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Tacito
1.
Agr. 30-32
Discorso di Calgaco ai Caledoni
2.
Hist. 4,14
Discorso di Giulio Civile ai Batavi
3. Ann.
2,15
Discorso di Arminio ai suoi soldati
4. Ann.
12, 34 e 36-37
Discorsi di Carataco ai Siluri e in seguito
dinnanzi a Claudio ed Agrippina
5. Hist.
4,73-74
Discorso di Petilio Ceriale: il punto di
vista romano
1. Tacito
Agr. 30-32
Discorso di Calgaco ai Caledoni
(30) 'Quotiens causas
belli et necessitatem nostram intueor,
magnus mihi animus est hodiernum diem consensumque
vestrum initium libertatis toti Britanniae fore: nam et
uni- versi coistis et servitutis expertes, et nullae ultra terrae
ac ne mare quidem securum inminente nobis
classe Romana. Ita proelium atque arma,
quae fortibus honesta, eadem etiam ignavis
tutissima sunt. Priores pugnae, quibus adversus
Romanos varia fortuna certatum est, spem
ac subsidium in nostris manibus habebant,
quia nobilissimi totius Britanniae eoque
in ipsis penetralibus siti nec ulla servientium
litora aspicientes, oculos quoque a contactu dominationis inviolatos
habebamus. Nos terrarum ac libertatis
extremos recessus ipse ac sinus famae
in hunc diem defendit: nunc terminus Britanniae
patet, atque omne ignotum pro magnifico
est; sed nulla iam ultra gens, nihil nisi
fluctus ac saxa, et infestiores Romani,
quorum superbiam frustra
per obsequium ac modestiam effugias. Raptores
orbis, postquam cuncta vastantibus defuere
terrae, mare scrutantur: si locuples hostis
est, avari, si pauper,
ambitiosi, quos
non Oriens, non Occidens satiaverit:
soli omnium opes atque inopiam pari
adfectu concupiscunt. Auferre trucidare
rapere falsis nominibus imperium, atque
ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
(31) Liberos cuique
ac propinquos suos natura carissimos esse
voluit: hi per dilectus alibi servituri auferuntur;
coniuges sororesque
etiam si hostilem libidinem
effugerunt, nomine amicorum atque hospitum
polluuntur. Bona fortunaeque in tributum, ager
atque annus in frumentum, corpora ipsa ac
manus silvis ac paludibus emuniendis inter
verbera et contumelias conteruntur. Nata
servituti mancipia semel veneunt, atque
ultro a dominis aluntur: Britannia
servitutem suam cotidie emit, cotidie pascit.
Ac sicut in familia recentissimus quisque
servorum etiam conservis ludibrio est, sic
in hoc orbis terrarum vetere famulatu novi
nos et viles in excidium petimur; neque
enim arva nobis aut metalla aut portus
sunt, quibus exercendis reservemur. Virtus
porro ac ferocia subiectorum ingrata imperantibus;
et longinquitas ac secretum ipsum quo tutius,
eo suspectius. Ita sublata spe veniae tandem
sumite animum, tam quibus salus quam quibus
gloria carissima est. Brigantes femina duce
exurere coloniam, expugnare castra, ac nisi
felicitas in socordiam vertisset, exuere
iugum potuere: nos integri et indomiti
et in libertatem, non in paenitentiam <bel>laturi;
primo statim congressu ostendamus, quos
sibi Caledonia viros seposuerit.
(32) An eandem Romanis
in bello virtutem quam in pace lasciviam adesse creditis?
nostris illi dissensionibus
ac discordiis
clari vitia hostium in gloriam exercitus
sui vertunt; quem contractum ex diversissimis
gentibus ut secundae res tenent, ita adversae
dissolvent: nisi si Gallos et Germanos
et (pudet dictu) Britannorum plerosque,
licet dominationi alienae sanguinem commodent,
diutius tamen hostis quam servos, fide
et adfectu teneri putatis. Metus ac terror
sunt infirma vincla caritatis; quae ubi
removeris, qui timere desierint, odisse
incipient. Omnia victoriae incitamenta pro
nobis sunt: nullae Romanos coniuges accendunt,
nulli parentes fugam exprobraturi sunt;
aut nulla plerisque patria aut alia est.
Paucos numero, trepidos ignorantia, caelum
ipsum ac mare et silvas, ignota omnia circumspectantis,
clausos quodam modo ac vinctos di nobis
tradiderunt. Ne terreat vanus aspectus
et auri fulgor atque argenti, quod neque
tegit neque vulnerat. In ipsa hostium acie
inveniemus nostras manus: adgnoscent Britanni
suam causam, recordabuntur Galli priorem
libertatem, tam deserent illos ceteri Germani
quam nuper Usipi reliquerunt. Nec quicquam
ultra formidinis: vacua castella, senum
coloniae, inter male parentis et iniuste
imperantis aegra municipia et discordantia.
Hic dux, hic exercitus: ibi tributa et metalla
et ceterae servientium poenae,
quas in aeternum perferre aut statim ulcisci
in hoc campo est. Proinde ituri in aciem
et maiores vestros et posteros cogitate.'
(30) Quando considero le cause
della guerra e le nostre condizioni, ho
grande fiducia che questo giorno per il
vostro unanime consenso segnerà per tutta
la Britannia linizio della libertà.
Voi infatti, che siete qui accorsi in massa,
non sapete cosa sia la schiavitù; innanzi a voi non vi sono terre
che offrano un rifugio sicuro ed anche il
mare è sotto la minaccia della flotta romana.
Così la guerra e le armi, fonte di gloria
per i forti, sono anche la migliore difesa
per gli imbelli. Quelli che con varia fortuna
combatterono prima di noi contro i Romani
potevano sperare nellaiuto del nostro
braccio, perché noi, i più nobili di tutta
la Britannia, e perciò situati nelle sue
parti più interne, lontani da ogni lido
di popoli schiavi, non eravamo neppure contaminati dalla vista della
servitù. La lontananza stessa e loscurità
della nostra fama ci hanno fino ad oggi
protetti: ora lultima parte della
Britannia è scoperta e tutto ciò che non
si conosce si ritiene meraviglioso. Ma più
in là della nostra terra non vi sono che
flutti e scogli e, ancor più pericolosi,
i Romani, contro i quali a nulla varrebbero
la sottomissione e lobbedienza. Predatori del mondo, non avendo più terre da devastare,
frugano il mare: avidi, se il nemico
è ricco, arroganti, se povero, né loriente né loccidente potrebbe
saziarli. Furti, assassinii, rapine con
falso nome essi chiamano impero e dicono
pace, dove fanno il deserto.
(31) I figli e i parenti sono
per natura quanto ciascuno ha di più caro:
gli uni ci sono strappati con gli arruolamenti
per servire
altrove; le
spose e le sorelle, anche se poterono
sottrarsi alla violenza dei nemici, sono oltraggiate sotto
la veste dellamicizia e dellospitalità.
Gli averi e i beni di fortuna ci sono consumati
con i tributi, i raccolti annuali con le
contribuzioni di frumento, le forze stesse
e le mani ci sono logorate tra percosse
e offese nella costruzione di strade attraverso
foreste e paludi. Chi nasce schiavo è venduto
una sola volta ed è inoltre nutrito dal
padrone stesso: la
Britannia ogni giorno compra la sua schiavitù,
ogni giorno lalimenta. E come
tra gli schiavi di una casa lultimo
arrivato è schernito anche dai compagni,
così noi, disprezzati ed ultimi venuti in
questa grande e vecchia famiglia di servi,
siamo assaliti per essere sterminati, non
avendo campi, miniere, porti, dove essere
serbati a lavorare. Fierezza e valore non
sono daltra parte graditi ai padroni
e la nostra remota solitudine, quanto più
sicuri, tanto più ci rende sospetti. Non
potendo dunque sperare di essere risparmiati,
fatevi animo, quanti avete cara la vita,
come quelli cui sta a cuore la gloria. Poterono i Briganti, guidati da una donna, incendiare
la colonia, espugnare un accampamento; e,
se lebbrezza della vittoria non li
aveva infiacchiti, avevano scosso il giogo.
Noi, integri di forze e non domati, pronti
a combattere per la libertà, non per pentircene,
facciamo subito vedere al primo scontro
quali uomini abbia tenuto in serbo la Caledonia.
(32) Credete forse che i Romani
siano tanto valorosi in guerra quanto sono
arroganti in tempo di pace? Essi, facendosi
belli a causa delle nostre
discordie, volgono gli errori del
nemico a gloria del loro esercito, accozzaglia
di genti diverse, che i successi mantengono
compatto, i rovesci smembreranno. A meno
che non pensiate che Galli, Germani e
mi vergogno a dirlo anche molti Britanni,
benché offrano il loro sangue alla dominazione
straniera, tuttavia
più nemici che servi, siano ad essi
legati da vincoli di fedeltà e simpatia.
Fragili legami damicizia sono la paura
e il terrore: non appena li avrete spezzati,
chi non avrà più timore comincerà ad odiare.
In nostro favore sono tutti gli incitamenti
alla vittoria: i Romani non hanno spose
che li infiammino alla battaglia, non genitori
che, se fuggono, li svergognino; molti di
essi non hanno patria oppure la loro patria
è unaltra. Pochi di numero, pieni
di paura per ignoranza dei luoghi, guardano
inquieti questo cielo, il mare, le foreste,
tutte cose a loro sconosciute, dagli Dei
stessi consegnati nelle vostre mani e quasi
incatenati. Né vi spaventi la vista di cose
vane, come quel luccichio doro e dargento,
che non ferisce né difende. Nellesercito
stesso dei nemici noi troveremo alleati:
i Britanni riconosceranno la loro causa,
i Galli ricorderanno lantica libertà,
gli altri Germani, come poco fa gli Usipi,
li abbandoneranno. Né poi vi sarà altro
da temere: fortezza
vuote, colonie piene di vecchi, municipi
deboli e discordi per la scontentezza dei
sudditi e la prepotenza dei governanti.
Qui avete un capo e un esercito: là tributi,
lavori nelle miniere e tutte
le pene dei servi. Da questa battaglia
dipende leterna schiavitù o la pronta
vendetta: scendendo dunque in campo pensate
ai vostri antenati e ai vostri posteri.
2. Tacito,
Hist. 4,14
Discorso di Giulio Civile ai Batavi
Igitur Civilis desciscendi
certus, occultato interim altiore consilio,
cetera ex eventu iudicaturus, novare res
hoc modo coepit. Iussu Vitellii Batavorum
iuventus ad dilectum vocabatur, quem suapte
natura gravem onerabant ministri avaritia ac luxu, senes aut invalidos
conquirendo, quos pretio dimitterent: rursus
impubes et forma conspicui (et est plerisque
procera pueritia) ad stuprum trahebantur.
Hinc invidia, et compositae seditionis auctores
perpulere ut dilectum abnuerent. Civilis
primores gentis et promptissimos vulgi
specie epularum sacrum in nemus vocatos,
ubi nocte ac laetitia incaluisse videt,
a laude gloriaque gentis orsus iniurias
et raptus et cetera servitii mala enumerat:
neque enim societatem, ut olim, sed tamquam
mancipia haberi: quando legatum, gravi
quidem comitatu et superbo, cum imperio
venire? tradi se praefectis centurionibusque:
quos ubi spoliis et sanguine expleverint,
mutari, exquirique novos sinus et varia praedandi vocabula.
Instare dilectum quo liberi a parentibus,
fratres a fratribus velut supremum dividantur.
Numquam magis
adflictam rem Romanam nec aliud in hibernis
quam praedam et senes: attollerent tantum
oculos et inania legionum nomina ne pavescerent.
At sibi robur peditum equi tumque, consanguineos Germanos, Gallias idem cupientis.
Ne Romanis quidem ingratum id bellum, cuius
ambiguam fortunam Vespasiano imputaturos:
victoriae rationem non reddi.
Civile dunque, ormai deciso
alla rivolta, ma celando intanto il suo
più segreto pensiero, onde prender norma
per il seguito degli eventi, si dié a intorbidar
le acque nel modo che segue. Per ordine
di Vitellio la gioventù batava veniva chiamata
sotto le armi, il che, già di per sé fastidioso,
era aggravato dallesosità e dalla corruttela degli ufficiali
di leva, che arruolavan vecchi e
invalidi, per poterli esonerare dietro compenso
in denaro, mentre i più giovani e i più
avvenenti (e qui è la gioventù per lo più
di alta statura) eran usati come strumento
di vergognoso piacere. Donde il grosso risentimento
di cui profittarono gli istigatori della
già concertata rivolta per incitare a sottrarsi
alla leva. Civile, sotto pretesto dun
banchetto, convocati in un bosco sacro i
maggiori esponenti della nazione e i più
accesi del popolo, come li scorge incaloriti
dallora avanzata della notte e dallallegria,
incominciando il discorso dal vanto glorioso
della loro razza, si
fa ad enumerare gli affronti e le rapine
e le altre disgrazie del servaggio.
Non più si trattava, come un tempo, di alleanza,
ma era una condizione né più né meno che
di schiavitù: si vedeva mai in mezzo a loro
unombra di governatore, magari col
seguito oneroso e altezzoso, ma comunque
con tutta lautorità che gli competeva?
Loro eran roba abbandonata ai prefetti e
centurioni.. Saziati che si sono costoro
di bottino e di sangue, vengon cambiati
e si va a cercar nuove tasche da rimpinzare
e nuovi nomi da dare alle ladrerie. Ora eran sotto il peso del
servizio militare, che come conseguenza
porta la separazione, quasi per lestrema
dipartita, dei figli dai genitori, dei fratelli
dai fratelli. Mai
sera ridotta così allo stremo la condizione
dei Romani, né altro si trovava nei loro
quartieri invernali se non vecchi e bottino.
Bastava soltanto levassero lo sguardo, e
dei nomi ormai vani delle legioni non si
dessero troppo pensiero. Quanto a loro avevan
bene un buon nerbo di fanteria e cavalleria,
fratelli loro erano i Germani, e non diversa disposizione
danimo dovevano avere i Galli.
E neppure di malocchio avrebbero visto quella
guerra i Romani: in caso desito dubbio,
ne avrebbero gettata la responsabilità su
Vespasiano, e, della vittoria, a nessuno
sha da rendere conto.
3. Tacito,
Ann. 2,15
Discorso di Arminio ai suoi soldati
Nec Arminius aut ceteri
Germanorum proceres omittebant suos quisque
testari, hos esse Romanos
Variani exercitus fugacissimos qui ne bellum
tolerarent, seditionem induerint; quorum
pars onusta vulneribus terga, pars fluctibus
et procellis fractos artus infensis rursum
hostibus, adversis dis obiciant, nulla boni
spe. Classem quippe et avia Oceani quaesita
ne quis venientibus occurreret, ne pulsos
premeret: sed ubi miscuerint manus, inane
victis ventorum remorumve subsidium. Meminissent
modo avaritiae, crudelitatis, superbiae:
aliud sibi reliquum quam tenere libertatem
aut mori ante servitium?
Né Arminio né gli altri
capi tralasciavano di prendere ciascuno
i suoi a testimoni che quelli
erano i Romani dellesercito di Varo,
velocissimi nel fuggire, i quali si erano
mascherati da ribelli per sottrarsi ai disagi
della guerra: ai colpi dei nemici
essi avrebbero ancora esposto, chi il dorso
pieno di ferite, chi le membra fiaccate
dai flutti dalle tempeste; non avrebbero
dèi che li proteggessero né alcuna speranza
di successo: erano ricorsi alla flotta e
alle remote spiagge del mare perché nessuno
li assalisse al loro arrivo o li incalzasse
nella fuga; ma quando fossero venuti a battaglia,
vano sarebbe stato per i vinti laiuto
delle vele e dei remi: dei
Romani ricordassero soltanto lavarizia,
la crudeltà e la prepotenza; contro di essi
che altro loro restava se non difendere
la propria libertà o morire prima di diventare
schiavi?
4. Tacito,
Ann. 12, 34 e 36-37
Discorsi di Carataco ai Siluri e in seguito
dinnanzi a Claudio ed Agrippina
(34) Gentium ductores circumire
hortari, firmare animos minuendo metu,
accendenda spe aliisque belli incitamentis:
enimvero Caratacus huc illuc volitans illum
diem, illam aciem testabatur aut
reciperandae libertatis aut servitutis aeternae
initium fore; vocabatque nomina maiorum,
qui dictatorem Caesarem pepulissent, quorum
virtute vacui a securibus et tributis intemerata
coniugum et liberorum corpora retinerent.
Haec atque talia dicenti adstrepere vulgus,
gentili quisque religione obstringi, non
telis, non vulneribus cessuros.
(36) Ipse, ut ferme
intuta sunt adversa, cum fidem Cartimanduae
reginae Brigantum petivisset, vinctus ac
victoribus traditus est, nono post anno
quam bellum in Britannia coeptum.
Unde fama eius evecta insulas et proximas
provincias pervagata per Italiam quoque
celebrabatur, avebantque visere, quis ille tot per annos opes nostras sprevisset.
Ne Romae quidem ignobile Carataci nomen
erat; et Caesar dum suum decus extollit,
addidit gloriam victo. Vocatus quippe ut
ad insigne spectaclum populus: stetere in
armis praetoriae cohortes campo qui castra
praeiacet. Tunc incedentibus regiis clientulis
phalerae torques quaeque bellis externis
quaesiverat traducta, mox fratres et coniunx
et filia, postremo ipse ostentatus. Ceterorum
preces degeneres fuere ex metu: at non
Caratacus aut vultu demisso aut verbis
misericordiam requirens, ubi tribunali adstitit,
in hunc modum locutus est.
(37) 'Si quanta
nobilitas et fortuna mihi fuit, tanta
rerum prosperarum moderatio fuisset, amicus
potius in hanc urbem quam captus venissem,
neque dedignatus esses claris maioribus
ortum, plurimis gentibus imperitantem foedere
<in> pacem accipere. Praesens sors
mea ut mihi informis, sic tibi magnifica
est. Habui equos viros, arma opes: quid
mirum si haec invitus amisi?
nam si vos omnibus
imperitare vultis, sequitur ut omnes servitutem
accipiant? si statim deditus traderer, neque
mea fortuna neque tua gloria inclaruisset;
et supplicium mei oblivio sequeretur: at
si incolumem servaveris, aeternum exemplar
clementiae ero.' Ad ea Caesar veniam ipsique
et coniugi et fratribus tribuit. Atque
illi vinclis absoluti Agrippinam quoque,
haud procul alio suggestu conspicuam, isdem
quibus principem laudibus gratibusque venerati
sunt. Novum sane et moribus veterum insolitum,
feminam signis Romanis praesidere: ipsa
semet parti a maioribus suis imperii sociam
ferebat.
(34) I capi delle varie tribù
si aggiravano tra i guerrieri esortando,
incoraggiando, levando timori, infondendo
speranze ed incitando alla guerra. Carataco
specialmente, accorrendo ora qua, ora là,
proclamava a gran voce che quel giorno,
quella battaglia avrebbero portato lantica libertà o leterna
servitù: invocava gli antenati, che
avevano cacciato il dittatore Cesare, e
che col loro valore li avevano liberati da scuri littorie e tributi, e salvato mogli e figli
da violenze. A tali parole assentiva
rumorosamente la moltitudine ed ognuno,
secondo il rito della propria gente, giurava
che non avrebbe temuto né armi né ferite.
(36) Egli poi, come accade
a coloro che sono traditi dalla sorte, dopo
avere chiesto asilo a Cartimandua, regina
dei Briganti, è incatenato e consegnato
ai vincitori, nove anni dopo linizio della guerra in Britannia.
La fama di lui, divulgatasi per le isole
e le provincie vicine, divenne popolare
anche in Italia e tutti desideravano vedere
luomo che per tanti anni si era fatto giuoco
della nostra potenza. Neppure a Roma
era ignoto il nome di Carataco e Cesare,
volendo esaltare il proprio prestigio, accrebbe
la gloria del vinto. Il popolo fu invitato
come ad uno spettacolo di eccezione e le
coorti pretorie furono schierate in armi
nel piano posto innanzi al loro quartiere.
Allora, avanzandosi i clienti del re, si
videro anche gli ornamenti guerreschi, le
collane e i trofei riportati sui popoli
stranieri; venivano poi i fratelli, la moglie
e la figlia; e da ultimo apparve egli stesso.
Gli altri si abbassarono per paura a lamentose
preghiere, ma Carataco, senza chinare gli
occhi o implorare misericordia, come
fu davanti al palco reale, così parlò:
(37) Se nella prospera
fortuna avessi avuto moderazione pari alla
mia nobiltà e alla mia potenza, io sarei
venuto in questa città quale amico, e non
prigioniero, né tu avresti sprezzato lalleanza
di un uomo nobile per stirpe e signore di
molte genti. Quanto la presente fortuna
è per me misera, tanto è per te gloriosa.
Avevo cavalli, uomini, armi, ricchezze: non per
mia volontà li ho perduti. Se voi volete
comandare a tutti, ne segue forse che tutti
debbano accettare la servitù? Se
mi fossi subito consegnato a voi senza opporre
resistenza, né la mia sventura né la tua
gloria sarebbero famose; e anche la mia
morte ne cancellerebbe ogni ricordo: al
contrario, se mi concederai salva la vita,
io sarò eterna testimonianza della tua clemenza.
A queste parole Cesare concesse
il perdono a lui, alla moglie e ai fratelli.
Essi allora, liberati dalle catene, resero
omaggio anche ad Agrippina, che sedeva su
un palco vicino, tributandole gli stessi
onori e ringraziamenti resi al principe.
Era certo un fatto nuovo ed
estraneo alle antiche tradizioni, che una
donna sedesse di fronte alle insegne: ma
di quellimpero fondato dai suoi antenati,
ella pretendeva di essere partecipe.
5. Tacito,
Hist. 4,73-74
Discorso di Petilio Ceriale: il punto di
vista romano
(73) Mox Treviros
ac Lingonas ad contionem vocatos ita adloquitur:
'neque ego umquam facundiam exercui, et
populi Romani virtutem armis adfirmavi:
sed quoniam apud vos verba plurimum valent
bonaque ac mala non sua natura, sed vocibus
seditiosorum aestimantur, statui pauca disserere
quae profligato bello utilius sit vobis
audisse quam nobis dixisse. Terram vestram
ceterorumque Gallorum ingressi sunt duces imperatoresque Romani nulla cupidine,
sed maioribus
vestris invocantibus, quos discordiae usque
ad exitium fatigabant, et
acciti auxilio Germani sociis pariter atque
hosti- bus servitutem imposuerant.
Quot proeliis adversus Cimbros Teutonosque,
quantis exercituum nostrorum laboribus quove
eventu Germanica bella tractaverimus, satis
clarum. Nec ideo Rhenum insedimus ut Italiam
tueremur, sed ne quis alius Ariovistus regno Galliarum
potiretur. An vos cariores Civili
Batavisque et transrhenanis gentibus creditis
quam maioribus eorum patres avique vestri
fuerunt? eadem semper causa Germanis transcendendi
in Gallias, libido
atque avaritia et mutandae sedis amor,
ut relictis paludibus et solitudinibus suis
fecundissimum hoc solum vosque ipsos possiderent:
ceterum libertas et speciosa nomina praetexuntur;
nec quisquam alienum servitium et dominationem
sibi concupivit ut non eadem ista vocabula
usurparet.
(74) Regna bellaque per
Gallias semper fuere donec in nostrum
ius concederetis. Nos, quamquam totiens
lacessiti, iure victoriae id solum vobis addidimus, quo pacem tueremur;
nam neque quies gentium sine armis neque arma sine stipendiis
neque stipendia sine tributis haberi queunt:
cetera in communi sita sunt. Ipsi plerumque
legionibus nostris prae- sidetis, ipsi has
aliasque provincias regitis; nihil separatum
clausumve. Et laudatorum principum usus
ex aequo quamvis procul agentibus: saevi
proximis ingruunt. Quo modo sterilitatem
aut nimios imbris et cetera naturae mala,
ita luxum vel avaritiam dominantium tolerate.
Vitia erunt, donec homines, sed neque haec
continua et meliorum interventu pensantur:
nisi forte Tutore et Classico regnantibus
moderatius imperium speratis, aut minoribus
quam nunc tributis parabuntur exercitus
quibus Germani Britannique arceantur. Nam
pulsis, quod di prohibeant, Romanis quid
aliud quam bella omnium inter se gentium
existent? octingentorum annorum fortuna
disciplinaque compages haec coaluit, quae
convelli sine exitio convellentium non potest:
sed vobis maximum discrimen, penes quos
aurum et opes, praecipuae bellorum causae.
Proinde pacem et urbem, quam victi victoresque
eodem iure obtinemus, amate colite:
moneant vos utriusque fortunae documenta
ne contumaciam cum pernicie quam obsequium cum securitate malitis.' Tali oratione
graviora metuentis composuit erexitque.
(73) Quindi, davanti ai Treviri
e ai Lingoni riuniti a parlamento, Ceriale
tiene questo discorso: Non sono io
quello che mi son mai dato arie di oratore,
preferendo il valore del popolo romano affermarlo
con le armi. Ma dacché tanto possono su
di voi le parole, ed il bene ed il male
voi non li apprezzate nel loro intrinseco
valore, ma dalle chiacchiere piuttosto dei
sediziosi, ebbene, mia intenzione è di esporvi
pochi ragionamenti che, terminato chè
ora il conflitto, risulta più vantaggioso
per voi avere ascoltati anziché per me averli
tenuti. Nella terra vostra e in quella degli
altri Galli son venuti i comandanti e gli imperatori romani, non però per ambizione di conquista,
ma perché insistentemente invitati dai vostri
padri, cherano preda delle discordie
interne fino ad esserne rovinati; e i Germani,
da essi invocati in aiuto, ad alleati e
nemici, senza distinzione, avevan messo
addosso il giogo. La quantità di
battaglie da noi sostenute contro i Cimbri
e i Teutoni, lenormità dei travagli
affrontati dai nostri eserciti e gli eventi
traverso i quali abbiam condotto le operazioni
in Germania, son cose troppo evidenti. Né,
è ovvio, ci siam stanziati sul Reno per
provveder alla difesa dItalia, bensì
perché un nuovo Ariovisto
non imponesse il proprio dominio sulle Gallie.
O voi vi illudete che Civile
e Batavi e altre razze doltre Reno
vabbian più in simpatia di quanto
non avessero i loro avi i padri vostri e
i vostri antenati? Sempre lo stesso per i Germani il motivo di sconfinar nelle
Gallie, la
loro insofferenza, lavidità e la fregola
di mutar di sede, per lasciarsi a
dietro quei loro pantani e quei loro deserti
venendo a far da padroni su questa vostra
terra fertilissima e su voi stessi. Vero è che metton fuori il pretesto della libertà
e di tante altre belle storielle; ma si
sa che mai nessuno, intenzionato dasservir
e dominar gli altri, è esistito che di tali
identiche parole non abbia fatto uso.
(74) Di oppressioni
e guerre le Gallie nhan sempre vedute,
avanti che vi metteste sotto le
nostre leggi. Ma noi, sebben più
di una volta provocati, del diritto della vittoria non ci siam serviti
che unicamente a scopo di pace.
E un fatto che non si può assicurar la quiete
dei popoli senzarmi, né le armi senza
stipendi, né questi senza tributi.
Di tutto il resto vabbiam messi a
parte. Voi stessi in più di un caso avete
il comando di nostre legioni, voi stessi
siete al governo di queste e daltre
province; nessuna separazione o preclusione.
E per voi il vantaggio di imperatori degni
è identico che per noi, benché vi troviate
lontani, senza dire che il danno di quelli
cattivi è sentito molto di più da chi è
vicino. Al modo istesso che vavviene
di tollerare la sterilità dei campi o la
troppa quantità di piogge e gli altri inconvenienti
della natura, così adattatevi
a sopportare la dissolutezza o lavidità
dei dominatori. Di vizi ne esisteranno
fin che saran gli uomini: ma non è detto
chessi debban esser in continuità
e non possan esser compensati dallalternarsi
di uomin i più degni, eccetto che voi nutriate
lillusione di un governo più mite
se rimetterete il potere a un Tutore o a
un Classico, o non pensiate che, alleggerendo
gli attuali tributi, sia possibile apparecchiare
le forze necessarie a respingere Germani
e Britanni. Ché se avesse ad accadere mai lo permetta il Cielo! una
estromissione dei Romani, cosa volete ci
sia più se non una guerra di tutto il mondo
intero? Traverso fortunate circostanze
e la ferma disciplina di ben ottocento anni
sè cementato questo blocco, che non
potrebbe senza sterminio di chi lo demolisca
esser demolito. Ma il rischio più grosso
lo correte voi, in cui mano son loro
e le ricchezze, motivi principali di conflitto.
Per ciò dunque
quella pace e quella città, di cui noi,
vinti o vincitori, siam parte con gli eguali
diritti, amatela, onoratela: vi faccia
accorti lesperienza della buona e
della cattiva sorte, sì che non preferiate
la ribellione caparbia con danno vostro,
anziché la
sottomissione che ci procura la sicurezza.
Riuscì, con il discorso anzidetto,
a moderare e rinfrancare quei che temevan
di peggio.
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