|
Data di pubblicazione:
28 febbraio 2007
Arianna Ciula
Research Associate
Centre for Computing in the Humanities
King's College London
http://www.kcl.
ac.uk/cch
|
|
|
 |
|
|
|
Arianna
Ciula
Zoom in, zoom out:
la paleografia digitale tra sistema interdisciplinare
e analisi dettagliate.
La paleografia in quanto disciplina che studia l'interpretazione
dei segni e prodotti della scrittura ha applicazione
principale nella localizzazione e datazione di manoscritti.
Compito quest'ultimo particolarmente complesso se
si considera la natura dell'oggetto di analisi –
di norma un manoscritto antico, sia esso un frammento,
un intero codice o anche solo una riga di scrittura
su pergamena riciclata lungo il dorso di una rilegatura.
Per capire in che modo la tecnologia digitale può
essere di supporto alla ricerca paleografica è
dunque indispensabile riflettere sulla complessità
dell'artefatto culturale oggetto di analisi, identificando
possibilmente processi e passaggi critici dell'interpretazione
paleografica.
1.1 Risorse integrabili e modelli espliciti
La «paleografia integrale»
[1],
proprio perché intimamente legata al valore
storico-materiale dell'oggetto di indagine, condivide
«esperienze
e sollecitazioni, intellettuali prima che disciplinari»
[2]
con altre discipline interessate allo studio del
patrimonio culturale scritto. Lo studio paleografico
del manoscritto è sì dunque studio
della scrittura, ma potenzialmente comprensivo dell'analisi
di indizi di varia natura: dalla funzione ed uso
del manoscritto in questione alla tradizione testuale,
dalla provenienza originaria dell'oggetto alla ricostruzione
dei suoi itinerari nel tempo e nello spazio.
Lo strumento o la risorsa digitale – siano
essi l'immagine digitale di un manoscritto, un'applicazione
per le segmentazione delle lettere, un'edizione
in rete, una pubblicazione elettronica di altro
tipo – non possono che inserirsi in questo
panorama modulare dai confini sfumati. Una risorsa
elettronica, per quanto limitata negli scopi, è
dunque di utilità alla paleografia se integrabile
in un ambiente di potenziale collegamento con risorse
complementari, o, in altre parole, se integrabile
con altre risorse, riusabile, longeva, documentata
– dunque rigorosa nella sua costruzione, ma
flessibile perché aperta alla comprensione
e alla modifica da parte di chi la usa. Sebbene
l'integrazione di risorse digitali
[3]
sia considerata talvolta in termini superficiali
(il collegamento ipertestuale non è di per
sé indice di un'integrazione semantica),
le esperienze e i progetti di informatica umanistica
insegnano il contrario: creare risorse interoperabili
richiede cooperazione, competenze nella modellizzazione
di domini conoscitivi e tecnologie, consapevolezza
degli standard.
Se inoltre, d'accordo con Ginzburg, assumiamo che,
tra le altre discipline umanistiche, la paleografia
faccia uso di un «paradigma indiziario»:
Ciò che caratterizza questo
sapere è la capacità di risalire da
dati sperimentali apparentemente trascurabili a
una realtà complessa non sperimentabile direttamente.
[…] la minuziosa ricognizione di una realtà
magari infima, per scoprire le tracce di eventi
non direttamente esperibili dall’osservatore.
[…] le operazioni intellettuali implicate
– analisi, confronti, classificazioni […]
[4]
Difatti la scrittura si presta per sua natura
ad essere scomposta in elementi costitutivi, siano
essi alfabetici o di altro tipo. Questo continuo
costituirsi in sistema linguistico e grafico
[5]
favorisce un approccio di tipo analitico che resta
normalmente inaccessibile patrimonio del singolo
studioso, della sua esperienza e capacità
intellettiva. L'uso delle tecnologie informatiche
a supporto degli studi di tipo umanistico implica
la modellizzazione del lavoro interpretativo
[6]
per poterlo integrare in un sistema computazionale
strutturato, contribuendo perciò a rendere
esplicito il processo di analisi paleografica nel
caso specifico.
L’analisi morfologica della scrittura rientra
in un insieme ampio di criteri di studio del singolo
manoscritto che ne favoriscano una lettura il più
possibile integrale – tra gli altri, l’analisi
letteraria e linguistica del contenuto del testo,
le considerazioni codicologiche (ovvero lo studio
della produzione dell'oggetto manoscritto, dei materiali
usati e della loro combinazione), lo studio dei
segni abbreviativi e di interpunzione e, in generale,
la ricostruzione del contesto storico e interpretativo
del manoscritto o gruppo di manoscritti in esame.
Alle metodologie di ambito digitale resta dunque
la funzione tutt’altro irrilevante non di
stravolgere il metodo tradizionale della paleografia,
ma piuttosto di esplicitarne i processi che maggiormente
si prestano ad analisi dettagliate, volte al minuzioso
esame delle caratteristiche individuali della scrittura
e di costruire risorse stabili, integrabili nel
panorama interdisciplinare dello studio del libro.
2.1 Il dinamismo dell'analisi sinottica
L’esame diretto e comparativo dei manoscritti,
la cosiddetta osservazione sinottica hanno un ruolo
cruciale nell'analisi paleografica. Anche quando
le testimonianze manoscritte di interesse paleografico
siano inventariate a dovere [7],
le imprese di digitalizzazione, le stesse edizioni
digitali e la diffusione di facsimili elettronici
[8]
non soddisfano i requisiti base dell'analisi sinottica.
Benché esse abbiano il merito di facilitare
l'accesso alle risorse manoscritte disperse per
il pianeta, la qualità delle immagini rese
disponibili in rete non permette generalmente uno
studio paleografico o codicologico ravvicinato e
tanto meno provvede all’esigenza del confronto
tra manoscritti distinti.
Inoltre, fare analisi della scrittura significa
riconoscerne i dettagli di forma per poterli ricondurre
ad un'epoca, uno stile, una scuola, o finanche ad
una mano. Per rappresentare la massa di varianti
anche all’interno dello stesso stile scrittorio
una sorta di astrazione dal 'campione' materiale
originale si impone alla vista e quindi al processo
interpretativo. Non a caso le pubblicazioni tradizionali
di ambito paleografico, siano esse articoli, monografie
o cataloghi descritti, oltre a contenere minuziose
e verbose descrizioni, sono generalmente corredate
da immagini [9],
siano esse riproduzioni fotografiche più
o meno accurate o illustrazioni di tipo più
astratto. Una strategia ampiamente adottata in quest'ultimo
caso è quella di rendere esplicite le varianti
per mezzo di disegni realizzati a mano, i cosiddetti
disegni a imitazione. Allo scopo dunque di generalizzare
e diffondere i risultati di un’indagine paleografica,
la scrittura in esame viene sottoposta a riduzione,
per dar forma ad un prototipo. La tensione tra l’esempio
concreto di scrittura individuale e il modello astratto,
ideale, normale di riferimento viene così
risolta confidando in una rappresentazione visiva
parziale, creata ad hoc ai fini di identificare
il corpus in questione.
Cet effort constant d’abstraction e de rétention
n’est praticable que lorsque l’on veut
bien courir le risque quasi-inévitable d’approximations
qui n’auraient plus rien de rigoureux ni de
scientifique. Il faut objectiver cette structure
en la projetant hors du sujet-observateur et en
construisant progressivement ce que Gilissen appelle
la lettre-type. [10]
Indipendentemente dal fatto che il confronto con
l’originale è necessario e spesso insostituibile,
la qualità e la resa fotografica non sono
dunque gli unici obiettivi da perseguire quando
a dover essere supportato è lo stesso processo
di interpretazione paleografica. L'immagine statica
ad alta risoluzione è sicuramente un requisito
fondamentale, ma la manipolazione degli elementi
grafici in essa contenuti, il confronto con altri
stili e mani scrittorie, il processo di astrazione
dall'esempio concreto alla lettera-tipo implicano
un uso essenzialmente dinamico dell'immagine
[11]
che lo strumento digitale può supportare.
2.2 La descrizione delle forme
La scelta del corpus di manoscritti per lo studio
paleografico viene effettuata rispettando il principio
di una certa unità teorica dei testimoni
manoscritti, che di fatto possono rivelarsi assai
diversi, per provenienza, data e scrittura. Per
individuare le caratteristiche grafiche significanti
all’interno del corpus prescelto la nomenclatura
usata per descrivere la scrittura assume dunque
un’importanza fondamentale. Definire categorie
all’interno di un indistinto gruppo di segni
è quindi una priorità metodologica
che inevitabilmente necessita l’identificazione
di una terminologia [12],
per quanto creativamente maneggiabile. La «polifonia»
di memoria cencettiana dei manoscritti oggetto di
studio necessita di essere astratta e ridotta con
consistenza e sistematicità ad un unica voce,
evitando però la costruzione di contenitori
concettuali poco plausibili, di «arbitrary
boxes to squeeze facts into» [13].
Eppure non esiste un sistema coerente di riferimento
che faccia tesoro della conoscenza pregressa.
Il fatto che non esistano attualmente né
una pratica consolidata, né degli standard
di codifica [14],
indicizzazione, ricerca e confronto su immagini
di testi per studi di tipo paleografico, implica
che il valore aggiunto di una nomenclatura di riferimento
per la descrizione della scrittura in formato elettronico
resti sconosciuto, imprevisto, non tangibile e forse
anche temuto.
3.1 L'analisi dell'immagine: la morfologia
della scrittura
Entrambi i problemi della identificazione di una
nomenclatura di riferimento e della creazione di
modelli grafici sono legati all'investigazione del
testo in qualità di forma, di immagine
prima che di sequenza alfabetica o linguistica
[15].
Alle tecnologie digitali di supporto alla paleografia
spetta dunque il compito di raffinare l'elaborazione
grafica e l'analisi automatica dell'immagine del
testo [16]
e di produrre eventualmente uno schema di codifica
della morfologia scrittoria.
Non essendo separabili in elementi discreti come
è invece il caso del testo, inteso qui in
qualità di stringa di caratteri, le immagini
pongono difficoltà non indifferenti all'analisi
automatica. Inoltre la scrittura, come ogni attività
umana, non è uguale. Nessuna lettera può
essere scritta due volte esattamente nello stesso
identico modo. Il problema della variabilità
complica ulteriormente ogni tentativo di elaborazione
automatica di una qualsiasi scrittura umana: si
tratta di una concretizzazione di quello che, nella
disciplina che studia il riconoscimento
automatico delle forme [17],
è chiamato problema dell’inconsistenza.
Tuttavia, nell’ambito della paleografia, è
ben noto che ogni variazione nella scrittura non
è casuale, bensì affidata al controllo
intelligente dello scriba che, avendo ben presente
un modello calligrafico da perseguire, prevede l’aspetto
che il testo dovrà assumere, evita le varianti
incorrenti, in definitiva mira all'uniformità,
così da produrre una versione coerente della
grafia che intende realizzare.
[...] la scrittura del copista professionista
è sempre disciplinata, dominata, escludendo
la fantasia o almeno relegandola in quelli spazi
predeterminati, che sono da sempre la fine della
riga o la fine della pagina, oppure, nel campo della
decorazione, nei margini, con le cosiddette “droleries”
[...]. La tendenza di una scrittura comune a disciplinarsi
quando entra nel libro o nel documento è
costante, quale che sia il sistema grafico, quale
che sia lo stile o l’epoca della scrittura.
[...] All’epoca del manoscritto una scrittura
bella è una scrittura regolare, nella quale
non si possono vedere tante differenze fra le diverse
realizzazioni grafiche della stessa lettera. [18]
La scelta della singola lettera – o legatura
– come base per la generazione automatica
di modelli grafici è dunque plausibile.
Oggetto dell’analisi paleografica classica
sono, come è noto, forma, modulo,
ductus, angolo di scrittura [19],
tratteggio, legature, nessi e quante altre caratteristiche
grafiche possano contribuire alla definizione di
una tipologia scrittoria. Ad uno strumento di paleografia
digitale, quale per esempio l‘applicazione
pisana sperimentata dall'autore e altrove descritta
[20],
si richiede il calcolo di ulteriori fattori relativi
alla forma della scrittura, parametri morfologici
che possono essere direttamente registrati sulla
rappresentazione digitale. Lo scopo è dunque
di arricchire il sistema classico di caratteristiche
paleografiche propriamente dette con l'introduzione
di elementi computabili quali ulteriori indizi utili
alla generazione di ipotesi paleografiche sull’origine
geografica e cronologica di manoscritti non datati
o di provenienza incerta.
In breve, i passaggi per arrivare alla creazione
di modelli grafici della scrittura sono dunque i
seguenti:
1. selezione e digitalizzazione ad alta risoluzione
dei fogli manoscritti campione in formato non compresso
(es. TIFF) per l'archiviazione;
2. elaborazione preliminare di copie dell'immagine
digitale se necessario (ovvero procedure di restauro
virtuale documentato e non invasivo tramite l'applicazione
di filtri immagine);
3. conversione e/o compressione dell'immagine per
l'elaborazione automatica (es. JPG, BITMAP);
4. segmentazione dell'immagine della scrittura in
elementi discreti (es. singole lettere o in genere
altri componenti giudicati rilevanti per l'analisi);
5. generazione di modelli grafici sulla base di
un campione di elementi precedentemente segmentati
(es. generazione di un modello di lettera a sulla
base di esempi di lettere a segmentati per uno specifico
stile scrittorio);
6. analisi, confronto e interpretazione dei modelli
generati.
Una volta scansite o fotografate, le carte manoscritte
assumono un formato digitale: l’oggetto tangibile
tridimensionale è ridotto a una rappresentazione
numerica dove ogni variazione di tratteggio e intensità
d’inchiostro vede assegnatasi una specifica
distribuzione di punti immagine, di pixel. Una volta
effettuata la segmentazione, la catena scrittoria
è soggetta ad un ulteriore processo di riduzione
in elementi singoli, che siano lettere, legature
o tratti scrittori; da tali occorrenze digitali
è possibile derivare dei modelli grafici.
Una volta che i modelli sono stati generati e memorizzati,
la somiglianza grafica può essere ricavata
per ogni combinazione voluta di modelli o di modelli
e componenti segmentate (es. lettere) considerate
difficilmente classificabili.
In ciascuna delle fasi menzionate il processo di
rilevamento dei dati-immagine si combina con il
processo decisionale di tipo interpretativo. Difatti,
a prescindere dall'attuale mancanza di una pratica
diffusa di creazione e analisi di modelli paleografici,
per quanto sofisticata sia l'applicazione in uso,
ogni fase richiede che lo strumento e la metodologia
siano finemente 'sintonizzati' sulla scrittura in
esame. Preliminare alla digitalizzazione effettiva
sono infatti la scelta accurata di un corpus significativo
insieme all'identificazione e documentazione dei
criteri di digitalizzazione. La stessa segmentazione
dell'immagine in componenti discrete – generalmente
in celle contenenti i caratteri – richiede
raffinamento e valutazione cicliche a seconda dello
stile scrittorio in esame (la segmentazione in lettere
di una scrittura libraria posata risulta evidentemente
meno laboriosa di una scrittura corsivizzante o
legata), delle condizioni dell'immagine d'origine
e dell'algoritmo di segmentazione in uso. Allo stesso
modo, la generazione dei modelli grafici necessita
l'individuazione e l'aggiustamento dei parametri
rilevanti.
3.2 Il valore aggiunto
Il valore aggiunto dell’elaborazione computazionale
di modelli grafici della scrittura consiste, innanzitutto,
nel calcolo di alcune features, vale a dire di alcune
caratteristiche quantificabili estraibili dalla
morfologia dei componenti della scrittura (es. dalle
singole lettere). I modelli digitali, la cui creazione
deve comunque essere guidata dall’expertise
paleografica, incorporano parametri morfologici
espressi in termini quantitativi e permettono, di
conseguenza, confronti e misurazioni all'interno
del corpus d'interesse. Essi incorporano dunque
informazione numerica sulla morfologia di una certa
variante scrittoria che non sarebbe altrimenti disponibile.
La diretta conseguenza di tale disponibilità
informativa è l’ampliamento del sistema
classico di caratteristiche paleografiche basate
sull’osservazione e sull’astrazione
mentale. La descrizione di qualsiasi caratteristica
grafica che possa essere oggetto d’interesse
paleografico non ha come unico riferimento i segni
tracciati sulla pergamena e l’occhio intellettuale
del paleografo, ma può far uso di un’astrazione
visibile su schermo, di un prototipo che incorpora
numericamente e visivamente le varianti di cui è
sintesi.
Se la descrizione risulta dunque arricchita dall’estensione
delle possibilità di osservazione del fenomeno
scrittorio, essa è allo stesso tempo scoraggiata
dallo scostarsi dal riferimento grafico del modello
digitale. L’analisi paleografica che ne deriva
risulta dunque ancorata alla 'fisicità' del
prototipo digitale, forzando la terminologia stessa
verso una categorizzazione 'oggettivizzante', verso
una nomenclatura coerente basata sui modelli grafici.
Un tale approccio quantitativo di tipo formale-analitico
acquista dunque un considerevole potere descrittivo.
Oltre al valore puramente rappresentazione dei modelli
digitali, la possibilità del confronto numerico
tra prototipi in qualità di rappresentazioni
quantitative disambigua il metodo comparativo classico,
lo precisa e, allo stesso tempo, amplia la potenzialità
della comparazione stessa.
Lo studio del corpus senese condotto dall'autore
usando l'applicazione SPI ha, per esempio, mostrato
come l’ipotesi di partenza di raggruppamento
delle varianti della scrittura carolina dell'Italia
centrale si sia potuta diversificare in analisi
molteplici, tra cui l’identificazione di mani
scrittorie o l’associazione di parti di un
codice composito a categorie stilistiche distinte.
Confronti diversi orientati su ipotesi paleografiche
diverse potrebbero permettere di tracciare percorsi
narrativi distinti. La relatività della ricerca
e il rigore del metodo rimangono dunque i cardini
di un unico approccio sinteticamente umanistico
e analiticamente informatico. Perché il valore
di un tale sistema scrittorio sia ricongiunto al
contesto in cui si manifesta, è comunque
necessario superare il dettaglio morfologico per
ricostruirne il contesto, la materialità
storica. Un ciclo a spirale, insomma, che dalla
complessità del manoscritto parte per approdare
a stadi intermedi di riduzione, di analisi formale,
su cui basare un’interpretazione della complessità
di partenza.
Una risorsa digitale che non si basasse su un sistema
proprietario come SPI e che comprendesse campioni
e prototipi della scrittura latina dell’Europa
occidentale, includendo la punteggiatura o altri
sistemi di segni, amplierebbe certamente la disponibilità
attuale di strumenti per la didattica e per la ricerca
paleografica, oltre a fornire importanti indizi
sulle dinamiche di trasmissione dei testi e sulla
circolazione della cultura.
|
|
|
|
 |
|
Note
[1] Cfr. la prefazione dell’autore in L.E. Boyle,
Medieval Latin Palaeography: a bibliographical introduction,
Toronto, University of Toronto Press, 1984, p. XV.
[2] A. Bartoli Langeli, Ancora su paleografia e
storia della scrittura: a proposito di un Convegno Perugino,
«Scrittura e Civiltà», 1978, 2, p.
281.
[3] L'integrazione di risorse digitali non riguarda
soltanto la paleografia, ma l'informatica umanistica in
genere. Il tema dell'integrazione è stato per esempio
dibattuto nell'ambito degli studi anglo-sassoni durante
la presentazione di H. Short-P. Spence, Beyond the
Digital Edition, seminario internazionale DIGIMED
(Arezzo, 19-21 gennaio 2006,
http://web-linux.
unisi.it/
tdtc/digimed/
htm/
main_it.php). Cfr. Digital Philology and Medieval
Texts, a c. di F. Stella-A. Ciula, Pisa, Pacini editore,
2006 (in corso di stampa).
[4] C. Ginzburg, Miti, emblemi e spie: morfologia
e storia, Torino, Einaudi, 1986, pp. 166-167 (2 ed.).
L'associazione del paradigma indiziario con
la paleografia si trova anche in A. Petrucci, La scrittura
descritta, «Scrittura e Civiltà»,
1991, 15, p. 7 e in A. Mastruzzo, Ductus, Corsività,
Storia della Scrittura, «Scrittura e Civiltà»,
1995, 29, p. 460. Sul metodo paleografico in genere vedi
P. Supino Martini, Sul metodo paleografico: formulazione
di problemi per una discussione, «Scrittura
e Civiltà», 1995, 19.
[5] È interessante notare che la visione della
scrittura in termini di elementi compositivi misurabili
non è affatto nuova; seppur sotto forma di analisi
geometrica pura, si ritrova per esempio nei trattati cinquecenteschi
sulle tipologie scrittorie. Cfr. S. Fanti, Theorica
et Pratica de modo scribendi fabricandique omnes litterarum
species, Venezia, Giovanni Rosso, 1514. Sulla nozione
di sistema cfr. R. Barthes, Variations sur l’écriture,
trad. it. E a c. di G. Zuccarino, Variazioni sulla
Scrittura, Genova, Graphos, 1996, p. 58.
[6] Cfr. W. McCarty, Humanities Computing,
Londra, Palgrave, 2005.
[7] A tutt'oggi effettuare una scelta mirata e consapevole
che identifichi l’oggetto di investigazione paleografica
può costituire di per sé un problema, data
la mancanza di cataloghi accurati e ragionati per periodi
e zone paleografiche, a stampa ed elettronici. Non a caso,
biblioteche che hanno messo a disposizione in rete immagini
del proprio patrimonio manoscritto hanno visto aumentare
anziché diminuire il numero di visitatori.
[8] Tra le collezioni di facsimili elettronici ad alta
risoluzione ricordiamo CEEC-Codices Electronici Ecclesiae
Coloniensis (http://www.ceec.
uni-koeln.de/, risorsa che offre peraltro la digitalizzazione
delle fonti secondarie e un tentativo di misurazione per
l'analisi paleografica) e Early Manuscripts at Oxford
University (http://image.ox.
ac.uk/).
[9] Cfr. l’excursus storico e la bibliografia
relativa in A. Petrucci, La scrittura riprodotta,
«Scrittura e Civiltà», 1984, 8, pp.
263-267. Per una bibliografia sui limiti della riproduzione
quale evidenza secondaria rispetto alla descrizione verbale
cfr. G. T. Tanselle, Reproductions and Scholarship,
«Studies in Bibliography», 1989, 42, pp. 26-55
e gli accenni in A. Petrucci, La scrittura, cit.,
p. 14.
[10] A. D’Haenens, Pour une sémiologie
paléographique et une histoire de l’écriture,
«Scriptorium», 1975, 29, p. 186. Per una sperimentazione
pioneristica sulla generazione di lettere-tipo cfr. L.
Gilissen, L'expertise des écritures médiévales.
Recherche d'une méthode avec application à
un manuscrit du XIe siècle: le Lectionnaire de
Lobbes, codex Bruxelliensis 18018, Ghent, E. Story-Scientia,
1973.
[11] Le immagini digitali che comunemente si trovano
su Internet sono immagini con funzione e aspetto prevalentemente
statici: sono salvate e bloccate da qualche parte nella
rete, incastonate dentro una cornice di testo. L’uso
che gli studiosi fanno delle immagini è invece
soprattutto un uso comparativo e attivo che l’ambiente
digitale potrebbe supportare in modo più creativo.
Alcuni progetti, non necessariamente di scopo paleografico,
come DIAMM-Digital Archive of Medieval Musi (http://www.diamm.
ac.uk), non solo forniscono immagini di manoscritti
ad alta risoluzione, ma iniziano a prevedere un partecipazione
più attiva dell'utente e facilitano la manipolazione
e annotazione delle immagini di manoscritti. Cfr. inoltre
le edizioni in Electronic Facsimiles and Texts presso
http://beowulf.
engl.uky.edu/~eft e in special modo il pacchetto software
EPPT-Edition Production & Presentation Technology.
Interessanti per possibili sviluppi futuri sono le banche
dati paleografiche MANCASS C11 Database Project (http://www.arts.
manchester.ac.uk/
mancass/C11
database/) e The Cuneiform Digital Palaeography
Project (http://www.cunei
form.net).
[12] Cfr. B. Bischoff-G.I. Lieftinck-G. Battelli,
Nomenclatures des écritures livresques du IXe
au XVIe siècles, Colloques Internationaux
du C.N.R.S., Sciences Humaines, 4, Parigi, 1954. La questione
della nomenclatura in paleografia è stata affrontata
sotto differenti e spesso inconciliabili prospettive e
atteggiamenti; cfr. il dibattito menzionato in J.P. Gumbert,
A Proposal for a Cartesian Nomenclature, in
Essays presented to G.I. Lieftinck, IV: Miniatures,
Scripts, Collections, ed. ID.-M.J.M. De Haan, Amsterdam,
A.L. Van Gendt & Co, 1976, pp. 45-52.
[13] ibidem, p. 48.
[14] Per codifica si intende qui la marcatura del
testo, per esempio in formato XML (eXtensible Markup
Language). Per un'introduzione vedi E. Pierazzo,
La codifica dei testi: un'introduzione, Roma,
Carocci, 2005. In merito alle linee guida per la codifica
di testi di interesse umanistico cfr. il sito TEI (Text
Encoding Initiative) presso http://www.tei-c.
org e in specifico TEI P5: Guidelines for Electronic
Text Encoding and Interchange, ed. C.M. Sperberg-McQueen-L.
Burnard (http://www.tei-c.org/
release/doc/
tei-p5-doc/html/).
Per una proposta di codifica dei tratti scrittori della
corsiva romana antica cfr. M. Terras, Image to Interpretation:
An Intelligent System to Aid Historians in Reading the
Vindolanda Texts, Oxford, Oxford University Press,
2006 e ID.-P. Robertson, Downs and Acrosses: Textual
Markup on a Stroke Level, «Literary and Linguistic
Computing», XIX, 2004, 3, pp. 397-414.
[15] Per un'introduzione all'informatica umanistica
basata sull'immagine cfr. M.G. Kirschembaum, Editor’s
introduction: Image-based Humanities Computing, «Computers
and the Humanities», XXXVI, 2002, 1, pp. 3-6.
[16] Per un esempio di documentazione sull'elaborazione
dell'immagine ad alto livello cfr. i lavori sul palinsesto
di Archimede presso http://www.archi
medes
palimpsest.org/.
[17] Per un'introduzione al tema cfr. Handbook
of character recognition and document image analysis,
ed. H. Bunke-M.S.P. Wang, Singapore, World Scientific
Publishing Company, 1997. .
[18] L. Holtz, Scrittura di copista, scrittura
personale, in Modi di Scrivere. Tecnologie e
pratiche della scrittura dal manoscritto al CD-ROM.
«Atti del Convegno di studio della Fondazione Ezio
Franceschini e della Fondazione IBM Italia (Certosa del
Galluzzo, Firenze, ottobre 1996)», a c. di C. Leonardi-M.
Morelli-F. Santi, Firenze-Spoleto, Fondazione Ezio Franceschini-Centro
italiano di studi sull'alto medioevo, 1997, p. 22 e pp.
25-26.
[19] Per una verifica rigorosa del rapporto modulare
e della validità statistica di tale misurazione
cfr. E. Ornato, Statistique et Paléographie:
peut-on utiliser le rapport modulaire dans l’expertise
des écritures médiévales?, «Scriptorium»,
1975, 29, pp. 198-234. Per un’analisi storica del
termine “angolo di scrittura” e della dubbia
funzionalità analitica cfr. M. Palma, Per una
verifica del principio dell’angolo di scrittura,
«Scrittura e Civiltà», 1978, 2, pp.
263-273.
[20] Cfr. A. Ciula, Modelli digitali di scrittura
carolina, «Gazette du livre médiéval»,
2004, 45 (automne), pp. 27-38 e ID., Digital palaeography:
using the digital representation of medieval script to
support palaeographic analysis, «Digital Medievalist»,
1, 2005 (http://www.digital
medievalist.org/
article.cfm?RecID=2).
L’applicazione di SPI-Software for Palaeographic
Inspections sul corpus di manoscritti senesi è
consistita in breve nella produzione di descrizioni dettagliate
relative alle caratteristiche morfologiche di singole
lettere segmentate. I modelli digitali ottenuti mediante
la sperimentazione hanno reso possibile la classificazione
delle scritture caroline in esame in gruppi di varianti
grafiche. L’identificazione di sottili dissomiglianze
e affinità ha permesso di costruire una trama di
evoluzione paleografica che comprendesse analisi contestuali
di altra natura, quali studi codicologici e esame della
decorazione.
|
|