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Carlo Varotti
Inferni e mondo contemporaneo
1.
Renzo agli inferi
2. Curzio
Malaparte, La pelle
3. Dino
Buzzati, Viaggio agli inferni del secolo
Proponiamo un breve percorso
dedicato alla rappresentazione 'infernale'
del mondo contemporaneo. Non abbiamo l'ambizione
di catalogare in maniera sistematica o particolarmente
ricca tipologie e forme. Soltanto proponiamo
la lettura di alcuni testi corredati di
un agile apparato che fornisca indicazioni
didattiche concrete.
Abbiamo escluso dalla scelta molti possibili
testi di natura filosofica, polemica, teologica
o quant'altro. Non ci interessava infatti
documentare una storia della rappresentazione
dell'inferno tra modernità e contemporaneità,
ma proporre alcuni esempi concreti di narrazione,
individuando la riutilizzazione di elementi
dell'immaginario collettivo per rappresentare
eventi o situazioni di grande (spesso traumatico)
impatto emotivo sull'osservatore contemporaneo.
Abbiamo perciò limitato il nostro
lavoro alla selezione di alcuni testi narrativi,
che ci consentono di mettere in rilievo
non tanto generiche indicazioni tematiche,
ma modalità concrete di costruzione
del testo.
In particolare leggeremo alcune pagine (Manzoni;
Malaparte; Buzzati) in cui la rappresentazione
dell'inferno cristiano - depositatasi nella
memoria collettiva attraverso una plurisecolare
tradizione folklorica e letteraria - fornisce
un paradigma di rappresentazione della realtà.
Il paradigma infernale diviene allora il
mezzo che rende visibile (e 'dicibile')
l'orrore; o una chiave straniante che svela
un 'inferno' quotidiano smarritosi nella
banalità di una condizione di vita
alienata.
Alcuni dati preliminari
Il passaggio dell'inferno da luogo reale
della punizione divina a metafora di una
certa realtà storico-sociale presuppone
la crisi nella credenza dell'inferno. Il
trasferimento dell'inferno da realtà
oltremondana a rappresentazione di una condizione
terrena e storica è uno degli aspetti
del processo di secolarizzazione che segna
l'età moderna.
La messa in discussione dell'inferno e della
sua esistenza è un tratto caratteristico
del pensiero dei philosophes illuministi,
ma è già presente nei libertini
e in un geniale anticipatore del pensiero
illuminista come Pierre Bayle (seguiamo
alcune indicazioni contenute in G. Minois,
Piccola storia dell'Inferno, Il Mulino,
Bologna 1995; ed. orig. 1994). A questo
proposito si potrebbe utilmente leggere
la voce Inferno nel Dizionario
filosofico di Voltaire. Il filosofo
francese, che contro la tesi leibniziana
della terra come "il migliore dei mondi
possibili" aveva fatto attraversare
al suo Candido più di un 'inferno'
mondano (non ultimo quello della Lisbona
distrutta dal terremoto: evento che fu uno
dei traumi del secolo), nel Dizionario
propone una razionale eziologia dell'inferno,
trovandone la genesi in quel bisogno umano
di giustizia terrena che continuamente l'esperienza
storica elude.
Nel corso dell'Ottocento la rappresentazione
dell'inferno e delle sue creature diventa
un elemento ricorrente in letteraura e in
poesia. Quanto meno si crede nell'inferno
(quale predicatore penserebbe di dissuadere
il male minacciando le fiamme eterne...)
tanto più si afferma la tendenza
a fare della rappresentazione dell'inferno
la condizione stessa dell'uomo: la sua angoscia
esistenziale o l'esito necessario del dispiegamento
distruttivo delle sue passioni.
Tramontate le visioni tradizionali di pene
eterne, i bui antri lacerati dai pianti
e "guai" dei dannati cessano di
parlare alla coscienza moderna: meglio,
cessano di esprimere con forza il principio
della proibizione e della paura per la sanzione
morale.
Il diavolo zoccolato e cornuto (dopo aver
per secoli popolato gli incubi notturni
di pii credenti e peccatori) non può
che fare la sua comparsa in un contesto
straniante; che sarà, di volta in
volta, archeologico recupero della tradizione
folklorica, ironico viaggio nell'area magico-naive
dell'infanzia, oppure figura simbolica,
archetipo aperto alla molteplicità
delle interpretazioni, tanto più
efficace quanto più sfuggente e molteplice
ne è la figura, polisemico il linguaggio.
L'Ottocento si apre con la ricca galleria
di diavoli della letteratura tedesca romantica.
Ma sono tutti veramente (verrebbe da dire
con Faust) "poveri diavoli" (arme
teufel). Si tratti di un diavolo degno
di abitare una favola infantile (come nello
Schlemihl di Von Chamisso); o dei
diavoli 'perturbanti' di alcuni racconti
di Hoffmann; siamo comunque di fronte a
un universo 'fantastico', che presuppone
di necessità una visione razionale
del mondo, che ha bandito da sé il
meraviglioso e il miracolo. Oppure è
un diavolo che - come il mefistofele di
Goethe - è destinato a perdersi in
un labirinto di complessità che anche
per lui - creatura sovrumanamente dotata
- è sfuggente e inafferrabile.
Il diavolo e l'inferno sembrano dunque sopravvivere
solo nello spazio riservato e artefatto
della letteratura fantastica. Ma in realtà
il paradigma infernale conserva una grande
forza simbolica e rappresentativa. Assistiamo
però a un interessante mutamento
di prospettiva, per cui la rappresentazione
tradizionale del'inferno fornisce un paradigma
descrittivo non già del mondo 'infero',
ma del mondo tout court.
Relegato dunque il diavolo della tradizione,
come si diceva, alla dimensione straniante
della favola o del recupero folclorico,
il "paradigma infernale" viene
trasferito nel quotidiano, diviene misura
del quotidiano, rappresentazione della società
contemporanea.
Renzo
agli inferi
Nella sua prima avventura
milanese Renzo incontra una Milano in rivolta.
Nel romanzo manzoniano Renzo è l'eroe
itinerante: percorre le strade del mondo
(dal borgo a Milano; da Milano al bergamasco;
dal bergamasco a Milano ecc.), incontrando
avventure, ma anche compiendo una sua personale
parabola di crescita. In un saggio uscito
ormai da alcuni decenni, Girardi (Renzo
agli inferi, in Manzoni reazionario,
Cappelli, Bologna, 1972) osservava che Renzo
compie nei Promessi sposi una descentio
ad inferos che ha molti punti di contatto
(e altrettanti significative differenze)
rispetto alle descentiones compiute
da eroi archetipici (Ulisse, Enea e Dante).
La discesa infernale di Renzo è connotata
dal suo essere di natura intimamente cristiana.
E' cioè un'esperienza in cui il contatto
diretto con l'errore e il traviamento morale
conferma e rafforza la sostanza morale e
religiosa della persona. Renzo - anche se
coinvolto nell'esperienza 'infernale' della
città rivoluzionaria - conserva intatta
infatti la sua struttura morale, trasformando
così l'esperienza del tumulto in
un fattore di reale crescita interiore.
La realtà sociale e
il mondo cittadino in rivolta vengono descritti
da Manzoni utilizzando forme e modelli descrittivi
desunti dalla rappresentazione dell'inferno.
Ci limitiamo a segnalare (e non ad approfondire)
il significato ideologico della scelta manzoniana
che di fatto propone una sorta di identificazione
tra rivoluzione e inferno: in ottemperanza
a un progetto politico-ideologico connotato
in senso liberale e moderato.
Il passo è tratto dal cap. 14°
del romanzo. E' la sera del giorno di San
Martino, segnato dall'assalto ai forni e
alla casa del Vicario di provvisione. Renzo
ha appena tenuto una piccola orazione in
una strada traendo un suo bilancio di quella
giornata memorabile. Ora è tardi:
occorre pensare a un ricovero per la notte.
"Chi è di questi
bravi signori che voglia insegnarmi un'osteria,
per mangiare un boccone, e dormire da povero
figliuolo?" disse Renzo.
"Son qui io a servirvi,
quel bravo giovine,"disse uno,
che aveva ascoltata attentamente la predica,
e non aveva detto ancor nulla (1).
"Conosco appunto un'osteria che farà
al caso vostro; e vi raccomanderò
al padrone, che è mio amico, e galantuomo."
(2)
"Qui vicino?" domandò Renzo.
"Poco distante," rispose colui.
La radunata si sciolse; e Renzo, dopo molte
strette di mani sconosciute, s'avviò
con lo sconosciuto, ringraziandolo della
sua cortesia.
"Di che cosa?" diceva colui: "una
mano lava l'altra, e tutt'e due lavano il
viso. Non siamo obbligati a far servizio
al prossimo?" E camminando, faceva
a Renzo, in aria di discorso, ora una, ora
un'altra domanda. "Non per sapere i
fatti vostri; ma voi mi parete molto stracco:
da che paese venite?"
"Vengo," rispose Renzo, "fino,
fino da Lecco."
"Fin da Lecco? Di Lecco siete?"
"Di Lecco... cioè del territorio."
"Povero giovine! per quanto ho potuto
intendere da' vostri discorsi
(3), ve n'hanno fatte
delle grosse."
"Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto
parlare con un po' di politica
(4), per non dire in
pubblico i fatti miei; ma... basta, qualche
giorno si saprà; e allora... Ma qui
vedo un'insegna d'osteria; e, in fede mia,
non ho voglia d'andar più lontano."
"No, no; venite dov'ho detto io, che
c'è poco," disse la guida: "qui
non istareste bene."
"Eh, sì;" rispose il giovine:
"non sono un signorino avvezzo a star
nel cotone: qualcosa alla buona da mettere
in castello (5),
e un saccone, mi basta: quel che mi preme
è di trovar presto l'uno e l'altro.
Alla provvidenza!" Ed entrò
in un usciaccio, sopra
il quale pendeva l'insegna della luna
piena.
"Bene; vi condurrò qui, giacchè
vi piace così," disse lo sconosciuto;
e gli andò dietro.
"Non occorre che v'incomodiate di più,"
rispose Renzo. "Però,"
soggiunse, "se venite a bere un bicchiere
con me, mi fate piacere."
"Accetterò le vostre grazie,"
rispose colui; e andò, come più
pratico del luogo, innanzi a Renzo, per
un cortiletto; s'accostò all'uscio
che metteva in cucina, alzò il saliscendi,
aprì, e v'entrò col suo compagno.
Due lumi a mano, pendenti da due pertiche
attaccate alla trave del palco, vi spandevano
una mezza luce. Molta
gente era seduta, non però in ozio,
su due panche, di qua e di là d'una
tavola stretta e lunga, che teneva quasi
tutta una parte della stanza: a intervalli,
tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate
e rivoltate, dadi buttati e raccolti; fiaschi
e bicchieri per tutto. Si vedevano anche
correre berlinghe, reali e parpagliole,
che, se avessero potuto parlare, avrebbero
detto probabilmente: - noi eravamo stamattina
nella ciotola d'un fornaio, o nelle tasche
di qualche spettatore del tumulto, che tutt'intento
a vedere come andassero gli affari pubblici,
si dimenticava di vigilar le sue faccendole
private. - Il chiasso era
grande. Un garzone girava innanzi e
indietro, in fretta e in furia, al servizio
di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste
era a sedere sur una piccola panca, sotto
la cappa del cammino, occupato, in apparenza,
in certe figure che faceva e disfaceva nella
cenere, con le molle; ma in realtà
intento a tutto ciò che accadeva
intorno a lui. S'alzò, al rumore
del saliscendi; e andò incontro ai
soprarrivati. Vista ch'ebbe la guida, -
maledetto! - disse tra sè: - che
tu m'abbia a venir sempre tra' piedi, quando
meno ti vorrei! - Data poi un'occhiata in
fretta a Renzo, disse ancora tra sé:
- non ti conosco; ma venendo con un tal
cacciatore, o cane o lepre sarai: quando
avrai detto due parole, ti conoscerò.
- Però, di queste riflessioni nulla
trasparve sulla faccia dell'oste, la quale
stava immobile come un ritratto: una faccia
pienotta e lucente, con una barbetta
folta, rossiccia, e due occhietti chiari
e fissi.
Note
1.
disse...nulla: è l'agente di polizia
incaricato di trovare un colpevole da affidare
alla giustizia.
2.
conosco... galantuomo: lo sbirro allude
al tribunale, dove intende condurre Renzo
per affidarlo alle mani della giustizia.
3.
da' vostri discorsi: allude ai discorsi
fatti per strada da Renzo, nei quali il
montanaro lamentava le troppe ingiustizie
che i deboli e i poveri sono costretti a
subire da aprte dei potenti.
4.
con un po' di politica: restando sulle generali.
5.
mettere in castello: mangiare.
Proposte di lavoro
Un'analisi del brano potrebbe
essere affidata agli allievi stessi, attraverso
una lettura guidata che li aiuti a individuare
aspetti linguistici, immagini o situazioni
riconducibili alla rappresentazione della
realtà 'infernale'.
Ad esempio:
Lo sbirro provocatore
Lo sbirro provocatore (che poi denuncerà
Renzo) ha visto nel giovane un capro espiatorio
ideale (forestiero; montanaro ingenuo).
Le parole con cui si presenta allo sprovveduto
provinciale offrendogli aiuto sono un insieme
di ipocrisia e untuosa cortesia ("sono
qui io a servirvi, quel bravo giovine").
Una profferta di aiuto che ricorda l'interessata
disponibilità del diavolo tentatore.
Alla figura dello sbirro risponde, a conclusione
del brano, quella dell'oste. La sua espressione
è immobile e impenetrabile, ma sopratutto
conserva connotati luciferini. Ha una "barbetta"
che - oltre a essere connotato caratteristico
del diavolo - è "rossiccia",
con allusione al motivo folclorico che attribuisce
al colore rosso doppiezza e malvagità
(il rosso "malpelo").
La Luna piena
All'inferno allude il nome stesso dell'osteria
(la Luna piena), attraverso l'identificazione
della mitologia tra regina degli inferi
e luna stessa (attraverso la divinità
dalla triplice forma di Proserpina/Diana/Luna).
Un'identificazione mediata con ogni probabilità
dal ricordo di un notissimo luogo dantesco
(la profezia di Farinata, in Inferno X,
79 ss.: "Ma non cinquanta volte fia
raccesa/ la faccia de la donna che qui regge").
L'"usciaccio"
L'"usciaccio" che separa come
una soglia simbolica l'osteria, immette
in un mondo 'infero' caotico ( "chiasso";
il senso di disordine che appare dalla descrizione),
immerso nell'oscurità ("mezza
luce"), che si connota come una sorta
di mondo in cui tutti i valori della civile
convivenza sono rovesciati. E' infatti un
luogo popolato di ladri e di biscazzieri
(come rivelerebbero, se potessero parlare,
le monete che corrono sul tavolo), che nelle
pagine successive del romanzo interpreterà
sistematicamente le parole di Renzo sulla
giustizia in senso diametralmente opposto
al loro reale significato.
Il delirio collettivo
Nel delirio collettivo della città
in rivolta si iscrive lo scontro sistematico
tra apparenza e realtà che caratterizza
tutta la discesa 'infernale' di Renzo. Essa
vive nel parlare allusivo del mefistofelico
aiutante, le cui parole sono intessute di
doppi sensi ("Conosco appunto un'osteria
che farà al caso vostro; e vi raccomanderò
al padrone, che è mio amico, e galantuomo":
che designa il palazzo di giustizia e il
bargello). Ma soprattutto si situa nel grottesco
incontro tra il mondo eticamente rovesciato
dei ladri dell'osteria 'infernale' e il
solido mondo morale di Renzo.
Il conflitto che scoppia tra il valore delle
parole che Renzo adotterà per illustrare
il suo bisogno di vera giustizia, e il senso
con cui quelle parole verranno accolte dai
divertiti e occasionali ascoltatori, prefigura
simbolicamente un conflitto che riguarda
l'intera città in rivolta, nella
quale il sistematico rovesciamento di diritti,
doveri e valori, l'ha trasformata in una
sorta di generale inferno dell'ambiguità
e dell'incertezza.
Si potrebbe assegnare agli
allievi il compirto di leggere l'intero
capitolo 14°, individuando le argomentazioni
adottate da Renzo nei discorsi tenuti all'osteria
della Luna piena. Un'analisi delle reazioni
dei presenti alle sue parole potrebbe condurre
alla preparazione di una sorta di griglia
in cui indicare il senso attribuito a determinate
parole da Renzo, e quelo attribuito alle
stesse parole dai malavitosi presenti nell'osteria.
Curzio
Malaparte
La pelle
Uscito contemporaneamente
in Francia e in Italia nel 1949, il romanzo
di Malaparteracconta la Napoli del 1943
e 1944. Occupata dalle truppe alleate la
città conosce un abisso di degradazione
e umiliazione umana. Il paradigma infernale
domina l'intero romanzo, come fosse il solo
capce di rendere conto di una dimensione
straniata e perversa, sconvolta in ogni
fondamento morale e civile.
Allo stravolgilmento della realtà
in una dimensione 'altra', da aldilà
infernale, risponde la ricerca costante
del raccapricciante, lo scandalo dell'osceno.
Siamo di fronte a un inferno penetrato nelle
pieghe del quotidiano, che ha informato
di sè ogni aspetto dell'esistenza,
ogni possibile valore. La mercificazione
del corpo e la svendita della dignità,
in una Napoli famelica e affollata, divengono
così il simbolo di un'Europa degradata,
lacerata terra di conquista.
Nella prima pagina del romanzo,
Malaparte parla della "terribile folla...
squallida, sporca, affamata, vestita di
stracci", che convive con i soldati
vincitori che "urtavano e ingiuriavano
in tutte le lingue e in tutti i dialetti
del mondo". Un babelico sovrapporsi
di corpi e voci dissonanti, che rammenta
il primo affacciarsi dell'Inferno allo sguardo
e all'udito di Dante, appena intrapreso
il viaggio nell'aldilà (Inferno,
III, 22 ss.):
Quivi sospiri, pianti e alti
guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
"Diverse lingue"
e "orribili favelle" si mescolano
in una confusione dominata dalla violenza,
fisica ("urtavano") e verbale
("ingiuriavano").
Ma il paradigma di una descensio ad inferos,
che trasforma la Napoli 'liberata' in una
terra di morti viventi fornisce un'esplicita
chiave di lettura poche righe più
sotto (dunque ancora nell'incipit del romanzo),
quando al capitano Malaparte, ufficiale
dell'esercito italiano aggregato agli alleati,
viene presentata la compagnia che dovrà
comandare.
... il sergente gridò:
"Compagnia, attenti!". Lo sguardo
dei soldati si appesantì su me con
un'intensità dolorosa, come lo sguardo
di un gatto morto. Le loro membra si irrigidirono,
scattarono sull'attenti. Le mani che stringevano
i fucili erano bianche, esangui: la pelle
floscia pendeva dalle dita come la pelle
di un guanto troppo largo.
Il colonnello Palese prese a parlare, disse:
"Vi presento il vostro nuovo capitano..."
e mentre parlava io guardavo quei soldati
italiani vestiti di uniformi tolte ai cadaveri
inglesi, quelle mani esangui, quelle labbra
pallide, quegli occhi bianchi. Qua e là,
sul petto, sul ventre, sulle gambe, le loro
uniformi erano sparse di nere chiazze di
sangue. A un tratto mi accorsi con orrore
che quei soldati erano morti. Mandavano
un pallido odore di stoffa ammuffita, di
cuoio marcio, di carne seccata al sole.
Guardai il colonnello Palese, anch'egli
era morto. La voce che usciva dalle sue
labbra era umida, fredda, viscida, come
quegli orribili gorgoglii che escono dalla
bocca di un morto se gli appoggi una mano
sullo stomaco. (C. MALAPARTE, Opere,
a c. di L. Martellini, Mondadori, Milano,
1997, pp. 969-970).
Proponiamo la lettura di una
pagina in cui il paradigma dantesco appare
con chiarezza, per altro esplicitamente
(anche se genericamente) richiamato nel
testo.
La sera del 25 luglio del 1943, verso le
undici, il Segretario della regia Ambasciata
d'Italia a Berlino, Michele Lanza, se ne
stava adagiato in una poltrona presso la
finestra aperta, nel piccolo apaprtamento
da scapolo di un suo collega.
Faceva un caldo soffocante, e i due amici,
spenta la luce e spalancata la finestra,
sedevano nella stanza buia fumando e discorrendo
fra loro. Angela Lanza era partita per l'Italia
con la bambina alcuni giorni innanzi, a
trascorrer l'estate nella sua villa presso
il lago di Como. (Le famiglie dei diplomatici
stranieri avevano lasciato Berlino ai primi
di luglio, per fuggire non tanto il caldo
afoso dell'estate berlinese, quanto i bombardamenti,
che ogni giorno si facavano più duri.)
E anche Michele Lanza, come altri funzionari
dell'Ambasciata, aveva preso l'abitudine
di passar la notte in casa, ora di questo
ora di quel collega, per non rimaner solo,
chiuso in una stanza, durante le ore notturne,
fra tutte le più lente, e per dividere
con un amico, con un essere umano, l'angoscia
e i pericoli dei bombardamenti.
Quella sera Lanza era in casa del suo collega,
e i due amici sedevano al buio parlando
della strage di Amburgo. I rapporti del
Regio Console d'Italia in Amburgo narravano
fatti terribili. Le bombe al fosforo avevano
appiccato il fuoco a interi quartieri di
quella città, facendo un gran numero
di vittime. Fin qui nulla di strano, anche
i tedeschi sono mortali. Ma migliaia e migliaia
d'infelici, grondanti di fosforo ardente,
sperando di spegnere in quel modo il fuoco
che li divorava, s'erano gettati nei canali
che attraversavano Amburgo in ogni senso,
e nel fiume, nel porto, negli stagni, perfino
nelle vasche dei giardini pubblici, o s'eran
fatti ricoprir di terra nelle trincee scavate,
per immediato rifugio in caso d'improvviso
bombardamento, qua e là nelle piazze
e nelle strade: dove, aggrappati alle rive
e alle barche e immersi nell'acqua fino
alla bocca, o sepolti nella terra fino al
collo, attendevano che le autorità
trovassero un qualche rimedio contro quel
fuoco traditore. Poiché il fosforo
è tale che si appiccica alla pelle
come una viscida lebbra, e brucia solo al
contatto dell'aria. Non appena quei disgraziati
sporgevano un braccio fuor della terra o
dell' acqua, il braccio si accendeva come
una torcia. Per ripararsi dal flagello,
quegli sciagurati erano costretti a rimanere
immersi nell'acqua o sepolti nella terra
come dannati nell'Inferno di Dante. Squadre
di soccorso andavano da un dannato all'altro,
porgendo bevande e cibo, attaccando con
funi alla riva gli immersi perché
abbandonandosi, vinti dalla stanchezza,
non annegassero, e provando ora questo,
ora quell'unguento: ma invano, poiché
nel mentre ungevano un braccio, o una gamba,
o una spalla, tratti per un istante fuor
dell'acqua o della terra, le fiamme subito
si risvegliavano simili a serpentelli accesi,
e nulla valeva ad arrestare il morso di
quella terribile lebbra ardente.
Per alcuni giorni Amburgo offri l'aspetto
di Dite, la città infernale. Qua
e là nelle piazze, nelle strade,
nei canali, nell'Elba, migliaia e migliaia
di teste sporgevano fuor dell'acqua e della
terra, e quelle teste, che parevano mozze
dalla mannaia, livide dallo spavento e dal
dolore, muovevan gli occhi, aprivan la bocca,
parlavano. Intorno alle orribili
teste, conficcate nel selciato delle
strade o galleggianti alla superficie delle
onde, andavano e venivano notte e giorno
i familiari dei dannati, una folla smunta
e lacera, che parlava a voce bassa, quasi
per non turbare quella straziante agonia:
e chi portava cibo, bevande, unguenti, chi
un cuscino da metter sotto la nuca del loro
caro, chi, seduto accanto a un sepolto,
gli dava sollievo al viso con un ventaglio
contro il calore del giorno, chi gli riparava
la testa dal sole sotto un ombrello, o gli
asciugava la fronte madida di sudore, o
gli umettava le labbra con un fazzoletto
bagnato, o gli ravviava i capelli con un
pettine, e chi, sporgendosi da una barca,
o dalla riva del canale o del fiume, confortava
i dannati aggrappatí alle corde e
dondolanti sul filo della corrente. Bande
di cani correvano qua e là abbaiando,
lambivano il viso dei padroni interrati,
o si buttavano a nuoto per soccorrerli.
Talvolta alcuni di quei dannati, presi dall'impazienza,
o dalla disperazione, gettavano un alto
grido, tentando di uscire fuor dell'acqua
o della terra, e por fine allo strazio di
quella inutile attesa: ma subito, al contatto
dell'aria, le loro membra avvampavano, e
zuffe atroci si accendevano tra quei disperati
e i loro familiari, che a pugni, a colpi
di pietra e di bastone, o con tutto il peso
del proprio corpo, si sforzavano di rificcar
nell'acqua o nella terra quelle terribili
teste.
I più coraggiosi, e pazienti, erano
i bambini: che non piangevano, non gridavano,
ma volgevano intorno gli occhi sereni a
mirar l'orrendo spettacolo, e sorridevano
ai familiari, con quella meravigliosa rassegnazione
dei bambini, che perdonano l'impotenza degli
adulti, e hanno pietà di chi non
può aiutarli. Non appena scendeva
la notte, nasceva intorno un bisbiglio,
un sussurro, come di vento nell'erba, e
quelle migliaia e migliaia di teste guatavano
il cielo con occhi accesi di terrore.
Al settimo giorno fu dato l'ordine di allontanare
la popolazione civile dai luoghi, dove i
dannati eran sepolti nella terra, o immersi
nell'acqua. La folla dei parenti si allontanò
in silenzio, sospinta con dolcezza dai soldati
e dagli infermieri. I dannati rimasero soli.
Un balbettio spaurito, uno stridor
di denti, un pianto soffocato, uscivan
da quelle orribili teste affioranti dall'acqua
e dalla terra lungo le rive dei canali e
del fiume, nelle strade e nelle piazze deserte.
Per tutto il giorno quelle teste parlaron
fra loro, piansero, gridarono, con la
bocca a fior di terra, facendo smorfie,
orrende, mostrando la lingua
agli shupos di guardia ai crocicchi, e pareva
che mangiassero il terriccio,
e sputassero i sassi.
Poi scese la notte: e ombre misteriose si
aggiravano intorno ai dannati, si curvavan
su loro, in silenzio. Colonne di autocarri
con i fari spenti giungevano, sostavano.
Si alzava da ogni parte uno strepito di
zappe e di badili, uno sciacquio, i tonfi
sordi dei remi nelle barche, e grida subito
soffocate, e lamenti, e schiocchi secchi
di pistola.
Proposte di lavoro
Nella pagina di Malaparte di incrociano
molteplici suggestioni riconducibili al
modello dantesco.
La condizione degli sventurati colpiti dalle
bombe al fosforo richiama analoghe situazioni
dantesche: almeno l'immersione nel sangue
dei violenti (canto 12°); l'immersione
nella pece bollente dei barattieri (canti
21-22).
Un operazione sul testo potrebbe essere
proposta come individuazione di un rapporto
intertestuale con il modello dantesco, individuandone
la presenza in uno strato più profondo,
linguistico-lessicale, che non sia quello
generico della situazione descritta o la
semplice individuazione di campi semantici
che rinviano al tema della dannazione e
della sofferenza (verrà subito notato
che i colpiti sono chiamati 7 volte "dannati":
la prima volta in diretta associazione con
l'Inferno dantesco: "erano costretti
a rimanere immersi nell'acqua o sepolti
nella terra come dannati nell'Inferno di
Dante")
Come si diceva, l'insegnante
potrebbe proporre un'indagine sul lessico
impiegato da Malaparte, attraverso l'uso
di semplici strumenti informatici di ricerca
sui testi (pensiamo alla LIZ, ma l'offerta
della rete è, ormai, piuttosto varia).
Il lavoro potrebbe essre utile per mettere
in rilievo la complessità dei meccanismi
allusivi: un circuito di forme, richiami,
sedimentazioni della memoria, in cui si
situa la complessità di ri-uso della
lingua letteraria e i tasselli su cui sono
costruite le forme dell'immaginario. Attraverso
un'operazione che lascia spazio al lavoro
individuale di ricerca, lo studente è
messo a contatto con l'idea di profondità
o spessore storico del codice letterario.
Abbiamo individuato alcuni esempi (ma un
lavoro attento, magari di gruppo, potrebbe
moltiplicarli):
"Stridor
di denti".
In Dante compare tre volte il termine 'strida'.
Due casi sono interessanti:
a. Inf., 5,35: "quivi le strida, il
compianto, il lamento"; che associa
strida e (com)pianto; il passo di Malaparte
dice: "uno stridor di denti, un pianto
soffocato".
b. Inf. 12, 102: " dove i bolliti facieno
alte strida",. Qui il termine 'strida'
è associato a una situazione vicina
a quella descritta da Malaparte: i "bolliti"
sono i tiranni immersi in un fiume di sangue
bollente ("Or ci movemmo con la scorta
fida/lungo la proda del bollor vermiglio,/dove
i bolliti faceano alte strida. Io vidi gente
sotto infino al ciglio...")
Il capo
separato
Le "orribili teste" che affiorano
dall'acqua o dal terreno sembrano "mozze
dalla mannaia". Nell'infernale dimensione
straniata esse sembrano una vita propria,
quasi mostruose realtà artificialmente
separate dal corpo ("Per tutto il giorno
quelle teste parlaron tra loro"). Dietro
l'immagine sono ravvisabili numerose suggestioni
dantesche. Da Gerione che affiora nel buio,
e che sembra giungere 'a pezzi' (Inf., 17,
8: "sen venne, e arrivò la testa
e 'l busto"). Ma pensiamo soprattutto
ai corpi lacerati dei seminatori di discordie,
nella nona bolgia, e all'invenzione della
testa retta col braccio dal suo legittimo
proprietario, il poeta Bertran de Born (Inf.,
28, 129: "levò il braccio alto
con tutta la testa/ per appressarne le parole
sue").
La degradazione della condizione umana (fino
alla rabbia impotente e furente del 'mangiare
il terriccio' e 'sputare i sassi'), appare
fissata - nelle ultime battute del racconto
- in quel 'mostrare la lingua': gesto impotente
e disperato che richiama l'episodio degli
usurai: "qui distorse la bocca e di
fuor trasse/la lingua, come bue che il naso
lecchi" (Inf., 17, 74-75).
Dino
Buzzati
Viaggio agli inferni del secolo
Il breve testo di Buzzati
(pubblicato nel 1966) potrebbe occupare
un posto significativo all'interno del percorso
che stiamo costruendo. Il processo di trasferimento
dell'inferno nella dimensione laica della
realtà storica è qui piegato
fino ad ottenere effetti grotteschi.
In questo caso all'inferno è tolta
persino la dimensione della tragedia: non
più metafora capace di rendere dicibile
la disumanità feroce del male nella
storia, l'inferno diventa allora, semplicemente,
l'espressione di una quotidianità
deprivata di ogni senso.
Lo scrittore attua una sorta di processo
inverso rispetto a quello constatato in
Malaparte. Non siamo di fronte ad una realtà
trasformata in visione apocalittica: capace
quindi di esprimere l'orrore di una tragedia
universale. L'eccezionalità grandiosa
del male cessa di essere mistero tremendo.
Non c'è più il muto stupore
dell'uomo posto di fronte all'immobilità
di un destino che lo coinvolge come singolo
e come parte dell'umanità, quel destino
feroce e inflessibile, muto come una sfinge:
mistero, appunto, che può - grazie
alla potenza comunicativa di cui ancora
è dotato - dare corpo e voce all'indicibile.
L'inferno stesso diventa piccola cosa, fagocitato
nell'abisso insulso dei gesti, dei doveri,
delle abitudini snaturate di una grande
cttà contemporanea.
La storia - Il protagonista,
che si chiama 'Buzzati' e di mestiere fa
il giornalista, viene convocato dal direttore
del giornale, che gli affida un ghiotto
servizio: andare a vedere com'è l'inferno,
la cui porta è stata per caso trovata
da due operai durante gli scavi della Metropolitana.
Una volta entrato nell'aldilà, scopre
un mondo esattamente uguale alla Milano
(o a una qualsiasi altra città) contemporanea.
Il protagonista si stupisce semmai per alcuni
usi e costumi particolari. Ad esempio la
festa di metà maggio (chiamata "Entrümpelung")
in occasione della quale si buttano via
tutte le cose vecchie, esseri umani compresi.
Il protagonista assorbe velocemente comportamenti
e istinti del luogo: guida una veloce auto
sportiva assumendo atteggiamenti agressivi
nei confronti di chiunque incontri; sulla
sua auto si sente "più giovane
e più forte". Il racconto si
chiude con l'acquisto - da parte di alcuni
speculatori edilizi - di un bellissimo giardino
che la proprietaria, una vecchia aristocratica,
aveva sempre rifiutato di vendere.
" Caro Buzzati per caso non vorrebbe
farmi una bella inchiesta sui lavori della
metropolitana? "
" ... politana? " feci eco, sbalordito.
Accese una sigaretta dopo averne offerta
una.
" Nei lavori della metropolitana "
disse " avrebbero trovato... un operaio
un certo Torriani... per caso, nel corso
degli scavi... dalle parti di Sempione.
.. beh, insomma... "
Io lo guardavo, io cominciavo a spaventarmi.
Chiesi: " Che cosa dovrei fare? ".
Lui proseguí: " Per
caso... durante gli scavi sotterranei
di Milano... dice di aver trovato... aver
trovato per caso ... " sembrava esitasse,
imbarazzato.
" Per caso ... " incoraggiandolo.
" Trovato per caso " mi fissò
terribilmente " ... io stesso stento
a crederlo ... "
" Direttore, mi dica ... " Non
ne potevo piú.
" La porta dell'inferno, dice di aver
trovato... una specie di porticina.
"
Si narra che personaggi grossi e fortissimi,
di fronte a ciò che massimamente
avevano desiderato nella vita, quando si
presentò tremarono, diventando macilenti,
piccoli e meschini.
Eppure io chiesi:
" E si può entrare? "
" Dicono. "
" L'inferno? "
" L'inferno. "
" Gli inferni? "
" Gli inferni. "
Ci fu un silenzio.
" E io? "
" Non è che una proposta ...
una semplice proposta... mi rendo conto
anch'io ... "
"Nessun altro è al corrente?
"
" Nessuno. "
" Noi come l'abbiamo saputo? "
" Combinazione.
La moglie di quel Torriani è fi-
glia di un nostro vecchio
speditore. "
" Era solo quando ha fatto la scoperta?
"
" No, c'era un altro. "
" E quest'altro ha parlato? "
" Sicuramente no. "
" Perché? "
" Perché l'altro è entrato
a curiosare. E non ha
fatto piú ritorno. "
" E io dovrei?... "
" Ripeto, una semplice proposta...
In fin dei conti, di queste faccende lei
non è uno specialista? "
" Da solo? "
" Meglio. Da solo darà meno
nell'occhio. Bisogna arrangiarsi. Lasciapassare
non esiste. E il nostro giornale, di
là, non ha nessuna conoscenza. Che
noi si sappia, almeno. "
" Niente Virgilio?
"
" No. "
" Ma quelli là come faranno
a capire che io sono un semplice
turista? "
" Arrangiarsi. Quel Torriani dice...
lui ha appena dato una occhiata
di là... dice che in apparenza
è tutto come qui da noi, e gli uomini
sono di carne ed ossa, mica come quelli
di Dante. Vestiti come noi. E dice che è
una città come le nostre con luce
elettrica e automobili dimodoché
confondersi mimetizzarsi sarà abbastanza
facile, ma in compenso difficile sarà
farsi riconoscere per forestieri... "
" Dico: e allora dovrei farmi arrostire?
"
" Sciocchezze. Chi parla piú
di fuoco? Le ripeto: tutto in apparenza
è come qui, comprese le case e i
bar i cinema i negozi. Proprio il caso di
dire che il diavolo non è poi cosí...
"
" E... e il compagno. di quel Torriani
allora perché non è tornato?"
" Chissà...potrebbe essersi
smarrito... potrebbe non aver piú
trovato il passaggio per rientrare... potrebbe
anche averci trovato gusto... "
" Poi un'altra cosa: perché
proprio a Milano e in tutto il resto dei
mondo no? "
" Non è vero. Pare anzi che
ce ne siano parecchie di queste porticine,
parecchie in ogni città, solo che
nessuno le conosce... o nessuno ne parla...
Comunque lei ammetterà che giornalisticamente
sarebbe un colpo formidabile. "
" Giornalisticamente... Ma chi ci crederà?
Bisognerebbe documentarsi. Portare almeno
delle fotografie... "
Annaspavo. Mi rendevo conto che la famosa
porta stava aprendosi. Non potevo decentemente
rifiutare, sarebbe stata una diserzione
ignobile. Ma, mi faceva paura.!
" Senta, Buzzati, non anticipiamo le
cose. Neanch'io sono poi del tutto persuaso.
Ci sono parecchi punti oscuri, a parte l'inverosimiglianza
complessiva... Perché non va a' parlare
con quel Torriani? " Mi porse un foglio.
C'era l'indirizzo.
(D. Buzzati, Il colombre e altri cinquanta
racconti, Mondadori, Milano, 1966, pp.
388-91)
Proposte di lavoro
I meccanismi
di 'riduzione'.
Dietro il viaggio agli inferi che si prospetta
c'è naturalmente l'archetipo dantesco
(qui esplicitamente richiamato con il riferimento
all'assente Virgilio); ma altre, e più
interessanti, sono le concrete possibilità
di lavoro cui la pagina si presta.
Si potrebbe ad esempio mettere in risalto
il sistematico processo di 'riduzione' della
realtà rappresentata, analizzando
alcune soluzioni di scrittura utilizzate
dall'autore.
Vediamo alcuni casi:
- diminutivi. Non si tratta solo
di diminutivi veri e propri ("porticina"),
ma anche di termini che sottraggono ogni
possibile grandezza all'ipotesi del viaggio:
l'operaio che non ha fatto ritorno è
entrato "a curiosare"; Torriani
ha "dato un'occhiata di là".
Il linguaggio ricorre a termini che sembrano
voler escludere ogni eroicizzazione linguistica
dell'esperienza, per trasferirla nella dimensione
del chiacchiericcio quotidiano, con la forza
omologante e banalizzante delle espressioni
di cui è intessuto.
- Il processo di deroizzazione è
ottenuto anche attraverso il richiamo all'esperienza
di un quotidiano burocratico-aziendale,
che evoca la dimensione parcellizzata e
anonima del lavoro nelle società
industruali avanzate. Nel brano che abbiamo
proposto compare la figura di uno "speditore"
dipendente del giornale; nel capitolo successivo
sarà il "perito industriale"
Torriani, l' "ingegner Roberto Vicedomini"
ecc.
- Il processo di 'riduzione' dell'esperienza
trova espressione - su di un pano intertestuale
nel confronto con l'archetipo narrativo
dantesco.
Il viaggio nell'aldilà generava in
Dante dubbi dolorosi ("io non Enea
non Paulo sono"). Né poteva
essere altrimenti, prospettandosi un'esperienza
totale e assoluta: un viaggio cioè
nel profondo della propria coscienza di
uomo e di credente, lungo un percorso di
crescita morale e religiosa che porterà
quasi a identificare Dante con l'umanità
intera. Alla grandezza del viaggio dantesco
fanno riscontro dubbi legati alla banale
gestione di un viaggio ("bisogna arrangiarsi";
"lasciapassare non esiste"). E'
significativo che Buzzati si senta (e auspichi
anzi tale ruolo) soltanto "un semplice
turista" (versione banalizzata e consumistica
del viaggiatore, ridotto a frettoloso 'consumatore'
di chilometri, monumenti, pacchetti tutto-compreso).
- Destino/casualità. Se il
viaggio dantesco deriva da un preciso disegno
del destino, che lo colloca (non diversamente
dai viaggi precedenti di Enea e di Paolo)
in un compiuto progetto teleologico, il
viaggio di Buzzati è dominato dalla
casualità ("per caso... durante
gli scavi sotterranei di Milano... dice
di aver trovato... aver trovato... per caso";
si è avuta notizia della cosa per
"combinazione"). Anche questo
particolare va iscritto nei processi di
'riduzione' dell'eroico del viaggio ultraterreno
alla dimensione banale del quotidiano.
Un mondo come il nostro
Il sistematico meccanismo di riduzione dell'esperienza
eroica del viaggio ultraterreno risponde
a una ragione strutturale essenziale: tra
mondo contemporaneo e mondo infernale l'omologazione
è pressocché totale. Non intervengono
neppure meccanismi metaforici di identificazione
tra le due realtà, che - semplicemente
- coincidono.
Il motivo ricorre nella conclusione del
racconto:
... a me stesso che ci sono
stato, non è ben chiaro se l'Inferno
sia proprio di là, o se non sia invece
ripartito fra l'altro mondo e il nostro.
Considerando ciò che ho potuto udire
e vedere, mi domando anzi se per caso l'Inferno
non sia tutto di qui, e io mi ci trovi ancora,
e che non sia solamente punizione, che non
sia castigo, ma semplicemente il nostro
misterioso destino.
(cit., pp. 450-51)
Ma è presente già
in uno dei primi capitoli, segnalato dalla
perfetta coincidenza fisica e visiva tra
Inferno e mondo metropolitano contemporaneo:
Guardai intorno. Esattamente
la stessa scena descritta dal Torriani:
in cui non c'era niente, a prima vista,
di infernale e diabolico. Tutto anzi assomigliava
alle nostre esperienze quotidiane, più
ancora: non c'era nessuna differenza.
Il cielo era il cielo grigio e bituminoso,
che conosciamo fin troppo bene, fatto di
fumo e di caligini, e di là dal funesto
strato si sarebbe detto non ci fosse il
sole bensì una lampada smisurata,
una squallida lampada come le nostre, un
gigantesco tubo al neon, tanto le facce
degli uomini risultavano livide e stanche.
Anche le case erano come le nostre, ne vedevo
di vecchie e di modrnissime, dai sette ai
quindici piani in media, né belle
né brutte, come le nostre molto abitate,
con quasi tutte le finestre accese, dietro
le quali si scorgevano uomini e donne seduti
al lavoro.
Rassicurante il fatto che le insegne dei
negozi e i manifesti pubblicitari erano
scritti in italiano e riguardavano gli stessi
pordotti che giornalmente pratichiamo.
La strada pure non aveva nulla di straordinario.
Solo era interamente stipata di automobili
ferme, come appunto aveva descritto il Torriani.
Le automobili non erano ferme perché
desiderassero restare ferme o per ordine
di un semaforo. Esisteva un semaforo infatti
a una quarantina di metri, e stava dando
luce verde. Le macchine erano semplicemnete
intasate per un gigantesco ingorgo che può
darsi si propagasse all'intero corpo della
città, non potevano andare né
avanti né indietro.
Nell'interno delle automobili ferme stavano
le persone, per lo più uomini soli.
Anch'essi, non sembravano ombre bensì
individui in carne ed ossa. Con le mani
sul volante, immobili, sulle facce pallide
una ottusa atonia come per effetto di stupefacenti.
Essi non potevano uscire neppure se avessero
voluto, tanto le macchine erano serrate
le une sulle altre. Guardavano fuori, attraverso
i finestrini, guardavano lentamente, con
espressione di, anzi senza nessuna espressione.
Ogni tanto qualcuno toccava il clacson,
emetteva un flebie colpetto, senza fiducia,
così, neghittosmaente. Pallidi, svuotati,
castigati e vinti. E più nessuna
speranza.
(cit. pp. 404-405)
L'identità ("non
c'era nessuna differenza") tra Inferno
e quotidiano contemporaneo è affermata
con insistenza dal sistematico ricorso alla
similitudine: "come le nostre"
è formula che ricorre tre volte nel
giro di poche righe.
Trattandosi di un mondo non 'altro', non
diverso, rispetto a quello dell'esperienza
quotidiana, il viaggiatore-Buzzati ricorre
insistentemente al 'noi'. La deroicizzazione
dell'esperienza 'infernale' che, abbiamo
visto, è caratteristica del viaggio
da lui compiuto, comporta anche l'assenza
dell'eroe-individuo, protagonista di un'avventura
conoscitiva la cui eccezionalità
comporterebbe la solitudine dell'eroe.
Al viaggiatore dell'incredibile che deve
continuamente fare appello alla fiducia
del lettore ('preparati ad ascoltare cosa
inaudite'; 'sembra incredibile eppure è
esattamente ciò che ho visto...'),
proponendo un'esperienza che è rottura
e alterità rispetto all'esperienza
del lettore, Buzzati sostituisce un viaggiatore
che coincide con l'insieme dei suoi lettori:
sta rivivendo le stesse esperienze; sta
vedendo lo stesso sole, è immobilizzato
nello stesso ingorgo in cui si trovano i
suoi lettori.
Una possibile lavoro sull'intero
racconto
Natura/artificio - Nelle poche battute dell'ultimo
brano citato troviamo una contrapposizione
tra elementi della natura e elementi artificiali,
caratteristici del mondo 'infernale'. Il
sole sembra "una lampada smisurata",
un "tubo al neon".
Si potrebbe proporre una lettura integrale
del racconto di Buzzati, e individuare come
il tema della contrapposizione natura/artificio
sia in esso presente, lavorando su due piani:
a. come esso si leghi a fattori strutturali
del racconto. Si consideri ad esempio come
l'ultimo capitolo racconta la sofferta vendita
di un giardino da parte di un'anziana aristocratica.
b. La verifica sul piano lessicale (e nel
ricorso a locuzioni, a immagini, similitudini
ecc.) della presenza della contrapposizone
tra naturale e artificiale come rapportabili
a una contrapposizone di fondo tra 'naturale'
(positivo) e 'artificiale' (negativo).
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