data di pubblicazione: 01/06/2006
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Francesca Tomasi
All’origine
della humanities computer science[1]
Willard McCarty, A rough intellectual
map for humanities computing[2]
Is humanities computing a
discipline?[3]. Questa è la suggestiva domanda con la quale ci sembra
interessante riprendere la discussione che riguarda
l’adesione a metodi, modelli,
formalismi e strumenti concettuali
che provengono dall’universo
della scienza dell’informazione da parte
di sempre più numerosi settori disciplinari
di area umanistica (dalla critica testuale alla
critica letteraria, dalla biblioteconomia all’archivistica,
dalla paleografia alla codicologia, dalla storia
alla filosofia, dalla linguistica alle scienze
della comunicazione).
È sembrato doveroso esprimere
un parere in merito dal momento che, in seguito
alla tentata abolizione della laurea specialistica
da parte del ministro Moratti, è seguita
una petizione firmata da centotrenta studiosi
di discipline 'tradizionali' in difesa dell’Informatica
Umanistica [4]. Per questa ragione si è aperto un forum di discussione
[5] e si è dedicato il primo numero della rivista al problema
del riconoscimento della disciplina che, secondo
i desiderata di uno fra i più
autorevoli sostenitori della scienza, Tito Orlandi,
prende il nome di 'Informatica umanistica' [6] (d'ora in poi IU).
A riaprire il dibattito giunge
adesso un intervento di Edoardo Ferrarini, che,
alla luce del nuovo DM del 18.3.2005, ripercorre
brevemente la storia della IU e fa il punto
della situazione, per fornire, fra le altre
cose, una veste disciplinare al settore, o meglio
per chiarire che cosa l’autore intenda
per IU. Operazione necessaria a focalizzare
cosa possa essere annoverato fra i 'compiti'
dell’IU, differenziandolo dalla semplice
alfabetizzazione informatica, quali siano le
metodologie e gli strumenti di cui la disciplina
si dota, come si collochi l’IU a livello
di settore scientifico o come si collochino
- a parere di Ferrarini - le diverse “informatiche
umanistiche disciplinari"[7].
Solo poche note per introdurre
di nuovo l’argomento in questione. Non
si può non rilevare che un numero sempre
più consistente di realizzazioni informatiche
è il risultato della ricerca di studiosi
che tradizionalmente si occupano di scienze
umane, che sempre più numerosi sono i
tentativi di definire modelli concettuali per
oggetti umanistici e che il ricorso a pratiche
automatiche, ma anche il riconoscimento di teorie
computazionali nel trattamento di dati testuali,
trova una forte connotazione in senso applicativo
[8].
Il rapporto fra informatica e
discipline umanistiche sembra insomma aver acquisito
una specifica dimensione operativa. Ogni disciplina
di area umanistica, che potremmo definire tradizionale,
ha sviluppato differenti strategie computazionali,
in forma direttamente proporzionale alle esigenze
del settore di competenza (la linguistica, la
storia, la biblioteconomia, la letteratura,
la codicologia, etc.), ma quasi tutte le discipline
condividono metodologie formali nella gestione
automatica dei dati (come ad esempio lo sviluppo
di basi di dati o il ricorso a linguaggi di
codifica) e concordano su di un uso non esclusivamente
strumentale delle tecnologie [9].
Una serie di comuni metodologie
informatiche percorre cioè trasversalmente
le discipline umanistiche 'tradizionali' e costituisce
una base di riflessione sulle tipologie di intervento
automatico che riguardano le operazioni legate
allo studio e alla conservazione
delle fonti, alle modalità della sua
manipolazione e alle forme
della sua distribuzione. Ma
tale 'trasversalità' coinvolge la nozione
dell’interdisciplinarietà: le competenze
che è necessario mettere in campo, all’atto
dell’impiego di tecnologie informatiche
e telematiche, richiedono necessariamente una
solida conoscenza dei settori scientifico-disciplinari
coinvolti.
Se guardiamo ai progetti in potenza
e a quelli già fruibili, ai centri specializzati
nell’applicazione delle nuove tecnologie
[10], ai prodotti digitali di ambito umanistico (come banche dati
testuali, concordanze e sistemi di analisi del
testo, archivi di immagini digitali di fonti
primarie, edizioni critiche in formato ipertestuale)
[11], ai corsi di IU attivati presso gli Atenei (singoli insegnamenti
e corsi di laurea, master, dottorati, etc.)
[12], e ancora alle riviste [13] e alle numerose pubblicazioni scientifiche in materia, è
immediatamente chiaro che un'autonoma dimensione
disciplinare è pienamente giustificabile.
Certo non sempre i risultati
raggiunti da singoli o da centri di ricerca
attestano la piena consapevolezza - che si reputa
necessaria - del senso dell’adesione all’informatica
come scienza dell’informazione; non rari
sono i casi di prodotti informatici che sono
solo il risultato di un trasferimento di media,
vale a dire di un uso squisitamente strumentale
della macchina. Diventa allora ancora impellente
chiarire il senso di un connubio troppo spesso
o frainteso o non condiviso.
Sono le potenzialità della
testualità elettronica, dell'interattività,
delle forme della descrizione uniforme, dell’integrazione
multimediale a dover essere oggetto di riflessione
e a costituire il nucleo fondante di ogni applicazione
orientata alla creazione di oggetti digitali
distribuiti. Ma è soprattutto la necessità
di capire in quale senso l’informatica
possa svolgere un ruolo significativo nella
riflessione umanistica: algoritmi e strutture
di dati, formalismi e linguaggi informatici,
modelli e forme di modellazione della conoscenza,
settori cioè dell’informatica che
possono davvero costituire il valore aggiunto
della computabilità umanistica: la humanities
computer science.
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Note
[1] Sulla distinzione fra “humanities computer
science” a “humanities computing” cfr.
Computing in Humanities Education: a European Perspective,
ed. by K. Smedt et al., Bergen, University of Bergen,
HIT-centre, 1999, (URL=<http://
helmer.
hit.uib.no/
AcoHum/book/>)
precisamente nel secondo capitolo: European studies
on formal methods in the humanities, pp. 28-34 (URL=<http://
helmer.
hit.uib.no/
AcoHum/fm/
fm-chapter-
final.html>).
[2] Consultabile all’indirizzo <http://www.
kcl.ac.uk/
humanities/cch/
wlm/
essays/encyc/>, in cui l’autore, in un “preliminary
draft” per The Encyclopedia of Library and Information
Science, New York, Dekker, 2003 argomenta sulle metodologie
informatiche condivise dalle discipline umanistiche. Il
grafico è pubblicato, con alcune modifiche, anche
in Augmenting Comprehension. Digital Tools and the
History of Ideas, ed. by D. Buzzetti, G. Pancaldi,
H. Short (Proceedings of a conference at Bologna, 22-23
September 2002), London, Office for Humanities Communication,
2004, p. 10.
[3] T. Orlandi, Is humanities computing a discipline
«Jahrbuch für Computerphilologie», IV
(2002), pp. 51-58. Si vedano poi i diversi contributi
raccolti in occasione del seminario interdisciplinare
tenuto allo IATH (Institute for Advanced Technology in
the Humanities dell’università della Virginia)
sul tema Is Humanities Computing an Academic Discipline?
(http://www.
iath.virginia.
edu/hcs,
ultima visita 13 aprile 2006).
[4] Così riporta il comunicato stampa: “nell'era
delle reti e delle nuove tecnologie, letterati, filosofi
e umanisti non servono più? Un gruppo di oltre
130 docenti ed esperti di numerose università italiane
e straniere è convinto del contrario, e lo ha scritto
in una lettera al Ministro Letizia Moratti. Nei mesi scorsi,
la stampa aveva attribuito al Ministro qualche perplessità
sui nuovi corsi di laurea in informatica umanistica. Dai
resoconti dei giornali però l'informatica umanistica
usciva ridicolizzata come disciplina - accostata a materie
come 'Scienze del fiore e del verde', ecc. Ebbene: secondo
i firmatari dell'appello (fra cui Alberto Asor Rosa, Remo
Cesarani, Tullio De Mauro, Roberto Vacca, ecc.), nell'era
della società dell'informazione c'è un disperato
bisogno di editor, bibliotecari, archivisti, filologi,
storici, filosofi, linguisti, ecc. che siano in grado
di utilizzare in modo innovativo gli strumenti informatici
e sappiano riflettere sulle loro caratteristiche e potenzialità.
Ciò che le facoltà umanistiche rivendicano
è insomma la loro capacità di analizzare,
gestire ed elaborare - in maniera certo non esclusiva,
ma con un ruolo specifico e rilevante - anche le nuove
forme della conoscenza.” Cfr.
<http://www.
griseldaonline.it/
informatica/
petition/
index.htm>.
[5]
<http://www.
griseldaonline.it/
phpBB/viewforum.
php? forum=5&8>.
[6] I documenti del numero I di Griseldaonline (2002)
sono ora accessibili all’indirizzo: <http://www.
griseldaonline.it/
informatica/
archivio.htm>.
[7] Il contributo di Ferrarini intende
qui riprendere alcune argomentazioni già pubblicate
in L’informatica umanistica oggi. Appunti e
riflessioni in margine all’XI Convegno di informatica
umanistica (Verona, 28 febbraio – 1 marzo 2003),
«Orpheus» 24 (2003), pp. 227-256.
[8] Un inventario delle iniziative di informatica umanistica
svolte in varie sedi europee è stato curato da
Tito Orlandi, ed è ora pubblicato nel purtroppo
ormai datato volume: Computing in Humanities Education:
a European Perspective, cit.
(URL=<http://
helmer.hit.uib.no/
AcoHum/book/>) precisamente nel secondo capitolo:
European studies on formal methods in the humanities,
pp. 13-62 (URL=<http://
helmer.hit.uib.no/
AcoHum/fm/
fm-chapter-final.html>).
[9] Cfr. sulla questione il contributo di Ciotti all’indirizzo:
<http:// www.
griseldaonline.it
/ informatica/
ciotti.htm>.
[10] Fra gli enti italiani si possono ricordare (senza
pretesa di esaustività): Cisadu (Roma), Crilet
(Roma), Cribecu (Pisa), ILC del CNR (Pisa); fra quelli
esteri molti i centri in America: CETH (Center for Electronic
Texts in the Humanities della Rutgers University), IATH
(Institute for Advanced Technology in the Humanities dell’Università
della Virginia), STG (Scholarly Technology Group della
Brown University di Providence); ovviamente poi le associazioni
ACH (Association for Computer in the Humanities) e ALLC
(Association for Literary and Linguistic Computing).
[11] Un ottimo repertorio in D. Fiormonte, Scrittura
e filologia nell’era digitale, Torino, Bollati
Boringhieri, 2003, che dedica una sezione a strumenti
(per la critica e l’analisi dei testi) e prodotti
(edizioni elettroniche e archivi multimediali) per la
filologia digitale, URL=
<http://www.
digitalvariants.org>.
[12] Cfr. in particolare il contributo di Tito Orlandi,
nel volume: Computing in Humanities Education: a European
Perspective, cit.
(URL=<http://
helmer.hit.uib.no/
AcoHum/book/>) precisamente nel secondo capitolo:
European studies on formal methods in the humanities,
pp. 16-24 (URL=<http://
helmer.hit.uib.
no/ AcoHum/
fm/fm-chapter-
final.html>)
[13] Come «Literary and Linguistic Computing»,
«Computers and the Humanities», «Journal
of the Association for History and Computing».
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