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Marta Guerra
Recensione di François
Hartog, Memoria di Ulisse
François
Hartog, Memoria
di Ulisse. Racconti sulla frontiera nellantica
Grecia («Saggi» 847), Torino (Giulio
Einaudi editore) 2002, 292 pp., euro 20,00.
Lorizzonte della frontiera
è quanto mai adatto ad affrontare il tema
dellalterità, del contatto e del confronto
tra culture diverse. F. Hartog, Professore
di Storia e Letteratura classica allécole des Hautes études
en Sciences Sociales di Parigi, si occupa
precipuamente della frontiera
greca (e del rapporto con ciò che sta al
di là di essa, ossia con la barbarie)
nel suo saggio Mémoire dUlysse.
Récits sur la frontière en Grece ancienne,
edito nel 1996 (Paris, Éditions Gallimard),
e ora tradotto in italiano da Antonia Perazzoli
Tadini, per i tipi Einaudi.
LIntroduzione
(Viaggiatori e uomini-frontiera,
pp. 3-17) definisce la metafora del viaggio
come mezzo privilegiato per indagare la
respirazione tra sé e laltro
della cultura greca: in particolare
Ulisse è, per eccellenza, il viaggiatore
estremo, un uomo che non solo raggiunge
la frontiera del mondo conosciuto, ma si
colloca in perpetuo movimento sia al di
qua che al di là di essa, anzi rappresenta
una sorta di frontiera personificata, un
uomo-frontiera. Punto di partenza per lindagine
di H. sono le teorie, tra loro inconciliabili,
di chi (come il filosofo E. Levinas o lo
storico A. Momigliano) individua, quale
caratteristica della grecità, il compiacimento
della propria identità e il disconoscimento
di quella altrui, e di chi (come C. Castoriadis)
ne evidenzia al contrario la capacità di
apertura.
Nel primo capitolo (Il
ritorno di Ulisse, pp. 19-53), si dimostra
come, nellOdissea, lincontro,
anzi lo scontro, con laltro, sia iscritto
nel percorso del viaggio, inteso come ritorno
(il viaggio presuppone per definizione un
ritorno, perché si viaggia non per il puro
piacere di vedere, ma per quello di raccontare
ciò che si è veduto: il viaggio senza ritorno,
come quello dei colonizzatori greci dellVIII
secolo, non è propriamente un viaggio) [1] . Il viaggio di ritorno
cerca la rotta più breve possibile, senza
tappe e senza intoppi: è il viaggio di Nestore,
che tranquillamente torna da Troia a Pilo,
ricompensato così dagli dèi per la sua pietas.
Al contrario, gli dèi saldano i conti
con Menelao e Ulisse, facendoli giungere
alle rispettive patrie attraverso un ampio
periplo. è
allinterno di questo ritorno
ritardato che Ulisse vive lesperienza
dellaltro, sia esso essere animale
o divino, comunque non umano. Negli spazi
non umani dellOdissea, la terra
non è coltivata (con conseguente mutamento
delle modalità religiose e alimentari) [2] e non è presente alcuna forma di socialità (per lo più
i personaggi vivono isolati, o vi sono forme
di socialità primitiva). Soprattutto, lo
spazio non umano diffida dellaltro:
Circe finge di praticare lospitalità
solo per ordire i suoi tranelli; Polifemo
si beffa sacrilegamente dellospitalità.
La diffidenza nei confronti dello straniero
permane anche nel primo spazio umano che
Ulisse incontra: la terra dei Feaci (i quali,
in quanto popolazione di confine, partecipano
di tratti comuni agli spazi non umani).
Altre forme evidenti di alterità nellOdissea
sono gli dèi olimpici e i defunti (che
il protagonista incontra quando scende nellAde).
Ma per Ulisse lalterità è soprattutto
la perdita dellidentità (che può risultare
da una morte in mare, ingloriosa e senza
sepoltura) e del nome (durante il viaggio
egli è Nessuno), è la perdita della memoria
e loblio che possono provocare il
fiore dei Lotofagi, il malefizio di Circe
o il canto delle Sirene [3] .
Per inoltrarsi nel concetto
di barbarie, come espressione
per eccellenza dellalterità greca,
vale la pena di soffermarsi, più che sul
capitolo secondo (Viaggi dEgitto,
pp. 55-105) e quindi sulla prima
competitiva forma di diversità rispetto
alla Grecia, quella del più antico Egitto,
culla della civiltà e della religione
[4] sul capitolo centrale dellopera
(Invenzione del barbaro e inventario
del mondo, pp. 107-144): in particolare,
il primo paragrafo (Barbari e Greci)
delinea con chiarezza lossatura
intellettuale delleterologia greca.
Inizialmente il Greco è opposto a tutti
coloro che, non essendo greci, vengono genericamente
compresi nella categoria di barbari. Con
le guerre persiane (e con il loro storico,
Erodoto) lantinomia greci-barbari
si trasforma nella contrapposizione Europa-Asia,
e si proietta retrospettivamente sulla guerra
di Troia. Secondo Erodoto, la barbarie persiana
non è caratterizzata tanto da efferata crudeltà
o da mollezza orientale, quanto da uninferiorità
politica: il barbaro sa vivere solo assoggettato
a un monarca, mentre il Greco conosce lisonomia
della pólis. Barbaro è chiunque (sia
esso un re persiano o un tiranno greco)
non rispetta i nómoi, le leggi e
gli usi della società isonomica (la presenza
o meno dei nómoi è fondamentale per
i Greci, come conclude il paragrafo intitolato:
Rappresentare il mondo). Levoluta
struttura libertaria della pólis
differenzia lEuropa dallAsia
(secondo una distinzione spaziale), e separa,
allinterno della stessa Europa, il
periodo delle tirannidi da quello successivo
(secondo una distinzione temporale). Se
lespressione più alta dellumanità
si lega alla pólis, se luomo
degno di tal nome è, aristotelicamente,
un essere politico, tutto ciò
che non è umano si delinea come apolitico:
il dio e la bestia, oltre al re e al tiranno.
Il concetto di grecità, pur
essendo originariamente acquisibile attraverso
prestiti e migrazioni (gli Ateniesi stessi
sono ex-Pelasgi), con le guerre persiane
si irrigidisce ed esclude ogni contaminazione,
salvo poi a riacquisire, tra IV e III secolo
a.C., una nuova mobilità, quando lopposizione
greci-barbari viene ad avere una valenza
culturale più che politica (come bene insegna
Isocrate, la grecità si può apprendere da
buoni maestri). È quanto emerge dal paragrafo
Centro e confini. La pólis
ormai in crisi ripensa se stessa e si attacca
nostalgicamente a quel passato (fossanche
la mitica età delloro), in cui dominavano
ideali di semplicità e di onestà, ora rimasti
appannaggio delle sole popolazioni barbariche
di confine. Anche il discrimine politico
tra grecità e barbarie va scemando: per
esempio quando il monarca orientale è visto
non più come esecrabile tiranno ma quale
possibile garante della pace nella pólis
(si pensi, tra laltro, alla Ciropedia
di Senofonte). Un ulteriore passaggio
della riflessione greca, su di sé e sugli
altri, è rappresentato dalla ricerca ellenistica
(Vedere il mondo da Alessandria):
essa mira ad ordinare filologicamente il
sapere dei Greci, allo scopo di legittimarne
il valore (nel periodo storico in cui la
grecità si espande a Oriente, attraverso
i successori di Alessandro Magno). Il punto
di vista greco sulla Grecia cambia prospettiva:
non si diparte, come prima, dalle terre
elleniche, bensì dalla Biblioteca e dal
Museo di Alessandria dEgitto.
I Viaggi di Grecia (pp.
145-217) si aprono allinsegna di Anacarsi
lo Scita, viaggiatore non greco in Grecia,
variamente raccontato (da Erodoto a Luciano)
e incarnazione di uno sguardo dubbioso dei
Greci su se stessi. Dotato di una saggezza
greca nonostante la sua barbarie (avrebbe
goduto ad Atene addirittura dellamicizia
di Solone), egli porta dentro di sé la frontiera
(anzi, loblio delle frontiere) tra
i due mondi, linconciliabilità dei
quali pagherà di persona: tornato in Scizia
con il suo bagaglio di conoscenze greche,
sarà percepito come contaminato
e ucciso per questo. Anacarsi inaugura dunque
la riflessione sulle frontiere del
dentro, ossia sulle discriminazioni
ordinarie presenti allinterno
della grecità: quelle operate dal cittadino
nei confronti del campagnolo (tipizzato
sin dalla commedia di Aristofane come rozzo),
o create da unetnia greca contro il
popolo confinante, pure greco, dileggiato
per la sua presunta stupidità (i Beoti),
o follia (gli Abderiti), o isolato per lindefinitezza
delle sue frontiere e le origini talmente
antiche da risultare quasi selvagge (è il
caso degli Arcadi, sui quali si posa, tra
gli altri, lo sguardo di un arcade, lo storico
Polibio, e quello di un viaggiatore, Pausania
il Periegeta). Attraverso il paesaggio bucolico
di Virgilio, lArcadia, divenuta ormai
regione utopica, getta un ponte tra la Grecia
e Roma. Anche Alessandro Magno (narrato
dalla prospettiva romana di Polibio e di
Livio, ma anche di Plutarco e di Arriano)
crea una sorta di interferenza tra le due
frontiere. Il condottiero macedone aspira
al superamento della divisione tra Greci
e barbari, che tenterà di riunire in un
sogno augusteo di impero universale: in
quanto ápolis, egli esce dalla categoria
dellumano (infatti è divino). La sua
morte prematura e repentina suona tuttavia
di monito: non rispettare le frontiere è
scelta tuttaltro che priva di conseguenze.
Con laffermarsi dellegemonia
di Roma, cade lantinomia tradizionale
Greci-barbari; appare ovvio che i Romani
non possano essere inseriti nella categoria
dei barbari, ma resta aperto il problema
di come classificarli: discendono dai Greci
tramite il troiano Enea, oppure sono un
elemento altro rispetto alla divisione tradizionale?
Una cosa è certa (Viaggi di Roma,
pp. 219-270): gli intellettuali greci
non possono più prescindere da Roma nelle
loro riflessioni, siano esse di carattere
storico-politico (è il caso di Polibio);
o antiquario (Dionigi di Alicarnasso); geografico
(Strabone); retorico (Elio Aristide). Con
limpero di Roma il periplo di
Ulisse è proprio finito, i confini esplorati
e le frontiere nettamente fissate
(p. 259).
Come linvenzione di
Anacarsi era servita alla grecità per interrogarsi
dubbiosa, così il nome di Pitagora riassume
il modo in cui la grecità rassicura se stessa
(La memoria di Apollonio e il nome di
Pitagora, pp. 271-286). Lidentità
di Pitagora consiste nella sua alterità:
egli è il filosofo greco per eccellenza,
ma lorigine della sua sapienza è anche
barbara, viaggia per tutto il mondo, ma
non appartiene ad alcuna terra. Davvero
si può dire, per usare le parole di Apollonio
di Tiana (novello Pitagora, raccontato da
Filostrato), che la Grecia è ovunque,
ma forse ormai, conclude H., in nessun luogo.
Le note, ricche di riferimenti
puntuali ai testi, si trovano alla fine
di ogni capitolo; alla fine del libro si
trova lindice dei principali nomi,
luoghi e temi (pp. 287-292). Interessantissimo
è dunque il percorso intessuto da H., per
la chiarezza con cui, attraverso vaste letture,
è selezionata lidea conduttrice dellopera:
ossia le tappe attraverso le quali si articola
la riflessione della grecità su di sé in
relazione agli altri. Una nota merita lo
stile dellautore, che, con procedere
illuminante e binario, rapporta per analogia
o contrasto due poli di riferimento, e sempre
riallaccia il dipanarsi della trama ai fili
precedenti, attraverso frequenti pause riassuntive
e chiarificatrici.
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