Gianni Ghiselli
Scheda: la Medea
di Euripide
La tragedia fu rappresentata
per la prima volta nel 431, lo stesso
anno in cui iniziava la Guerra del Peloponneso,
tra Atene e Sparta.
La scena è ambientata a
Corinto.
Nella descrizione del dramma
indichiamo i nomi tecnici che designano
le varie parti di una tragedia greca (genere
fortemente formalizzato).
Il Prologo
(che precede la tragedia vera e propria)
consta di due parti. Nella prima (vv.
1-48) la Nutrice di Medea informa gli
spettatori sull'antefatto del dramma e
sulla sorte miserevole della padrona abbandonata
dal marito Giasone, che si prepara a sposare
Glauce, la principessa di Corinto. Nella
seconda (vv. 49-95) il sopraggiunto Pedagogo
racconta alla donna di avere saputo che
il re Creonte ha deciso di cacciare dalla
terra corinzia la straniera della Colchide
e i suoi figli.
La Parodo (così
si chiama la parte introduttiva della
tragedia greca) comincia con un canto
(vv. 96-130): si sente la voce di
Medea che, dall'interno, invoca la morte
per sé, per i figli e per Giasone, mentre
la Nutrice cerca di proteggere i bambini
dalla rabbia materna (una furia non impotente
ma devastante, poiché la disgraziata donna
appartiene comunque alla "razza tirannica"
abituata da sempre alle prepotenze).
Nei versi successivi(131-213)
troviamo dei dialoghi lirici tra il Coro,
Medea e la Nutrice. Il Coro ha udito le
grida di Medea e domanda alla Nutrice
che cosa sia accaduto. La vecchia risponde
che la casa con la famiglia di Medea sta
andando in rovina. Quindi si sentono le
parole gridate dalla moglie abbandonata
che si augura la morte, ma le donne del
Coro cercano di distoglierla dal suicidio.
Allora la protagonista si rivolge agli
dèi, abbozza una "preghiera nera" e indirizza
il suo desiderio di distruzione su Giasone
e la nuova sposa. La Nutrice e il Coro
cercano di concordare un intervento per
aiutare Medea e distoglierla dai suoi
propositi suicidi e omicidi, ma la vecchia
descrive la propria pupilla come bestialmente
infuriata, quindi espone una sua idea
della poesia che dovrebbe consolare gli
affanni, non allietare i banchetti. Medea
intanto continua a infuriare dall'interno.
Il primo
Episodio (vv. 214-270) è diviso in
tre scene.
Nella prima Scena
(vv. 214-270) Medea descrive la
triste condizione della donna, e la sua
in particolare, senza mostrarsi però rassegnata,
anzi dichiarando propositi di vendetta.
Le donne di Corinto manifestano simpatia
e comprensione per lei.
Nella seconda Scena
(vv. 271-356) entra Creonte,il re di Corinto
padre di Glauce, la nuova sposa di Giasone.
Egli ordina a Medea di andare subito in
esilio; ma la donna, utilizzando la propria
intelligenza e l'irresolutezza dell'uomo
riesce a ottenere una proroga, breve ma
sufficiente per attuare il suo piano di
vendetta.
I versi 357-409 costituiscono
la terza scena del primo Episodio.
Il Coro in un breve canto (vv. 357-363)
di intermezzo compiange le sventure di
Medea,la quale poi prende la parola per
rivendicare la propria natura eroica.
Il primo Stasimo ('stasimo'
è deniminato il canto del Coro che divide
due episodi) è diviso in due coppie strofiche.
Nella prima (vv. 410-430) si sostiene
che la pessima reputazione di infedeltà
con la quale sono state sempre marchiate
le donne, non solo dall'opinione volgare
ma addirittura dai poeti, è immeritata,
o per lo meno non è più meritata di quanto
lo sarebbe dai maschi; ma i poeti , maschi
appunto, sono stati parziali a favore
del loro sesso.
Nella seconda coppia
strofica (vv. 431-445) il Coro si rivolge
a Medea che ha perduto tutto divenendo
emblematica vittima del dissolvimento
dei valori più forti che sostenevano l'ordine,
l'equilibrio e l'armonia sociale: il pudore
e il rispetto dei giuramenti.
Il secondo Episodio
(vv. 646-626) è costituito da un torneo
oratorio dei due ex amanti che si scambiano
accuse. Le ragioni utilitaristiche di
Giasone sono valide soltanto di fronte
alle anguste leggi scritte e alle convenzioni
dell'uomo comune.
Nel secondo Stasimo
(vv.627-662) il Coro invoca Cipride
(la dea dell'Amore) perché non invii amori
smodati ma si avvicini con leggerezza
e misura: castità le protegga e preservi
da talami vietati regolando con accortezza
i letti delle donne. Vedremo che il letto
in questa tragedia è un luogo cruciale.
Le donne di Corinto pregano anche di non
essere mai private della patria.
Nel terzo Episodio
(vv. 663-823) Medea riceve promessa giurata
di ospitalità da Egeo (re di Atene), quindi
rivela al Coro i suoi progetti omicidi.
Nel terzo Stasimo
(vv. 824-865) Euripide prende occasione
dall'aiuto che il mitico re
di Atene ha offerto a Medea per celebrare
la sua città come protettrice e rifugio
dei perseguitati. E' una delle espressioni
del mito dello stato ateniese clebrato
da diversi autori della città.
Nel quarto Episodio
(vv. 866-975) Medea finge di scendere
a patti con Giasone per attuare la sua
vendetta. L'uomo, nella sua presunzione
narcisistica e ottusa, si lascia trarre
in inganno.
Nel quarto Stasimo
(vv. 976-1001) il Coro compiange le vittime
della trama omicida e pure l'autrice:
i bambini, che muovono i passi verso la
strage, Glauce, sventurata sposa, Giasone
sciagurato sposo, e Medea, madre disgraziata.
Il quinto Episodio
(vv. 1002-1250) è formato da due scene
e da un intervento del Coro che le separa.
La prima scena (vv. 1002-1080) contiene
un colloquio tra il Pedagogo e Medea e
un monologo della protagonista che prima
vacilla, poi però conferma la sentenza
di morte nei confronti dei figli («bisogna
osare questo!», v. 1051) per non essere
derisa lasciando impuniti i nemici. L'intermezzo
del Coro (vv. 1081-1115) nega che sia
bene generare dei figli. Nella seconda
scena (vv. 1116-1250) un messo racconta
la morte di Glauce e quella di Creonte
concludendo che le cose mortali sono un'ombra
e che nessuno tra i mortali è un
uomo felice: quando passa un'ondata di
prosperità, uno può diventare più fortunato
di un altro, ma felice nessuno. Infine
Medea ribadisce la sua intenzione di ammazzare
anche le sue creature.
Nel quinto Stasimo
(vv. 1251-1292) il Coro invoca la Terra
e il Sole, antenato dei bambini, perché
intervengano impedendo l'infanticidio.
Si odono poi le grida dei piccoli minacciati,
e infine l'uccisione dei figli viene riportata
a un exemplum mitico: quello di
Ino che, impazzita per volere degli dèi,
si ammazzò con le proprie creature. Il
canto corale si chiude con un'imprecazione
contro il letto delle donne pieno di affanni,
che ha procurato molti mali ai mortali.
Nell'Esodo (vv.
1293-1419), cioè nella aprte finale della
tragedia (nella quale originariamente
il Coro usciva dalla scena cantando: di
qui il nome, che in greco significa 'uscita')
Giasone viene informato dalla Corifea
(la voce principale del Coro) dell'uccisione
dei figli e inveisce contro Medea («leonessa,
non donna», v. 1342), che è salita sul
carro del sole per volare verso Atene.
La donna sovrastandolo gli risponde che
lui non poteva essere felice deridendola
dopo avere oltraggiato il suo letto (vv.1354-1355).
Il padre vorrebbe almeno i cadaveri dei
bambini ma la madre, implacabile, afferma
che sarà lei a occuparsi del rito funebre.
Giasone la maledice ancora e il Coro chiude
la tragedia affermando l'imprevedibilità
dei casi della vita umana.
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