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Maria Raffaella Cornacchia
Guido da Verona: "romanzatura da coltre e da conforto intimo". Paraletteratura e intertestualità

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5 Da Verona nella “costellazione” Verga – Pirandello – Gozzano - Palazzeschi

“Scendono giù dallo scalone, un po’ curve, un po’ zoppe, contando, ricontando monete. Queste, nei letti solitari, continuerebbero forse nel sonno a giocare la partita in guadagnabile. Un po’ di sudore freddo ingommerebbe le loro fronti calve; dormirebbero senza dentiere, tossendo, con le ginocchia rattrappite, i ricci e le mezze parrucche, sconvolte, sui cristalli delle specchiere” [36] .

Il primo pubblico di Guido Da Verona non fu tuttavia costituito da “sartine”, né così disposto, come vorrebbe il Piromalli, a pascersi unicamente di “modelli appartenenti a una classe superiore e valevoli per evadere dal circoscritto mondo piccolo-borghese” [37] , come attestano d’altronde i giudizi, sostanzialmente favorevoli, di due lettori “d’eccezione” quali Serra e Borgese [38] .

Difficile, infatti, identificarsi nei due protagonisti di Colei che non si deve amare provenienti sì dalla piccola borghesia, ma il cui riscatto sociale è possibile solo attraverso mezzi illeciti (il gioco per lui, divenire una mantenuta per lei), che li escludono dal loro milieu senza peraltro renderli accettabili in un altro più elevato.

Anche più stranianti alcune figure di La donna che inventò l’amore (1915), forse il miglior romanzo dello scrittore, capace  ancor oggi – pur coi limiti del genere – di avvincere nel suo vivace ritmo narrativo [39] . Lo spunto è scopertamente verghiano: Passadonato è un Gesualdo che completa attraverso la figlia – una specie di Duchessa di Leyra – la propria ascesa sociale; i personaggi appaiono dei vinti travolti dalla “fiumana del progresso”, anche se spesso l’autore non riesce a motivare coerentemente i loro drammi individuali; non mancano inoltre pagine mimetiche del linguaggio parlato dai più umili, come le lettere scritte da Passadonato e dalla cameriera Malvina (cfr. brani 1. a, b) [40] . E’ tuttavia un realismo con sfumature dannunziane e gozzaniane, spesso in rapido trapasso le une nelle altre, ad esempio nelle descrizioni di giardini e interni, o nell’indugio su elenchi di oggetti forse persino parodici (si veda la degradazione dell’esteta dannunziano in don Massimo, cfr. brano 2), soprattutto visto che – contrariamente alla caratteristica del liberty segnalata da Benjamin [41] – ne viene volutamente esibito il valore commerciale di status simbol. Ma sia i lussuosi arredi che “le buone cose di pessimo gusto” (come il salotto turco di Passadonato, coi suoi odori casalinghi di cucina e col pappagallo presto impagliato) sono puro décor, fondale dell’azione, cui nulla aggiungono, di cui nulla significano.          

Analogamente, molti dei personaggi sono sfocati nel “tipo”, sensazione che Da Verona accentua dotandoli di ironici nomi parlanti, spesso parodia di quelli dannunziani: così la vispa cameriera Malvina fa pensare alla Mirandolina goldoniana, mentre il nome di Lanzo Equicola richiama i concetti della lancia o della campagna (tedesco Land, da cui “lanzo”, “lanzichenecco”) e del cavallo (Equicola dal latino, “abitatore del cavallo”), grottescamente antifrastici rispetto a questo principe di città, ormai in disarmo fisico e sessuale, ma antagonista di un marito campione equestre e stallone. Come nel Caffè Maiocchi frequentato da Passadonato, si direbbe che anche nella grande osteria della vita ai personaggi tocchino nomi e soprannomi significativi del loro carattere o della “maschera” con cui si presentano agli altri: Leonardo Passadonato è chiamato Leopardo dalla sua “clientela” di usuraio, ma col cognome suggerisce gli atti di “passare” e “donare”; Antonella – cui spetta sistematicamente l’epiteto di “la bella ragazza”, mentre “vergine”  è definita solo l’acida guardarobiera Sofia [42] -,  come l’Angiolina di Senilità detta Ange da Brentani e Giolona da Balli, è “la Tona” per suo padre, ma “Nennella” per il marito e “Antonella” per don Massimo e il principe; anche Rainiero ha  titolo e soprannomi antifrastici: lui così poco acuto,  è conte “di Montefalcone” (e il falco è simbolo di prontezza intellettuale), lui biondo e limpido, è “Nero” per la moglie e “Nerin” per l’amante. Il cognome, infine,  del napoletano don Massimo “Caddùlo” sembra riecheggiare la sua professione di parassita ed adulatore, il suo titolo di “barone di Giuliarosa” ha sapore goldoniano (ed egli è amante di Malvina), e grottescamente allusivi sono gli altri appellativi, di “barone di Villico” per un dandy fallito, di “marchese della Tenda” per chi ha perso tutti i feudi aviti e non ha più una casa.

Tra questi personaggi, gli unici due cui l’autore attribuisca la facoltà di riflettere, di intuire lucidamente i moventi altrui e di usarli a proprio vantaggio, sono anche i soli ad essere sradicati dalla loro classe d’origine: Antonella perché tenta di accedere all’aristocrazia, don Massimo perché è un nobile decaduto. Tra di loro si ingaggia nel romanzo una sorda feroce lotta, che consente a Da Verona di mostrare ambiguità di fatti e sentimenti: il lettore, messo in condizione di vederli sia dal punto di vista di Antonella che da quello di Caddùlo, percepisce che entrambi potrebbero essere veritieri o mistificanti e che la tendenza dei due a vivere rappresentando se stessi come in un romanzo o in una commedia li rende consapevoli di quanto labile sia il confine tra la vita e la forma (cfr. brani 3 a, b). La figura di don Massimo, in particolare, presenta vari elementi in sintonia con le contemporanee meditazioni sul grottesco, ad esempio di Chiarelli e Palazzeschi: il suo dramma ci rievoca le parole finali di La maschera e il volto, rappresentata l’anno dopo, “nella vita vicino ai grotteschi più buffi avvampano i drammi più spaventosi; nel ghigno delle maschere più oscene urlano talora le passioni più dolorose!”. Don Massimo pare, come un personaggio pirandelliano, portare nella prima parte del romanzo una maschera, quella del buonumore e della piaggeria, mentre nella seconda rivelare squarci innominabili che gli alieneranno il suo milieu sociale. Di qui lo scarto più volte biasimato dai critici [43] , di qui l’esigenza di quel finale da romanzo d’appendice su cui ironizzava già Borgese: “quando si comincia a leggere uno dei suoi migliori racconti si è sempre trepidanti per la sorte dei protagonisti. Si spera che l’autore li salvi, che non tagli il nodo gordiano con una scure da giustiziere, troppo pesante per i nastri da biancheria di cui è fatto il nodo, troppo rutilante per quelle atmosfere di sfumature”. Come un “buffo” di Palazzeschi, don Massimo è uno di “coloro che per qualche caratteristica, naturale divergenza e di varia natura, si dibattono in un disagio fra la generale comunità umana; disagio che assume ad un tempo aspetti di accesa comicità e di cupa tristezza” [44] ; egli accetta – fingendosi il dandy che non può essere – le ragioni del “basso corporale” [45] che lo abbruttiscono, lo emarginano e lo rendono modello inaccettabile e inimitabile per il lettore: parassita, adulatore, seduttore di serve e infine delatore, violentatore e assassino. Ci troviamo insomma nell’atmosfera “che Adorno designa come il trionfo del music-hall, del clownismo, che genera quel gusto del burattino, della marionetta, che pervaderà di colpo, negli anni dell’immediato avant-guerre, tutta la cultura europea, e non soltanto europea: l’epica del circo” [46] . Ma la letteratura commerciale evidentemente non ammetteva conclusioni inquietanti come quelle dei maestri del grottesco: di qui la catarsi tragica “di genere”, non più goffa però a ben vedere di quelle propinate anche da Verga nella sua produzione “sentimentale” (cfr. il paragone col finale di Eros: brani 4 a, b).

6 La carne, la morte e il diavolo tra serialità e iterazione

Le donne del Guébli, scure, con occhi a mandorla, già crespe di vello sudanese, logore di selvaggia maternità, venivano a guardare da vicino la bella Cristiana. I marmocchi arabi le si premevano in giro, nudi, oblunghi, lucidi come ghiande. Qualche negro spaventoso rideva con la bocca sino alle orecchie, tenendo la mano incastrata sotto l’ascella dell’opposto braccio, e così facendosi croce al petto, cosparso d’una lanugine ricciuta. [47]

Nei romanzi successivi si avverte l’intenzione di conquistare le più vaste platee della piccola borghesia: il meccanismo narrativo tende a riprodurre serialmente personaggi e situazioni consolidati più dal romanzo d’appendice che da quello dannunziano, garantendo al pubblico una gratificante prevedibilità degli intrecci e la possibilità di identificarsi con la fantasia in superuomini e superdonne non dell’intelletto, ma della bellezza e del lusso. Colta e volgarizzata la lezione stilistica del D’Annunzio “diurno” (ma a vent’anni di distanza!), anche Da Verona sa piegare la sua prosa a ritmi musicali e ripetitivi da “romanzo-canzone”: “lo scrittore ricorre all’armatura del romanzo per calarvi, riflessa dallo specchio capzioso della vita contemporanea, un’immagine autobiografica di dilettante e di artista, che si perde nel grande golfo mistico dell’eros e della musica. Va da sé che l’impianto romanzesco, imposto da una specie di amplificazione narcisistica, non riesce a sostenere la materia narrativa sul piano medio di una lingua parlata che si svolga sicura, e infatti la continuità del racconto viene raggiunta con l’aiuto dell’eloquenza, di un tono alto e declamato, che stringe insieme le frasi e impone una cadenza a priori, fra lirica e oratoria. […] Per essere lirico, il romanzo abolisce l’avventura e affida la sorpresa alla rivelazione di un istante privilegiato” [48] .

Il romanzo più riuscito in questo senso, come attesta l’immenso successo di pubblico, fu Mimì Bluette fiore del mio giardino (1916) [49] , amato in particolare – si dice – dai nostri soldati al fronte. Vi ritroviamo tutti gli elementi di moda all’epoca: il divismo, l’esotismo di maniera, i miti del lusso della lussuria e del “bel tenebroso”, appena aggiornati rispetto a quelli del romanticismo individuati da Mario Praz [50] : la bellezza tormentata e contaminata, gli eroi fatali e demoniaci, il carattere maudit dell’amore, l’orientalismo (qui l’Africa) barbarico e selvaggio associato all’erotismo.

L’autore non tenta affatto di delineare la psicologia dei personaggi, limitandosi ad attribuire a ciascuno una caratteristica dominante: la sensualità stemperata di candore a Mimì Bluette [51] , l’eroismo misterioso a Hilaire Castillo, la sincerità a Jack, il mammismo e la ninfomania a Caterina, l’”onesta furfanteria” alla Grande Rouquine e ai suoi amici. Si direbbe quasi che essi – come i Sei personaggi di Pirandello o piuttosto secondo l’uso delle didascalie del cinema muto – esibiscano il loro carattere di personaggi fittizi più che di persone, cui si addicono meglio epiteti generici che nomi: “Come c’era un Irresistibile, così c’era un Pittore” [52] . Forse per questo, Cecilia Malespano rinuncia a se stessa per entrare nel mondo della fiaba e dell’automistificazione, rinuncia al suo nome e diviene Mimì Bluette, come aveva fatto il suo autore trasformando il proprio cognome: anche nel romanzo di consumo, quindi, la vita imita l’arte, si forgia sulla letteratura: “Vous avez lu, je crois, de mauvais livres. Ceux qui ecrivent des romans, moi je les méprise”, le dice Jack [53] . Mimì costruisce dunque il suo mito, come Emma Bovary, su cattive letture, paradossalmente su quella stessa paraletteratura cui il suo romanzo appartiene, ove le parole ricavano il loro potere di fascinazione dall’essere svuotate d’ogni senso concreto e dal valere unicamente per il loro incanto musicale: “un nome, nient’altro che un nome; anzi, un piccolo fiore, da mettere sui cappelli di paglia, nei mesi d’estate”, come canta ossessivamente il ritornello finale del libro [54] . Mimì Bluette è la riduzione protonovecentesca di Marguerite Gauthier [55] , di cui condivide – come tante prostitute della tradizione letteraria – il nome floreale, anche se l’ironia dell’autore, che le accosta personaggi di spietato realismo, non consente mai la piena confusione di vita e arte, secondo l’avvertimento di Cecilia: “Tu credi ormai di somigliare a questa gente, ma in fondo hai l’anima della parigina come ce l’ho io” [56] . Forse allora l’enfatica grossolana iterativa rievocazione nel finale dei momenti salienti della vita di Mimì non è altro che la trascrizione del modesto romanzo popolare ch’essa si va forgiando nella propria mente, imitando pateticamente e forse parodicamente Andrea Sperelli (brano 1). D’Annunzio pare filtrato anche in questo caso da Gozzano, cui rimanda a volte il ritratto di Mimì – “dimenticava subito, con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco sbadata, un po’ ironica forse” [57] –, a volte l’atmosfera – “apparivano entrambi così gentili, così onesti, che il vederli faceva ripensare a quelle buone vecchie stampe di cento anni fa, che illustrano con tanto garbo le indiscrete pagine dei galanti novellieri francesi” [58] . Nel romanzo di Mimì Bluette, insomma, si consuma una popolare poetica dell’artificiale, che investe l’intera cerimonia del suo suicidio, tutta incentrata sul narcisistico tentativo di salvaguardare appunto una bellezza ritoccata per il fotografo pubblicitario (cfr. brano 2).

Il romanzo presenta tuttavia anche un altro aspetto interessante: quello dello sperimentalismo linguistico, di cui poi – come abbiamo visto – Da Verona dovette giustificarsi nella Lettera d’amore. Se per contenuti Mimì Bluette appare del tutto accessibile a un vasto pubblico, la lingua costituisce un ostacolo che – credo – oggi rallenterebbe il lettore comune. I dialoghi, infatti, sono quasi interamente in argot parigino [59] , e quindi ricchi di espressioni che certo non rientrano nel bagaglio “scolastico” di chi anche conosca il francese: si direbbero dunque rivolti solo a quella ristretta cerchia di lettori-zerbinotti, che trascorrevano qualche mese di apprendistato culturale e sessuale a Montmartre. All’argot si affiancano altri idiotismi, per lo più a fine mimetico, come il franco-italiano di Caterina (bellissime, plôrez, pôvre, ze=je, zour=jour, pé=peu) o il franco-berbero o il dialetto militare dei legionari in Africa (cfr. brano 3). Dunque, al fascino musicale della parola si associava nel pubblico provinciale e borghese italiano la suggestione di un esotismo anche linguistico, che lo trascinava – a costo di qualche oscurità – dai bassifondi della metropoli di Sue, agli elisi della plutocrazia europea, alle sabbie africane, ma sempre in un’atmosfera ingannevole da cartellone pubblicitario.

Le richieste del pubblico e la capziosa fedeltà al proprio personaggio e ai propri stilemi indussero Da Verona a una ripetitività sempre più monotona, che si affida per vendere alla facilità dei ritmi cantati della sua prosa e a contenuti avvertiti come scandalosi, riducendo quasi al silenzio l’antica ironia capace di relativizzare l’enfasi retorica [60] : il successo di Sciogli la treccia, Maria Maddalena, ad esempio, va ricercato nel calderone in cui vengono mischiati il fasto degli arredi, certo gusto grandguignolesco, l’erotismo – soprattutto relativo a temi “proibiti” come il lesbismo, il voyeurismo, il sado-masochismo - e uno pseudo-misticismo religioso. Come una canzone, la scrittura si involge pigramente su se stessa, fino a divenire vuoto ritornello, contemplazione narcisistica del proprio artificio (cfr. brani 1 e 2).

“Il fiume non si fermerà mai; dal fiore nascerà un fiore; dopo l’onda verrà un’altra onda. La canzone che il vento ha dispersa farà nascere un’altra canzone” [61] .

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Note

[36] G. Da Verona, Sciogli la treccia, Maria Maddalena: il passo è riportato nell’antologia Poeti d’oggi (1900-1920), compilata da G. Papini e P. Pancrazi nel 1920 (ristampata a c. di A. Romanello, Crocetti, Milano, 1996, p. 109), che dedicano ben due pagine ai brani tratti dai romanzi dello scrittore.

[37] Piromalli, cit., p. 55.

[38] Serra nelle Lettere (1914) ne apprezza la “bravura di tocco” e la “novità di fantasia”, “il temperamento ricco e autentico di scrittore”; Borgese, nel ’23, riconosce che “bello” e “brutto” sono inscindibilmente avvinghiati assieme nelle pagine daveroniane, cui non manca tuttavia “compattezza di masse narrative”, “snodarsi muscoloso del dialogo”, coscienza dell’arte (in Piromalli, cit., p.186).

[39] Questa in sintesi la vicenda: Antonella distrugge le cambiali che il suo amante, il tenente di cavalleria Rainiero Gilli, conte di Montefalcone, ha firmato al padre, il ricchissimo usuraio Leonardo Passadonato. Il padre la caccia di casa, ma Rainiero, per ragioni sia d’amore che d’interesse, consigliato dall’ambiguo don Massimo Caddùlo, la sposa. I Passadonato ne ricavano la promozione sociale; Gilli il loro denaro: i maneggi di don Massimo e la bellezza di Antonella le schiudono ben presto le porte dell’alta società romana, mentre Rainiero vince col purosangue Holiday la Coppa del Re e ne riceve i complimenti, rappacificandosi così definitivamente col suocero, prima ostile ai suoi sperperi equestri. Antonella, intanto, per essere accolta nell’alta società, si è legata in un torbido ed equivoco rapporto col maturo principe Lanzo Equìcola; don Massimo, da lei respinto e geloso, rivela la tresca al marito, ma egli finisce per perdonare la moglie, di cui è innamorato. Don Massimo, frustrato e umiliato dal suo stesso ignobile comportamento, ormai allontanato dalla famiglia, tenta ancora invano di sedurre Antonella, e infine la violenta, la uccide e si suicida.

[40]   Si noti però che, rispetto al romanzo ottocentesco, questi umili sanno leggere e scrivere: si tratta di proletariato urbano, e non di sottoproletariato.

[41] Benjamin, cit., p. 154: “Il collezionista […] si assume il compito di trasfigurare le cose. E’ un lavoro di Sisifo, che consiste nel togliere alle cose, mediante il suo possesso di esse, il loro carattere di merce. Ma egli dà loro solo un valore d’amatore invece del valore d’uso”.

[42] Dunque, il termine “vergine”, caro a D’Annunzio e ai dannunziani, è adoperato ironicamente in quel sovrasenso che Gozzano indicava alla Guglielminetti (autrice peraltro di Le vergini folli, 1907), nella lettera del 5 giugno 1907, attribuendolo al suo sinonimo “signorina”: “degno prodotto del nostro tempo di evoluzione che anche della vergine ha fatto una creatura oppressa, non definita, con quel nome brutto: Signorina”.

[43] Cf. ad es. Piromalli, cit., p. 81 s.

[44] A. Palazzeschi, Premessa all’edizione mondadoriana del 1957 di Tutte le novelle, ora nelle Note ai testi a c. di L. de Maria della medesima opera, Mondadori, Milano, 1991, pp. 965 s.

[45] Su questo aspetto in Palazzeschi cf. Curi, cit., pp. 151 ss.

[46] Sanguineti, cit., p. 102.

[47] Da Verona, Mimì Bluette, nell’antologia Poeti d’oggi cit.

[48] Raimondi, cit., pp. 101 s.

[49] In breve: Cecilia Malespano – in “arte” Mimì Bluette - ottiene in Italia una certa fama come mondana, posando nuda per un pittore di successo, ma rimane comunque una ragazza ingenua e disinteressata. Perciò, segue ciecamente a Parigi il losco Max, che intende sfruttarla. Qui Mimì frequenta il pittoresco Bar de la Grande Raouquine, impara l’argot e a danzare, divenendo una star e riuscendo a liberarsi dell’incomodo protettore. Tra i suoi potenti e ricchi amanti, l’unico sinceramente innamorato è il ballerino Jack; oltre che su di lui, Mimì può contare sulla fedele cameriera Linette e, in minor misura, sulla frivola Caterina, sua madre, che l’ha nel frattempo raggiunta. Disgraziatamente, però, la ragazza si innamora follemente di Hilaire Castillo, uomo misterioso e malinconico che, dopo aver goduto di lei come di “un’ultima coppa di champagne”, scompare. Mimì scopre che si è arruolato nella Legione Straniera ed è partito per l’Algeria: non esita a seguirlo, accompagnata da Linette, entrando così in contatto con la disperazione dei legionari. Saputo che Hilaire è morto eroicamente, ritorna svuotata e disperata a Parigi, vi balla con enorme successo la “danza del sole”  in memoria della sua avventura e infine si suicida con la morfina.

[50] Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Einaudi, Torino, 19422, in particolare pp. 26 ss., 78 ss., 164 ss., 204 ss.

[51] La figura della cantante-ballerina, osserva Francesca Sanvitale (Camera ottica, Einaudi, Torino, 1999, p. 261), è personaggio tipico della letteratura di fine ‘800-inizio ‘900, e rappresenta “la controparte elegante, ma ugualmente condannata a stare ai margini, della prostituta e della mantenuta”.

[52] G. Da Verona, Mimì Bluette fiore del mio giardino, Dall’Oglio, Milano, 1976, p. 11.

[53] Da Verona, Mimì cit., p. 262.

[54] Da Verona, Mimì cit., pp. 235, 244, 256 ecc.

[55] O di Manon Lescaut: cf. p. 278 “In questo giorno di primavera cammina dietro le tue belle ghirlande il sottile fruscio pieno di grazia della sottana di Manon Lescaut”.

[56] Da Verona, Mimì cit., p. 129.

[57] Da Verona, Mimì Bluette cit., p. 56.

[58] Da Verona, Mimì Bluette cit., p. 139.

[59] Ne riporto un sommario elenco esemplificativo, ricordando che in gran parte sono ignorati dal vocabolario: gourde, esbrouffe, achalander, entrer dans ses meubles, fous-moi la paix!, Fichtre!, balivernes, fripouilles, coffrer ecc.

[60] Nella produzione seriore fanno però eccezione i già accennati Lettera d’amore e Promessi Sposi.

[61] G. Da Verona, La canzone di ieri e di domani, Il Corbaccio, Milano, 1932, p. 11.

  Università degli Studi di Bologna
e Gedit Edizioni
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