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Indice

Didattica:

Scuola, lavoro, hobby: una storia di genti meccaniche

1. A scuola le cose interessanti accadono quando non si ha tempo da dedicar loro. Uno degli aspetti più difficili di questo lavoro è dunque saper decidere all’improvviso quando sta per presentarsi qualcosa per cui vale la pena di lasciar perdere le attività programmate e permettere a quanto è nell’aria di trovare una forma.
Nell’a.s. 2013/14 lavoravo da supplente in un IeFP, quello strano ibrido che non è più solo formazione professionale e non è ancora scuola.[1] Verifica di analisi del testo in terza: assegno l’incipit della Disubbidienza di Moravia, di cui mi interessa far notare la descrizione dinamica del protagonista.

Passate le vacanze nel solito luogo al mare, Luca tornò in città con la sensazione che non stava bene e si sarebbe presto ammalato. Egli era cresciuto in maniera anormale negli ultimi tempi e a quindici anni aveva già la statura di un uomo adulto. Ma le spalle erano rimaste strette e gracili; e nel viso bianco, gli occhi troppo intensi parevano divorare le guance smunte e la fronte pallida. Fosse stato consapevole di questa sua gracilità e dei pericoli che comportava, si sarebbe forse raccomandato ai genitori affinché gli facessero sospendere gli studi; ma, come avviene in una età come la sua in cui la sensibilità è sveglia e la coscienza ancora assopita, egli non riusciva a stabilire alcun nesso tra questa indebolita condizione fisica e la sua profonda ripugnanza per gli studi. Era sempre andato a scuola e gli pareva naturale continuare ad andarci. Anche se talvolta gli sembrava che le cose che doveva imparare non gli si presentassero distribuite ordinatamente nell’avvenire, secondo i giorni e i mesi dell’anno scolastico, ma tutte raccolte davanti a lui, in una massa ritta e invalicabile, simile a una montagna le cui lisce pareti non offrissero alcun appiglio per aggrapparsi e sormontarla. Non era la volontà che gli mancava, bensì non sapeva che impulso fisico, che coraggio del corpo. Il quale gli pareva talvolta che gli mancasse disotto, come un cavallo stremato e ottenebrato dalla fatica sotto il cavaliere che lo sprona invano.
Spesso, però, questo corpo si ribellava, quando meno Luca se l’aspettava, non di fronte ai compiti più gravosi ma per cose da nulla. Luca, in quel tempo, era soggetto a rabbie improvvise e furiose durante le quali il suo corpo, già così stremato, pareva bruciare le poche forze che gli restavano in parossismi di rivolta e di odio. Soprattutto la muta, inerte resistenza degli oggetti o meglio la propria incapacità a servirsene senza fatica e senza danno, aveva il potere di gettarlo in queste rabbie devastatrici. Una scarpa stretta o male allacciata in cui il piede non entrasse immediatamente, un tram che, recandosi a scuola, gli sfuggisse all’ultimo momento nonostante una lunga rincorsa, una bottiglia d’inchiostro che per un gesto brusco si rovesciasse sul quaderno costringendo Luca a ricopiare la pagina, l’urto impreveduto e doloroso della sua testa contro lo spigolo del tavolo mentre si rialzava dopo aver raccolto un libro caduto in terra, queste e altre simili inezie bastavano a metterlo fuori di sé. Allora o imprecava e digrignava i denti, talvolta giungendo puerilmente fino a percuotere con il pugno lo spigolo del tavolo o a scagliare in terra la bottiglia d’inchiostro, oppure scoppiava in un pianto violento in cui pareva sfogarsi tutto un antico dolore. Egli sentiva che il mondo gli era ostile; e che egli era ostile al mondo; e gli pareva di condurre una guerra continua ed estenuante contro tutto ciò che lo circondava. Questa ribellione degli oggetti e questa sua incapacità di amarli e dominarli, avevano raggiunto il loro colmo proprio quell’estate durante il suo soggiorno al mare. Un incidente, tra gli altri, aveva confermato definitivamente l’inimicizia che correva tra lui e la realtà circostante. Luca era pratico di meccanica spicciola e tutte le volte che in casa c’era un guasto di elettricità, si ricorreva a lui. Avvenne che una sera, per un corto circuito, la luce si spegnesse. Luca, chiamato a gran voce da sua madre per le stanze buie, accorse subito con i suoi ferri. Ma, sia che non avesse preso la precauzione di non poggiare i piedi in terra, sia che, al lume scarso della candela, non si fosse accorto del contatto prematuro dei fili, tutto a un tratto la corrente elettrica, ridestata, sprizzò scintillando tra le sue dita e gli corse per tutto il corpo. Luca prese a gridare e, intanto, per una reazione naturale, stringeva più che mai, con una forza raddoppiata dallo spasimo, i fili e il commutatore. La madre spaventata, non sapendo che fare, gli girava attorno, Luca urlava e la corrente continuava a vibrargli per il corpo con una forza maligna che non dai fili pareva partire ma dal mondo intero, misterioso e ostile, che egli odiava senza conoscere. Finalmente, dopo una lunga confusione, qualcuno andò a interrompere la corrente sul quadrante, e Luca, aperte le mani, si gettò singhiozzando tra le braccia di sua madre. Ella non capiva perché piangesse in maniera così disperata e lo stringeva meccanicamente, accarezzandogli il capo. A lungo, tremando per tutto il corpo, e sentendo nello stesso tempo con amarezza che le carezze materne non lo proteggevano né lo consolavano più come un tempo, Luca pianse. Poi, rifatta la luce, si scoprì che la scossa elettrica gli aveva profondamente bruciato i polpastrelli di tre dita. Vi erano rimaste visibili le impronte dei fili e, per così dire, della scossa medesima, in una ferita che aveva la forma spezzata di una minima folgore.[2]


I miei alunni, un po’ tutti, saltano su nell’incontrare un passaggio che, a me, è praticamente passato inosservato:

Luca era pratico di meccanica spicciola e tutte le volte che in casa c’era un guasto di elettricità, si ricorreva a lui.

«Meccanica?», mormorano. Nell’istituto ci sono corsi per meccanici e corsi per elettricisti.[3] La sezione per meccanici è il ghetto, è quella in cui tra l’altro sono gentilmente riorientati quelli che non riescono a fare l’elettricista. I miei elettricisti sono arrivati al terzo anno, quello dell’esame, e si sentono umiliati a sentir qualificare come ‘meccanica’ il loro lavoro.
«C’è un motivo se dice così», rispondo. «Intanto fate la verifica e domani ne parliamo.»
Adesso, va’ a spiegar loro che, fuori, quell’intero istituto è considerato un ghetto e che, dei pregiudizi che loro hanno verso i loro compagni del corso di meccanica, sono oggetto loro stessi da parte dei coetanei del sistema di istruzione nazionale.

2. Mettiamoci d’accordo: c’è oggettivamente una punta di snobismo da parte del dettato moraviano, nell’indicare indistintamente come ‘meccanica’ i lavori sui “guasti di elettricità”. Sarebbe da discutere se, poi, questo snobismo è del narratore o del personaggio: stiamo raccontando la situazione con gli occhi di Luca, o con quelli di un narratore esterno di cui l’autore si prende la responsabilità? Dobbiamo, insomma, affrontare il problema della focalizzazione. (Visto, che tutta quella narratologia serviva a qualcosa? La focalizzazione è ideologia! Volete sapere che cosa pensa l’autore di voi, sì o no?)
Antonio R. Daniele, nell’analizzare questa pagina, ricostruisce:

…il racconto di Luca ci appare un’area di esercitazione dei campi di ‘ocularizzazione’. Incomincia con una ‘focalizzazione zero’ nella quale il narratore è extradiegetico: è un esordio cinematografico da voice over, una sorta di istanza narrativa esterna  che  guida  lo  spettatore  nel  chiarimento  dell’antefatto,  o  addirittura  ‘nascosta’, ossia collocata dietro gli eventi, con una pura sequenza di inquadrature:
(…)
Ma  subito,  adeguatamente  interpolata,  la  narrazione  si  arricchisce  della  focalizzazione esterna  che  registra  gli  eventi  nel  momento  stesso  in  cui  essi  accadono,  (…)  in  ossequio  ad  una  puntuale  narrazione  cinematografica  in ‘oggettiva  reale’.  In  questo  caso,  il  lettore  viene  a  coincidere  con  un  ideale  spettatore posto di fronte ad un piano d’insieme o ad un campo medio.[4]


Non siamo del tutto d’accordo: il critico salta un passaggio, citando la sequenza descrittiva iniziale e il secondo di due episodi esemplificativi che la narrazione riporta, ma scavalcando del tutto il primo. E che, nel frattempo, si possano attestare anche momenti di focalizzazione interna, ci sembra evidente; rileggiamo la sequenza dei “guasti elettrici”, introdotta così:

Soprattutto la muta, inerte resistenza degli oggetti o meglio la propria incapacità a servirsene senza fatica e senza danno, aveva il potere di gettarlo in queste rabbie devastatrici. […] Egli sentiva che il mondo gli era ostile; e che egli era ostile al mondo; e gli pareva di condurre una guerra continua ed estenuante contro tutto ciò che lo circondava. Questa ribellione degli oggetti e questa sua incapacità di amarli e dominarli, avevano raggiunto il loro colmo proprio quell’estate durante il suo soggiorno al mare.[5]

Attenzione però: Antonio Daniele cita questo stesso brano come esempio di focalizzazione zero. Adesso la questione è: l’autore rappresenta in questa sequenza il punto di vista di Luca perché padroneggia tutti i punti di vista dei personaggi e salta da uno all’altro (ipotesi del critico, focalizzazione zero) o perché vuole rappresentare l’episodio dal punto di vista dello sguardo di Luca (ipotesi nostra, focalizzazione interna)? Bisognerebbe accertarsi sulla presenza di altri punti di vista. Per la verità c’è un’osservazione psicologica attribuibile ad un altro personaggio: Luca prende la scossa nel fare la sua piccola riparazione e

La madre spaventata, non sapendo che fare, gli girava attorno. (…) Finalmente, dopo una lunga confusione, qualcuno andò a interrompere la corrente sul quadrante, e Luca, aperte le mani, si gettò singhiozzando tra le braccia di sua madre.

Si tratta, tuttavia, di un’osservazione così elementare e così visivamente espressa, che potrebbe anche non essere scomodato un cambio di punto di vista; anzi, l’aggettivo potrebbe appunto venire dal punto di vista di Luca, potrebbe essere una considerazione di lui che in questa occasione comincia a rendersi conto dell’inanità del comportamento della madre, messo in confronto con quello di chi (e non sappiamo chi, perché Luca è nella stanza), pragmaticamente toglie la corrente.
Insomma, al momento la questione sembra aperta, entrambe le interpretazioni restano possibili.

3. Resta da spiegare com’è che, vuoi che sia Luca, vuoi che sia l’autore, qualcuno possa chiamare ‘meccanica’ l’elettrotecnica. In verità, fino a non molti secoli fa, con la parola ‘meccanico’ si intendeva ogni lavoratore manuale: nei Promessi sposi l’anonimo definisce «gente meccaniche, e di piccol affare»[6] i protagonisti della storia che si accinge a raccontare, quando Renzo e Lucia non si sono mai occupati, nel senso che intendiamo noi, di meccanica: son due operai tessili che dividono la propria vita lavorativa tra la filanda e i campi.
Anche in questo caso, va inteso in senso molto delicato il rapporto tra le due istanze diegetiche, quella del narratore onnisciente di cui Manzoni si prende la responsabilità e quella dell’anonimo.[7] Cosa potrebbe intendere dunque ciascuna delle due voci con l‘aggettivo ‘meccanico’?
Cominciamo dall’anonimo.
Quando dobbiamo immaginare che l’anonimo scriva? I fatti del romanzo si svolgono tra il 1628 e il 1630, e l’anonimo li riporta, da vecchio, come «racconto auuenuto ne' tempi di mia verde staggione» e i cui protagonisti sono «sparit[i] dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche». Notiamo solo adesso l’errore di concordanza: ‘sparite’ è femminile, perché il sostantivo a cui si riferisce è ‘persone’. Ma come si spiega il maschile ‘tributarij’? Forse concorda con PRO-Arb, soggetto implicato da ‘rendersi’?[8]
In un modo o nel’altro, se questi ventenni del 1628 sono per lo più morti, l’epoca in cui si suppone che l’anonimo scriva potrebbe non essere molto lontana dalla pubblicazione della terza edizione del Vocabolario della Crusca, quella del 1691. Che, s.v. ‘meccanico’, riporta, come definizione principale, senza mezzi termini: «Vile, abbietto». Ci sono poi tre lemmi aggiuntivi: uno sulle “arti meccaniche”, uno sulla meccanica in quanto branca della fisica, e uno sull’uso di ‘meccanico’ come sostantivo, che «si usa per Colui, che esercita l’arti meccaniche.»[9]
E all’epoca di Manzoni? Anche in questo caso abbiamo un dizionario autorevole, il Tommaseo-Bellini. Qui le definizioni sono salite a sette. Notiamo che anche in questo caso, dell’accezione contemporanea, di «chi provvede alla riparazione e alla manutenzione di macchine»,[10] nessuna delle sette riporta traccia.
Ci interessano la prima: «Parlando di persona, si dice Colui che esercita l’arti meccaniche»[11] e l’ultima, quasi un omaggio residuale alla tradizione: «Fig. Per Vile, Abbietto.». Residuale però non è, perché Tommaseo aggiunge di suo pugno ben quattro note, e anche in questo caso leggiamo la prima e l’ultima. La prima subito: dice:

Arte bella o meccanica. Non dovrebbero essere l’una all’altra contrapposte; perchè in ogni arte bella, anco in quella della parola, è un che di meccanico; e Ogni arte meccanica dovrebb’ essere informata a bellezza. Tempo verrà che ogni artè [sic] più umile meriti il titolo di professione.

E infatti in Manzoni Renzo «esercitava la professione di filatore di seta» (cap. ii).
Se adesso guardiamo l’ultima nota del Tommaseo, che abbiamo lasciato indietro:
Per estens. in senso non buono. Esercizio meccanico della memoria. – Scolasticume meccanico
ci accorgiamo che ‘meccanico’ si è a questo punto configurata come una vera e propria vox media. In senso positivo, nella prima definizione, Tommaseo riporta un esempio d’uso che, come abitudine di questo vocabolario, è già una dichiarazione filosofica:

Platone nel Cratilo dice, che mecanico si dice uno artefice di quelle cose, che con l’ingegno e con la mano insieme si fanno; dove fra il mecanico ed ingegniero si vede cadere qualche poca differenza… mecanico è vocabolo onoratissimo, dimostrando, secondo Plutarco, mestiero alla milizia pertinente, e convenevole ad uomo d’alto affare, e che sappia con le sue mani e col senno mandare ad essecuzione opre maravigliose a singolare utilità e diletto del viver umano

Si tratta di un passaggio dalla Piazza Universale di tutto il Mondo, di Tommaso Garzoni: un testo del 1585. Siamo in epoca umanistica, e tra le altre cose gli umanisti sono animati da un grande entusiasmo per il lavoro manuale.

4. Facciamo un passo indietro, dunque. Nel Medioevo la struttura sociale è quella, ben nota, della società tripartita: oratores, bellatores, laboratores. Osserviamo che i laboratores, per lo meno per tutto l’alto Medioevo, sono sostanzialmente contadini: il settore secondario è talmente poco sviluppato da risultare sotto molti aspetti trascurabile, e la produzione che ad esso afferisce è per lo più praticata dai contadini stessi e destinata all’autoconsumo e al mantenimento delle classi superiori, secondo il classico rapporto di servitù della gleba:[12]

La Chiesa forma un solo corpo, ma la società è divisa in tre ordini. Infatti la legge degli uomini distingue altri due ordini: il nobile e il servo sono infatti di condizione differente. (…) I nobili formano un ordine guerriero e protettore della Chiesa, difendono con le loro armi tutto il popolo, potenti e umili, e ugualmente proteggono se stessi. L’altra classe è quella dei servi: questa razza di infelici non possiede se non al prezzo di tribolazioni. Chi potrebbe calcolare sulle biglie di un abaco i loro affanni, le loro fatiche e i loro travagli? (…) È a loro che devono il loro mantenimento i loro padroni che pensano di mantenerli. Non c’è fine per le lacrime e i gemiti della classe servile.[13]

Non si può dire che Adalberone disprezzi l’importanza del lavoro manuale, seppure ne metta in luce principalmente gli aspetti legati alla fatica e all’ingratitudine. Probabilmente, la sua concettualizzazione della questione risente del tema del lavoro come condanna seguita alla caduta di Adamo. L’atteggiamento degl’intellettuali umanisti è del tutto diverso. La valorizzazione dell’uomo e della sua opera tende a mettere in luce il contributo che il lavoro umano porta alla creazione, per es. in Giannozzo Manetti:

Ma che dire dell’ingegno sottile ed acuto di quest’uomo così bello e ben fatto? Esso è così grande e tale che tutto ciò che è apparso nel mondo dopo quella prima e ancora informe creazione appare trovato prodotto e compiuto da noi mediante quel singolare ed eminente acume della mente umana. Nostre infatti, e cioè umane perché fatte dagli uomini, sono tutte le cose che si vedono, tutte le case, i villaggi, le città, infine tutte le costruzioni della terra, che sono tante e tali, che per la loro grande eccellenza dovrebbero a buon diritto essere ritenute opere piuttosto di angeli che di uomini. Sono nostre le pitture, nostre le sculture, le arti e le scienze: nostra la sapienza, lo vogliano o non lo vogliano gli accademici, che pensavano che nulla affatto può essere conosciuto da noi fuorché, per dir così, l’ignoranza. Nostre sono infine, per non enumerarle troppo lungamente ad una ad una, poiché sono quasi infinite, tutte le invenzioni, nostra opera tutti i generi delle varie lingue e delle varie lettere, i cui usi necessari quanto più profondamente andiamo ripensando, da tanta maggiore ammirazione e stupore noi siamo trascinati. (…)
Nostri sono, infine, tutti i ritrovati, che ammirabili e quasi incredibili la potenza e l’acume dell’ingegno umano o piuttosto divino volle costruire ed edificare con una solerzia singolare ed eminente. Queste cose ed altre simili si vedono da ogni parte sì numerose e sì belle che il mondo e i suoi ornamenti, trovati e stabiliti da prima da Dio onnipotente per l’utilità degli uomini e accolti quindi dagli uomini con animo grato, appaiono resi molto più belli, molto più adorni e di gran lunga più perfetti.[14]


Perché questa differenza? Probabilmente, nell’idea di Adalberone, la trasmissione della cultura è appannaggio degli oratores, cioè della Chiesa: nessun valore culturale è riconosciuto al lavoro manuale. Il riconoscimento del valore di questo lavoro in Giannozzo, invece, è evidente, unione di carismi umani e divini; e infatti Garzoni, l’autore che il Tommaseo citava, descrive l’attività del meccanico come “con le sue mani e col senno”. E non è da escludere che la doppia accezione che notavamo, al tempo di Manzoni, possa essere la continuazione di questa stessa dicotomia.

5. E infatti, per tornare ai Promessi sposi, quando il «signor tale» dà a Lodovico del «vile meccanico», nel cap. iv, che cosa offende il giovane, se non il fatto che non si sente trattato in modo conforme a come era stato educato? Il padre, infatti, aveva fatto

educare il figlio nobilmente, secondo la condizione de’ tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere e d’esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e giovinetto.

Quest’educazione è vista come un vero e proprio tentativo di emancipazione sociale, per risparmiare al figlio «tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo», e che egli viveva come un’onta. Insomma, l’educazione come contrapposta al lavoro ‘meccanico’. Che a questo punto non è nemmeno il lavoro manuale, è il lavoro tout court. E infatti, nella mentita «di prammatica», «Voi mentite ch’io sia vile», Lodovico smentisce solo l’aggettivo.
Torniamo un attimo al Vocabolario della crusca. Notavamo che alla voce ‘meccanico’, l’accezione della parola come sostantivo «si usa per Colui, che esercita l’arti meccaniche», e che cosa siano queste «arti meccaniche» è definito poco prima; ma la definizione dice semplicemente: «a distinzion delle liberali». Per averne un’idea più chiara guardiamo s.v. ‘arte’, che dice: «Abito, cavato dalla esperienza, di potere operar con ragione, intorno a qualsivoglia materia: come le sette Arti liberali, e le meccaniche.» Qui, non è pensabile che il «signor tale» per offendere Lodovico gli riconosca questa capacità di operare con ragione: egli intende semplicemente ‘meccanico’ nel primo significato, come sinonimo di ‘abietto’. Lodovico, invece, considera il sostantivo come non smentibile, perché obiettivamente egli veniva dalla classe lavoratrice, ma si sente offeso nella misura in cui, unito a ‘vile’, esso rappresenta un marchio che l’educazione ricevuta non gli consente di superare.
L’uno e l’altro uso del termine, dunque, sono diversi da quello dell’anonimo nell’Introduzione: Renzo e Lucia non sono «genti meccaniche» perché persone abiette, e nemmeno perché praticanti delle “arti meccaniche”: lo sono perché ignoranti, condannati a un lavoro ripetitivo:

Renzo e Lucia non sanno né leggere né scrivere: nei Promessi Sposi questo fatto ha un rilievo decisivo cui non mi pare sia stata data la importanza dovuta. Certo il non saper leggere e scrivere è (o si può presumere sia) caratteristica comune a eroi ed eroine di molte opere letterarie, prima e dopo di loro, ma non saprei citare un altro grande libro in cui la condizione dell’illetterato sia così presente alla coscienza dell’autore,[15]

ricorda Italo Calvino.
Stiamo discutendo, naturalmente, di un’educazione a cui Manzoni non crede: quella «di lettere e d’esercizi cavallereschi», quella di don Ferrante. Abbiamo parecchi esempi di come l’ideologia di Manzoni rifiutasse una cultura del genere. Per la dottrina cavalleresca, basti dire che il suo rappresentante più illustre è il podestà, e il suo interlocutore don Attilio. Per le lettere, il caso più famoso è fuori dal romanzo, nella biografia di Manzoni: un certo Marco Coen voleva fare lo scrittore mentre il padre lo aveva impiegato in una banca. Essendosi rivolto a Manzoni per trovare in lui un appoggio, fu invece invitato a obbedire al padre proprio con l’argomento dell’utilità sociale del lavoro.[16]
A proposito di cultura, tuttavia, sul capitolo di don Ferrante, il xxvii, ci dobbiamo fermare.
Nella sequenza più famosa, quella del carteggio tra Renzo e Agnese, c’è molto di platonico: la lingua come filtro tra la cosa e l’idea, la scrittura come ulteriore filtro; non è causale la battuta sui due aristotelici che abbiamo sentito poco prima.
La critica si è accorta che a ben guardare tutto il capitolo parla del problema poetologico, e in particolare della scrittura, dalla considerazione metanarrativa del romanzo per ignoranti alla celebre descrizione della biblioteca di Ferrante. Poi, però, non ha letto l’episodio del carteggio usando il resto del capitolo come chiave: del suo pubblico ignorante Manzoni è in realtà orgoglioso, la battuta era ironica, antifrastica, e il problema dell’approccio al vero storico e della sua concettualizzazione povera è risolto declassando il compito del romanzo a un’«infarinatura» a questo pubblico dedicata. Sempre più platonico: come Michelangelo ci accostiamo all’ideale per successive approssimazioni. Solo che presto ci accorgiamo che questa infarinatura, che sembrava limitata all’ottantina di righe al principio del capitolo, si rivela estesa per parecchi capitoli, con brevi pause.
Ferrante ha invece un’ambizione enciclopedica e sistematica: proprio come Abbondio, ha un sistema che gli permette di emettere sentenze. Secondo l’autore, invece, parlando di storiografia, «quelle che noi vorremmo proferire come sentenze non sono per lo più altro che arringhe.»[17] Manzoni sa bene che a fare come Ferrante si finisce per attribuire a sé stessi il punto di vista di Dio, come sua moglie Prassede. E tuttavia lo fa: non ci si può esimere dal dare giudizi. Solo che bisogna vedere come si danno, questi giudizi: Prassede, come Ferrante, procede per sillogismi, dando per scontate le premesse maggiori dei propri pregiudizi: sono personaggi intimamente aristotelici. Come lo è, nell’Introduzione, l’anonimo secentista, che il narratore onnisciente tronca nel mezzo di una discussione sulla storiografia in termini di sostanze e accidenti. E che storiografia propone, di contro, questo narratore? Occorre notare che questi capitoli della digressione storica hanno una caratteristica più marcata rispetto agli altri: sono quelli più ricchi di note dell’autore con riferimenti bibliografici, quasi a invitare i propri lettori ignoranti a superare il livello dell’infarinatura, approfondendo da sé.
Il romanzo costruisce il proprio lettore di secondo grado, un lettore che verifica sulle fonti, che si confronta con i nodi irrisolti.[18]
L’atteggiamento di Ferrante è del tutto opposto: la sua predilezione per le opere più riputate in ogni materia, al di là della scelta grossolana di cosa sia reputato e cosa no, ricorda i casi in cui Abbondio, costretto a schierarsi in una disputa, sta col più forte; e la posizione di Ferrante che dà ragione al moderno alludendo alla superiorità degli antichi è simile ad Abbondio che ammicca al debole quasi a rimproverarlo di non aver saputo essere il più forte.
Certo, la differenza è che Ferrante ama la disputa e la cerca di sua volontà, ma è il gusto di disputare incruento e sterile, sembra esattamente quello dei due scolastici che discutono dell’entelechia nella battuta di poco prima. E infatti, Ferrante è quello che non prende posizione tra Machiavelli e Botero, con apparente equanimità superiore ma in realtà glissando sulle grandi differenze di principio.

6. Insomma, è ancora il rimprovero dei ragazzi di Barbiana alla famosa professoressa:

Nel suo programma d’italiano ci stava meglio il contratto dei metalmeccanici. Lei signora l’ha letto? Non si vergogna? È la vita di mezzo milione di famiglie.
Che siete colti ve lo dite da voi. Avete letto tutti gli stessi libri. Non c’è nessuno che vi chieda qualcosa di diverso.[19]


E più avanti:

Ogni popolo ha la sua cultura e nessun popolo ce n’ha meno di un altro. La nostra è un dono che vi portiamo. Un po’ di vita nell’arido dei vostri libri scritti da gente che ha letto solo libri.

Negli stessi anni, il cantautore Luigi Tenco ripropone la questione dei rapporti tra scuola e lavoro con la consueta ironia in un walzer chiamato Hobby:

Giorgio, ricordi
quando eravamo
nel banco insieme
al corso di meccanica?
Tu eri molto bravo,
io invece non lo ero
e nei compiti in classe
io copiavo da te.

Giorgio, ricordi
quando hai dovuto
lasciar la scuola
al corso di meccanica?
Dovevi lavorare,
dare una mano ai tuoi.
Io, invece, che potevo,
ho continuato il corso.

Giorgio, ma è vero
che oltre al tuo lavoro,
la sera, per hobby
ti occupi di meccanica?
Pensa che io ho finito
e sono laureato.
Eppure ho un grande handicap:
non ci capisco niente.[20]


Ancora uno studente, come in Moravia, e ancora la pratica della meccanica come occupazione collaterale, come «hobby». E qui la ‘meccanica’ è la meccanica alla lettera, quella che «provvede alla riparazione e alla manutenzione di macchine», non una generica occupazione, anche se nell’ascoltare il brano abbiamo tutti la sensazione nettissima che il vero tema del testo sia il lavoro in generale.
Ricorrono i motivi, ma la situazione, rispetto a Moravia, è rovesciata: lì, un ginnasiale di famiglia borghese, che pratica la meccanica come passatempo estivo subordinato alla sua attività principale di studente; in Tenco, invece, una scuola escludente, riservata a chi ha il tempo di frequentarla, da cui il proletario, quello che “deve dare una mano ai suoi”, è giocoforza tagliato fuori, e, mentre il borghese arriva alla laurea (e presumibilmente a un buon impiego nel campo, anche se “non ci capisce niente”), l’altro è costretto non a non praticare la meccanica, ma a non praticarla come attività produttiva, relegandola allo spazio marginale dell’hobby.
Anche il problema della conoscenza sottesa all’attività manuale è posto in termini opposti: per Luca questi lavoretti di meccanica non richiedono troppo impegno intellettuale, li pratica come altri farebbero parapendio o danze africane, “non compiti gravosi ma cose da nulla”: è un’attività che magari dà il brivido radical-chic di sentirsi lavoratori durante la vacanza estiva, ma che si caratterizza nel senso che Tommaseo considera «non buono», «esercizio meccanico», appunto, tanto che la poca concentrazione produce un serio infortunio. In Tenco, al contrario, la ‘meccanica’ è tutt’altro che un esercizio meccanico, c’è da “capire”, e l’io lirico non capisce. E quello da cui Giorgio, e con lui tutta la “gente meccanica”, è tagliato fuori non è la comprensione della meccanica, ma il titolo di studio, quello che gli permetterebbe di trasformare l’hobby in lavoro. Come in Manzoni, questione di titoli, non di capacità individuali.
C’è da dire che la concezione implicata dal testo del comunista Tenco è molto più liberale di quello che la denuncia sociale lascerebbe presumere. In primo luogo, non si dice mai in che cosa consista questa “bravura”, che all’io lirico manca e al suo compagno no. Qual è, di preciso, il suo handicap? Non è capace di concentrarsi? Non sa prevedere come si muoveranno i pezzi? Non sa decodificare il disegno meccanico? La sua mano nel micromovimento non riesce a dietro all’occhio? L’uomo non manifesta neanche rancore verso il compagno più dotato (e vorremmo vedere! pur essendo meno capace ha ottenuto una posizione di privilegio rispetto a lui!), limitandosi a registrare l’ironia della situazione, che la scuola non ha cambiato in nulla: viene da pensare che non sia neanche in fondo colpa sua se ha copiato durante le verifiche, poverino, “non era bravo”; le doti nello studio sono, in pratica, innate.
In secondo luogo, sembra che il fine dell’uomo sia, sic et simpliciter, la realizzazione: esistono delle attitudini, che l’uomo non può darsi né modificare, e non si può che assecondarle, indipendentemente dalle circostanze materiali. Tanto che Giorgio, pur avendo abbandonato la scuola, non può che continuare a praticare la meccanica, col salario o senza. Tutta la pedagogia liberale approverebbe.
Anche in questo caso, tuttavia, c’è da chiedersi se queste implicazioni ideologiche siano del personaggio o dell’autore. L’autore ha dimostrato in molti altri testi di disprezzare l’ideologia individualista.[21] Rispetto però a Moravia e a Manzoni, qui la questione è più spinosa, perché non c’è un’altra voce, un narratore in terza persona, a controbilanciare l’io lirico: è solo la costruzione complessiva del testo che ci fa cogliere il dispositivo autoconsolatorio di costui, su cui non siamo affatto chiamati a proiettarci. La narrativa contemporanea è piena di istanze diegetiche così, di narratori inaffidabili, a cominciare (per l’Italia) da Zeno Cosini. Tra l’altro, protagonista di un romanzo scritto dal primo autore italiano che venisse dalle scuole tecniche.

7. Attenzione: è molto rischioso accettare che sia naturale rinchiudere nel privato qualcosa che dovrebbe appartenere alla sfera pubblica, quella del lavoro.
C’è un’altra canzone d’autore che parla di scuola e di lavoro, di titoli di studio e di esclusione sociale: Vedrai com’è bello di Gualtiero Bertelli, esponente del Nuovo Canzoniere Italiano.

M’hanno detto a quindici anni
di studiare elettrotecnica
è un diploma sicuro,
d’avvenire tranquillo,

con quel pezzo di carta
non avrai mai problemi,
non avrai mai padroni,
avrai sempre il tuo lavoro.

Vedrai com’è bello
lavorare con piacere
in una fabbrica di sogno
tutta luce e libertà!

M’hanno detto a quindici anni
fai la specializzazione,
è importante, nella fabbrica
farai il lavoro che ti piace.

Io l’ho fatta, ed a vent’anni
poi mi sono diplomato
e ad un corso aziendale
m’hanno pur perfezionato.

Vedrai com’è bello
lavorare con piacere
in una fabbrica di sogno
tutta luce e libertà!

Tutto quello che hai studiato
dentro qui non serve a niente,
non importa un accidente
cosa poi tu voglia fare.

Il diritto più importante
è catena di montaggio,
modi e tempi di lavoro
ogni giorno, ogni ora.

Qui dentro non c’è tempo,
non c’è spazio per la gente
qui si marcia con le macchine
e non si parla di libertà.

La tua libertà
resta fuori dai cancelli,
la puoi ritrovare
fra le mura di casa.

Vedrai com’è bello
lavorare con piacere
in una fabbrica di sogno
tutta luce e libertà![22]


Sono passati solo pochi anni ma la distanza da Tenco è abissale: a questo punto, il titolo di studio non garantisce affatto l’«avvenire tranquillo» del lavoratore, l’operaio prende titoli su titoli, diploma, specializzazione, ma proprio per il fatto di essere a portata di mano per le “gente meccaniche” questi titoli si inflazionano, non valgono più nulla, e il potere contrattuale di chi li possiede non aumenta, mentre l’unico possibile spazio di libertà rimane quello privato, «tra le mura di casa». Il panorama è quello attuale, di una corsa ai titoli culturali, alle specializzazioni, nella quale tutti i lavoratori sono impegnati per farsi concorrenza tra loro, anche i più qualificati, anche i loro insegnanti: una corsa che ricorda quella della Regina rossa, in cui è necessario dare il massimo per restare nella stessa posizione, e se si volesse avanzare bisognerebbe correre molto più che al massimo delle proprie forze.[23] E per star dietro a questa corsa “si lavora, non si parla di politica”, come ai tempi del fascismo.
Il protagonista di questa canzone non presenta in alcun modo la propria attività come “meccanica”: raggiunge anzi, probabilmente, lo stesso diploma dei miei alunni, quello di elettrotecnico. Il fatto curioso è che, però, proprio il testo in cui è sparito ogni riferimento alla meccanica è quello dapprincipio pubblicato dalla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici.[24] Non credo che abbiano da consolarsi della ritrovata attenzione: questo isolarsi, accettare di smettere di “parlare di libertà”, questo rifugiarsi nel privato, ha accompagnato il fatto che le macchine al cui ritmo abbiamo da marciare, e che non sono solo quelle della catena di montaggio ma la “macchina” in generale, l’ingranaggio in cui siamo immersi, hanno assorbito anche la loro professione.

Pubblicato il 07/11/2017
Note:


[1] http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/istruzione/dg-ifts/area-iefp.


[2] Alberto Moravia, La disubbidienza (1948), in Opere, vol. 2. Romanzi e racconti 1941-1949, a c. di Simone Casini, Milano, Bompiani, 2002, pp. 1071-1194: pp. 1173 sgg.


[3] Per la verità ce ne sono anche altri. L’istituto di cui si parla è l’IIS “Cesare Pesenti” di Bergamo, la classe la 3°ASFN, l’anno scolastico, come anticipato, il 2013/14.


[4] Antonio R. Daniele, Alberto Moravia e il metalinguaggio fra narrazione e cinema, in La letteratura degli italiani 4. I letterati e la scena, Atti del XVI Congresso Nazionale Adi, Sassari - Alghero, 19-22 settembre 2012, a cura di G. Baldassarri, V. Di Iasio, P. Pecci, E. Pietrobon e F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014. Il contributo è disponibile in rete al seguente indirizzo: http://www.italianisti.it/upload/userfiles/files/Daniele_a.pdf. La citazione si trova alle pp. 7-8 (secondo la numerazione delle pagine nell’estratto disponibile in rete).


[5] Qui e nella citazione successiva i corsivi, nostri, indicano i punti in cui ci sembra che la focalizzazione privilegi il punto di vista psicologico che ci interessa rispetto a quello di un osservatore esterno.


[6] Cito dall’ediz. del romanzo a cura di Romano Luperini e Daniela Brogi, Milano, Mondadori (così da occhietto, ma marchiato in copertina “Einaudi Scuola”), 1998.


[7] Non entro nel dettaglio del complicatissimo problema delle istanze diegetiche nel testo manzoniano, affrontato come è noto da Stefano Agosti, Enunciazione e punto di vista nei 'Promessi sposi', in Giovanni Manetti (a c. di), Leggere I Promessi sposi, Milano, Bompiani, 1990, pp. 133-144.


[8] Sull’uso dei controllori nell’accordo, cfr. Nunzio La Fauci, Carol Rosen, Past Participle Agreement in Five Romance Varieties, «Texto!», 15(3), testo disponibile su http://www.zora.uzh.ch/id/eprint/42808/1/lafauci_rosen_paper93_rivisto.pdf: si vedano in partic. la p. 6 e le note 10 sgg. I miei alunni, più modestamente, conoscono la questione sulla base del «Siglario degli errori» da me distribuito a partire da materiale primieramente elaborato da Salvatore Menza, Insegnare a scrivere e monitorare i livelli di competenza attraverso una correzione classificatoria basata sulla linguistica generativa, youcanprint, 2011: la questione del controllore PRO-Arb è discussa a p. 36 sgg.


[9] Le diverse edizioni del Vocabolario sono disponibili in rete: http://www.lessicografia.it/ricerca_libera.jsp. Per la voce consultata: https://tinyurl.com/ybnm69rd.


[10] Questa definizione è presa dal Nuovo De Mauro: https://dizionario.internazionale.it/parola/meccanico, definizione 8.


[11] Anche il Tommaseo-Bellini è disponibile in rete: http://www.tommaseobellini.it/[/items. In questo caso il motore informatico non permette il link diretto alla voce; cito comunque dalla voce ‘meccanico’. Corsivi nel testo.


[12] Lo studio più importante sull’argomento, notoriamente, è quello di Georges Duby, Lo specchio del feudalesimo. Sacerdoti, guerrieri e lavoratori (1978), Roma-Bari, Laterza, 1998. Jacques Le Goff (Società tripartita, ideologia monarchica e rinnovamento economico nella cristianità dal secolo IX al XII, in Tempo della Chiesa e tempo del mercante e altri saggi sul lavoro e la cultura nel Medioevo, Tornio, Einaudi, 1977, pp. 41-51) osserva che già il termine laboratores, preferito per es. a rustici o agricolae, potrebbe suggerire una certa attenzione al fatto che questo gruppo sociale sia definito dalla propria attività produttiva, e cioè dai frutti del proprio lavoro e dal progresso tecnico che li sottende. Certamente, osserva ancora l’illustre storico, la formalizzazione di questa ideologia, che si deve ad Adalberone di Laon, arriva in un momento in cui questa struttura ha bisogno di essere propagandata, cioè quando essa comincia già a essere interrogata da nuove istituzioni che si affacciano sul palcoscenico della storia. (d’altra parte, a ben guardare, il testo di Adalberone lamenta proprio questo: Dal momento, però, che le nuove istituzioni di cui egli parla vanno in una direzione diversa da quelle che si sono, poi, affermate secoli dopo, oggetto della nostra narrazione, possiamo permetterci di saltare questo livello dell’analisi.


[13] Traduzione mia, a partire dalla versione francese di Sébastien Bricout del 2004: http://www.forumromanum.org/literature/adalbero_laudunensis/carmen_f.html.


[14] Giannozzo Manetti, De dignitate et excellentia hominis (1452), trad. di Elizabeth Leonard, Padova, Antenore, 1975.


[15] Italo Calvino, I Promessi sposi: il romanzo dei rapporti di forza, in Una pietra sopra, Torino, Einaudi, 1980, pp. 328-341. La questione del’analfabetismo dei personaggi manzoniani è affrontata da Verina R. Jones, Illiteracy and literacy in I Promessi Sposi (1983), «Rivista di letteratura italiana», 3 (1983), pp. 527-52.


[16] La lettera a Marco Coen del 02.06.1832 è contenuta nelle Lettere a c. di Cesare Arieti, vol. I, Milano, Mondadori, 1970. La poetica sottesa a questa lettera è analizzata da Gino Tellini, Tra etica e retorica. La lettera didascalica sull'«arte di scrivere», in Filologia e storiografia. Da Tasso al Novecento, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2002, p. 179-214, in partic. al capitolo 4, pp. 200-09.


[17] La citazione proviene da un appunto che doveva confluire nella Storia della Colonna infame, poi rimasto inedito e pubblicato solo negli Scritti non compiuti. Il frammento è stato proposto all’attenzione della critica da Gian Piero Bognetti, La genesi dell'"Adelchi" e del "Discorso" e il pensiero storico-politico del Manzoni fino al 1821, in Id., Manzoni giovane. Guida, Napoli 1972, pp. 27-164, in partic. pp. 94-95.


[18] Sulla questione del pubblico dei Promessi sposi, si veda Vittorio Spinazzola, Il libro per tutti. Saggio su “I Promessi sposi", Roma, Editori Riuniti, 1983.       


[19] Cito dall’edizione della Lettera pubblicata nella Storia d’Italia Einaudi: p. 20 e p. 97.


[20] Trascrizione mia all’ascolto: Luigi Tenco, Hobby, in Luigi Tenco canta Tenco, De Andrè, Jannacci, Bob Dylan, Joker, 1972. La pubblicazione è ovviamente postuma, il cantautore è morto nel 1967. Dico “gli stessi anni” perché il disco raccoglie canzoni di proprietà della Saar, e Tenco è stato sotto contratto con tale casa discografica solo nel periodo 1964-65. La Lettera a una professoressa è del 1967.


[21] Si veda per es., nello stesso album, la Ballata dell’arte.


[22] G. Bertelli, Vedrai com’è bello (1967), in Nina, Bravo Records, 1996. Mutuo il testo per come trascritto in appendice a Franco Castelli, Compagni dai campi e dalle officine. Appunti sul canto sociale e politico in Italia, «Quaderno di storia contemporanea», 46 (2009), pp. 119-169: pp. 149-50.


[23] Cito ovviamente un episodio di Lewis Carroll, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871), capitolo ii. Scopro nell’occasione che “Ipotesi della Regina Rossa” è anche il nome di una teoria che, in biologia, spiegherebbe la corsa agli armamenti evolutiva delle specie ecologicamente in concorrenza tra loro.  L’applicazione, da parte mia inconsapevole, dello stesso concetto alla competizione tra i lavoratori può forse dirci qualcosa sul (letteralmente) darwinismo sociale implicato dall’attuale mercato del lavoro.


[24] La circostanza è riferita dallo stesso Bertelli, intervistato alla trasmissione di La7 L’infedele il 7 maggio 2012. L’estratto è visibile su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=uUu_qwas_Z4.



Tutti i link sono consultati alla data del 25.09.2017.
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