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Daniela Matarazzo
"Lunga notte di
Medea" di C. Alvaro
Scrittore, abile diarista,
finissimo traduttore ed intellettuale di
largo respiro, Alvaro
si distingue nel panorama della letteratura
italiana anche come autore di teatro con
testi significativi quali, uno per tutti,
Lunga notte di Medea,
tragedia in due tempi, rappresentata per
la prima volta nel 49.
La novità di questa rielaborazione
moderna sta nel concentrare lattenzione
sulla figura di Medea, straniera ed esule,
esclusa e respinta dalla comunità che la
ospita e pertanto nellallestire un
percorso che tende ad alleggerire il peso
della sua colpa chiamando in causa ragioni
esterne, inevitabili e determinanti.
Rimuovere la colpa da Medea
per riversarla sui Corinzi, simbolo del
pregiudizio e dellintolleranza portati
al limite estremo: questo è il preciso intento
di C. Alvaro che presenta Medea come unantenata
di tante donne che hanno subito una persecuzione
razziale, e di tante che, respinte dalla
loro patria, vagano senza passaporto da
nazione a nazione.
Se la Medea del poeta di Salamina,
come un marmo greco dopo 2500 anni, è sempre
la madre di tutte le vendette e quella di
Grillparzer è una Medea psicologicamente
vulnerabile, predisposta al
fallimento e allinfelicità, coerente
nella sua patetica evoluzione verso la sconfitta,
la colpa e la pena, per C. Alvaro è il sogno
di sé stessa, il canto della diversità irriducibile,
lemblema del contrasto identità
alterità.
Medea infatti è il sogno
di Medea: il sogno spietato, fatto ad occhi
aperti, scomposto e fatto a brandelli.
E una Medea che inchioda i suoi pensieri
ad uno ad uno sulla pelle, una Medea che
celebra la cerimonia della messa a nudo
di tutto ciò che nasconde, nelle zone più
inviolabili perché accecante
ma è soprattutto una Medea che, proprio
perciò, paga con la sconfitta della passione
ad opera della ragione, sul piano personale,
e con la disfatta totale su quello politico
la rivendicazione del diritto allidentità.
Lo spettacolo ricostruisce
le tappe di questo viaggio
allucinato, estremo, al termine della
notte, tutto dentro, senza
alternative, fino allinferno ed oltre,
un viaggio pensato, sognato e fissato per
sempre nello specchio della memoria che
non accetta di rinnegarsi e della vita che,
per non soccombere, cancella il futuro che
la esclude con un estremo e disperato sussulto.
Si intrecciano parole e gesti,
movimenti e pause, corpi e ombre, suoni
e suggestioni, tutto pertanto acquista rilievo
rendendo unico il personaggio
di Medea.
Già ma cosa lo rende così
particolare e che cosa ne fa uno dei personaggi
più noti della tragedia greca, uno di quelli
che più ci coinvolgono?
Certo si impone anzitutto
la vicenda stessa: il fatto che una donna
uccida i propri figli per punire il padre
che lha tradita ma non si tratta solo
di questo. Il problema per Alvaro è più
ampio perché coinvolge la strutturazione
stessa del personaggio attraverso uno scavo
psicologico e unanalisi antropologica.
Medea abbandonata, Medea immersa
nella sua solitudine e soprattutto Medea
esiliata, straniera,
figura dellalterità. Il viaggio di
Medea è in fin dei conti il viaggio di ognuno
di noi e di tutti, alla ricerca di sé e
alla definizione sofferta e tragica della
propria identità.
Nella ricerca si intrecciano
indissolubilmente presente e passato, la
progettazione del futuro, ragione e sentimento,
in quellinsieme magmatico
che è la vita, in quel nesso eterno
che è lidentità-alterità.
E dove si può riscontrarlo
se non nella splendida cornice della Scena
X I° Atto?
TESTO 1
Creonte: (entra fermandosi
a distanza da Medea) Straniera! Sei
tu Medea?
Medea: (avanzando verso
di lui ansiosa, come tra eguali) Divino
portascettro! Nella casa di Giasone tu sia
il benvenuto. (Poi rivolgendosi alle
sue donne) Su su preparate per accogliere
lospite sovrano. Presentategli quanto
può offrire questa casa. Che almeno vi posi
locchio benigno, se non vorrà gustarne.
Creonte: (diffidente,
con un gesto trattiene le donne che già
si muovono) No, no. E tu, straniera,
non ti accostare. Non sei tu Medea? Io non
mi trovo qui per assaporare i tuoi veleni.
Schiavi! Se questa donna si accosta, trattenetela!
Medea: Re! Non ti
sapevo così ardito da affrontare i briganti
tu stesso nel loro antro. Tu offendi una
casa consacrata da una famiglia. Devo insegnarti
io, barbara, il rispetto che si deve
a una famiglia? E che si è posta sotto la
tua tutela? Sacra ospite della tua città?
Lincontro tra Creonte,
re di Corinto, e Medea si traduce in realtà
in un vero e proprio scontro
verbale. Il tono infatti è acceso e, come
si può notare, il nome di Medea è associato
a straniera, barbara,
straniera perchè si vuole
sottolineare ed enfatizzare aspramente il
totale distacco tra il sé-autoctono e civilizzato
e laltro barbaro-straniero, distacco
ripreso poi nella Scena III
Atto II°.
Qui Alvaro recupera una scena
del dramma euripideo - lincontro tra
Medea ed Egeo distanziandosi però
da esso in quanto il re di Atene nega accoglienza
e protezione a Medea, preciso segnale di
quel rovesciamento di prospettiva che le
chiude ogni via di scampo. Nel suo viaggio
allucinante, nel suo percorso
tra desideri di vendetta, di amore, di sogno,
realtà e follia, Medea incontra anche lostilità
della folla di Corinto.
TESTO 2
Voci della folla:
Al bando la megera!
Non vogliamo fattucchiere a Corinto!
Basta con la straniera!
Via la straniera!
Fuori la barbara!
Il contrasto è netto ed evidente
anche nella scena in cui i figli di Medea
portano alla nuova sposa del padre i doni
preziosi inviati da Medea: la corona e il
velo splendenti doro. Lintenzione
appare benigna, genuina lansia di
preservare i ragazzi da una vita di esilio
e di pena, ma la prevenzione di Creonte
nei confronti della strega
si trasforma in un vero e proprio rifiuto
dellaltro diverso dal sè.
TESTO 3
Scena X Atto II°
Nosside: La corona
splendidissima brillò tra lo stupore di
tutti, lanciando lampi terribilmente convincenti.
La sposa stessa, alla vista di quel tesoro,
non resistette, e guardò favorevolmente
ai tuoi figli invitandoli a levarsi.
Già stavano mettendo le loro manine sul
prezioso tesoro, quando la voce del Re si
levò ammonendo i presenti. Non
vi avvicinate! -Gridò il Re.- Abbiate
paura dei doni della fattucchiera!
Non vi avvicinate! I doni di Medea sono
mortali. La sposa impallidì, indietreggiò,
tremando fibra a fibra. Si abbandonò sul
braccio del suo sposo. Ma ecco venire il
Re in persona, il quale rivolgendosi a me
urlava: Vai fuori, riconduci questi
infelici incaricati di un delitto alla loro
madre!
Per Medea tutto è violentemente
e tragicamente connotato, qualsiasi via
duscita sembra così essere preclusa,
infatti non si delineano o si affacciano
allorizzonte soluzioni dogni
sorta. Non le resta che lunica via
duscita, lultimo e disperato
gesto: linfanticidio visto non solo
come frutto della gelosia atrocemente vendicatrice
ma soprattutto come conseguenza dellodio
razziale, della diversità irriducibile e
dellintolleranza umana.
E tuttavia latto rimane,
epilogo irreversibile e nodo irrisolto nella
tragica storia di Medea. Questa nuova versione
del dramma infatti presenta e ripropone
linquietante quesito: se nello svolgersi
e nellevolversi delle vicende umane,
gli innocenti sono destinati a soccombere,
dove e qual è il ruolo della Giustizia?
Dove la Sapienza? Dove la Civiltà?
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