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Maria Raffaella Cornacchia
Guido da Verona: "romanzatura
da coltre e da conforto intimo". Paraletteratura
e intertestualità
1. Guido da Verona,
sistema letterario e midcult
del primo 900
Che vuole, Conte-Maestro!...
abbiamo la crisi letteraria!... In mezzo
a tante chiacchere e convegni che fanno
editori e scrittori, io credo che lunico
mezzo per attenuare la sfiducia irrimediabile
che nel pubblico si è venuta formando contro
il libro, sia quello di fabbricare coraggiosamente
una nuova letteratura. Il pubblico invade
i cinematografi e diserta le librerie. Ogni
famiglia di borghesi o doperai spende
allanno somme notevoli per vedere
Charlie Chaplin e Pola Negri, mentre non
versa, nemmeno a torcerla con le tenaglie,
un soldo al libraio. Ragione? Molto semplice.
Il cinematografo diverte, il libro annoia. [1]
La necessità evidenziata da
G. Petronio [2] di individuare nella storia della letteratura
i sistemi letterari, cioè insiemi
articolati e organici di opere, collegate
da rapporti di interazione, opposizione
o da contrasti sociali e retorici, insiemi
che comprendano, oltre alla letteratura
ufficiale, anche quella di fatto,
impone al critico di tener conto nello
studio del passato, anche di quello più
vicino a noi [
] sia del sistema letterario
valido negli anni che studia, sia di quello
che noi, oggi, consideriamo valido alla
luce del concetto nostro di letteratura
[3] . E appunto il concetto moderno
e democratico di una letteratura a
maglie larghe permette di inglobare
nel sistema di un determinato momento storico
tutta la sua produzione letteraria effettiva,
senza tuttavia appiattire il valore delle
opere su un unico piano, ma individuandone
le tensioni interne alla cultura dellepoca.
In questa chiave, è inevitabile
chiedersi se ai prodotti della letteratura
di massa quella che si costituisce
e si rafforza nella società industriale
-, anche quando questa si configuri esplicitamente
come letteratura di consumo
[4] , possano ancora applicarsi le categorie
estetiche valide per i classici.
Infatti, allemergere di nuovi soggetti
sociali, corrisponde una trasformazione
del gusto e la costituzione di una vera
e propria industria culturale,
tale da determinare e non solo seguire le
preferenze delle masse
[5] , cui peraltro la cosiddetta paraletteratura
tende a ammannire una visione epica di sé
e del mondo in cui vivono.
Capita così che proprio attraverso
la Trivialliteratur riusciamo a cogliere
più direttamente le modalità secondo le
quali si andò costituendo il gusto di una
certa epoca e, se lautore non è un
semplice ghost-writer, ma abbastanza avvertito
e consapevole di compiere una precisa operazione
di mercato, divulgando e banalizzando e
rendendo fruibili al grande pubblico i moduli
della letteratura alta, anche
le possibili interazioni tra questultima
e quella di consumo.
Guido Da Verona fu appunto,
nel primo trentennio del 900, scrittore
esemplare dei meccanismi della produzione
letteraria di massa, abile tanto nel riproporre
serialmente gli elementi più commerciabili
del monumento DAnnunzio
(ma pure di altri autori in voga), quanto
nel mettere a frutto, in una formula anchessa
più borghesemente alla portata del lettore
comune
[6] , la geniale intuizione dannunziana
di uno scrittore che sta alle regole
del mercato e non perde mai il contatto
col pubblico, accettando la propria parte
di personaggio come una specie di mito che
va insieme vissuto e amministrato secondo
il canone industriale della domanda e dellofferta
[7] . Certo, come osservava salacemente
Luigi Ambrosini, alla vita del povero Da
Verona mancò la grandiosità eroica di quella
di DAnnunzio e fu sprovveduta
di ogni singolarità vera e di carattere,
che egli però sostituì con la studiata ricerca
dello scandalo provocato soprattutto
dal contenuto scabroso o blasfemo dei suoi
romanzi -, dimostrando, col proprio desiderio
sofferente dei suoi critici su cui
satireggiava Luigi Russo, di aver capito
come appunto sulle loro stroncature si potesse
costruire una sapiente operazione di marketing.
Mentre però DAnnunzio
comprese che per imporsi lo scrittore
deve far fronte alla concorrenza,
intuire prima degli altri il prodotto da
inventare, da imporre a un pubblico anche
attraverso il dissenso, che instaura sempre
una forma di choc e alla lunga diviene
suggestione, persuasione occulta [8] , loriginalità (!) di Guido Da Verona
fu nel coraggio col quale si decise
ad essere lultimo di tutti [9] , e in questa chiave va letto il costante
riutilizzo delle sue letture, che i contemporanei,
da Antonio Baldini ad Ambrosini, gli andavano
rinfacciando. In sostanza, dunque, mentre
DAnnunzio forgiava e manipolava la
moda nella forma del midcult,
il gusto sofisticato che può conquistare
la massa, ma è fatto di luoghi comuni, di
false profondità interiori, di scenari in
apparenza sempre davanguardia
[10] -, rendendosene tuttavia soggetto
e non oggetto, capace dunque di evoluzione
e trasformazione creativa, Da Verona di
quella moda fruiva, la riproduceva e divulgava,
ma non era in alcun modo in grado di rinnovarla
o sostituirla, e fu pertanto inevitabilmente
travolto dal suo declino. Potremmo dire
che limmagine chegli amò dare
di sé, sul modello dei personaggi dei suoi
romanzi
[11] - così come lo ricorda Carlo Linati:
bello veramente ed elegante e fascinoso
oltre ogni dire, G. avanzava a passi trionfali
sulla strada della galanteria e delle conquiste
femminili, portatore disinvolto di costosissime
cravatte, di giacche alla moda confezionate
a Parigi, di colletti di finissimo lino,
bello di una vecchia nobiltà provinciale
inurbata: avanzava con le sue ghette candide,
le sue scarpe di coppale con lo scrocchio,
col suo viso superbioso e ampiocrinito,
il suo passo elastico di amoroso, con la
sua voce un po baritonale di affascinatore
di semivergini -, finì col diventare
una prigione, addirittura pericolosa dopo
lavvento del fascismo, da cui fu guardato
con disprezzo in quanto decadente.
Proprio in quegli anni si compie la parabola,
che potremmo dire eroicomica se non ci fossero
state le bastonate nella Galleria di Milano,
il rogo dei libri e il suicidio, della vita
di uno scrittore schiavo di se stesso, del
suo personaggio: non seppe o non volle rinunciare
alla sua maschera di scettico ironico dandy;
non seppe o non volle rinunciare a irridere
la volgarità del fascismo, il provincialismo
degli Italiani e infine perfino
il concordato con la Chiesa. Proprio in
questi guizzi di dignità il suo personaggio
da operetta sa dimostrarsi più coraggioso
e coerente di tanti altri intellettuali
italiani, soprattutto perché privo anche
delle difese di una critica ufficiale favorevole,
ora tanto più pericolosa perché soggetta
al regime. Per questo ci appare sommamente
iniquo il giudizio del suo unico critico
contemporaneo, Antonio Piromalli, che lo
accusa di aver sciolto per anni nel
fascismo i suoi veleni prefascisti
[12] , razzolando sapientemente
fra le varie componenti ideologiche fasciste,
respingendone alcune ma senza opporsi al
capitalismo nazionale alleato della finanza
mondiale e blandendo le più volgari
aspettative di un pubblico borghese.
Ma è ora tempo di presentare
lo scrittore ormai sconosciuto, dimostrando
tramite la nuda cronologia delle sue opere
linfondatezza dellaccusa di
fascismo, con cui non si possono assimilare
tout court gli elementi di individualismo,
nazionalismo, colonialismo, antisocialismo,
del resto condivisi con la maggioranza dei
lettori effettivi e con autori tanto più
prestigiosi, non solo italiani, spesso fonte
di quegli elementi: si pensi daltronde
alla mancanza di velleità politiche del
superuomo daveroniano, esemplare
più del qualunquista che del nocchiero.
2. Splendori e decadenza
di un dandy
Quando lei
avrà finito di scorrazzare attraverso tutte
le chimere del mondo, si accorgerà forse
che val meglio lasciare dietro di sé il
piccolo seme duna pannocchia di grano,
che una grande serra dorchidee; belle
fin che lei vuole, costose fin che lei vuole,
ma irrimediabilmente sterili. [13]
Nato nel 1881 a Saliceto sul
Panaro, in provincia di Modena, Guido Verona
nobilitò con la preposizione dannunziana
il suo cognome semita e organizzò il mito
del proprio personaggio attorno a una vita
dispendiosa, fatta di internazionalismo,
macchine da corsa, purosangue, affascinanti
amanti e scandali. Con la reminiscenza di
letture vaste ma superficiali, dai simbolisti
al romanzo dappendice alle avanguardie,
e soprattutto di DAnnunzio, compose
dopo le prime opere giovanili di
taglio decisamente reazionario (I frammenti
dun poema-canto civile. Le giornate
di Milano, 6-10 maggio 1898 del 1902
e Immortaliamo la vita! del 1904)
romanzi di tale successo da far osservare
allo sconsolato Antonio Baldini che gli
altri poveri autori piangono in silenzio
su gli scaffali. Torreggiano sui banconi
le pile di questultimo Guido che ha
tolto la gloria della lingua a tutti i Guidi
del passato e del presente. Sulla
copertina della Lettera damore
alle sartine dItalia (1924) leggiamo
le seguenti cifre (forse un po gonfiate
a fine pubblicitario) di copie pubblicate
fino ad allora: di Lamore che torna
(1908) uscirono 150.000 copie; di Colei
che non si deve amare (1910) 220.000;
di La vita comincia domani (1912)
155.000; di Il Cavaliere dello Spirito
Santo (1914) 70.000; di La donna
che inventò lamore (1915) 145.000;
di Mimì Bluette fiore del mio giardino
(1916) 160.000; di Il libro del mio sogno
errante (1919) 100.000; di Sciogli
la treccia, Maria Maddalena (1920) 150.000;
di La mia vita in un raggio di sole
(1922) 100.000. La fortuna di alcuni di
questi romanzi si protrasse nel secondo
dopoguerra, tanto che lEditore DallOglio
dichiarava di essere arrivato con le ristampe,
tra il 1948 e il 1953, a superare le 300.000
copie sia per Colei che non si deve amare
che per Mimì Bluette. Come si vede,
ad ogni modo, il grande successo di Guido
Da Verona precede largamente la Marcia su
Roma: anzi, proprio dalla metà degli anni
20 la formula dei suoi romanzi
[14] appariva sempre più usurata e
ripetitiva, mentre i soliti miti del dandy,
dei lussi parigini e dellinternazionalismo
della lingua e delleleganza venivano
prima ridicolizzati (si pensi a Gastone
con il guanto a penzolone del grande
Petrolini), e infine apertamente osteggiati
dalla nuova retorica fascista. Ma già nel
1924 Da Verona scriveva sarcasticamente:
Dopo simili critiche mosse ai prodotti,
e perciò allopera del Governo, in
momenti nei quali trionfa la politica della
maniera forte prudenza vuole chio
[
] infili a tutta velocità la prima
strada libera, e mi ritiri nella Repubblica
di San Marino per attendere gli eventi
[15] : lo scherzo si trasformò drammaticamente
in realtà con la pubblicazione dei Promessi
Sposi (1930), che infrangevano
proprio lanno dei Patti Lateranensi
- i tabù della morale cattolica, della religione
e del modello manzoniano, ma soprattutto
presentavano unacre satira dello stile
fascista e del personaggio di don Gonzalo=Mussolini.
In poche ore, il romanzo scompare dalle
librerie, mentre gli universitari del G.U.F.
a Milano ardono le copie superstiti in pubblici
roghi; Guido, a passeggio nella Galleria
di Milano, viene aggredito e bastonato.
Ben presto, non saranno più uno scherzo
nemmeno battute come quelle di uno scrittore
della letteratura di buon gusto,
Riccardo Bacchelli, che nel 1920 aveva parlato
per Da Verona di caso notissimo dellebreo
di mondo, della polemica dellebreo,
la sua funzione insidiosa, la sua biologia
microbica, accusando lItalia
in quanto paese dove si è tanto superiori
da non essere neppure antisemiti.
Le leggi razziali colpirono anche lo scrittore
che, caduto in disgrazia politica e letteraria,
si suicidò nel 1939.
3. Laureola ritrovata
Come
ogni buon poeta e sapiente professore ligio
alla tradizione itàlica, maestro e correttore
destética, avrei dovuto presentarmi
con un colletto largo almeno quattro dita
più del necessario, una cravatta di gala,
con molletta per infiggersi nel bottone
automatico, un reverendo paio di polsini
rimessi ed una catena doro dalla quale
pendesse a ciondolo un marengo di Re Umberto
Imperatore dellEtiopia. [
]
Poiché, purtroppo,
non possiedo di simili indumenti, mentre
per tenere il mio corso di rapsodia vagante
sono costretto a battere le strade maestre
dItalia con unautomobile di
trenta cavalli, tollerate che mi presenti
mezzo impolverato, in un costume da figurino
sportivo, con la sigaretta in bocca, e la
fronte percossa dalle gloriose bufere del
volante. [16]
In realtà, nessuno degli elementi
che linclemente Piromalli rinfaccia
a Da Verona, quasi strumenti per adescare
un pubblico abietto, è di sua invenzione:
il suo limite, semmai, fu appunto di non
saperli rinnovare mentre li reiterava fino
allusura estrema. La figura del dandy,
ad esempio, risaliva alla geniale identificazione
propostane da Baudelaire col poeta davanguardia,
che si rivolge solo alla sua casta,
cioè lélite degli intellettuali, come
lui disgustati dalla volgarità della borghesia
e del proletariato, declassati e disoccupati
in una società venale ed aliena dalla bellezza
[17] . Ne conseguivano angoscia
ripugnanza e spavento verso la folla
metropolitana, comune a tanti scrittori
del secondo 800, da Poe a Valery allo
stesso Baudelaire [18] , ma anche la lucida constatazione che con quella folla
il pubblico! occorreva che
lo scrittore delletà industriale facesse
i conti. Rileggiamo qualche riga della significativa
prosa baudelairiana Perte dauréole
riportata da Benjamin [19] , ripensando alloperazione
commerciale del nostro Guido: laureola,
in un movimento brusco, mi è scivolata dal
capo ed è caduta nel fango del selciato.
Non ho avuto il coraggio di raccoglierla.
Ho ritenuto meno spiacevole perdere le mie
insegne che farmi fracassare le ossa. [
]
Posso andare in giro in incognito, commettere
azioni basse, e dedicarmi alla crapula come
i comuni mortali. [
] E mi diverte
pensare che qualche cattivo poeta la raccoglierà
e sarà così sfrontato da azzimarsene!.
Guido da Verona è appunto disposto a raccogliere
sulle orme dannunziane laureola
caduta, col coraggio di esibirla pacchianamente
nel suo luccicore doro falso (che
è poi quello della pretesa modernità),
consapevole che è appunto dallambiguità
del suo personaggio tra il dandy
e il Gastone, tra il vate e il guitto
che deriva il suo successo di pubblico.
Mentre dunque Rimbaud e Mallarmé avevano
sviluppato lintuizione di Baudelaire
in opposizione, ribellione alla società
borghese (il poeta in sciopero) [20] , Da Verona se ne fa consapevolmente intellettuale organico,
duttile ad adattarsi al progressivo allargamento
del pubblico alla piccola borghesia, per
la quale riduce a più modesta (e fruibile)
misura i miti dannunziani delleros
e della grandezza, della perversione e della
lascivia e perfino la magnificenza
di unoratoria lirica sapientissima [21] . Ma la riproduzione e lattraversamento
di DAnnunzio sono (almeno inizialmente)
mediati in Da Verona dallironia
e anche dallautoironia - delluomo
di mondo, non ignaro tra laltro
- delle poetiche crepuscolare e futurista
e della produzione pirandelliana.
4. Tra crepuscolari e futuristi:
questione di stile
Non vè
grande opera darte la quale non proietti
da sé, come unombra, la propria caricatura.
Più perfetta è questopera, più facile
parodiarla; mentre la cosa riesce pressoché
impossibile con le opere mediocri, nelle
quali manca il forte contrassegno dellindividualità,
come nelle fisionomie sbiadite.
[22]
La proposta è allora leggere
Guido Da Verona inserendolo in una costellazione
letteraria, di cui egli probabilmente
sarà solo un satellite che splende di luce
riflessa, e ricercando più il finis operis
che il finis operantis
[23] , cioè le modalità di mediazione
presso il vasto pubblico dei modelli della
letteratura ufficiale, dietro
la finzione di un autobiografismo sfruttato
consapevolmente a fini pubblicitari. Al
di là della banale dialettica tra autore
e personaggio, si potrà così concludere
con Italo Calvino che la persona io,
esplicita o implicita, si frammenta in figure
diverse, in un io che sta scrivendo e in
un io che è scritto, in un io che sta alle
spalle dellio che sta scrivendo e
in un io mitico che fa da modello allio
che è scritto. Lio dellautore
dello scrivere si dissolve
[24] .
Già nel primo successo di
Da Verona, Colei che non si deve amare
(1910), osserviamo una sorta di disagio
nella rappresentazione continuata del sublime,
che ci riporta appieno alla temperie crepuscolare
di quegli anni: lironia di Gozzano,
il sentimentalismo di Corazzini, il grottesco
di Palazzeschi nascono da un medesimo principio,
da un'equivalente trovata artistica, nascono
dalla scoperta che, ad un certo punto della
storia, il sublime non è più tollerabile
in alcun modo, se non nella sua dimensione
rovesciata [25] . Ironia, sentimentalismo enfatico e
grottesco si rimescolano sin dalle prime
pagine del romanzo, di
cui riportiamo due stralci: nel primo,
è presentato senza molta simpatia, un borghesoccio
rozzo e prepotente, alla cui grossolana
corpulenza corrisponde la spocchia di una
cultura daccatto. Ma qui la prima
sorpresa: né le letture elencate con ironico
sussiego dallautore sono molto dissimili
da quelle del grande pubblico daveroniano,
romanzi dappendice, fatti
di sangue e suicidi damore,
né presumibilmente diverso doveva risultarne
leffetto, di esagerazione,
esaltazione nella calda fantasia,
stupefazione paurosa, insomma
di immedesimazione. Lo strepitoso successo
di Colei che non si deve amare, ad
esempio, dipese in primo luogo dalla sua
trama scabrosa, atta a stuzzicare la prudérie
provinciale degli Italiani: storia di passione
e di incesto tra due fratelli, si conclude
tragicamente appunto con un suicidio; tra
le tragiche amanti avvelenatesi
per amore possiamo invece annoverare Mimì
Bluette, protagonista dellaltro best
seller di Guido. Al farmacista-erudito
(come non pensare a Il commesso farmacista
di Gozzano, del 1907, personaggio che compare
anche in La signorina Felicita, pubblicata
nel 1909?) fa grottescamente da sfondo un
coro di personaggi dai nomi (e dai corrispondenti
caratteri) manzoniani: la casta Ermengarda,
il remissivo Ferrante e il seduttore Arrigo
(Rodrigo?).
Il secondo testo può esemplificare
quella cafoneria comune, secondo
Camillo Viglino
[26] , a Da Verona e ai suoi lettori
parvenus: un grezzo ma non fiacco
erotismo liberty, non riferito però
si badi! a una superdonna, a una
vergine, ma a una grassa ragazzotta
dalle carni prematuramente cascanti. Torna
ancora in mente Gozzano, col suo Elogio
degli amori ancillari e col ritratto
della Signorina Felicita: le rose
dannunziane mescolano i loro effluvi con
quelli delle piante aromatiche (quegli
odori / tanto tanto per me consolatori,
/ di basilico daglio di cedrina
! [27] ); i corpi femminili subiscono una reificazione nel commestibile
(le loro poppe oscillavano come grappoli,
i duri capezzoli sbocciare come ghiande,
Il corpo ne sbocciò fuori come una
pannocchia nel cartoccio); alla musica
sublime (se trascuriamo la pacchianeria
dellimmagine) del sogno erotico di
un tintinno di carne molle corrisponde
il più prosaico rumore dellacqua
versata in un catino e di pianelle;
alle pose preraffaellite delle ragazze che
si pettinano [28] la loro casereccia ingenuità. La lingua, col suo impasto
di termini aulici (a volte usati a sproposito,
a volte risemantizzati con levocazione
di altri concetti, a volte scritti scorrettamente [29] ) e comuni (bastino per tutti le poppe
e le mutande gonfie) produce
un effetto analogo a quello descritto da
Sanguineti per Gozzano: fondò la sua
poesia sullo choc che nasce tra una
materia psicologicamente povera, frusta,
apparentemente adatta ai soli toni minori,
e una sostanza verbale ricca, gioiosa, estremamente
compiaciuta di sé
[30] .
Ma le basi ideologiche per
giustificare il pastiche linguistico
che i critici gli rinfacciavano Da Verona
le trovò un po in ritardo
nel futurismo, nella sua furia iconoclasta
contro accademici e musei, nellelogio
della tecnologia e della modernità, in altre
parole in un sublime inedito
[31] , come si ricava insistentemente dalla Lettera
damore
alle sartine dItalia, in cui
lautore ribatteva scherzosamente alle
accuse che gli erano state mosse dai critici.
Come Marinetti, anche il nostro Guido vuol
cantare lelettricità, il laboratorio
chimico, il nichilismo evolutivo e distruttore
del pensiero moderno e naturalmente
le velocità pazze, la
disumana e fantastica lotta per lesistenza,
anche se la formula per innovare il linguaggio
non sta nello sperimentalismo delle avanguardie,
chegli irride
[32] , pur con la tentazione di riecheggiarle [33] , ma nellesatta
denominazione degli oggetti (e qui cera
la lezione di Pascoli!), che non rifugge
dalle parole straniere, invise tanto ai
cruscanti quanto in seguito al regime fascista.
Alcuni di questi oggetti-emblema di modernità
risalgono al futurismo (motori, corazzate,
siluri), ma sono affiancati e spesso identificati
coi simboli del lusso liberty: i conti dellorafo
e delle sarte, il telefono, lascensore,
lautomobile. Di qui la grande contraddizione
tra il dire e il fare: Da Verona
che teorizza, sullorma dei movimenti
davanguardia del decennio precedente,
la poesia delle industrie e dei grandi magazzini,
si rende però conto che è più facile accontentare
il suo pubblico medio e piccolo borghese
col sogno di fasti decadenti. Gli avevano
rinfacciato di essere autore di letteratura
servile
[34] : rispose dedicando appunto alle
sartine che certo non
lavrebbero potuta comprendere - la
sua replica, consapevole che tuttavia proprio
di questo allargamento sociale della cerchia
dei lettori occorreva tener conto: se
dunque i miei riveriti confratelli mi hanno
destinato come feudo il pubblico di Carolina
Invernizio, e modestamente si son tenuti
per sé tutto il fin fiore dellintelligenza
italica io mi lamento solo duna
cosa, la quale non starebbe nei patti
e cioè chio li vedo venir tutti, uno
dopo laltro, a cercare di far breccia
nel cuore delle sartine [35] .
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