Gianni
Ghiselli
Medea e la tipologia
dell'eroe omerico e sofocleo
Nell'esodo della tragedia
Giasone riconosce l'indole ferina dell'assassina
che ha ammazzato i loro figlioli apostrofandola
come "leonessa" (v. 1342) ed echeggiando
le parole («bipede leonessa») con cui nell'Agamennone
di Eschilo (v. 1258), Cassandra individua
Clitennestra, la moglie adultera e omicida.
Quindi il padre, privato
della prole, aggiunge una maledizione con
epiteti che caratterizzino la donna in maniera
del tutto negativa: «vattene in malora,
autrice di nefandezze e macchiata del sangue
dei figli!» (Medea, v. 1346). Al
che ella risponde come un eroe omerico per
il quale il dolore più grande è non ricevere
l'onore (timè) dovuto al suo valore
(aretè): «tu non dovevi, disonorato
il mio letto, vivere una vita felice irridendomi»
(vv. 1354-1355).
Medea inorridisce all'idea
di essere ridicolizzata per lo smacco del
letto e preferisce essere conosciuta quale
artefice di mali estremi piuttosto che come
amante rifiutata.
Il motivo della paura
della derisione è presente anche nell'Antigone,
dove la ragazza protagonista, pur del tutto
diversa da Medea, scambia le espressioni
consolatorie del Coro per parole canzonatorie
della sua infelicità, e offensive della
sua persona, quindi dice:" : «Ahimé
sono derisa. Perché, per/gli dei patrii,/non
mi oltraggi quando sono sparita,/ma mentre
sono visibile?» (vv. 839-841). Antigone
ha un altro aspetto del carattere di Medea
e di Achille : non cede. Quando Ismene le
fa notare : «tu hai il cuore caldo per dei
cadaveri gelati» (v. 88), risponde: «ma
so di essere gradita a quelli cui soprattutto
bisogna che io piaccia» (v. 89) . L'eroe
tragico di Sofocle è un uomo (come Aiace,
come Edipo) o una donna, o piuttosto una
ragazza, come Antigone, come Elettra, che
portano all'estremo (fino all' autodistruzione),
in un misto di eroismo e di ferocia, le
scelte scaturite dalla loro physis,
cioè dallo strato più profondo della loro
natura.
In sei delle tragedie superstiti
sofoclee (ad eccezione naturalmente delle
Trachinie) l'eroe si trova di fronte
a una scelta tra la rovina possibile (o
sicura) e un compromesso che, se lo accettasse,
tradirebbe il concetto che egli ha di se
stesso, dei suoi diritti e doveri. L'eroe
decide contro il compromesso, e questa decisione
viene poi oppugnata, dal consiglio degli
amici, con le minacce, addirittura con la
forza. Ma l'eroe rifiuta di cedere; egli
rimane fedele a se stesso, alla sua physis
, quella "natura" che ha ereditato dai genitori
e che costituisce la sua identità. Da questa
risoluzione deriva la tensione drammatica
di tutte e sei le tragedie: dalla risoluzione
di Aiace di morire piuttosto che sottomettersi,
dall'incrollabile fedeltà di Antigone al
fratello morto, da quella di Elettra a suo
padre, dall'amaro rifiuto di Filottete di
recarsi a Troia, dall'ostinata insistenza
di Edipo a Tebe per conoscere tutta la verità,
prima sull'assassinio di Laio e poi su se
stesso, e dalla volontà del vecchio Edipo
di farsi seppellire su suolo attico. In
ciascun dramma l'eroe è assoggettato a pressioni
da ogni lato...Antigone deve affrontare
la fraterna insistenza di Ismene, le minacce
di Creonte, la violenta disapprovazione
del coro, l'imprigionamento in una tomba
e la mancanza di qualunque segno di approvazione
da parte di quegli dèi di cui è paladina...E
tutti resistono saldamente alla massiccia
pressione della società, degli amici e dei
nemici. Per descrivere nel modo migliore
l'eroe sofocleo e la sua situazione, si
pensi alla meravigliosa immagine che nell'ultima
opera del tragediografo paragona il vecchio
cieco a un «promontorio nel Nord, con le
onde tempestose che lo battono da ogni direzione»
(Edipo a Colono, 1240-1). Come lo
scoglio, l'eroe sostiene immobile i colpi
della bufera.
Come ha notato, a proposito
dell'eroe sofocleo B. M. W. Knox, «dimentica
l'adattamento eschileo dello spirito eroico
alle condizioni della polis, e fa
ritorno ad Achille che, irriconciliabile,
siede corrucciato nella sua tenda. Nei suoi
eroi che affermano la forza della loro natura
individuale contro i loro simili, la loro
polis e perfino i loro dei,
egli ricrea, in una comunità che ora è ancor
più avanzata socialmente e intellettualmente
di quella di Eschilo, la solitudine, il
terrore e la bellezza del mondo arcaico»[1].- Di questo terrore e di questa bellezza arcaica
presenti in Omero e in Sofocle c'è molto
pure nella nostra Medea.
In un altro scritto B. M.
W. Knox parla di «rappresentazione in termini
eroici di una moglie straniera e ripudiata»,
assimilando la Medea di Euripide
soprattutto agli eroi sofoclei, e in modo
particolare ad Aiace : «Sia Aiace
sia Medea temono più di ogni altra cosa
al mondo lo scherno dei loro nemici... Medea
è presentata al pubblico nello stile e nel
linguaggio inconfondibile di un eroe sofocleo...
Il suo più grande tormento è il pensiero
che i suoi nemici rideranno di lei (vv.
383 ecc.): come gli eroi sofoclei maledice
i propri nemici (607 ecc.) mentre progetta
la vendetta...Come un eroe sofocleo, resiste
tanto agli inviti alla moderazione quanto
ai duri richiami della ragione...Questa
rappresentazione...deve avere messo un pò
a disagio il pubblico che la vide per la
prima volta nel 431 a. C. Gli eroi, questo
si sapeva, erano creature violente e, dal
momento che vivevano e morivano secondo
la semplice regola 'aiuta i tuoi amici e
fa del male ai tuoi nemici' era prevedibile
che le loro vendette, quando si fossero
sentiti trattati ingiustamente, disonorati,
offesi, fossero immense e mortali. I poemi
epici non mettono mai in discussione il
diritto di Achille di portare distruzione
nell'armata greca per vendicare l'assalto
di Agamennone né il massacro dell'intera
giovane generazione dell'aristocrazia di
Itaca compiuta da Ulisse. L'Aiace di Sofocle
non vede niente di sbagliato nel proprio
tentativo di uccidere i comandanti dell'armata
per avergli negato le armi di Achille; in
lui la vergogna nasce semplicemente dall'aver
fallito il suo tentativo sanguinario. Ma
Medea è una donna, una moglie e una madre,
e per di più una straniera. Inoltre si
comporta come se fosse una combinazione
tra la nuda violenza di Achille e la fredda
astuzia di Ulisse e, quel che è più
importante, è in questi termini che le parole
del dramma di Euripide ce la presentano.
'Nessuno deve considerarmi un'incapace'
ella dice 'o un debole o una persona mite.
Altro è il mio carattere: violenta con i
nemici e con gli amici buona. Quelli che
si comportano così hanno la vita più gloriosa.'
(807 ss.). E' il credo secondo cui vivono
e muoiono gli eroi di Omero e di Sofocle»[2].
Atteggiamenti simili del
resto non mancano in personaggi di scrittori
successivi.
Apollonio Rodio attribuisce
alla sua Medea adolescente qualche cosa
di omerico quando le riconosce la «epiklopos
metis», cioè la scaltra intelligenza
di Odisseo (III, 912). Didone in procinto
di essere abbandonata da Enea soffre pensando
di essere derisa dai pretendenti rifiutati
prima:«En quid ago? rursusne procos inrisa
priores/ experiar…?» («ora che
cosa faccio? a mia volta farò tentativi,
derisa, con i pretendenti di prima», Eneide,
IV, 534-535).
Nell'Iliade
il compenso che il prode si aspetta in cambio
del valore (aretè) dimostrato obbedendo
agli obblighi del suo rango e della sua
identità eroica, impegnativi fino al sacrificio,
è un riconoscimento in termini di onore
(timè): la timè negata è una
tragedia per il valoroso che si è distinto
in battaglia: Achille si rifiuta di combattere
solo quando constata che l'uomo codardo
e il valoroso sono tenuti nello stesso onore
(Iliade, IX, 319). Sua madre (in Iliade,
I, 505-507) implora infatti Zeus di onorargli
il figlio: «onora mio figlio (timeson
moi uiòn) -prega-, poiché è di vita
più breve degli altri, e il signore di genti
Agamennone lo disonorò (etìmesen)
: gli ha preso il suo dono e lo tiene».
Il disonore della
donna è quello del letto: un uomo a
lei gradito già la disonora se non fa l'amore
con lei, e la disonora due volte se lo fa
con un'altra. Si pensi al motivo mitologico
ripreso da Dante (Inferno, XVIII,
89), aproposito delle «ardite femmine spietate»
di Lemno che uccisero tutti i maschi dell'isola
per l'ira tremenda di Cipride, causata dal
fatto che i mariti da lungo tempo non rendevano
più gli onori loro dovuti (racconto ispirato
a Argonautiche, I, 615). Esse ammazzarono
non solo i consorti e le loro amanti, le
schiave tracie, ma ognuno che fosse maschio.
Solo Issipile risparmiò il vecchio padre,
il re Toante. Così, Orfeo fu fatto
a pezzi dalle donne dei Ciconi (popolazione
della Tracia), offese dalla sua fedeltà
a Euridice (Georgica IV, 520), ossia
dal fatto che le trascurava.
Achille dunque smette di
combattere facendo così morire i suoi compagni
e addirittura il suo miglior amico, Medea
ammazza i figli. Quando Giasone le domanda:
«hai ritenuto giusto ucciderli per il letto?»
(v. 1367), la madre oltraggiata risponde:
«pensi che questa sia una sciagura piccola
per una donna?» (v. 1368)
Anzi, è una sciagura tanto
grande che Medea, per contrappesarla adeguatamente,
infliggendone una altrettanto grande a chi
glel'ha inflitta, ha già deciso di ammazzare
i figli, pur a lei cari.
Achille e Medea hanno in
comune il 'non cedere' eroico come abbiamo
visto. L'eroe non fa niente che non stimi
degno della sua natura: Achille ,
cedere nescius [3], non si lascia fermare
da niente e il Bruto Minore di Leopardi
prima di suicidarsi proclama : «Guerra mortale,
eterna, o fato indegno,/teco il prode guerreggia,/
di cedere inesperto» (vv. 38-40).
Medea, al pari di Achille,
non si perita di mandare in rovina amici
e nemici quando si tratta di salvare il
proprio l'onore.
Quando Giasone in uno degli
ultimi versi (1396) li invoca: «o figli
carissimi», Medea replica : «alla madre
sì, a te no»; allora il padre domanda: «e
poi li hai uccisi?», e l'infanticida risponde:
«Per tormentare te» (v. 1398).
Si tratta di una difesa dell'identità
a tutti i costi.
Medea come Achille, come
Antigone, non indietreggia nemmeno davanti
alla rovina estrema. E non giunge a quella
rassegnazione alla quale a detta di Schopenhauer
la tragedia dovrebbe condurre. Secondo
il filosofo del pessimismo «quasi tutti»
i drammi greci : «mostrano il genere umano
sotto l'orribile dominio del caso e dell'errore,
ma senza la rassegnazione da ciò provocata
e di ciò redentrice». Per questo il dramma
greco non viene approvato: «gli antichi
rappresentano poco nei loro eroi tragici,
come loro disposizione d'animo, lo spirito
della rassegnazione, l'abnegazione della
volontà alla vita; ciò nondimeno la vera
tendenza e l'efficacia della tragedia restano
sempre quelle di destare nello spettatore
tale spirito e provocare in lui, se anche
transitoriamente, quella disposizione d'animo»[4].
E' un'interpretazione che
Nietzsche rifiuta, dichiarando apertamente
(nel Tentativo di autoritica, scritto
nel 1886) il sup pentimento per alcune delle
tesi esposte nella Nascita della tragedia
(1876), dove «formule schopenhaueriane»
avevano oscurato alcune «intuizioni dionisiache».
Nei più tardi Frammenti postumi,
osserverà: «La tragedia non insegna
la 'rassegnazione'. Il rappresentare le
cose terribili e problematiche è esso stesso
già un istinto di potenza e di magnificenza
nell'artista: egli non le teme. Non c'è
un'arte pessimistica. L'arte afferma.»
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