nome.

Spesso i Greci usano un termine che a noi sembra estraneo, cioè λαός, però da λαός viene il termine laico. In Omero, mentre δῆμος costituisce la comunità rurale, il termine λαός designa chi di quella comunità segue un capo in battaglia. In seguito λαός è popolo nel senso di comunità, e cioè di appartenenza, per cui indica spesso la nazione.

C’è un’altra parola che ricorre anche in italiano, cioè ἔθνος. Il termine viene dal sanscrito sabha, la comunità. Tale termine definisce di più la razza, la nazione appunto l’etnia.

Poi c’è la parola ὄχλος, che è nota per il termine oclocrazia, cioè la degenerazione della democrazia, dove non è più un δῆμος, un popolo libero e scelto a governare, ma una massa indistinta. Da questa parola deriverebbe il termine volgo. Ha anche un significato traslato di molestia, poiché la massa indistinta crea, è indubbio, fastidio.

Infine c’è la vera erede della radice indoeuropea e cioè πλῆθος che indica numero, quantità, da qui la moltitudine, il popolaccio a volte. Da qui dunque populus, l’unione di molti. Il popolo appunto.

Analisi dei testi

Vista la ricchezza di definizioni mi sono chiesta in quali opere della cultura greca antica la parola popolo potesse ricorrere maggiormente, non ho pensato alla lirica, nemmeno alla storiografia o alla retorica, ho pensato a una manifestazione che in Grecia davvero era di popolo, anzi del popolo e per il popolo. Ho pensato al teatro.
È abbastanza noto che il teatro in Grecia, in particolare ad Atene, era un evento fondamentale per la cittadinanza, per la città, dunque proprio per il popolo.
Tutti, anche donne e schiavi, erano ammessi agli spettacoli che si tenevano in periodi precisi dell’anno, quando il clima lo permetteva e favoriva la partecipazione di visitatori provenienti da tutta la Grecia.
Tutte queste persone riunite nel teatro, che era all’aperto, e di solito con una vista mozzafiato sul mare, stavano intere giornate sui sedili di pietra dei teatri, ammorbiditi da cuscini portati da casa, per assistere alle vicende degli antichi eroi. Durante gli spettacoli si mangiava frutta secca, si chiacchierava col vicino e… si interloquiva col drammaturgo. Si sa che Euripide dovette mutare la tragedia Ippolito per via delle critiche che vennero dal pubblico durante la rappresentazione. La frutta secca non solo si mangiava, si tirava anche agli attori.
Che tutti partecipassero a questo rito politico e sociale era raccontato e raccomandato dal principale teorico della tragedia cioè Aristotele nella sua Poetica. Dove, detto tra parentesi, la parola popolo in nessuna delle cinque accezioni ricorre mai.
La tragedia, si dice nella Poetica ed è ormai giudizio famosissimo, se agisce attraverso pietà e terrore, produce nell’individuo e nella comunità la catarsi: una purificazione che faceva bene alla democrazia.
“Più popolo di così…” verrebbe da dire.
Inoltre nelle tragedie, come nelle commedie, c’è una presenza costante, oggi molto difficile da rendere in teatro, che è il coro.
Perché è difficile oggi mettere in scena in modo credibile un gruppo di individui che dovrebbe recitare in versi, anzi meglio ancora cantare e danzare?
I motivi certo sono culturali, ma anche tecnici. Il coro greco che appunto cantava e danzava, rischia di trasformare oggi ai nostri occhi un teatro serio, anzi tragico, in una sorta di impensabile musical.
Di cui, tra l’altro, non avremmo le musiche originali.
Difficile anche perché sul palco oggi si vuol vedere il tormento del singolo personaggio, al limite il dialogo fra un certo numero di tormenti, ma si fa fatica a vedere la collettività portata sulla scena.
Perché il coro è per sua stessa natura drammaturgica collettivo.
Allora il coro è il popolo?
La domanda è questa alla fin fine. Cioè dove troviamo il popolo nel teatro greco?

Per prima cosa conviene guardare nei testi, fare cioè un lavoro di ricerca, di cui si deve ringraziare sempre il popolo di internet, la rete, che appunto è popolo, ma forse non coro.
La ricerca non è stata facile, e probabilmente non è completa, perché non tutti i testi sono presenti in lingua greca e comunque, se presenti, sono di non facile reperibilità.
Nelle tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide quando e quanto si trovano i cinque termini che designano il popolo? E nelle commedie di Aristofane?

Quello che segue è l’esito della ricerca e si può leggere come un elenco (un po’ pedante) delle occorrenze del termine popolo oppure come la testimonianza viva di quanto il popolo (nelle sue cinque accezioni) entrasse nell’esperienza più popolare del mondo greco, il teatro. Tenendo sempre a mente che l’esperienza greca fu un unicum.
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Il termine Demos
compare, a sorpresa, soltanto 4 volte

Eschilo due volte

Sette contro Tebe
v. 1049
violento è un popolo (demos) che sfugge alla rovina

Persiani
v. 732
Il popolo (demos) dei Battriani è interamente perito

Sofocle zero volte

Euripide due volte

Oreste
v. 696
Quando infatti il popolo (demos), preso dall’ira, si comporta da adolescente

Supplici
ma più benigno il popolo (demon)
avrò, se accordo la parola:    v.351

Laos, compare 20 volte

Eschilo 7 volte

Persiani
v 593
infatti il popolo (laòs) può parlare liberamente

v. 729
Dunque completamente tutto il popolo (laòs)  è distrutto in guerra?

v. 770 (Nazione) Il popolo (laòn) dei Lidi…

 v.1025 il popolo (laòs)  (nazione) degli Ioni non codardo

7 contro Tebe
v. 90
Il popolo (laòs) dal bianco scudo si leva pronto a precipitare la corsa contro la città

Supplici
v. 90 indica il popolo dei “marinai”
v. 517 indica gli indigeni

Sofocle 2 volte

Edipo re

v. 145
e qui si aduni il popolo (laòn) di Cadmo (oltre ai supplici)

Filottete
v. 1243
Tutto il popolo (laòs)  degli Achei tra i quali io.

Euripide 11 volte

Andromaca
v. 1088
E questo gettava sospetti; la gente del posto (popolo abitante) (laòs)
si riuniva in assembramenti e crocchi

Ecuba
v. 9
Popolo (laòn) cavaliere (i cavalieri milizia)

Eraclidi
v. 80
Tu vecchio che vieni alla tetrapoli / E al popolo (laòn) che l’abita…

v. 920
E di quella dea città e popolo (laòs)  li ha salvati

Oreste
v. 873
convocò in assemblea il popolo (laòn) (per rendere giustizia)

Eracle
o popolo (leos)  di Tebe v.1389

Fenicie.     V. 290
Poliníce
me chiama tutto il popolo (leos) di Tebe.

Supplici
E poi, lo stolto popolo di Cadmo, (laòn)    v. 744
appena trionfò,
Ione
v. 29
al ceppo antico (popolo – laoòn - autoctono) dei gloriosi Ateniesi

v. 1140
popolo (laòn) dei Delfi

v. 1591
un popolo (laòs)  avrà da lui il suo nome

Ethnos compare 4 volte

Eschilo 3 volte

Persiani
v. 45
comanda sopra tutte le genti (ethvos)

v. 56
stirpi (ethvos) armate di spada da ogni parte dell’Asia

Eumenidi
Ζεὺς δ᾽ αἱμοσταγὲς ἀξιόμισον ἔθνος τόδε λέσχας
ἇς ἀπηξιώσατο.    v. 360

Sofocle 1 volta

Filottete
v. 1147
famiglia (ethve) degli animali

Euripide 0 volte
Ochlos, compare 34 volte

L’occorrenza più usata è quella che indica una massa indistinta, un fastidio anche, certo un popolo – massa, più che un popolo democratico e consapevole del suo ruolo politico.

Eschilo 6 volte

Persiani
v. 45
la massa (ochlos) dei Lidi

v. 55
Massa (ochlon) di ciurme marine

v. 955
E la tua gente (ochlos) dov’è?

7 contro Tebe

v. 234
stuolo (ochlov) dei nemici

Prometeo
v. 313
fastidi presenti (ochlon)

v. 827
la gran folla (ochlon) dei discorsi

Sofocle 1 volta

Trachinie

v. 824
Nel centro della piazza una gran folla (ochlos)

Euripide 26 volte

Medea
v. 337
Calca (ochlon) strepito quindi molestia, dare molestia
Vedo che ci darai filo da torcere, donna.

Ippolito
v. 842
o invano una folla (ochlon) / di serve abita la casa del re?

v.986
Io non sono adatto a parlare in pubblico (eis ochlon)

Oreste
v. 108
Non è bello che le fanciulle vadano tra la gente (es ochlon)

v. 119
Temendo la folla (ochlon) degli Argivi

v. 282
La folla (ochlon) dei miei dolori

v. 612
Andrò all’assemblea (ochlon) degli Argivi e aizzerò il popolo (polin)

v. 801
non curandomi del popolo (ochlou) (contrapposto a città asteos)

v. 871
Vedo una folla (ochlon) accorrere e sedersi sulla rocca
Dove si dice che per la prima volta Danao
Convocò il popolo (laon) in assemblea

v. 884
… assemblea (ochlos) degli Argivi

v. 1280
Anche da questa parte non c’è gente (ochlos) (da temere)

Ione
v. 635
fastidi (ochlon)

Andromaca
v. 605
Una folla (ochlon) di Greci

v. 760
Una folla (ochlou) di cavalieri

Ecuba
v. 521
Tutta la folla (ochlos) dell’esercito Acheo

v. 533
la mia voce sia calma nella moltitudine (ochlon)

v. 605
sia tenuta lontana la folla (ochlon)
dal bambino. In un’armata senza nome
la folla (ochlos) non conosce freni

v. 880
La folla (ochlon) dei Troiani

Elena
v. 39
(la guerra è voluta da Zeus per diminuire il peso) della massa (ochlou) di mortali

v. 415
mi sono vergognato di piombare in mezzo alla gente (ochlon)

v. 439 Elena
(Come in Medea, da calca a fastidio) fastidio (ochlon)

Eraclidi
v. 123
dimmi quale sorte raduna questa gente (ochlon)?

Baccanti
v. 116
la folla (ochlos) delle donne

v. 1058
Quel disgraziato di Penteo non vedeva la folla (ochlon) delle donne

v. 1130
tutte le schiere (ochlos) (delle Baccanti)

Ifigenia in Aulide
(Agamennone dice di Ulisse)    v. 526
È sempre doppio, e tien sempre dal popolo (ochlou)

Plethos compare 17 volte
In Eschilo 1 volta

Persiani
Numero di navi    v. 334

In Sofocle 3 volte

Aiace
v. 876
La quantità (plethos) del dolore

Antigone
v. 585
sull’intera stirpe (plethos)

 Edipo re
v. 424
e di molti (plethos) altri mali (numero) non ti avvedi

In Euripide 13 volte

Alcesti
v. 546
prepara cibo in quantità (plethos)

Oreste
v. 908
convince la folla (plethos), è un gran male per lo stato (polei)

v. 1157
è la cosa più stolta cambiare un amico per il favore popolare (plethos)

Baccanti
v. 430
la gente comune (plethos)

Andromaca
v. 480
una gran quantità (plethos) di esperti

Ecuba
v. 865
La folla (plethos) dei cittadini

v. 884
Il numero (col dolo) (plethos)

Elena
v. 1551
quantità (esercito) (plethos)

Eraclidi
v. 668
Con quanti (plethos) alleati è venuto?

Troiane
v. 1090
Un moltitudine (plethos) di bambini in lacrime

Aristofane
Acarnesi
demos 4

v. 31
citazione di un verso tragico in cui demon ha proprio il significato di villaggio

v. 266
demon ancora villaggio

ν. 626
persuade il popolo (demon) riguardo alla tregua
v. 631
(il poeta) ingiuria il popolo (demon)

ethnos 1
v. 153
e ora vi ha mandato la gente (ethnos) più bellicosa tra i Traci

Rane

Demos 2
v. 779
il popolo (demos) reclamò a gran voce un giudizio

v. 1086
ingannano la gente (demon)

ochlos e laos 2
v. 219
folla di popolo. (laon ochlos)

v. 676
folla di popolo (spettatori del teatro)

plethos 1
v. 774
gran folla (plethos) (numero) nell’Ade

Lisistrata

Demos 1
v. 1156
rimisero addosso al popolo (demon) invece della casacca il mantello…

oclos 1
v. 329
folla (ochlou) e confusione

Vespe

Demos 3
v. 41
quello vuol dividere il nostro popolo (demon)

v. 590
il consiglio e il popolo (demos) non sanno come decidere una grossa causa

v. 888
ami il popolo (demon)

ochlos 1
v. 540
la turba (ochlos) dei vecchi

plethos 2
v. 267
unirsi alla compagnia (numero, plethos)?

v. 1513
sciame (numero plethos)

Tesmoforiazuse

Demos 2
v. 306
pronunci le cose migliori per il popolo (perì ton demon)

v. 1145
il popolo (demos) delle donne ti chiama

laos 1
v. 39
il popolo (laòs) tutto taccia (uso di laos legato al servo di euripide dunque alla tragedia)

Ecclesiazuse

Demos 4
v. 399
e il popolo (demos) lo immagini a gridare

v. 452
abbattere il popolo (demon la democrazia)

v. 575
abbellire la vita del nostro popolo (demon)

v. 1112
o popolo (demos) beato, felice me

oclos 4
v. 383
folla (ochlos) enorme di uomini

v. 394
tanta gente (ochlou)

v. 888
noioso molesto (ochlou) agli spettatori

plethos 4
v. 432
la folla (plethos) dei ciabattini

v. 440
il numero (plethos) di persone (dell’assemblea)

v. 770
il popolo (plethos) che cosa decide

v. 1133
numero (plethos fra più di )

Pluto
Demos 1
v. 568
(politici) finché sono poveri si comportano onestamente verso il popolo (demon)

oclos 2
v. 750
c’era intorno a lui una folla (ochlos) enorme

v. 786
e che folla (ochlos) di vecchi

Cavalieri
Solo demos
Δῆμος non solo nella commedia i Cavalieri ricorre moltissime volte (una sola volta laon e una sola volta plethos), ma addirittura è uno dei personaggi. Nella commedia anzi è il personaggio chiave, e proprio di δῆμος si parla, cioè del popolo ateniese, di un popolo che decide, perché questa è la democrazia.
Purtroppo questo popolo è rappresentato da Aristofane come un vecchio, un po’ rimbambito, che si lascia guidare nella scelta “democratica” fra due politici, uno più farabutto dell’altro, dal ventre e non dalla coscienza o almeno dal cervello. No, segue proprio la sua pancia. Dunque nel testo drammaturgico in cui Popolo è protagonista, c’è una visione totalmente negativa, per quanto ahimè in parte valida ancora oggi. Vale la pena di rileggerla di tanto in tanto.

Alcune considerazioni sull’uso dei termini

Sulla base di questi dati si possono fare delle prime considerazioni.
Nei testi tragici la parola δῆμος compare pochissime volte, probabilmente per motivi di “universalismo”, essendo il δῆμος legato al territorio ateniese, mentre come sappiamo la tragedia greca aveva un orizzonte universale (certamente panellenico e oltre).
In ogni caso l’uso di questo termine indica una conoscenza profonda della dinamica psicologica che muove le masse: il popolo quando è disperato è violento. Il popolo quando è in preda all’ira si comporta da adolescente. Sono osservazioni sempre attuali.

La parola λαός effettivamente indica per lo più un popolo-gruppo, un popolo nazione, spesso si usa questo termine per dire che “il popolo” è convocato in assemblea.

Il termine ἔθνος compare nella stessa quantità di δῆμος. Anche ἔθνος ha in sé una sfumatura specialistica, è un gruppo un po’ speciale, in Filottete addirittura si parla di popolo, anzi gruppo, etnia degli animali. Tra l’altro in senso positivo, perché quel popolo accetta Filottete, non il suo ἔθνος umano.
Il termine usato più volte è ὄχλος. Di solito indica una grande quantità indistinta, può, per significato traslato, indicare la molestia, il fastidio. Ha in sé qualcosa di non “catalogabile<” che lo rende preoccupante, pericoloso, molesto. Forse perché poco definibile e dunque ingovernabile?

Con πλῆθος si indica del popolo (e non solo, infatti Prometeo parla di una folla di discorsi) soprattutto il numero, la quantità.

A voler essere schematici, anche se è sempre rischioso, si potrebbe riassumere così:

δῆμος (maschile) è il popolo ateniese, dunque il popolo che fonda la democrazia
λαός (maschile) è un popolo riunito
ὄχλος (maschile) è una massa che può diventare fastidiosa
ἔθνος (neutro) indica la famiglia, l’etnia
πλῆθος (neutro) è il numero

Un’ultima considerazione: fra i tre tragici Sofocle, che rompe lo schema tradizionale della tetralogia perché gli interessa non la sorte di una famiglia, ma il destino dell’individuo, cita il popolo meno frequentemente degli altri due.

Nelle Commedie di Aristofane, escludendo i Cavalieri su cui si deve fare un discorso a parte, la situazione è questa.
C’è un’assoluta prevalenza del termine δῆμος, inteso come popolo, ma anche come quartiere, villaggio. In effetti la commedia è squisitamente ateniese, anche le feste in cui venivano rappresentate le commedie erano destinate agli abitanti dell’Attica.
Dunque δῆμος ricorre 17 volte e raramente indica la folla, per lo più la parola è legata a situazioni di governo della città o di amministrazione della giustizia. Nel bene e nel male ovviamente, trattandosi di un genio satirico e comico quale è Aristotele.
Una sola volta ricorre λαός e in una citazione di un verso tragico.
Una volta compare ἔθνος.
Otto volte πλῆθος, ma solo in un caso la parola indica il popolo, se no indica il “numero”
Infine ὄχλος ricorre nove volte ed è sempre la folla, sempre fastidiosa e pericolosa.

Il coro è popolo?
Dopo aver considerato quante volte e in quali accezioni compaiono le parole che indicano il popolo, vediamo com’è composto il coro nelle diverse tragedie e nelle commedie di Aristofane.
Come s’è detto il coro è un gruppo, una comunità, ma non tutta la comunità, non tutto il popolo, bensì solo una parte, un gruppo scelto. Scelto in base a cosa?

Eschilo
I Persiani: coro di anziani consiglieri del re Serse. Una scelta da vero artista: far parlare il nemico, il nemico sconfitto. Artificio importante per far risaltare i vincitori.

7 contro Tebe: coro di giovani tebane, questa volta il punto di vista all’interno di una guerra è quello delle assediate in particolare delle più fragili, le fanciulle.

Supplici: coro delle Danaidi. In questo caso il coro è anche importante personaggio, ma corale. Ed è un gruppo di stranieri, un popolo di stranieri. Il coro da il titolo alla tragedia.

Prometeo incatenato: coro di Oceanine, la loro funzione è consolare ed essere compassionevoli interlocutrici dell’eroe. Non umani, ma divini tutti sono i personaggi del Prometeo.

Nella trilogia, l’unica pervenutaci dal mondo greco, ci sono tutti i tipi di coro:
Agamennone: coro di anziani notabili di Argo, vero contraltare alla regina Clitemnestra.
Coefore: coro delle Coefore (il coro da nome al titolo) sono delle fanciulle e schiave, legate alla sorte di Elettra.
Eumenidi: coro delle Erinni (il coro da nome al titolo), ma benevole. Ancora una volta divinità, in questo caso importanti per decidere della sorte di Oreste e del destino del nuovo corso del diritto.

Sofocle
Antigone: coro di anziani Tebani (famoso è il primo stasimo sulla natura tremenda e meravigliosa dell’uomo).

Aiace: coro di marinai di Salamina devoti al protagonista (voce del suo popolo).

Elettra: coro di donne di Micene in veste di consolatrici dell’eroina, materne per lei che non ha madre. Funzione anche di freno alla sua vendetta. La funzione di ogni massa con l’eroe.

Trachinie: coro di donne di Trachis (il coro da nome al titolo).

Edipo re: coro di anziani Tebani (in veste di supplici). In questo caso davvero non popolo, ma certo rappresentante del popolo della città perché Edipo è un buon re, il nodo tragico non sta nel rapporto col popolo ma dentro lui stesso. Famoso il terzo stasimo sulla infelicità dei mortali…

Filottete: coro di marinai greci che, come in molte tragedie, ha la funzione di ricordare e contestualizzare la vicenda.

Edipo a Colono: coro di anziani abitanti di Colono, che in questo caso sono il vero gruppo di riferimento di un Edipo anche lui vecchio. Primo stasimo inno del poeta molto anziano alla sua terra d’origine. In questo caso stasimi rappresentano il poeta, la vecchiaia.

Euripide

Alcesti: coro di cittadini di Fere (città dove si svolge la vicenda).

Medea: coro donne corinzie, alleate però dell’eroina che, anche se straniera, è una donna tradita, fino a quando uccide i figli.

Ippolito: doppio coro. Donne di Trezene e coro di cacciatori, i due cori sono ovviamente legati alla presenza dei due protagonisti, Fedra e Ippolito.

Eraclidi: coro di Ateniesi che dovrebbero accogliere gli stranieri perseguitati.

Andromaca: coro di donne di Ftia anche qui la pena per la sorte va oltre il fatto che la donna sia straniera.

Ecuba: coro di prigioniere troiane (il popolo delle sconfitte).

Le supplici: doppio coro delle madri dei guerrieri caduti a Tebe e i figli dei guerrieri.

Eracle: coro di vecchi tebani.

Elettra: coro di giovani contadine.

Le troiane: coro di prigioniere troiane.

Ifigenia in Tauride: coro di schiave elleniche.

Elena: coro di giovani schiave greche.

Ione: coro delle ancelle di Creusa.

Le fenicie: coro di donne fenicie (coro da nome al titolo), ma le donne sono solo di passaggio, non sono parte della trama ma un commento sempre più esterno.

Ifigenia in Aulide: coro di donne calcidesi.

Oreste: coro di donne argive.

Le baccanti: coro di Baccanti (il coro da nome al titolo).

Dall’elenco un po’ arido appare piuttosto chiaramente che in Eschilo il coro è un personaggio a tutti gli effetti e determinante è il suo ruolo di interlocutore dell’attore protagonista.

In Sofocle, che introduce il terzo attore, il coro commenta a livello lirico e più che partecipare alla vicenda, esprime i pensieri dell’autore sull’uomo e sul suo destino, che è il tema centrale di Sofocle.

In Euripide infine il coro va sparendo, è sempre più esterno alle vicende, sempre più stereotipato, ci si avvia a un mondo in cui il coro non ha più spazio politico, sociale, e soprattutto, si direbbe, artistico.

Considerazioni finali

In tutti e tre i tragici (e anche nelle Commedie di Aristofane in cui i cori sono per lo più il luogo dello slancio lirico e della poesia) il coro non è certamente popolo, ma sempre e solo una parte ben definita del popolo scelta dall’autore su basi certamente legate alla trama, al mito, al messaggio da comunicare, ma soprattutto legate a scelte artistiche.
I tragici sono prima di tutto uomini di teatro e geniali, con un senso della drammaturgia altissimo per cui la scelta del coro viene effettuata soprattutto su basi di resa teatrale. Di questo forse non si tiene tanto conto.
Del teatro greco si studia la funzione sociale, politica, si ammirano i personaggi, i temi, la conoscenza del mondo e dell’uomo (e della donna), ma non sempre si tiene conto della parte fortemente poetica, della lirica, del canto, di cui proprio il coro è principale portatore.
Anche l’uso di uno dei cinque termini che indicano il popolo probabilmente dove rispondere non solo al significato, ma al significante, dunque alla resa metrica e stilistica del tutto.
I cori erano cantati!
In sostanza nella tragedia greca, nel teatro greco il vero popolo è il pubblico, in tutti i sensi e significati: è il demos ateniese, fiero rappresentante della democrazia, ma anche delle varie etnie, era numeroso e indistinto, ma anche legato in gruppi più definiti e dunque è laos.
Il pubblico era popolo: uomini, donne, schiavi, da tutta la Grecia e oltre.
Mai tanto popolo probabilmente è andato a teatro, nemmeno nell’era elisabettiana.
E questo popolo non deve e non può in effetti osservare se stesso, ma una sua idealizzazione, e dunque necessariamente una parcellizzazione.
Il coro è portavoce del popolo, anzi di parti artisticamente significative di popolo.
In un certo senso oggi le parti si sono ribaltate: sulla scena ci possono essere testi che parlano del popolo, ma in platea questo popolo non c’è mai. Ci sono segmenti di popolo. E questa è una grave perdita, un vero gap, sociale, politico e artistico, rispetto alla democrazia ateniese.
Chissà se un gap colmabile? Ci vuole un teatro pop.
Ma gap è parola popolare?

Pubblicato il 20/09/2017
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