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Indice

Didattica:

I sommersi e i salvati.
Appunti su canone e teoria letteraria

Il canone e l'oblio


Sinora nel dibattito teorico sulla nozione di canone molto si è accentuato il lato della trasmissione, dell'aspetto comunicativo, il lato che si potrebbe metaforicamente denominare 'solare', della memoria culturale, trascurando come il concetto di canone implichi necessariamente un aspetto di selezione e scarto, d'altronde confitto dentro la stessa facoltà umana di ricordare solo grazie all'oblio. Proprio su tale intreccio tra canone e oblio la riflessione di Primo Levi e di Italo Calvino mi sembra estremamente accuminata e centrale, al punto da poterli in un certo senso usare come reagenti per ripercorrere il dibattito italiano sul tema. Vorrei proporre a questo punto due citazioni, l'una, dalla Prefazione di Calvino al Sentiero dei nidi di ragno, l'altra da I sommersi e i salvati di Levi, che riguardano entrambe il carattere paradossale e precario della memoria nel Moderno:

Il primo libro diventa subito un diaframma tra te e l'esperienza, taglia i fili che ti legano ai fatti, brucia il tesoro di memoria, quello che sarebbe diventato un tesoro se avessi avuto la pazienza di custodirlo (..) Di questa violenza che le hai fatto scrivendo la memoria non si riavrà più. (…) La memoria ecco che allora che ha dato forma a un'opera letteraria insecchisce, si distrugge. (Calvino Prefazione al Sentiero dei nidi di ragno)

Questo stesso libro è intriso di memoria: per di più, di una memoria lontana. Attinge dunque ad una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso. Ecco: contiene più considerazioni che ricordi, si sofferma più volentieri sullo stato delle cose qual è oggi che non sulla cronaca retroattiva (P.Levi, I sommersi e i salvati) [1] .

Il carattere paradossale di tali osservazioni, che sembrano revocare la funzione stessa della memoria, è tanto più percepibile in quanto riguardano una delle caratteristiche più reputate e stabili della memoria: quella della testimonianza, e della testimonianza letteraria su avvenimenti che hanno inquietato la coscienza del nostro secolo: la memoria dell'olocausto e della resistenza al fascismo. Avvenimenti che hanno segnato una cesura nel rapporto del soggetto novecentesco con la stessa possibilità di continuare a fare letteratura – si può richiamare l'inquietante interrogativo di Adorno sulla possibilità di continuare a scrivere dopo Auschwitz - avvenimenti che hanno marcato un punto di rottura e di svolta rispetto alla trasmissione della tradizione letteraria come patrimonio "innocente".


Canone e Novecento


Canone, memoria e oblio, quando si allineano tali concetti teorici in una costellazione semantica solidale si percepisce subito come occorra avere un modello di descrizione teorica del testo per potere attuare lo scarto che è sempre necessario per stabilire un canone; il canone appare, quindi, legato alla scelta e non al semplice accumulo e repertorio di testi. E non è un caso che, oggi, in Italia una riflessione sul canone abbia come centro teorico il giudizio sulla contemporaneità.

Nel Novecento, infatti, gli istituti letterari — quali i generi, gli stili, i registri linguistici e tematici — e le istituzioni letterarie tradizionali — l'editoria, l'insegnamento, la critica militante — meno sembrano funzionare come base di una gerarchia di valori letterari condivisi. Proprio tale crisi 'euristica' ha messo in rilievo quanto l'ormai inderogabile necessità di aggiornare i programmi scolastici fosse anche un problema di selezione, di dolorosi ma necessari tagli di autori e di opere dalla storia letteraria del presente come del passato.

L'attenzione al Novecento non può essere, quindi, un mero aggiornamento quantitativo dei programmi, ma coincide con il valore 'epistemologico' che lo studio della letteratura della contemporaneità acquista per la definizione stessa di storia letteraria e di canone. In tal senso molti interventi nel dibattito italiano e internazionale, centrati sul concetto nieztschiano d'inattuale, hanno colto una delle caratteristiche del canone visto non più in termini normativi, ma come un concetto induttivo e storico, come una descrizione della letteratura 'postuma'. Difatti solo quando evita la facile scorciatoia di presentarsi come sanzione dell'esistente, il canone può usare la sua 'inattualità' come misura e reinterpretazione della tradizione dal punto di vista del contemporaneo.


La specificità italiana


Qui si situa, forse, una delle specificità del dibattito italiano rispetto ad altre tradizioni culturali. Solo il peso di una tradizione storicistica può, infatti, spiegare la complessità di operare selezioni e scelte che, a partire dal presente, ritornino sull'interpretabilità del passato. Una specificità e complessità che si misura appieno quando ci si confronti con tradizioni letterarie nazionali diverse, ove funziona più fortemente il criterio del valore etico e testimoniale delle opere, come nel mondo anglosassone, o prevale l'attenzione ai percorsi testuali o tematici della letteratura, come nella tradizione francofona. Non è un caso che in tali contesti la costruzione del canone sia pensabile come momento agonico che salva il testo per il suo valore estetico o di norma etica senza che ciò comporti un'attenzione all'intero universo testuale ed extratestuale che accompagna la singola opera. E non è un caso se Harold Bloom, nel suo saggio sul canone occidentale [2] fondi il repertorio dei suoi autori memorabili su una lettura senza mediazioni testuali (commenti, storia critica, storia ectodica, ecc.) né extratestuali (contesti storici, storia dell'editoria, storia degli intellettuali, ecc.) da parte di un lettore individuale ed 'eccellente'. Tale appello ad una lettura solipsistica, che però aspira a divenire collettiva mediante l'autorità dell'interprete, ha una lunga e consolidata attestazione in tutto il modernismo letterario. Basti pensare, da noi, all'esempio di Ungaretti, che dopo aver contribuito con l'Allegria a distruggere le forme metriche tradizionali, edifica con quelle stesse 'rovine' la straordinaria rivisitazione della tradizione che è Il Sentimento del Tempo. Il caso di Ungaretti ben può illuminare il fondamentale scarto che proprio sul canone si è dato tra moderno e postmoderno. Una rilettura alla luce del canone degli interventi critici di Ungaretti mostra bene quanto il canone che come interprete sta costruendo – la linea che da Petrarca, attraverso Leopardi, Mallarmé e Valery, arriva sino alle liriche del Sentimento – sia intriso di una nostalgica comprensione della distanza tra il presente e la tradizione ed al contempo pensi il repertorio di autori scelti come costruzione del presente. Nell'immagine ungarettiana del consumarsi della parola compare tutta l'ansia modernista di un rapporto allegorico con la tradizione, ossia di una rilettura 'nostalgica', quindi storica, della propria distanza dal passato, una lontananza irrimediabile, già percepita secondo Ungaretti dal barocco, grazie alla quale l'antico, come rovina, può essere 'manipolato' e usato per costruire il canone poetico moderno.


Il canone 'postmoderno' di H. Bloom


L'esempio è forse chiarificatore della diversità tra la sensibilità modernista e l'atmosfera già postmoderna entro cui si colloca la ricerca di Bloom. La presenza sotterranea di alcune radici culturali della tradizione e quella esplicita dello schema edipico freudiano di ostilità e continuità tra figlio e padre, modello di ogni rapporto tra il predecessore e l'artista del presente, non sottraggono l'idea di canone in Bloom ad un'impressione di astoricità. La tradizione in Bloom, nella sua valenza di 'monumento', di novero di testi convocati per la loro intemporale bellezza, è di fatto più una cauzione rispetto al presente astorico del postmoderno che la tematizzazione, tipica del modernismo, di una distanza tra il passato e l'attualità.

Così il pessimismo latente nella risentita difesa di Bloom di un canone 'sublime', appare anche un riflesso difensivo 'naturale' del letterato che si sente non solo 'inattuale', ma incongruo di fronte all'eclissi postmoderna dei valori tradizionali della letteratura. Il passaggio tra moderno e postmoderno diviene, in tal senso, ben più di una semplice questione terminologica, cronologica o di scuola, ma è una vera e propria cesura tra un'epoca ancora ascrivibile alla sensibilità, alla storia, alla visione estetica iniziate con l'avvento della Modernità, a metà del Settecento, e invece un'età della tecnologia, della messa tra parentesi del senso storico, della commistione tra estetica e telematica.


I sommersi e i salvati: una prospettiva teorica sul canone


Il pessimismo che circola in tali analisi più che cifra morale è bensì atto e postura interpretativa che riportati sul concetto letterario di canone, possono aiutarci a cogliere il tramonto nel postmoderno della connessione tra la descrizione linguistica e semiologica dell' «oggetto letterario», l'insieme delle norme di lettura e delle procedure di scrittura, e la trasmissione pedagogica di un corpus coeso di testi.

Viene in mente, per contrasto, la fiduciosa lezione della grande filologia europea cristallizzata nell'opera di Curtius, La letteratura europea e il medioevo latino [3] l'ultimo tentativo di costruire un canone come orizzonte di testi, di topoi letterari, comuni a tutta l'area europea e condivisi da una società moderna appena uscita dalle lacerazioni della guerra. Così nell'accezione di Curtius il canone era certo selezione, scelta e scarto, ma essenzialmente costituzione di una tradizione secondo il punto di vista del presente. Eppure il richiamo alle rovine può evocare un'altra prospettiva sul canone fondata stavolta più sul frammento, sulla discontinuità, come momento costitutivo del rapporto tra tradizione e modernità. Si tratta, ovviamente, dell'opera di Walter Benjamin e in particolare di quel grande repertorio incompiuto della tradizione moderna che è il testo su Parigi capitale del XIX secolo.

Quando Benjamin prende in considerazione la tradizione nel suo aspetto materiale di monumenti, di strade, di passages, presenti nella città del XX secolo, ma concepiti e costruiti nel XIX secolo, avanza delle osservazioni interessanti che facilmente possono essere applicate a una teoria del canone:

Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l'ora (Jetzt) in una costellazione. In altre parole: immagine è la dialettica nell'immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l'ora (Jetzt) è dialettica: non è un decorso ma un'immagine discontinua, a salti. [4]

È evidente che qui la rovina del passato, la testimonianza, non sono più viste come sopravvivenza o frammento di un testo perduto ma colte nel loro aspetto di anticipazione onirica del presente, di immagini che non solo «appartengono ad un'epoca determinata, ma soprattutto […] giungono a leggibilità solo in un'epoca determinata». E questo presente sognato dalla tradizione « determinato da quelle immagini che gli sono sincrone», in cui ogni ora «è l'ora di una determinata conoscibilità», mostra quanto nel pensiero di Benjamin non vi sia più cittadinanza per una visione del passato come istanza di continuità e di durata. Anzi passato e presente, che quasi si toccano in quello stato sospeso che è la veglia, ricordano molto da vicino l'impegno etico di cui è investita la memoria ne I sommersi e i salvati di Primo Levi.


Il canone come interrogazione 'etica', mai neutra, del passato


Anche in Levi il semplice ricordo, la rassicurante certezza della testimonianza si deve scontrare con «la memoria umana […] strumento meraviglioso ma fallace», sino a dover elaborare una relazione complessa tra passato e presente che ricorda quella costellazione in cui confluiscono per Benjamin passato e «ora (Jetz)». Passato, ora, memoria: tutti termini che non possono dirsi estranei al canone, concepito come costellazione più che come lista di autori.

Una costante tematica che compare come ossessione privata nella scrittura di Levi è la paura di raccontare la propria esperienza ma di non essere creduto e nemmeno ascoltato. Una costante che ha a che fare con la scomparsa di quella figura del narratore su cui si soffermava il famoso saggio di Benjamin sul narratore [5] . Qui la perdita riguarda la possibilità del narratore di trasmettere l'esperienza, di cauzionare con la propria parola l'innesto tra ricordo e memoria, il che equivale a poter innestare l'esperienza del singolo nel deposito plurale e collettivo della memoria. Non si può più sfuggire ad un parallelo, forse irriguardoso per quanti credono alla serenità irenica del canone, ma necessario dopo che l'opera d'arte si è dovuta confrontare con un secolo di guerre e di totalitarismi. Il parallelo tra una riflessione sul canone, sui testi sopravvissuti nel canone alla cancellazione dall'orizzonte di lettura comune, e il tema dei sommersi e dei salvati rispetto all'esperienza del Lager, è un parallelo impegnativo e da capire sino in fondo. Un parallelo che si costruisce attorno al concetto di responsabilità "etica" che ogni salvato ha verso il silenzio dei sommersi e che la critica letteraria comincia a usare come misura della propria lettura dei testi. Concepire, allora, il canone al di là della spiegazione dei giudizi di fatto del mercato comporta una tematizzazione della differenza tra spiegazione e accettazione, l'elaborazione, cioè, di una teoria dell'oblio accanto ad una della memoria. Viene in mente la riflessione recente di H.Weinrich [6] su un'arte dell'oblio che si affianca a quella della memoria , nonché certe elaborazioni di J. Lotman sulla alternanza nella cultura, intesa come meccanismo semiotico, di una dialettica tra centro e periferia come spiegazione del mutamento culturale. Le scelte operate nel canone divengono così quell'«immagine discontinua, a salti», quella «dialettica nell'immobilità» che possono, per Benjamin, ridarci la connessione tra «ciò che è stato e l'ora», tra la tradizione e la postazione del presente da cui la si interroga.


La ricezione contemporanea come esperienza 'agonica'


Sono suggestioni grazie alle quali si può problematizzare la nozione di canone, ridiscutere la dialettica prima individuata tra testi 'salvati' dal canone, e quindi trasmessi, tramandati e resi portatori di valori da accettare o combattere, e testi 'sommersi', scartati e respinti nella zona dell'oblio culturale. Questa dialettica non è pacifica ma, a livello macrotestuale, interviene sul passaggio da una descrizione sincronica della letteratura come sistema ad una teoria diacronica del mutamento letterario. Qui il ricorso alla teoria della ricezione può fornire spunti interpretativi interessanti, a patto di ricostruire la dialettica sommersi/salvati non come pacifico stabilirsi di norme di lettura ma come dato anche violentemente agonico. Mentre a livello microtestuale l'indagine si appunta su quei fenomeni che, come i segnali di 'genere', la stilizzazione, i meccanismi dell'intreccio o i modi di mediazione della narrazione, compaiono in testi canonici e non, e possono essere ricostruiti, mediante un'indagine storico–letteraria, come dati testuali comuni a epoche e opere diverse. Così, ad esempio, gli impliciti del testo, gli errori e le 'distrazioni' d'autore possono rinviare a norme e fatti di comunicazione che non è necessario esplicitare perché implicitamente condivisi da autore e lettore contemporanei al testo. Sono proprio tali vuoti testuali, a volte vere e proprie croci interpretative per il critico postumo, a costituire il legame del testo con i suoi 'contemporanei', siano essi lettori o altri testi, e il legame con l'interdiscorsività che va ricostruito e compreso, una volta esauritosi quel contesto e quel canone. Il canone è così la possibilità di ridestare nelle opere del passato quell'inconscio che giaceva in esse e che la lettura come orizzonte presente risveglia. Per usare un termine di Benjamin le opere, 'sospese nel tempo della redenzione e della veglia', sono anche l'annuncio di quanto del presente era contenuto nel passato come sogno e prefigurazione che deve essere destato e reso cosciente.


Canone e comunità interpretativa


In tale prospettiva una teoria del canone arriva a potersi connotare come vicina ad un pensiero tattico sino a sfociare in una sorta di definizione polemologica del canone. Infatti se è vero che ogni comunità interpretativa si autodefinisce attraverso il canone e definisce il canone, ogni formulazione di un giudizio di valore estetico deve tener presente il problema delle soglie di compatibilità degli insiemi discorsivi e testuali e può portare ad una trasformazione del canone attraverso una teoria degli effetti e degli affetti inscritti nel testo. La teoria degli affetti , ad esempio attraverso il recente sviluppo di una semiotica delle passioni, è fondamentale per il mutamento del canone se definiamo il valore estetico come dato non individuale ma differenziale, come una relazione tra soggetto e oggetto e quindi come una selezione di segni in rapporto con gli affetti messi in gioco dal e nel testo. Il fondamento del giudizio individuale sarebbe sempre, in tal senso, e sia pur attraverso mediazioni, riconducibile alla sua base comunitaria proprio perché, legato alla presenza di una comunità interpretativa, il canone ha anche una funzione di fondazione e mantenimento di norme.

È un mutamento di prospettiva per cui la teoria letteraria non è più centrata sull'autonomia formalistica o sull'autotelia del testo, bensì autorizza il critico a farsi rabdomante e ipnotista, oltre che archeologo e archivista, per ritrovare ed evocare l'ombra dei testi 'deceduti' nei testi canonici In tal modo il concetto di canone supera il puro aspetto di 'repertorio' per far parte integrante della elaborazione e trasmissione testuale all'interno di istituzioni letterarie (i generi, le scuole e le correnti, le comunità interpretative) e di luoghi autorizzati alla lettura e trasmissione di norme letterarie ( la produzione del testo come merce, la produzione editoriale, la scuola).


Calvino e il rapporto dinamico tra tradizione e modernità


Alla fine di questo excursus sul termine "canone", sui suoi usi e affinità con altri concetti della teoria, forse nessun altro testo meglio delle Lezioni Americane di Italo Calvino può servirci da viatico per comprendere il nesso tra tradizione e presente, in nome di un valore conoscitivo della letteratura.

Dietro il dettato limpido delle Lezioni Americane, sotto la forma aperta della riflessione "in pubblico" sul proprio itinerario di lavoro emergono, però, accanto alle "permanenze" anche i punti di svolta e di censurata problematicità della scrittura calviniana. Da quando l'edizione in due volumi dei Saggi a cura di Mario Barenghi ci ha restituito i progetti preparatori delle singole lezioni e il titolo 'Consistency', nonché l'argomento – l'analisi della forma romanzo come manifestazione dell'intersoggettività della sesta lezione incompiuta, Le Lezioni americane appaiono un testo meno risolto e leggero, più denso di vocazione testamentaria, e non solo perché interrotte dalla morte improvvisa dell'autore. Mi sembra infatti significativo che in quest'ultima lezione Calvino intendesse trattare il tema della coerenza sotto l'angolazione della complessità e della reciprocità, del rapporto io e gli altri, dell'intersoggettività, immettendo così nel progetto di un futuro una progettualità e una comunanza che si costruisce a partire dal presente. Le chiavi di lettura del testo divengono allora al contempo più ampie e problematiche, infatti come ogni progetto che interroga il presente in funzione di un 'non essere ancora' del futuro, anche la scrittura di Calvino deve partire da un particolare rapporto tra l'ora e il qui e il passato, tra la tradizione e la modernità.

Di fatto tutte le scritture che a partire da un presente annunciano un tempo ulteriore che non esiste ancora, tutte le scritture novecentesche che contengono un messaggio per il futuro debbono partire da questo concetto di fine, fine del millennio, fine di una tradizione, e sulla base di questo concetto di fineripensare l'origine. Tale movimento è emblematico nelle Lezioni americane quando Calvino crea la propria tradizione e la possibilità di trasportare questa tradizione verso il nuovo millennio. Tutte le scritture testamentarie tendono a far coincidere origine e fine, a concepire l'origine come un dato mobile non fondativo e fondato una volta per tutte ma che si modifica a seconda del punto di vista da cui s'interroga la tradizione.In questo senso l'opera di Calvino è quasi un luogo 'topografico' cruciale da cui guardare alla modernità. Non a caso si è prima evocato Benjamin e si può tornare ad evocarlo in relazione al rapporto calviniano con i classici. Un pensiero radicale sulla modernità come quello di Benjamin mi sembra attagliarsi perfettamente a spiegare come in Calvino il problema della tradizione s'incardini in un'interrogazione apparentemente in ombra ma sotterraneamente centrale nella sua riflessione saggistica: la riflessione sui fondamenti della soggettività moderna a partire dai fondamenti della propria. Vengono alla mente le parole di Calvino che concludono l'ultima conferenza americana dedicata al romanzo come forma della complessità, come rete di possibili enciclopedie, una frase che Calvino dedica al rapporto tra il soggetto e la molteplicità.

Qualcuno potrà obiettare che più l'opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s'allontana da quell'unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d'esperienze, d'informazioni, di letture, d'immaginazioni? Ogni vita è una biblioteca [7] (…).

Dietro il rapporto tra Calvino e la sua "biblioteca ideale" si delinea un tema caro all'autore, quello della definizione della soggettività moderna sempre in procinto di sparire e al contempo sempre più implicata in una rete di saperi molteplici, sempre più determinata da una combinazione di esperienze apparentemente divergenti e da ricondurre ogni volta alla forma rassicurante e terribile del cristallo.

Il nostro stesso rapporto di uomini moderni con la tradizione e con il classico è improntato a questa alternativa tra oblio e memoria, tra sparizione del soggetto, così come lo conosce la tradizione culturale occidentale, e di tutta la scrittura letteraria ad esso connessa, e il recupero della nozione di soggettività. Una soggettività non più pensata in termini di fondazione e di originarietà dell'io ma come rete di connessione attiva tra la tradizione come "biblioteca" e citazione e la molteplicità di stili e di modi di pensiero e di vita che caratterizzano il moderno.



Note:


[1] I. Calvino, Prefazione al Sentiero dei nidi di ragno, ora in Romanzi e racconti,a c. di M. Barenghi e B. Falcetto, vol. I, Mondadori, Milano, 1991, p. e P.Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino,1986, p.23.

[2] H. Bloom, The Western canon. The books and School of the Ages, Harcourt Brace & Co., New York 1994; tr. it. Il canone occidentale: i libri e la scuola delle Età, Bompiani, Milano 1996.

[3] E. Curtius E., Letteratura europea e Medioevo latino, tr. it. a c. di R. Antonelli, La Nuova Italia, Firenze 1997.

[4] W.Benjamin, Das Passagen Werk, Suhrkamp, Frankfurt 1992; tr. it. cit., Parigi, capitale del XIX secolo. I passages di Parigi, Einaudi, Torino 1986, p. 598.

[5] W. Benjamin , Il narratore. Considerazioni sull'opera di Leskov, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, tr. it., Einaudi, Torino, 1976.

[6] Cfr. H. Weinrich, Lete, il Mulino, Bologna 1999, e J. Lotman, La cultura e l'esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità, tr. it., Feltrinelli, Milano 1993.

[7] I.Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, in Saggi 1945 --1985, a. c. di M.Barenghi, vol. I, Milano, Mondadori, 1995, p. 733.
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