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Indice

Didattica:

«Testimonianza a’ fasti eran le tombe».

Un fatto d’attualità, i Sepolcri foscoliani, qualche ricorrenza che si celebra, e un po’ delle spigolature storico-letterarie di una terza professionale [1]

1.


L'anno dell'esposizione internazionale di Milano, Expo 2015, è anche il settantesimo anniversario della Liberazione; in quest'anno due romanzi usciti quasi contemporaneamente riportano l'attenzione sul nodo irrisolto che la guerra civile è stata per la storia nazionale: L'eco di uno sparo di Massimo Zamboni(Torino, Einaudi, 2015) e Mangia con il pane di Oscar Farinetti (Milano, Mondadori, 2015), l'imprenditore che ha creato Eataly. Molti sono i punti in contatto: si tratta di due memorie familiari, anzi due inchieste storiche che si basano su episodi della memoria familiare, e si tratta di, come si dice oggi, Oggetti narrativi non identificati,[2] che mischiano tipologie testuali e proseguono narrazioni iniziate con altri mezzi; ma sono due testi molto diversi. Uno rispolvera un agnato fascista, l'altro un partigiano. Uno aderisce profondamente ai valori della resistenza, l'altro li rielabora fino a renderli irriconoscibili.[3] Paradossalmente, la memoria del fascista è quella che ripropone, oggi, i valori repubblicani. Paolo, il comandante partigiano protagonista di Mangia con il pane, nonché padre dell'autore, è descritto nei termini che fanno comodo alla visione verticista, aziendalista dell'autore stesso, all'interno di uno scenario resistenziale edulcorato e dalla prospettiva schiacciata. In una pagina importante, entrando in dialogo con il narratore, l'ormai anziano ex-comandante rievoca la sua storia descrivendo i partigiani con queste parole: «Prova a immaginare di avere alle tue dipendenze un gran numero di persone […] Cosa faresti per prima cosa? […] Tutto parte dal cibo. Gli uomini affamati non ragionano».[4] L'idea che i "dipendenti" possano prendere in mano il proprio destino non è contemplata. Dev'esserci il padre-padrone a nutrire il pianeta.
Guardacaso, anche L'eco di uno sparo gira attorno a un'industria alimentare. E cerca il legame, quasi in senso deterministico, tra il passato imprenditoriale-commerciale della famiglia dell'autore e il fascismo: la famiglia si è arricchita perché è stata tra quelle che fornivano le famose carni avariate per le truppe della prima guerra mondiale. D'altra parte, è proprio in Emilia che i punk hanno cominciato a inveire contro il "potere salumiere".[5]
Lo sguardo spietato, pur nell'affetto, di queste dinamiche da parte del narratore, la sua capacità di non perdere di vista l'umanità dell'altro, si contrappone alla schematicità dell'altro romanzo, e sembra un'applicazione dell'invito di Vittorio Arrigoni: "Restiamo umani". In particolare, uno dei motivi ricorrenti del romanzo è quello delle famiglie dei repubblichini frettolosamente sepolti in luoghi non segnati, famiglie che oggi spendono soldi e fatica per ritrovare le spoglie dei loro parenti.
Perché tanto impegno nel collegare un luogo al culto di persone morte, magari morte molto prima che i loro discendenti attuali nascessero? E perché tanta cura nel sottolineare questa azione?
Il tema della conservazione della memoria, e di riflesso il timore dell'oblio dopo la morte è uno dei temi fondativi della cultura occidentale. La modernità ha riscritto in questa chiave molti dei suoi miti:

I must be mad thinking I'll be remembered
Yes, I must be out of my head
Look at your blank faces
My name will mean nothing
Ten minutes after I'm dead!
One of you denies me
One of you betrays me


lamenta il Cristo più moderno, quello di Jesus Christ Superstar. E poco dopo, nell'orto di Getsemani, prega:

I'd want to know I'd want to know my God
I'd want to know I'd want to know my God
Want to see I'd want to see my God
Want to see I'd want to see my God
Why I should die
Would I be more noticed than I ever was before?
Would the things I've said and done matter anymore?[6]


La Columbia Documentary History of Religion in America vede questo abbandono al timore come un segno di attaccamento alle vanità terrene: «Christ is capable of vanity as well and greedy»,[7] commenta.
Ma a ben guardare non si tratta di un timore individuale, e neanche di un problema solo moderno. La questione, per chi studia la letteratura italiana, è stato affrontata da uno dei nostri autori classici nella sua opera più famosa: l'Ugo Foscolo dei Sepolcri.
Ugo Foscolo, per un insegnante delle superiori, è uno degli autori chiave sul piano didattico, per come è esplicitamente dichiarata la sua poetica e per l'evidenza con cui tale poetica determina le sue scelte estetiche nella scrittura. Tanto è respingente il suo linguaggio, tanto è facile spiegarne le ragioni. Studiare il suo poema è una buona occasione per affrontare le domande dell'oggi. Le occasioni, tuttavia, si presentano in modo inaspettato.


2.


All'inizio dello scorso anno scolastico, come d'abitudine, ho dedicato qualche giorno allo studio del testo argomentativo; si era pochi giorni dopo la morte di Erich Priebke, e qualcuno dei miei alunni portò in classe un articolo sul tema, tratto dal blog di Piergiorgio Odifreddi.[8]
Abbiamo dedicato un po' di tempo ad analizzare il testo, identificare le tesi, le argomentazioni addotte dall'autore, le tecniche da lui usate per confutare la tesi avversa. Mi sono anche sentito in dover di commentare il contenuto informativo di una frase, questa:

paradossalmente per vent'anni era stata accettata senza grossi problemi la sua presenza a Roma da vivo,

precisando che in realtà i problemi sono stati sollevati,[9] e che quanto siano stati "grossi" è solo questione di valutazione individuale.

Alla fine della discussione la classe si è trovata, in generale, d'accordo sulla tesi complessiva, pur dissentendo su alcune asserzioni particolari.[10] La mia posizione invece fu piuttosto diversa da quella dei miei alunni: mi trovavo in disaccordo proprio con il discorso generale:
sia la destra che questa "sinistra" si sono entrambe dimostrate prive di senso delle cose, ed entrambe succubi della visione superstiziosa e magica propagandata con evidente successo dalla Chiesa cattolica. La quale considera appunto i cadaveri non come cose senza nessun valore, di cui disporre nella maniera più efficiente, ma come esseri in attesa della resurrezione della carne, da accompagnare alla "estrema dimora" con riti e preghiere.

È stato a questo punto della discussione che, da insegnante, non potevo che chiamare in causa Foscolo. Dall'equivoco, l'autore spazza il campo dai primi versi:

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? [11]


Interrogazione retorica che presuppone risposta negativa: no, non è meno duro, per il morto è lo stesso. Se n'è accorta la critica fin dai primordi:

Il culto delle tombe era fondato sulla credenza dell'immortalità dello spirito, della risurrezione dell'uomo; in un altro mondo: ivi attinge Young alle sue aspirazioni.[12]
E, quel che più conta, non è necessario credere nella vita ultraterrena per sentire l'importanza del problema:
Pur troppo questo non è: mancata è questa illusione. Ma potete voi distrùggermi la natura umana? E nella natura umana cerca Foscolo la nuova poesia delle tombe.[13]


Non è per il morto, è per noi, che ci preoccupiamo delle sepolture. Per mantenere viva la nostra memoria:
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi?


Non avevo mai letto i Sepolcri come un testo argomentativo, ma di fatto è questo che è. Ha una sua tesi, sull'opportunità di una legge recentemente proposta, e la difende portando argomentazioni. E quello che stiamo seguendo è un filo argomentativo collaterale, il cui contributo alla tesi complessiva è sottotraccia, ma non ozioso. Certo, ogni tanto l'autore cede allo spiritualismo, parla dell'anima del defunto, dell'albero che è deluso perché non può più far ombra a Parini, della tradizionale Musa, ma sono omaggi al modo di pensare dei classici, categorie gnoseologiche che non gli appartengono, e che egli trova importanti non malgrado ma proprio in quanto sono illusioni. È un materialista al di sopra d'ogni sospetto, il buon Foscolo, sa benissimo che il profumo di paradiso che sentiamo quando dialoghiamo con la pietra è una

pietosa insania che fa cari gli orti

(e cioè i cimiteri). Il vero motivo per cui si coltivava l'arte funeraria era un altro:

Testimonianza a' fasti eran le tombe

"Fasti" non nel senso di sfarzi, di cose pompose: fas, in latino, è ciò che si può fare, ciò che è lecito secondo le leggi della costumanza.


3.


Quando comincio a parlare latino i miei ragazzi sbuffano, e non è fuori luogo notarlo: gli alunni della scuola di Barbiana osservano che Foscolo parla così «perché non voleva bene ai poveri»,[14] e quindi scrive in una «lingua morta». A un certo livello è vero, e sarebbe facile ma inopportuno rispondere che è una lingua che doveva ancora nascere, non era fatta l'Italia figuriamoci l'italiano: in realtà l'italiano è nato assai prima dell'Italia, solo che poi, in tutti questi tempi, si è evoluto e ora quello di due secoli fa non si capisce più; ma bisogna vedere se a quel tempo i poveri capivano l'italiano di Foscolo, e prima ancora bisogna vedere se i poveri di allora parlassero italiano, o se per venire incontro a loro non sarebbe stato meglio scriver direttamente in veneto. Il punto è un altro: Foscolo sente il dovere di inventarsi una lingua per esprimere nel modo più preciso quello che vuol comunicare, prendendo dal latino o da altre lingue, inventando lui i composti, ragionando sulle etimologie. Non è che «non ha voluto far fatica per noi», lui la sua parte di fatica l'ha fatta; tra poco vedremo come proprio il passo che per i ragazzi di Barbiana è stato uno scoglio insormontabile in realtà implica qualcosa che accusa brutalmente gli intellettualismi di comodo e viene incontro proprio ai poveri, ai quali (perlomeno in teoria) Foscolo voleva bene sì; solo che l'altra metà della strada dobbiamo farla noi, non fermandoci al primo livello del discorso, quello immediatamente traducibile in lingua contemporanea. La nostra lingua è un punto di partenza, non di arrivo.

Torniamo alle tombe; e come, quando si ha facoltà di guardarle, esse testimoniano che cosa si può fare e che cosa no. Di più,

A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta.


Propongono modelli di comportamento. Attraverso la memoria che sceglie di coltivare, un popolo seleziona i propri valori, e grazie a questi ha il potere di accendere gli animi e di rendere santa (o meno) la propria terra allo straniero. Teniamolo da parte, questo pellegrino che arriva e che, dalla memoria che la nazione conserva, si fa un'idea del posto in cui è arrivato. Per ora importa notare solo che non è vero che preoccuparsi di una sepoltura sia sintomo di una «visione superstiziosa e magica»: con buona pace dello scientismo di Odifreddi, la prospettiva di Galilei, secondo cui l'universo è un

grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (…), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche.[15]

non esclude quella di Guglielmo da Baskerville, il quale

non soltanto sapeva leggere nel gran libro della natura, ma anche nel modo in cui i monaci leggevano i libri della scrittura, e pensavano attraverso di quelli.[16]

D'altra parte, Guglielmo da Baskerville è, fin dal nome, erede di Sherlock Holmes, la cui "scienza della deduzione" si esplica in un saggio intitolato Il libro della vita.[17]

È la dimensione semiotica, quella del messaggio che si dà attraverso i propri gesti, e che gli altri decifrano senza quasi accorgersene, tanto concreta quanto quella che considera il corpo morto, in quanto inanimato, una cosa:

Quella tomba sei tu: e là, cenere muto, vivi ancora, operi, hai un'azione sull'umanità. Là, tu parli ancora a' tuoi, tu raccomandi a' concittadini la santità della vita, tu ispiri i fatti magnànimi: là vengono a interrogarti i sècoli, a evocarti i poeti e gli eroi, e tu produci ancora, tu gèneri di te i grandi uòmini.[18]

Se ne accorge un autore che certamente non ha letto Foscolo, ancora nel 1968: Evghenij Evtušenko, in una delle sue liriche più famose. Racconta di un monumento per i caduti della guerra civile del 1919:

e su tutto una scritta solenne:
«sono morti da valorosi per il marxismo».


Anche Evtušenko è materialista al di sopra di ogni sospetto. Semplicemente, la presenza del monumento lo mette di fronte alla contraddizione tra pensiero e azione nella sua vita:
E io sto qui
con gli stivali nella brina,
divenuto in quest'ora più vecchio
e avendo dato tutti gli esami di marxismo
ma tuttavia non tutti,
è sicuro…
Addio,
tombe di partigiani!
Voi mi avete aiutato
come solo potevate.
Addio! Devo ancora cercare e tormentarmi.
Il mondo aspetta me,
la mia lotta,
il mio coraggio.
Il mondo col canto degli uccelli,
col mormorio dei rami bagnati,
con la sua solenne immortalità,
il mondo
dove i vivi pensano ai morti
e dove i morti aiutano i vivi.[20]


Tanto per essere chiari, anche il più materialista di tutti, Leopardi, si muove sulla stessa linea:

La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue.[19]


Non c'è bisogno di scomodare una "visione superstiziosa e magica" né di credere nella risurrezione della carne. Scegliere a chi dare onori funebri, o non darli, nella propria terra, significa disegnare l'identità di questa terra. La logica del corpo morto «senza nessun valore, di cui disporre nella maniera più efficiente» avrebbe voluto che le città facessero a gara a tenersi la salma di Priebke e a costruirgli un monumento. Vuoi disprezzare i soldi che porta il turismo dei nostalgici (a Predappio, tanto per dirne una)? Eppure, oscuramente, due dei principali stati dell'ecumene hanno rinunciato a questo guadagno; e anche in quello dove la salma è rimasta, città e paesi hanno preferito declinare.


4.


E allora, la paura della morte?

Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; né agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.


Foscolo la liquida quasi di passaggio, parlando d'altro: in queste madri che si svegliano di soprassalto temendo per i propri figli, la paura non è quella della propria morte, ma il timore superstizioso che i morti tornino a chiedere la "venal prece", inquietudine contrapposta alla serenità dei cimiteri inglesi o pagani. Il legame tra paura degli spettri e paura della morte è più solido di quel che sembra: è il dubbio su una storia irrisolta, l'attesa di un giudizio in sospeso, che genera la paura.

Siamo inaspettatamente vicini a Francesco d'Assisi, che contro al clima di terrore superstizioso e di pervasiva presenza della morte, che imperversava ai suoi tempi (per esempio tra i catari, ma che avrebbe ancora dovuto dare il peggio di sé tra i cattolici), presenta la morte sotto un duplice piano: quello della morte corporale, che va trattata nientemeno che come una sorella, in quanto parte integrante del creato e quindi partecipe dell'armonia voluta da Dio, e quello della morte secunda, che però deve preoccupare solo «cquelli ke morrano ne le peccata mortali». La paura della morte viene dunque aggirata riconducendo il fenomeno al tema dell'umana responsabilità; e non a caso sul tema della responsabilità insistono alcuni importanti commentatori recenti.[21]

Presto, risemantizzando completamente il messaggio, lo stesso invito alla responsabilità verrà presentato rovesciato, con parole simili ma con un tono del tutto opposto.

Chi è fundato in la iustitia e (bene)
e lo alto Dio non discha(ro tiene)
la morte a lui non ne vi(en con dolore)
poy che in vita (lo mena assai meliore)[22]


dice uno dei cartigli che la Morte tiene nel Trionfo della morte rappresentato nel 1485 dal pittore Giacomo Borlone de Buschis nell'Oratorio dei Disciplini di Clusone, a poca distanza dalla nostra scuola. La ripresa è praticamente testuale ma è difficile non notare come il contesto trasformi il dettato pacato e gioioso di Francesco inserendolo in un orripilante clima di minaccia.

Dobbiamo aprire ancora una piccola parentesi.[23]

Il legame tra esercizio della virtù, vita ultraterrena e culto dei morti non è nuovo: viene dagli antichi Egizi. Nelle fasi più antiche di questa civiltà, l'idea era che solo il faraone sopravvivesse dopo la morte. Col tempo, probabilmente dalla XVIII dinastia, anche il resto del popolo conquistò il dubbio diritto di condividere il destino di Osiride e sopravvivere alla morte. Dal punto di vista materiale bastava poco, anche un sarcofago di legno, ma la selezione era spirituale: gli dèi sottoponevano il defunto a un esame severissimo, la pesatura del cuore.
Egli doveva difendersi di fronte a 42 divinità giudicanti (nell'immagine proposta sono quelli seduti in fila, in alto); dopodiché il suo cuore veniva pesato su una bilancia a due piatti, sottoposto a confronto con una piuma di Maat, la dea della verità e della giustizia (che evidentemente conservava qualche antica caratteristica ornitomorfa – nell'immagine questa divinità è l'asse stesso della bilancia, e ha la piuma in testa). Se il cuore non era più pesante della piuma, l'anima era salva, sopravviveva nel Regno dei Giunchi e aveva diritto al culto da parte degli uomini; se lo era, era divorato da un mostruoso dio in forma di coccodrillo.

Che cosa dimostra questo cambiamento? Innanzitutto il fatto che questa, per così dire, democratizzazione del diritto a una vita ultraterrena si accompagnasse alla scoperta della valutazione delle azioni umane. Anche i faraoni venivano giudicati, ai tempi dell'Antico regno, ma in quel caso l'oggetto del giudizio era solo il successo materiale (e la circostanza veniva spesso taciuta); quel che viene premiato adesso è la leggerezza del cuore. Insomma, se sei buono, se hai operato secondo leggi di verità e giustizia, hai diritto a essere pubblicamente ricordato.

Che queste leggi, poi, siano decise dal potere e contribuiscano a creare comportamenti a suo uso e consumo, con il ricatto della «seconda morte», è fuor di dubbio. Ma la cosa non va semplificata troppo: intanto è previsto il giudizio, e quindi l'uomo è visto come responsabile delle proprie azioni – anche il semplice operaio non è più solo un esecutore delle scelte di altri, ma un soggetto in grado di scegliere. E poi c'è un secondo aspetto simbolico importante, quello su cui dobbiamo insistere in questa sede: la pluralità dei giudici. Nell'Antico regno il giudizio del faraone era condotto da un unico dio. Che bisogno c'è, ora, di tanti giudici? Come arrivano al verdetto: discutendo? votando? La loro stessa pluralità rappresenta un altro aspetto di questa evoluzione: il giudizio sul comportamento dell'uomo non è unanime, non è meccanico, è esso stesso frutto delle tensioni che attraversano la collettività, perché essa è strutturalmente, intrinsecamente divisa, ed è chiamata ad interrogarsi sulla propria identità a ogni morte. Non di papa; a ogni morte di un cittadino qualsiasi: la Firenze che Foscolo canta è quella che per prima udì «il carme│che alleviò l'ira al Ghibellin fuggiasco», Dante, e diede la lingua a «quel dolce di Calliope labbro», Petrarca; ma anche la stessa che cacciò in esilio il primo e il padre del secondo. E anche Alfieri dovette allontanarsi dalla stessa città in seguito alle vittorie francesi. E Machiavelli,

…quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue


a ben pensarci, di quella città non ha anche lui conosciuto l'esilio? La città è beata perché può, oggi, ripensarsi – ma ripensarsi è riaccogliere idealmente, in monumento, i suoi negletti: all'Italia hanno rubato «armi e sostanze (…) ed are│e patria, e tranne la memoria, tutto».

Poco importa a questo punto, notiamo di sfuggita, che l'interpretazione del Principe come opera satirica, il cui scopo è temperare lo scettro anziché affilarlo, non sia storicamente corretta: è l'elaborazione successiva che il popolo ne dà a offrire una lettura democratica a un'opera che non lo è. Stessa cosa con la questione del Dante "ghibellino": se lo scrivesse uno di noi il professore lo segnerebbe in blu, ma qui va inteso come un rileggere deliberatamente secondo categorie improprie: non è quello che aveva in testa un uomo morto secoli fa che ci interessa, ma quel che possiamo salvare oggi della sua costruzione intellettuale.

Circa un anno prima di quella mia lezione, a poca distanza da Roma, in un paesino di nome Affile, è stata fatta la scelta opposta. Non rifiutare di accogliere una salma, ma al contrario: erigere un imponente monumento per ricordare un defunto locale, Rodolfo Graziani, criminale di guerra. Significativamente il sindaco ha liquidato le polemiche sostenendo che il gerarca fascista è stato "un esempio per i giovani".[24] Ecco, appunto: ognuno si sceglie i modelli di comportamento. C'è però da chiedersi sotto quale aspetto, come giustamente sottolinea Wu Ming 1:

Il sindaco Viri ha detto di aver voluto onorare Graziani soprattutto «in quanto affilano». Nei comunicati della giunta, l'ex-Viceré d'Etiopia è definito «uno dei personaggi più illustri di Affile», e senz'altro quello del Maresciallo/Macellaio d'Italia è il nome più celebre che il piccolo comune della Valle dell'Aniene possa vantare (si fa per dire).
Porre l'attenzione sulla celebrità può far capire una cosa importante: non si tratta solo di apologia del fascismo – che è esplicita ed evidente, basta dare un'occhiata al sito del Comune – o di tarda nostalgia delle colonie (…). No, c'è anche dell'altro, ossia la tipica ideologia da reality: l'importante è che uno diventi famoso, non importa per quale motivo.[25]


5.


Nel frattempo, arrivano gli attentati a Parigi, e il nostro parlare pacato di paura si trasforma in terrore.

Non ho paura del Califfato e nemmeno del terrorismo globale con cui conviviamo dalle torri gemelle.
Mi spaventa l'incapacità di ascolto, l'assenza di ragionamento, le sciabole sguainate, i fascismi tronfi e rivendicati, lo sproloquio messo a sistema e anche il buonismo inutile, zuccheroso, fasullo, quasi bigotto.
Conosco bene i meccanismi della paura collettiva, ne ho scritto, continuo a ragionarci, li ho visti all'opera, sentiti addosso. Ma vederla lì, di colpo, tutta insieme, indovinarne i confini, aveva l'aria di una corrente troppo forte, capace di scardinare la forza delle gambe e trascinarti via.
È l'assenza di realtà, che mi fa paura.[26]


L'argomento di cui stiamo parlando ci aiuta a evitare questa deriva?

Ripartiamo dall'azione di queste madri leopardiane, del mostrare le tombe ai propri figli; è la stessa che compiono con il loro bambino Flora e Arturo, i protagonisti del fortunato film La mafia uccide solo d'estate,[27] che giustappunto avevamo visto qualche settimana prima. Un film che è stato, a suo tempo, criticato anche aspramente:

Un'idea debole: Andreotti come guida sentimentale. Passi.
Ma qual è la saldatura mentale per cui essere fissati con Andreotti (…) coincide con l'essere fissati con la mafia? Qual è il legame tra le due cose? Il pensiero mi è venuto al cinema e mi ha ghiacciato il sangue, perché presuppone un atteggiamento molto, troppo, eccessivamente fattoquotidianista: il legame è Andreotti stesso, nel senso che Pif ritiene così scontato che Andreotti sia un boss mafioso da ritenerlo altrettanto scontato per chi guarderà il film. Il bambino ossessionato da Andreotti è dunque ossessionato ipso facto dalla mafia, poiché Andreotti ne è addirittura la personificazione.[28]


Marchiano errore di argomentazione nell'attribuzione dell'antitesi riconducibile al classico straw man argument:[29] il protagonista bambino non è affatto, nel film, "ossessionato dalla mafia". La presenza della mafia è introdotta dalla voce narrante col senno di poi, dall'Arturo adulto. Ma l'Arturo bambino della mafia non sa nulla; è, anzi, vittima di una mentalità che rimuove la presenza mafiosa proprio mentre la vita civile ne è costantemente attraversata. La presa di coscienza arriva solo sul finale, e si manifesta appunto col gesto del portare il figlio sui luoghi simbolo, a leggere e commentare le lapidi. Interrogarsi sui valori che le persone che ci hanno preceduto rappresentano, praticando un esercizio di memoria infaticabile, come strumento per perpetuare questi stessi valori. E questa è una ricetta contro il terrore: non rimuovere la contraddizione, non cavalcarla con semplificazioni, ma cercare nella nostra identità umana la chiave di lettura con cui affrontarla.

Oggi Daniela Ranieri sul "Fatto" ha scritto un bel pezzo per ricordare che i primi a combattere i nostri valori siamo noi, che li stiamo smantellando a uno a uno. Avevamo un valore che era il welfare, lo stiamo un po' smantellando, no? Avevamo il valore del parlamentarismo, della democrazia parlamentare, le Costituzioni vengono cambiate.
[…] Rivalutiamoli noi questi valori e poi facciamoli assaggiare anche un po' agli immigrati.
Perché io penso che il peggio che noi possiamo fare è quello di farli incazzare tutti, […] perché quest'idea di levargli le moschee, non dargli una casa, farli vivere malissimo, trattarli malissimo, non farli entrare, insultarli tutte le sere in televisione, indipendentemente dal fatto che siano dei profughi, che siano dei delinquenti, che siano dei clandestini, che siano degli irregolari, che lavorino, che delinquano, è assurda.
Perché se noi vogliamo che la nostra civiltà venga apprezzata da loro, gliela dovremmo in parte far assaggiare anche a loro.
[…] Cioè questi famosi valori, se li abbiamo, tiriamoli fuori, perché molto spesso ce li siamo dimenticati. Noi ce ne ricordiamo soltanto quando fanno un attentato.
Dice: «Mettono a rischio i nostri valori!» Ma i nostri valori, noi, dove li abbiamo messi in questi anni?[30]


La città ha perso la memoria, ripensa sé stessa in base a valori inautentici. Foscolo parla proprio di casi come questo:

Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate regge ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude.


Dove le gesta gloriose mancano, le tombe sono un lusso inutile e diventano malaugurate immagini infernali. E la colpa di questa danza macabra è nella classe dirigente, fatta da gente morta dentro. Giusto. Ma che cosa fa di comportamenti qualunque delle "inclite gesta"?
"Inclite" da cluere: ritorna l'idea della fama. Ma cluere non è verbo qualsiasi, si collega etimologicamente a κλείω, 'io rendo illustre col canto', e quindi a Clio, la musa della storia. Insomma, gesta che il poeta rende col canto degne di essere tramandate, che egli rende immortali: ecco la famosa poetica di Foscolo sul poeta-vate, e come in quest'opera egli affidi al monumento sepolcrale lo stesso ruolo del poeta. Ma l'identificazione tra poeta e vate non è automatica: "Sacerdote" era, qualche verso fa, il reietto Parini, inviso alla sua stessa città. Ma quando il poeta si chiude nelle regge coi ricchi e i nobili (col "patrizio vulgo", ossimoro pesantissimo), fabbrica "stemmi", quelli sotto cui si marcia assieme. Non è questa l'armonia dei classici, non è questo il mestiere del poeta: a fare del poeta il riferimento dell'identità del popolo è il modo in cui egli, ferma restante la guida della ragione, si sgancia dal governo del denaro e della paura e affronta il confronto con la propria parte in ombra. È parlare della guerra di Troia non dal punto di vista di Agamennone ma da quello di Cassandra; il coraggio di scavare nelle ferite aperte della tua storia e impiegarle per interrogare il presente; non parlare del tuo avo antifascista per ricavarne una favola a tuo uso e consumo, ma parlare dei tuoi avi fascisti conservando i tuoi valori antifascisti, ma assumendo su di te il dolore che questa lacerazione si porta dietro. L'identità della nazione viene anche dalle schiave che vincendo si è portata in casa.

Il monumento a Graziani non interroga il presente – lo fa, perlomeno, con una domanda sbagliata, su una fama malintesa che rimuove, che non poggia mai sulla responsabilità del sangue che versa. E quando gli africani vengono da noi (eccoli, gli stranieri di poc'anzi – adesso possiamo chiamarli col nome giusto: esuli), che idea si fanno del paese dove sono arrivati, a vedere il Priebke locale celebrato con tutti gli onori? Che idea i musulmani delle banlieue? Quanta parte della nostra storia dobbiamo al sangue africano versato da noi, il popolo che appena liberatosi degli austriaci non ha trovato di meglio che andar a fare gli austriaci di qualcun altro, e che ha fatto delle proprie colonie un laboratorio per politiche di sterminio di cui poi è rimasto vittima, ma che continua a raccontare a sé stesso la propria storia di brava gente?[31]

Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche vecchio povero? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri?[32]

Noi. In compenso abbiamo visto i nostri bei ragazzi armati affacciarsi al parapetto di una petroliera e, con la scusa di difendere la merce, sparare a dei pescatori di passaggio. Abbiamo visto le città trattarli da eroi, perché difendevano l'Italia contro lo straniero, e sentito ministri e diplomatici gridare scandalizzati all'idea che degli orientali pretendessero addirittura di istruire un processo.

Se dalle colonie la gente oggi è esule, non è per qualche imperscrutabile legge della Storia: è una precisa responsabilità di eventi a cui noi europei non siamo estranei. Dice bene il testo di Odifreddi che discutevamo: « il fascismo di oggi è vivo e vegeto, e combatte la sua battaglia non alle Fosse Ardeatine, ma a Lampedusa». Ma è solo grazie all'instancabile coltivazione della memoria, alla ridefinizione del senso della storia condotto attraverso precise scelte etiche, che riusciamo a orientarci nella marea di fatti che sommerge noi e i nostri simili. Anche perché, se non saremo noi a starci attenti, i criminali delle Fosse Ardeatine non smetteranno di operare ancora tra noi.


Pubblicato il 18/12/2015
Note:


[1] Nel corso di questa trattazione, per semplicità, si finge che questo percorso didattico nasca in una sola classe. Occorre però chiarire che si assembla, in concreto, il materiale emerso in tre diverse classi e in anni diversi: nell'a.s. 2013-14 la 3°ASN (una classe serale a indirizzo Elettrotecnica), e la 4° XSTQ (classe articolata a indirizzo misto, Elettronica e Meccanica) dell'Istituto "C. Pesenti" di Bergamo; nell'a.s. 2015-16 la 3aH dell'Istituto "A. Sonzogni" di Nembro (una classe diurna a indirizzo Enogastronomia). Questo spiega in parte anche come gli spunti di attualità proposti si collochino, appunto, alla distanza di circa due anni.

[2] La prima occorrenza del termine, per quanto ne so, si trova in Wu Ming, Vitaliano Ravagli, Asce di guerra. Oggetto narrativo, Milano, Marco Tropea, 2000, passim, ed è poi stata approfondita nella Premessa all'edizione 2005 dello stesso testo (Torino, Einaudi, 2005); si è poi diffuso in occasione del dibattito ospitato dal sito della rivista «Carmilla» (http://www.carmillaonline.com/categorie/new_italian_epic/) a proposito del saggio di Wu Ming 1 New italian epic (oggi in Wu Ming, New italian epic. Letteratura, sguardo obliquo, ritorno al futuro, Torino, Einaudi, 2009). Per approfondire, cfr. Emanuela Patti, Dimitri Chimenti, Oggetti narrativi non identificati, «Loop» n. 9 (2010), pp. 50 sgg., consultabile su http://www.academia.edu/311421/oggetti_narrativi_non_identificati. L'ultimo accesso a questi link e a quelli citati di seguito è avvenuto in data 8 dicembre 2015.

[3] Si veda la severissima recensione di Wolf Bukowsky su «Giap»: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=21079. Si noti anche un importante particolare nella copertina del libro: il fazzoletto portato dal personaggio è tricolore anziché rosso, come avrebbe dovuto essere trattandosi di un appartenente alle Brigate Matteotti; ma evidentemente le lotte proletarie non hanno posto nella narrazione "padronale" della Resistenza proposta da Farinetti (l'osservazione non è mia, ma dell'utente di Twitter che si firma "Monster chonjacki": https://twitter.com/monster_chonja/status/594090022174851072).

[4] Cito dal cap. XVI, p. 130.

[5] Contrapposto, evidentemente, al "potere operaio". L'espressione si trova nella canzone Laida Bologna della band Nabat, ed è contenuta nell'omonimo mini-album (Nabat, Laida Bologna, C.A.S. rec., 1984; in seguito interamente ripubblicato in Nabat, Archivio, vol. 1, Ansaldi rec., 2007). Questa osservazione sembra irrilevante se non ci si ricorda che l'autore del romanzo, Massimo Zamboni, era anch'egli un musicista che negli stessi anni militava in un gruppo punk emiliano: suonava la chitarra elettrica nei Cccp - Fedeli alla linea. Di sfuggita notiamo che anche il chitarrista dei Nabat, Riccardo Pedrini, è oggi un affermato scrittore, con lo pseudonimo di Wu Ming 5. In questo testo abbiamo già citato (supra, n. 1) e citeremo (infra, n. 21) un altro scrittore dello stesso collettivo: Wu Ming 1.

[6] Del libretto di Jesus Christ superstar (di Tim Rice su musica di Andrew L. Webber, 1970) esiste un'introvabile edizione critica a c. di Maria Luisa Beffagna Goldoni (Pasian di Prato, Campanotto, 1997). Piuttosto che da quella, mutuo il testo dai sottotitoli dell'edizione cinematografica (Usa, 1973, regia di Norman Jewison, pubblicato in DVD da Universal pictures Italy, 2004). Le frasi citate sono tratte rispettivamente dai numeri The Last Supper e Gethsemane.

[7] Paul Harvey, Philip Goss, The Columbia Documentary History of Religion in America Since 1945, New York City, Columbia University Press, 2010, p. 336.

[8] http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2013/10/16/stabilire-la-verita-storica-per-legge/

[9] Per esempio: http://roma.repubblica.it/cronaca/2013/07/29/news/priebke_compie_100_anni_sotto_casa_lo_striscione_di_auguri-63907916/

[10] Abbiamo, in seguito, scoperto che alcune affermazioni sullo stesso argomento, in precedenza, avevano sollevato il classico vespaio mediatico e che l'autore era stato sospettato di negazionismo; ma all'epoca di questa discussione nulla ne sapevamo, e la circostanza rimase estranea.

[11] Il testo dei Sepolcri che uso è quello che trovo su www.letteraturaitaliana.net (progetto gestito dall'editore Einaudi), che ha come testo di riferimento quello pubblicato in Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, a cura di Mario Pazzaglia, vol. II, Bologna, Zanichelli, 1979.

[12] Francesco De Sanctis, Ugo Foscolo, in Nuovi saggi critici, pp. 129-169: p. 159.

[13] Ibid.

[14] Cito da Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, edizione compresa nella «Storia d'Italia Einaudi», consultabile in http://www.giuliotortello.it/racconti/lettera_professoressa.pdf; le citazioni sono tratte dalle pp. 110-111.

[15] G. Galilei, Il Saggiatore, cap. 6; nell'edizione nazionale delle Opere a c. di Antonio Favaro (Firenze, Giunti Barbera, 1929-39), la citazione è in vol. VI: p. 232. Per una storia della metafora del "libro del mondo" si può vedere Ernst Robert Curtius, La letteratura europea e il medioevo latino, Firenze, La Nuova Italia, 1995, in un cap. intitolato «Il simbolismo del libro», pp. 497-507.

[16] Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980, p. 32.

[17] Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, parte I cap. II.

[18] De Sanctis, cit.

[19] Evghenij Evtušenko, Tombe di partigiani, in Non sono nato tardi, traduzione di Ignazio Ambrogio, Roma, Editori Riuniti, 1962, pp. 35-37.

[20] Giacomo Leopardi, All'Italia, vv. 125-127. Mutuo anche qui il testo da www.letteraturaitaliana.net, che ha come edizione di riferimento l'edizione dei Canti a c. di Franco Brioschi, Milano, Rizzoli, 1974.

[21] Per es. Ernesto Balducci, Francesco d'Assisi, Firenze, edizioni Cultura della pace, 1989, o Paolo Volponi, Sperimentalismo e tradizione, intervista concessa a Pietro Cataldi, «Allegoria»,14 (1993), pp. 97-106.

[22] Il testo sull'affresco è oggi reso illeggibile dall'apertura di una porta in corrispondenza del cartiglio. La ricostruzione del testo si trova in Alessio Tanfoglio, Lo spettacolo della morte. Il cadavere e lo scheletro, Tricase, Youcanprint, 2015, p. 184.

[23] Non posso certo qualificarmi come egittologo. Da umile insegnante di scuola secondaria, la mia bibliografia in materia è costituita principalmente da testi scolastici di storia. Tuttavia, avuto lo spunto, prima di azzardarmi a scriver sull'argomento ho consultato Françoise Dunand, Christiane Zivie-Coche, Dei e uomini nell'Egitto antico (3000 a.C.-395 d.C.), Roma, L'Erma di Bretschneider, 2003, pp. 204-209 e Maria Cristina Guidotti, Valeria Cortese, Antico Egitto, Firenze, Giunti, 2002, p. 88. L'immagine proposta della Pesatura del cuore rappresenta un dettaglio di una vignetta del Libro dei morti che accompagnava la tomba dello scriba Hunefer (appunto, uno scriba, non un sovrano), stimato 1275 a.C. e conservato presso il British Museum, cod. EA 9901/3. La foto è tratta dalla pagina web: http://www.flickr.com/photos/lenkapeac/749753626/. La stessa scena, con varianti poco significative per il discorso che conduco, è riprodotta in molte sedi egizie.

[24] http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/08/12/affile-celebra-gerarca-fascista-sindaco-esempio-giovani/203389/

[25] Wu Ming 1 (Roberto Bui), Affile, Grazianilandia. L'eredità razzista e il mausoleo delle sfighe, «Giap», 9 settembre 2012; articolo disponibile all'indirizzo: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9360.

[26] Cito da questo numero di «Griselda»: Patrick Fogli, Il racconto della paura. Parigi, 11 (2015), http://www.griseldaonline.it/sonde/racconto-paura-parigi-11-2015-fogli.html.

[27] Italia, 2013, regia di Pif [Pierfrancesco Diliberto].

[28] Mario Fillioley, Il bluff di Pif, «il Post», 16.12.2013, http://www.ilpost.it/mariofillioley/2013/12/16/la-mafia-uccide-solo-estate/ [

29]
Che il dizionario Merriam-Webster definisce: «a weak or imaginary opposition (as an argument or adversary) set up only to be easily confuted». Si veda Stephen Downes, Guide to the Logical Fallacies, http://web.uvic.ca/psyc/skelton/Teaching/General%20Readings/Logical%20Falllacies.htm[_Toc495459590.

[30] Dichiarazione del giornalista Marco Travaglio intervistato dalla giornalista Lilli Gruber alla trasmissione televisiva Otto e mezzo dell'emittente La7 andata in onda il 19.11.2015 (l'intera puntata è stata, per qualche giorno, visibile su http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/morire-per-parigi-19-11-2015-168143; da lì era tratto il testo della dichiarazione del giornalista; al momento in cui scrivo, il video è stato rimosso dal sito; una parte di esso è invece contenuto in quest'altro contributo: http://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/travaglio-per-arrivare-a-farsi-esplodere-vuol-dire-che-non-hanno-nulla-da-perdere-20-11-2015-168160; non sono l'unico ad aver annotato in parte quell'intervento di Travaglio: ne trovo trascrizione in http://danilorota.blogspot.it/2015/11/facciamo-assaggiare-agli-immigrati-i.html). È d'obbligo notare che Travaglio non è certo il primo né l'unico a sollevare il problema, e che anche nei termini sembra collegarsi a un celebre articolo di Umberto Eco seguito agli attentati dell'11 settembre 2001: Le guerre sante passione e ragione, «La Repubblica», 5.10.2001: http://www.repubblica.it/online/mondo/idee/eco/eco.html.

[31] Su questo argomento, si veda il (divulgativo ma rigoroso) saggio di Angelo Del Boca, Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005.

[32] Giovanni Pascoli, La grande proletaria si è mossa (1911). Mutuo il testo da Nino Valeri, La lotta politica in Italia dall'unità al 1925. Idee e documenti, Firenze, Le Monnier, 1973, p. 345.
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