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Alessandro Di Muro
Paul Auster e i rifiuti. Un percorso
attraverso la metropoli postmoderna
Nel sogno, che più tardi
dimenticò, era nella discarica cittadina
della sua infanzia e passava attraverso una
montagna di rifiuti.
Paul Auster, Trilogia
di New York
Una tra le ossessioni letterarie
più ricorrenti e originali nei romanzi
di Paul Auster è costituita dal suo interesse,
al limite del morboso, per gli oggetti infranti
della quotidianità. Si tratta di arnesi
rotti, pezzi di cose non più riconoscibili,
ciarpame di ogni sorta, scarti della vita metropolitana
che esercitano un fascino magnetico nei confronti
dello scrittore newyorkese. Un argomento così
particolare e, come avremo modo di vedere, così
ricco di risvolti interessanti, meriterebbe innanzitutto
un chiarimento da parte dell’autore stesso,
ma estorcere informazioni a Paul Auster sul tema
degli oggetti è impresa molto difficile,
non essendo riuscita nemmeno a un intervistatore
esperto e scaltro come Gerard de Cortanze.
Tutto quanto ho da dire
sull’argomento è nei libri. Non posso
spiegare questa attrazione. Non so perché
mi affascinano questi oggetti rotti e ammassati.
Ma è vero, è un fatto [1].
Dietro il silenzio in cui si trincera lo scrittore
si possono riconoscere sia la volontà di
serbare uno spazio intimo al riparo dai commenti
dei critici sia, forse in modo ancora maggiore,
la palese difficoltà di rendere in modo esplicito
i nessi mentali e i percorsi culturali che hanno
portato un autore come Auster a scrivere più
volte su questo complesso argomento.
Si tratta dunque di un tema che appare spesso nella
narrativa di Auster e in particolar modo assume
dimensioni notevoli in due romanzi: il primo è
Città di vetro, il racconto che
dà inizio nel 1985 alla Trilogia di New
York e il secondo è Nel paese delle
ultime cose, romanzo scritto appena due anni
dopo e ancora molto vicino, per certi versi, a Città
di vetro. Al centro del primo romanzo domina
come protagonista assoluto la metropoli newyorkese,
città mentale e labirintica che appare e
scompare tra le pagine, come del resto succede ai
personaggi che la popolano.
Il secondo racconta invece le disperate vicende
di una ragazzina catapultata nell’inferno
metropolitano di una città in distruzione,
luogo immaginario dove si mescolano i ricordi di
città realmente visitate dall’autore
a echi letterari che rimandano direttamente alla
Waste land eliotiana, mentre New York rimane
sullo sfondo come struttura mentale della narrazione.
La vicenda di Città di vetro ruota
attorno all’inseguimento di un vecchio, tale
Stillman, da parte di uno scrittore fallito il quale
si ritrova, per un caso assolutamente fortuito,
a fare il detective privato. Il vecchio Stillman,
spiato ogni giorno dal finto detective Quinn, compie
strane peregrinazioni in una ristretta area di New
York. Ciò che rende apparentemente assurde
le camminate dell’uomo è il fatto che
egli esca ogni volta con una grossa sacca e, passo
dopo passo, ci infili ogni sorta di oggetti raccolti
da terra .
Per quanto ne poteva
dire Quinn, gli oggetti raccolti da Stillman erano
privi di valore. Sembravano soltanto cose rotte,
abbandonate, pezzi di ciarpame. Un giorno dopo
l’altro, Quinn registrò un ombrello
rientrabile senza stoffa, la testa di una bambola
di gomma, un guanto nero, la ghiera di una lampadina
frantumata, vari pezzi di carta stampata (riviste
fradice, quotidiani stracciati), una foto strappata,
parti anonime di congegni e altri frammenti dispari
di relitti che non riuscì a identificare[2].
La scoperta di questa misteriosa e inquietante attività
del vecchio dà inizio al vero e proprio lavoro
investigativo di Quinn. L’aspetto ironico
e spiazzante della vicenda è il fatto che
il vecchio, lungi dall’ordire trame pericolose,
spende invece le proprie giornate a dare importanza
a ciò che tutti ignorano o fingono di ignorare:
la spazzatura.
La maggior parte dei
giorni passava almeno qualche ora nel Riverside
Park, passeggiando metodicamente lungo i vialetti
in macadam o battendo i cespugli con un bastone.
La sua ricerca degli oggetti non si fermava di
fronte al verde. Nella sacca c’era posto
anche per pietre, foglie e ramoscelli. Una volta,
osservò Quinn, si chinò addirittura
a raccogliere un escremento secco di cane: lo
annusò accuratamente e se lo tenne.
Avendo segnato tutti i percorsi del vecchio su
un taccuino, Quinn scopre che unendo la linea
formata dai passi del vecchio si ottengono le
parole “the tower of babel”, la torre
di Babele. La maniacale attività di Stillman
si tinge dunque di un remoto significato biblico,
e solo la lettura del libro scritto dal vecchio
riuscirà in parte a chiarire le idee a
Quinn. Il vecchio Stillman è mosso dalla
paranoica convinzione in folli profezie, ma in
tutto questo come si pone il ruolo degli oggetti
rotti, dei rifiuti raccattati per le strade di
New York? Essi non sono altro che una delle due
facce della civiltà: dall’altra parte
sta il linguaggio. È il nesso tra cose
e parole, il loro comune destino di ritrovarsi
un giorno infranti e non più utili all’uomo
a divenire il significato principale attorno a
cui ruota l’asse del romanzo. Non solo,
in discussione è anche quel tenue legame
tra oggetti e linguaggio destinato a sfilacciarsi
con il tempo, divaricando per sempre le strade
di cose e parole.
La figura del vecchio Stillman, il filosofo vagabondo
che si aggira per le strade di New York, «l’archeologo
della frammentaria città del postmoderno»[3],
diventa icona programmatica di una società,
quella occidentale postmoderna, che si guarda
attorno e osserva il proprio sfacelo quotidiano.
Un po’ straccivendolo e un po’ collezionista,
figura già indagata a suo tempo da Walter
Benjamin (Parigi, capitale del 19. secolo),
il personaggio di Auster, disegnato a metà
tra il paranoico e il provocatorio, ci invita
a riflettere non soltanto sul consumismo selvaggio
che domina ormai incontrastato e rischia di tramutare
le metropoli odierne in enormi discariche, ma
soprattutto, proiettando la riflessione su piani
più metaforici, mette a nudo tutta l’inadeguatezza
dei nostri sistemi culturali ad arginare il flusso
incessante della storia. Un’intera civiltà
procede velocemente rotolando su se stessa e producendo
frammenti: materiali, da una parte, ideologici
e culturali, dall’altra.
Non è più possibile tenere in ordine
il magazzino dell’umanità, aveva
dichiarato Italo Calvino. Non è soltanto
l’eterogeneità dei sedimenti culturali
a creare problemi di classificazione, ma gli stessi
strumenti di classificazione sono entrati da tempo
in crisi. Forse bisogna arrendersi al fatto che
«non una motivazione esterna a quegli oggetti,
ma il solo fatto che oggetti così e così
si ritrovino in quel punto già dice tutto
quel che c’era da dire»[4].
A Calvino faceva eco il giudizio di Gianni Celati,
secondo il quale l’archeologia, sindrome
culturale del mondo contemporaneo frammentato,
è diventata non soltanto la scienza per
eccellenza, ma anche l’attitudine letteraria
più evidente:
Da Rimbaud al Dada
ai Surrealisti, l’imperativo categorico
sul dover essere moderni si sposa con la passione
per frammenti, oggetti, rovine della storia ormai
perdute per la storia: nuovi silenzi che sorgono
là dove poco prima c’era un linguaggio
capace di parlare dell’esperienza originale
e della motivazione di quegli oggetti [5].
Attitudine che vede proprio in Auster uno dei
suoi principali interpreti tra i narratori postmoderni.
Il gusto per la citazione più o meno diretta,
i frequenti rimandi testuali ai propri modelli letterari
(Cervantes, Poe, Borges, ma anche Kafka, Thoreau,
Eliot), il rimpasto tematico di vere e proprie strutture
narrative mutuate dalla tradizione fanno di Auster
uno scrittore decisamente votato all’intertestualità.
Ecco che quindi si profila un nesso diretto, anche
se metaforico e, ancor meglio, metatestuale, tra
l’interesse per la tematica dei rifiuti e
l’impiego da parte dello scrittore newyorkese
di materiali letterari già adoperati o addirittura
scartati dalla tradizione. La scrittura come «progetto
di riciclaggio degli scarti e delle rovine sui quali
si stava edificando la modernità» [6]
costituiva il nucleo semantico della mirabile impresa
poetica di T. S. Eliot The waste land.
Ed è proprio alle atmosfere apocalittiche
della terra desolata eliotiana, come già
accennato, che Auster sembra guardare nel Paese
delle ultime cose. La giovane protagonista
di questo romanzo, Anna Blume, si ritrova a ingaggiare
terribili lotte quotidiane in una metropoli infernale,
nella speranza di ritrovare il proprio fratello.
Costretta a sopravvivere a ogni genere di intemperie
e brutalità umane, Anna diviene per necessità
una cercatrice di oggetti. Il suo lavoro giornaliero,
data la scarsità quasi totale di risorse,
consiste nell’andare in giro con un carrello
cercando frammenti
di ogni genere ai bordi delle strade.
La drammatica mancanza di risorse
alimentari ed energetiche è testimoniata
in questo romanzo dall’esistenza di “Centri
di Trasformazione”, che rievocano l’orrore
nazista dei forni crematori. D’altronde,
la stessa figura della giovane protagonista, omonima
di Anna Frank ed ebrea come l’autrice del
Diario, sembra un monito contro il ripetersi
delle atrocità della storia.
In una città dove il ciclo produttivo si
è arrestato e i rifiuti hanno assunto l’importanza
fondamentale del bene riciclabile, anche il linguaggio
subisce lo stesso trattamento degli oggetti.
Le parole di solito
hanno una durata leggermente più lunga
delle cose, ma alla fine anch’esse decadono
insieme con le rappresentazioni che un tempo evocavano.
Intere categorie di oggetti scompaiono –
vasi da fiori, per esempio, o filtri di sigarette,
o elastici – e per un certo periodo di tempo
sei in grado di riconoscere queste parole anche
se non ricordi il loro significato. Ma poi, a
poco a poco, le parole divengono solo suoni […]
e finalmente il tutto va a finire in discorsi
inarticolati[7].
Prende così forma l’incubo
che già ossessionava il vecchio Stillman
di Città di vetro, anch’egli
cercatore di oggetti (e di parole) come Anna Blume.
In entrambi i romanzi la tematica dei rifiuti metropolitani,
sebbene assuma sfumature diverse, sembra preannunciare
foschi scenari per il futuro della civiltà
occidentale, oberata dai propri scarti e incapace
di stabilire nuove connessioni tra oggetti e linguaggio.
In questo senso, come già sottolineato da
Romano [8],
la penna di Auster sembra condizionata in modo decisivo
dalla lettura di Le parole e le cose [9],
opera nella quale il filosofo francese Foucault
tracciava la progressiva separazione di cose e parole
e prospettava la fine del ruolo interpretativo del
linguaggio. Tuttavia, sia in Città di
vetro che nel Paese delle ultime cose,
le atmosfere cupe e paranoiche lasciano (come quasi
sempre, in Auster) un qualche spazio alla speranza
di un cambiamento in positivo, in genere affidato
alla creatività.
Perciò si assiste al singolare finale dell’avventura
investigativa di Quinn, in Città di
vetro, dove il finto detective, e scrittore
in crisi, finisce per andare a vivere in un bidone
della spazzatura per meglio spiare l’abitazione
di Stillman. Ed è proprio lì, tra
digiuni forzati e lunghe veglie, che il personaggio,
fino a quel punto inerte e insoddisfatto della
propria vita, riesce paradossalmente a darsi un
ritmo vitale e a trovare persino un angolo
di serenità. Analogamente, nel Paese
delle ultime cose, c’è spazio
per personaggi come Ferdinand, capaci, si pure
nella loro cupa follia, di trasformare piccoli
materiali di scarto di ogni sorta in splendide
navicelle da collezione. E quando anche i materiali
adeguati svaniscono, la caccia ai topi fornisce
nuovi componenti per la sua bizzarra arte d’ingegneria.
Prendeva il topo per
la coda e poi, molto metodicamente, lo arrostiva
sul fuoco della stufa. Era una cosa terribile
a vedersi, con il topo che si contorceva e squittiva
con tutte le sue forze, ma Ferdinand rimaneva
impassibile, completamente preso da quanto stava
facendo, borbottando e ridacchiando fra sé
e sé sulle gioie del pasto. – Un
banchetto di prima mattina per il capitano, –
annunciava quando l’arrosto era pronto,
e poi, con la bava alla bocca e un ghigno demoniaco
in viso, divorava la creatura con il pelo e tutto,
sputando fuori con cura le ossa. Le metteva poi
a seccare sul davanzale della finestra, e alla
fine sarebbero state utilizzate come pezzi per
una delle sue navi, come alberi, aste per le bandiere
o fiocine. Una volta, ricordo, mise da parte un
gruppo di costole e le utilizzò come remi
per una galera. Un’altra volta, utilizzò
il cranio di un topo come polena e lo attaccò
alla prua di una goletta pirata. Era un piccolo
capolavoro, devo ammetterlo, anche se provavo
ribrezzo a guardarla [10].
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