Letterature biblioteche
ipertesti.
A cura di Federico Pellizzi
Introduzione di Ezio Raimondi, Roma, Carocci,
2005
Recensione di Mirko Tavosanis
Una presentazione del volume Letterature
biblioteche ipertesti, pubblicato nel 2005,
deve partire dal fatto che il libro raccoglie
in effetti interventi provenienti da convegni
tenuti tra il 1996 e il 1998. Un simile scarto
tra stesura e pubblicazione non è eccezionale
nell’area umanistica. Tuttavia, nell’evoluzione
delle reti informatiche, e di Internet in particolare,
questi otto-dieci anni hanno completamente cambiato
il panorama. Da un periodo ancora quasi pionieristico
si è passati a un mondo in cui Internet
è una realtà consolidata e uno
strumento di lavoro quotidiano per un’ampia
percentuale della popolazione dei paesi più
ricchi, umanisti inclusi.
Inutile cercare di riassumere qui le tappe
principali di questo percorso. È invece
opportuno notare che nonostante lo sfasamento
temporale, anzi, proprio grazie a esso, la pubblicazione
oggi di questa raccolta di interventi offre
un importante spunto di riflessione. Non tanto
perché alcuni aggiornamenti ai testi
permettono di seguire anche sviluppi più
recenti, quanto perché ritrovarsi di
fronte queste osservazioni è un buon
modo per controllare quanto le speculazioni
sul futuro prossimo possano cogliere nel segno
(o meno). Esperimento ancora più interessante
in quanto molti degli interventi presentati
sono non solo acuti ma anche, per l’epoca
della loro stesura, aggiornati sulla bibliografia
corrente. Non potevano però tener conto
di due eventi a loro contemporanei e che negli
anni successivi hanno rivoluzionato il panorama,
se non delle “letterature”, certamente
sia delle “biblioteche” che degli
“ipertesti”: proprio al 1996 risale
la formazione del gruppo incaricato di produrre
il linguaggio Xml, mentre il 1998 è stato
l’anno della fondazione di Google, Inc.
Prendiamo quindi in esame la sezione
del volume che sembra in astratto la più
esposta all’invecchiamento: la quarta
e ultima, dedicata a “Biblioteche digitali
e testi elettronici”. Se nel caso italiano
si sconta ancora oggi un sensibile ritardo nelle
infrastrutture bibliotecarie, nei contesti più
avanzati i problemi del passaggio “dal
possesso all’accesso” (titolo dell’intervento
di Antonio Scolari) sono passati da tempo dalla
teoria alla pratica – così com’è
documentata per esempio dal Bollettino AIB
– attraverso percorsi che non erano stati
previsti. L’ipotesi un tempo seducente
di condurre “un’attività
di biblioteca” nei confronti dei documenti
elettronici (p. 216) è adesso alla periferia
del dibattito (anche se in Italia si sono avuti
gli importanti contributi, tra gli altri, di
Giuseppe Vitiello, a cominciare da Alessandrie
d’Europa, 2002); e la consultazione
di biblioteche digitali di testi letterari o
assimilabili, per quanto importante in un determinato
settore, è solo un’attività
di nicchia tra gli innumerevoli usi della Rete.
Perfino i problemi del reperimento di informazioni
sono stati gestiti in modo all’epoca poco
prevedibile: le osservazioni acute di Gabriele
Gatti (Un mondo in forma di biblioteca)
nascono per esempio in un contesto in cui la
soluzione del problema del sovraccarico informativo
sembrava gestibile solo attraverso i metadati,
rimasti invece un percorso di minoranza. Viceversa,
quella che l’autore presentava solo come
prospettiva interessante ma remota (“non
trovo utile assumere una posizione ‘umanistica’
a tutti i costi e proclamare che in nessun modo
potranno essere le macchine a sbrogliare la
matassa che le macchine stesse hanno ingarbugliato”,
p. 201) è oggi, tramite Google, la prassi
quotidiana di decine di milioni di utenti.
Solo nell’intervento finale
di Fabio Ciotti (Tecnologia e trasmissione
del sapere: verso la biblioteca digitale,
in parte rielaborato negli anni successivi)
si ha quindi l’accenno alla più
importante novità degli ultimi anni nel
settore dei testi elettronici: il consolidamento
della codifica dei testi. Che si è trasformata
da pratica accessoria e “meccanica”
in una disciplina a tutto tondo, caratterizzata
da un rapporto proficuo con la realtà
industriale e al tempo stesso con un forte spessore
teorico (a segnare questa evoluzione, nel 2005
in Italia sono comparsi un adattamento del manuale
TEI Lite, a cura dello stesso Ciotti, e soprattutto
il manuale originale La codifica dei testi di
Elena Pierazzo). Al punto che forse si può
affermare che nell’informatica umanistica
è questo il settore più interessante
e meritevole di una formalizzazione accademica.
Il resto del volume, che propone
contributi di tipo più teorico, potrebbe
sembrare meno agganciato all’attualità.
Tuttavia anche qui si può misurare bene
il passaggio del tempo, che ha portato non tanto
a una soluzione dei problemi descritti quanto
a un drastico spostamento degli interessi (con
una mossa che verrebbe da definire un superamento,
nel senso freudiano proposto da Francesco Orlando).
È soprattutto sorprendente notare quanto
fosse centrale ancora negli anni 1996-1998 la
prospettiva dello scrittore, invece
che – come è stato più di
recente – quella del lettore
(peraltro ancora poco gestita dal punto di vista
teorico).
Prendiamo in esame in dettaglio,
come esempio di questo stato di cose, le osservazioni
compiute da Jacques Anis nel suo L’ipertesto
come ipermetafora. L’intervento inizia
raccontando la storia dell’ipertesto e
le prime riflessioni teoriche; sia le fonti
primarie che il montaggio compiuto dall’autore
rivelano però un notevole sbilanciamento
sul lato attivo dell’ipertesto.
Il ricercatore descritto da Vannevar Bush, per
esempio, “runs through an encyclopedia”,
“goes, building a trail”, “inserts
a comment of his own, either linking it into
the main trail or joining it by a side trail
to a particular item”, “branches
off” e perfino “inserts a page of
longhand analysis of his own”: i verbi
usati per descrivere quest’attività,
riesaminati oggi, sembrano singolarmente attivi
e costruttivi; molto più di quanto non
si ricavi dalla terminologia oggi corrente di
“navigazione” o “ricerca”.
Lo stesso avviene nella seconda sezione (con
citazioni dalle opere di Jay Bolter: “With
the aid of computer, the writer constructs the
text as a dynamic network of verbal and visual
symbols”) e nella terza, dedicata all’ipertesto
presentato, secondo la teoria di Nelson, come
“the most general form of writing”.
Nella quarta sezione, l’immagine della
biblioteca elettronica viene evocata, ancora
attraverso le parole di Bolter, come “a
community of writers in an instant and effortless
communication”; nella quinta vengono presentate
le valenze utopiche di questo paradiso per autori
e lettori; e infine, nella sesta se ne tracciano
le implicazioni filosofiche.
Viceversa, nella pratica, ora
che la Rete ha raggiunto una maturità
e una presenza stabile, il ruolo degli autori
ne è uscito ridimensionato – come
era forse prevedibile che avvenisse. La pubblicazione
di informazioni leggibili, al di là
dell’ondata dei blog, continua a rimanere
appannaggio di un gruppo percentualmente ristretto
di professionisti e semiprofessionisti. E perfino
l’idea di Bolter che “each act of
writing and reading will leave a trace for future
writing and reading” si è rivelata
non solo pienamente applicabile nei motori di
ricerca, ma anche carica , più che di
stimoli creativi, di terrificanti implicazioni
per la privacy (si veda su questo, per esempio,
il recente libro divulgativo di John Battelle
The Search, 2005). Chi vuole, in fin
dei conti, che ogni proprio atto di scrittura
e lettura rimanga per l’eternità
a disposizione di concorrenti, venditori, giudici
e tribunali?
La stessa prospettiva si ritrova
in altri due interventi che prendono in esame
altrettanti tipi di scrittura. Il saggio di
Massimo Riva, Per una comunità della
formazione letteraria: il world wide web e la
nuova italianistica, è di particolare
interesse perché aggiunge a numerose
osservazioni penetranti anche molte proposte
per il futuro. Alla domanda “su che cosa
deve fare un critico” la risposta “in
fondo semplice” veniva riassunta così:
“bisogna scrivere in ipertesto, sperimentare
in pieno il nuovo ambiente elettronico privo
di gravità, avventurarsi sul web per
dimostrare o sfatare l’accuratezza e la
tenuta di certi presupposti teorici (o templates
metafisici) cui, per formazione o per cultura,
siamo (nostalgicamente o pervicacemente) attaccati”
(p. 53). Operazione che negli anni successivi
è diventata tanto comune da svuotare
di senso la posizione teorica.
Il fatto che in periodo pionieristico
il punto di partenza anche per la produzione
non accademica fosse la scrittura, e non la
lettura, è invece condensato nel titolo
di un intervento di Lorenzo Miglioli: Ancora
alla ricerca del nuovo lettore modello.
Ricerca che peraltro non ha avuto molto successo:
col senno di poi, la “narrativa interattiva
non lineare” (dal titolo del contributo
di Maurizio Oliva e Jeffrey Johnson) non si
è mai affermata come tale – mentre
il mondo del videogioco è diventato una
delle principali industrie dell’intrattenimento.
In positivo, invece, ciò che stacca
il periodo contemporaneo dall’epoca di
stesura di questi testi è stato l’avvento
della ricerca su Internet in senso moderno,
con la nascita e la fortuna di Google. La disponibilità
di un sistema capace di fornire risultati interessanti
per l’utente, grazie a un algoritmo efficace
e a un complesso lavoro redazionale, ha trasformato
il panorama della rete in un modo che era stato
al massimo immaginato a grandi linee, ma mai
previsto nei dettagli.
In sostanza, quindi, nella moderna
Internet – a differenza di quanto avveniva
nel modello di Bush – l’ipertesto
non è più qualcosa che i lettori
possono consultare solo secondo binari predisposti
e curati. Che debbano esistere professionisti
impegnati nella realizzazione di percorsi era
(ed è tuttora) l’idea di cataloghi
degli anni Novanta, come per esempio Yahoo,
ma i numerosi successi ottenuti in questo settore
sono stati eclissati dal trionfo di Google,
che oggi rappresenta senz’altro il paradigma
dominante. Secondo studi di mercato di Jakob
Nielsen, l’88% degli utenti, davanti a
un compito da eseguire in rete, parte oggi da
un motore di ricerca – di solito, appunto,
Google. E, più in generale, “a
major change over the years has been a declining
emphasis on using search to identify good sites
as such. Rather than hunt for sites to explore
and use in depth, users now hunt for specific
answers. The Web as a whole has thus become
one agglomerated resource for people who use
search engines to dredge up specific pages related
to specific needs, without caring which sites
supply the pages” (J. Nielsen, Alertbox,
16 agosto 2004). L’importanza della creazione
di “ipertesti” nel senso classico
proposto da Landow ha subito quindi un drastico
ridimensionamento.
Che l’attenzione dei ricercatori
si stia spostando in questo senso naturalmente
non cancella la validità di interventi
approfonditi sull’ipertesto, come Per
una critica del link di Federico Pellizzi.
In questo caso, anzi, si ha modo di valutare
quanto è stato purtroppo lasciato indietro
dall’evoluzione delle mode, mentre avrebbe
potuto costituire un importante punto di partenza
per altri filoni di ricerca. Il concetto di
base di Pellizzi è che i “collegamenti”
(link) interessanti non si esauriscano
nel semplice “collegamento ipertestuale
tra un documento e un altro, o tra porzioni
di documenti”. Anzi, i collegamenti possono
essere indicati come i rapporti “di elementi
testuali con possibili processi” (pp.
90-91). I quali processi possono essere descritti
come una serie di “pragmemi”: avvio,
collegamento, determinazione spaziale e temporale,
scelta di opzioni, interrogazione, bricolage
e uscita. È forse l’idea più
stimolante tra quelle contenute nel volume,
e, oltre a rappresentare un valido punto di
partenza per ulteriori sviluppi dell’analisi,
consente il passaggio agevole dallo studio del
paradigma della navigazione a quello della ricerca.