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<docedition>Note di commento</docedition>

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<div type="notenum">
<p><num type="note">1</num>. La dissimulazione del sapere è un tratto tipico della cultura umanistica (si ricordi primo fra tutti <title>L'Elogio della follia</title> erasmiano), raccolto peraltro da <title>Il libro del cortegiano</title> di <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Baldassar Castiglione</name>, proprio all'interno del fondamentale paragrafo sulla «sprezzatura», nella menzione di quegli <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«antichi oratori eccellentissimi i quali (...) sforzavansi di far credere ad ognuno sé non aver notizia alcuna di lettere»</q> (I, XXVI, ed. a cura di <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">C.Cordié</name>, Ricciardi, Milano-Napoli 1960, p. 47).</p>
<p><num type="note">2</num>. <name type="persona.real" key="Galeazzo Florimonte">Galateo</name> è il nome latinizzato di <name type="persona.real" key="Galeazzo Florimonte">Galeazzo Florimonte</name>, <name type="titolo.real" key="Galeazzo Florimonte">vescovo</name> d'<name type="luogo.real">Aquino</name> e di <name type="luogo.real">Sessa Aurunca</name>, morto nel <date value="1567">1567</date>. Amico del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> negli anni del suo soggiorno romano (<date value="1529-1544">1529-44</date>) assieme ad <name type="persona.real" key="Alvise Priuli">Alvise Priuli</name>, <name type="persona.real" key="Marcantonio Flaminio">Marcantonio Flaminio</name>, <name type="persona.real" key="Pietro Carnesecchi">Pietro Carnesecchi</name> e <name type="persona.real" key="Carlo Gualteruzzi">Carlo Gualteruzzi</name>, si distinse come divulgatore del pensiero agostiniano (tradusse infatti <title>Vari sermoni di S. Agostino e d'altri catolici ed antichi padri utili alla salute dell'anime</title>, Gabriel Giolito, Venezia 1556) e aristotelico (nei suoi <title>Ragionamenti sopra l'Etica di Aristotile</title>, Domenico Nicolini, Venezia 1567); pure importante per latradizione del <title>Galateo</title> è il <title>Libro delle inezie</title>, progettato dal <name type="persona.real" key="Galeazzo Florimonte">Florimonte</name>, però mai dato alle stampe.</p> 
<p><num type="note">3</num>. Il titolo dell'opera segue l'opzione ciceroniana dell'antroponimo, largamente preferita lungo tutto il <date value="1500">Cinquecento</date> (si pensi ai <title>Dialoghi</title> del <name type="persona.real" key="Torquato Tasso">Tasso</name>).</p>
<p><num type="note">4</num>. Richiama l'incipit del sonetto più noto del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, il LXIV: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Della Casa">«Questa vita mortal, che in una o 'n due»</q>, commentato pure dal <name type="persona.real" key="Torquato Tasso">Tasso</name>). Per la metafora della vita come viaggio, del resto assai comune, perché riattualizzata dal <name type="persona.real" key="Francesco Petrarca">Petrarca</name> (sia <mentioned>menare</mentioned> che <mentioned>faticosa</mentioned> che <mentioned>mortale</mentioned> sono termini petrarcheschi associati al viaggio dell'esistenza), cfr. in particolare del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> i <bibl>sonetti XLVII, vv. 98-102 e 70</bibl> (extravagante), v. 8, ma anche l'esordio degli <title>Asolani</title> del <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name>, col suo riferimento al <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«peregrinaggio di questa nostra vita mortale»</q> e a coloro che <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«dimostrano come si possa in qualche parte di questo periglioso corso e di questa strada, a smarrire così agevole, non errare»</q> (<bibl>ed. a cura di <name type="persona.real" key="Carlo Dionisotti">C.Dionisotti</name>, Utet, Torino 1978, pp. 313-14</bibl>).</p>
<p><num type="note">5</num>. La redazione primitiva del ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> leggeva «vostra», riferendosi ad <name type="persona.real" key="Annibale Rucellai">Annibale</name> e <name type="persona.real" key="Pandolfo Rucellai">Pandolfo Rucellai</name>, peraltro destinatari anche del <title>Frammento sulle tre lingue</title>.</p>
<p><num type="note">6</num>. Anche nel <title><foreign lang="la">De officiis inter potentiores et tenuiores amicos</foreign></title> il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva in esordio ricusato un approccio filosofico «alto»; vedi la trad. italiana cinquecentesca: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">: «(...) non vorrei che da me si aspettasse che io di queste cose sottilmente disputassi»</q> (<bibl>ed. a cura di <name type="persona.real" key="Arnaldo Di Benedetto">A.Di Benedetto</name>, Utet, Torino 1991, III, pp. 154-55</bibl>).</p>
<p><num type="note">7</num>. Il <name type="persona.real" key="Federico Fregoso">Fregoso</name> ne <title>Il libro del cortegiano</title> cit. (II, XXVII, p. 125) aveva sottolineato l'importanza del comportamento quotidiano (<q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Fregoso">«'l passeggiare, ridere, guardare, e tai cose»</q>) come specchio della vita interiore, affermando che <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Fregoso">«pur tutto questo di fuori dà notizia spesso di quel di dentro»</q>.</p>
<p><num type="note">8</num>. Lo spunto è ciceroniano: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa"><foreign lang="la">«Quae autem parva videntur esse delicta neque a multis intellegi possunt, ab iis est diligentius declinandum»</foreign></q> ("Occorre guardarsi proprio dai difetti che sembrano più trascurabili e inavvertiti dai più") (<bibl><title><foreign lang="la">De Officis</foreign></title>, I, XL, 145</bibl>).</p>
<p><num type="note">9</num>. Il paradosso è di derivazione agostiniana: nel <title><foreign lang="la">De decem chordis</foreign></title>, discutendo la natura del peccato veniale, <name type="titolo.real" key="S.Agostino">Agostino</name> afferma che esso <q type="cit" who="S.Prandi" value="S.Agostino"><foreign lang="la">«non est bestia quasi leo, ut uno morsu guttur frangat: sed et plerumque bestiae minutae multae necant»</foreign></q> ("non è una belva come un leone, che ti finisce con un sol morso: ma spesso degli animaletti, se sono molto numerosi, sogliono uccidere"); cfr. <bibl><title>Sermones</title>, IX, 17, in <title>Pl 38</title>, col. 88</bibl>.</p>
<p><num type="note">10</num>. Essendo l'uomo, come insegnava <name type="persona.real" key="Aristotele">Aristotele</name> (specialmente in <bibl><title>Politica</title>, 1253 a 3 ed <title>Etica Nicomachea</title>, 1108 a 3</bibl>) un «aninmale socievole»: questo concetto costituirà il punto di partenza di tutta la trattatistica sul vivere civile inaugurata dal <title>Galateo</title>.</p>
<p><num type="note">11</num>. Precetto che, enunciato pure nella <title><foreign lang="la">Vita Gasparis Contareni</foreign></title>, arriva al <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> ancora attraverso <name type="persona.real" key="Aristotelele">Aristotele</name>.</p>
<p><num type="note">12</num>. La «via di mezzo» tra il comportamento del «giucolare» e quello dello «zotico», ovvero tra chi asseconda eccessivamente la volontà altrui e chi non se ne cura per nulla, è costituita dal noto concetto aristotelico di <mentioned>affabilità (<foreign lang="la">filìa</foreign>)</mentioned>: cfr. <bibl>Aristotele, <title>Etica Nocomachea</title>, 1126 b 10 - 1127 a 12</bibl>.</p>
<p><num type="note">13</num>. La tripartizione è ben lungi dall'essere casuale: senso, fantasia (o immaginativa) e intelletto costituiscono per la scienza del <date value="1500">Cinquecento</date> le tre dimensioni fondamentali delle modalità conoscitive dell'uomo.</p>
<p><num type="note">14</num>. Cfr. <bibl>P.Aretino, <title>Dialogo (...) nel quale la Nanna insegna a la Pippa</title> (cito dall'ed. a cura di <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">C.Cordié</name>, Ricciardi, Milano-Napoli 1976, p. 213)</bibl>.</p>
<p><num type="note">15</num>. Il passo, con ciò che segue, appare una variazione da <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civitate morum puerilium</foreign></title>, in <title><foreign lang="la">Omnia opera</foreign></title>, per <foreign lang="la">Hieronimun Frobenium et Nicolaum Episcopium, Basileae</foreign> 1540, I, 864</bibl>, dove si consiglia di coprire con un piede la «cosa stomachevole» veduta per via. Nel <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit., il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> consiglia di non nominare nemmeno <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«le cose lorde e puzzolenti»</q> (<bibl>VII, p. 169</bibl>).</p>
<p><num type="note">16</num>. <bibl>Erasmo Da Rotterdam, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 863</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="E. Da Rotterdam"><foreign lang="la">«Si aliis praesentibus incidat sternutatio, civile est corpus avertere»</foreign></q> ("Se ti capita di starnutire in presenza di altri, è educato girarsi dall'altra parte"); cfr. anche <bibl>Giovanni Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title>, a cura di <name type="persona.real" key="Marcello Martini">M.Martini</name> e <name type="persona.real" key="Mario Aurigemma">M.Aurigemma</name>, Centro Studi Sorani «V.Patriarca», Sora 1980, (l'<title><foreign lang="la">editio princeps</foreign></title> è del <date value="1473-1474">1473-74</date>), p. 44, vv. 13-14</bibl> e <bibl>Bonvesin da la Riva, <title><foreign lang="la">De quinquaginta curialitatibus ad mensam</foreign></title>, in <title>Opere volgari</title><pb n="90"/>, a cura di <name type="persona.real" key="Gianfranco Contini">G.Contini</name>, Società Filologica Romana, Roma 1941, p. 317, vv. 69-72</bibl>.</p>
<p><num type="note">17</num>. Vedi anche VI e XXIII. Cfr. <bibl>Erasmo Da Rotterdam, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 863-64</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="E. Da Rotterdam"><foreign lang="la">«Si fors urgeat oscitatio, nec datur averti aut cedere, strophio volave tegatur os»</foreign></q> ("Se mai ti venga da sbadigliare e non sia possibile voltarsi o andarsene, copriti la bocca con un fazzoletto o con la mano"); <bibl>Maffeo Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title>, in <title><foreign lang="la">Maxima bibliotheca veterum patrum et antiquiorum scriptorum ecclesiasticorum</foreign></title> (...) col. 678 F.</bibl> Simile riprovazione dello sbadiglio il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva esternato nel <bibl><title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit., VIII, p. 169</bibl>.</p>
<p><num type="note">18</num>. La strategia di mascheramento del sapere arriva qui a un grado di finezza quasi perversa: il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> spaccia infatti per empiria spicciola un coltissimo riferimento ai <title><foreign lang="la">Problemata</foreign></title> pseudo-aristotelici: cfr. nella <bibl>sezione <title><foreign lang="la">De ore: Quare homo videns alium oscitare etiam oscitat</foreign> (Come mai chi veda altrui sbadigliare ugualmente sbadigli)</title></bibl>; che il riferimento non sia casuale lo attesta la precedente questione, relativa alle cause dello sbadiglio: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa"><foreign lang="la">«hoc fit aliquando a tedio, ut cum homo seder cum ignotis, quibus libenter careret»</foreign></q> ("esso insorge per la noia, come quando si rimane con persone che non si conoscono, delle quali si farebbe volentieri a meno"); cito dall'<bibl>ed. di Venezia, <foreign lang="la">apud Iohannem Variscum</foreign>, 1569, c. 20 <hi rend="italic">v</hi></bibl>.</p>
<p><num type="note">19</num>. Lat. <foreign lang="la">oscitans</foreign> (<foreign lang="la">oscito</foreign>: stare a bocca aperta); forse il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva in mente un passo dell'<title>Andria</title> di <name type="persona.real" key="Terenzio">Terenzio</name> (v. 181) in cui il vero assume proprio questo significato: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Terenzio"><foreign lang="la">«Id voluit: nos sic necopinantes duci falso gaudio, sperantes, iam amoto metu interoscitantes opprimi»</foreign></q> ("Eh sì! Volle che noi, senza sospetto, ci cullassimo in una falsa gioia fiduciosa, per poi piombarci addosso quando stessimo, ormai senza timore, come minchioni" - trad. <name type="persona.real" key="Guido Vitali">G.Vitali</name>). L'amore del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> per <name type="persona.real" key="Terenzio">Terenzio</name>, di cui possedeva due edizioni, e presente anche al par. XIX con una citazione dagli <title><foreign lang="la">Adolphoe</foreign></title> (oltre che nell'<title><foreign lang="la">An uxor sit ducenda</foreign></title>), è testimoniato dal suo epistolario: cfr. ad esempio la lettera ad <name type="persona.real" key="Annibale Rucellai">Annibale Rucellai</name> del <date value="30-03-1549">30 marzo 1549</date> da <name type="luogo.real">Venezia</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«Abbi Terenzio e Virgilio in mano, e leggi l'uno e l'altro per ricreazione»</q> (<bibl><title>Opere</title> cit., V, 153</bibl>).</p>
<p><num type="note">20</num>. L'ed. <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name>, corretta da <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name> ha erroneamente: «iudicio».</p>
<p><num type="note">21</num>. Sull'uso del fazzoletto per soffiarsi il naso cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 863</bibl>, che consigliava ancora di compiere l'operazione <q type="cit" who="S.Prandi" value="E.Da Rotterdam"><foreign lang="la">«paulisper averso corpore»</foreign></q> ("girandosi un poco"); cfr. <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title> cit., p. 44, v. 16</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Sulpizio"><foreign lang="la">«Panniculo nasum mungere namque decet»</foreign></q> ("bisogna appunto col fazzoletto pulirsi il naso").</p>
<p><num type="note">22</num>. La <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name> preferisce la lezione manoscritta «disamori» che vede corroborata da una supposta omologia tra la coppia «amasse» / «disamorar» del <title>Corbaccio</title> (cito dall'<bibl>ed. a cura di <name type="persona.real" key="Mario Marti">M.Marti</name>, nel quarto volume delle <title>Opere minori in volgare</title>, Rizzoli, Milano 1972, p. 275</bibl>), in prossimità del passo sull'«isputare farfalloni» che il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> riproduce poco più oltre; l'argomentazione, anche se plausibile, non mi sembra però sufficiente a modificare il testo della stampa.</p>
<p><num type="note">23</num>. L'apparizione di <bibl><title>Corbaccio</title> cit., p. 275</bibl>; anticamente l'opera era appunto chiamata <title>Laberinto d'amore</title>.</p>
<p><num type="note">24</num>. Secondo un sapiente principio di <title><foreign lang="la">variatio</foreign></title>, il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> alterna sezioni trattatistiche a inserti narrativo-novellistici, dei quali il primo è appunto questo grande affresco che vede come protagonisti il <name type="persona.real" key="Galeazzo Florimonte">Florimonte</name> e il <name type="persona.real" key="Giovanni Matteo Giberti">Giberti</name>, celebrazione nostalgica ed <hi rend="italic"><foreign lang="la">exemplum</foreign></hi> irripetibile di virtù cortesi.</p>
<p><num type="note">25</num>. Di origine palermitana (<date value="1495-1543">1495-1543</date>), si trasferì a <name type="luogo.real">Roma</name> nel <date value="1495-1543">1507</date>; fu eletto <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> di <name type="luogo.real">Verona</name> nel 1524, poi divenne datario di <name type="titolo.real" key="Clemente VII">Clemente VII</name>. Favorevole alle posizioni evangeliche, in un momento storico in cui il dialogo con personalità vicine alla Riforma era ancora possibile, conobbe <name type="persona.real" key="Bernardino Ochino">Bernardino Ochino</name>, <name type="persona.real" key="Reginald Pole">Reginald Pole</name>, <name type="persona.real" key="Girolamo Vida">Girolamo Vida</name>, <name type="persona.real" key="Romolo Amaseo">Romolo Amaseo</name>,<name type="persona.real" key="Iacopo Sadoleto">Iacopo Sadoleto</name>, <name type="persona.real" key="Girolamo Fracastoro">Girolamo Fracastoro</name> (proprio per iniziativa del <name type="persona.real" key="Giovanni Matteo Giberti">Giberti</name> furono pubblicati gli <title><foreign lang="la">Homocentrica</foreign></title> presso la stamperia dei Nicolini da Sabbio, a cui egli ricorse più volte per la pubblicazione dei testi «irenici», umanistici e patristici - <name type="persona.real" key="Basilio">Basilio</name>, <name type="persona.real" key="Eusebio">Eusebio</name>, ecc. -); relativamente all'entourage del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, <name type="persona.real" key="Giberti">Giberti</name> intrattenne rapporti con <name type="persona.real" key="Galeazzo Florimonte">Galeazzo Florimonte</name>, <name type="persona.real" key="Carlo Galteruzzi">Carlo Gualteruzzi</name>, <name type="persona.real" key="Gaspare Contarini">Gaspare Contarini</name>, <name type="persona.real" key="Marcantonio Flaminio">Marcantonio Flaminio</name>; protesse inoltre letterati come <name type="persona.real" key="Francesco Berni">Francesco Berni</name> e <name type="persona.real" key="Matteo Bandello">Matteo Bandello</name>.</p>
<p><num type="note">26</num>. Sulla necessità di sedere composti, cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 865</bibl>.</p>
<p><num type="note">27</num>. Vedi anche XXIX. Sottolineano l'importanza di evitare l'eccessiva fretta nel mangiare: <bibl>Erasmo, <title>ibid.</title>, I, 867</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="E.Da Rotterdam"><foreign lang="la">«Quidam, ubi vix bene consederint, mox manus in epalus coniciunt: id luporum est»</foreign></q> ("Alcuni non appena si sono adagiati a mensa, allungano le mani verso le portate: così fanno i lupi"); cfr. inoltre <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title>, p. 48, vv. 57-58</bibl>. Il precetto, com'è ovvio, era tra i più diffusi; lo troviamo anche nel <title><foreign lang="la">De quinquaginta curialitatibus ad mensam</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Bonvesin da la Riva">Bonvesin da la Riva</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Bonvesin da la Riva">«Non trop impir la boca ni trop mangiar im pressa; / Lo gord ke mangia im pressa, ke mangia a boca plena, / Quand el fiss appellao, el hav respond a pena»</q>; e nei <title>Documenti d'amore</title> di <name type="persona.real" key="Francesco da Barberino">Francesco da Barberino</name> (<bibl>ed. a cura di <name type="persona.real" key="Francesco Egidi">F.Egidi</name>, Presso la Società, Roma 1927, 4 voll.</bibl>), <bibl><title>Docilità</title>, VIII, I, 137</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Francesco da Barberino">«Mal fa la man, che corre / A prender di comun magior partita»</q>. Tratti stilistici comuni il passo in questione rivela con il <bibl><title>Dialogo (...) nel quale la Nanna insegna a la Pippa</title> cit. (<date value="1536">1536</date>) dell'Aretino (p. 212)</bibl>. <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Aretino">«E, venendo la insalata, non te le aventare come le vacche al fieno: ma fa' i boccono piccini piccini, e senza ungerti appena le dita pòntigli in bocca; la quale non chinarai, pigliando le vivande, fino in sul piatto, come talor veggo fare ad alcuna poltrona: ma statti in maestà, stendendo la mano galantemente (...)»</q>.</p>
<p><num type="note">28</num>. Cfr. <bibl>Ovidio, <title><foreign lang="la">Ars amandi</foreign></title>, III, 755-56</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Ovidio"><foreign lang="la">«carpe cibos digits (est quiddam gestus edendi) / Ora nec immunda tota perunge manus»</foreign></q> ("prendi il cibo con le dita - il modo di mangiare è importante - / e non ungerti il viso con le mani"). Com'è noto, la forchetta fu introdotta in <name type="luogo.real">Italia</name> soltanto nel <date value="1600">XVII secolo</date>.</p>
<p><num type="note">29</num>. Cfr. <bibl>E. S. Piccolomini, <title><foreign lang="la">De curialium miseriis</foreign></title>, ed. a cura di <name type="persona.real" key="G.Paparelli">G.Paparelli</name>, Carabba, Lanciano 1943, pp. 48-49</bibl>.</p>
<p><num type="note">30</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit. I, 867</bibl>; <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title>, cit., p. 50, vv. 79-80</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Sulpizio"><foreign lang="la">«Guasape non macules<pb n="92"/> aut pectora, nec tibi mentum / Stillet, sitque tibi ne manus uncta cave»</foreign></q> ("Le tovaglie e le stuoie non devi imbrattare, il mento / Non sgoccioli, ed evita d'avere unte le mani").</p> 
<p><num type="note">31</num>. <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title>, cit., p. 44, v. 77</bibl>; <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit. I, 866</bibl>; <bibl>Bonvesin da la Riva, <title><foreign lang="la">De quinquaginta curialitatibus ad mensam</foreign></title> cit., p. 320, v. 129</bibl>.</p>
<p><num type="note">32</num>. Richiama la triade aristotelica virtù, onore e piacere (<bibl><title>Etica Nicomachea</title>, 1095 b 13 - 1096 a 11</bibl>).</p>
<p><num type="note">33</num>. Nell'ed. <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name> è introdotto erroneamente «si dà a tagliarsi».</p>
<p><num type="note">34</num>. Vedi anche III e XXX - cfr. <bibl>Teofrasto, <title>Caratteri</title>, IV, 4</bibl>. Ritroviamo il precetto, comune alla trattatistica classica (vedi ad esempio <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, I, XXXV, 126</bibl>) e medievale (<bibl>Francesco da Barberino, <title>Documenti d'amore, Docilità</title>, cit., VIII, I, 137</bibl>, che riprende chi a tavola <q type="cit" who="S.Prandi" value="Francesco da Barberino">«(...) ben non vita / Giacer, o gamba tenere»</q>) anche in <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 865 e 870</bibl>; <bibl>Iacopo Sadoleto, <title><foreign lang="la">De liberis recte instituendis</foreign></title>, per <foreign lang="la">Io. Antonium et fratres de Sabio, Venetiis</foreign> 1533. c. 18<hi rend="italic">r</hi> sgg.</bibl>.</p> 
<p><num type="note">35</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 866</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Erasmo da Rotterdam"><foreign lang="la">«Corpus (...) aequo libramine sit erectum»</foreign></q> ("il corpo si mantenga eretto con giusto equilibrio").</p> 
<p><num type="note">36</num>. È da ricordare che <name type="luogo.real">Padova</name> era sotto la dominazione veneziana dal <date value="1405">1405</date>.</p>
<p><num type="note">37</num>. Vedi anche XXVIII; mentre <bibl>Cicerone nel <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> (I, XXXVI, 130)</bibl> riteneva che nel vestire <q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«mediocritas optima est»</foreign></q> ("la via di mezzo è quella migliore"), il <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> consigliava di attenersi alla <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«consuetudine dei più»</q> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XXVI, p. 122</bibl>): nel <bibl><title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit.,</bibl> il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva raccomandato un modo di vestire <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«pulito, netto e convenevole»</q> (<bibl>VIII, p. 169</bibl>).</p>
<p><num type="note">38</num>. Il berretto (lat. <foreign lang="la">birretum</foreign>) inizialmente era una prerogativa di giudici e notai, poi rientrò, con l'anello, nel corredo degli addottorati (tanto è vero che <name type="persona.real" key="Giosuè Carducci">Carducci</name> e <name type="persona.real" key="Ugo Brilli">Brilli</name> nel loro commento al <title>Galateo</title> riferiscono del termine «berrettoni» usato dal <name type="persona.real" key="Francesco Lasca">Lasca</name> per canzonare gli accademici e i pedanti); qui comunque il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> si riferisce ai copricapi delle truppe mercenarie tedesche che a partire dall'età di <name type="persona.real" key="Carlo V">Carlo V</name> invasero l'<name type="luogo.real">Italia</name>.</p>
<p><num type="note">39</num>. Cfr. <bibl>Plauto, <title>Mostellaria</title>, 385</bibl>.</p>
<p><num type="note">40</num>. La redazione manoscritta aveva più esplicitamente «non hanno udito la messa»; la correzione testimonia, come giustamente nota la <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name> a proposito del passaggio generale tra la redazione manoscritta e quella della stampa, una <q type="cit" who="S.Prandi" value="E.Scarpa">«tendenza alla litote, all'eufemismo o comunque all'attenuazione di particolari troppo corposi o altrimenti eccessivi»</q> (<bibl><title>Appunti per l'edizione critica del «Galateo»</title> cit., p. 236</bibl>).</p>
<p><num type="note">41</num>. Anche il <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> aveva ammonito ne <title>Il libro del cortegiano</title> ad agire <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«non si anteponendo mai agli altri con cercar i primi e i più onorati lochi»</q> (<bibl>II, XXX, p. 127</bibl>).</p>
<p><num type="note">42</num>. <name type="persona.real" key="Erasmo da Rotterdam">Erasmo</name> (<bibl><title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 866</bibl>) consigliava in questo caso di cedere i posti migliori.</p>
<p><num type="note">43</num>. Nel <bibl><title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit.,</bibl> il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> se la prendeva con <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«coloro i quali per ogni minima frasca le persone (...) usano di sgridare e ingiuriare con villane parole, e ciò in pubblico e nel cospetto d'altrui»</q> (<bibl>X, p. 177</bibl>).<pb n="93"/></p>
<p><num type="note">44</num>. Cfr. <bibl>Teofrasto, <title>Caratteri</title>, XXIV, I</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Teofrasto">«La superbia consiste in un certo disprezzo del genere umano»</q> (trad. <name type="persona.real" key="Massimo Vilardo">M.Vilardo</name>).</p>
<p><num type="note">45</num>. Dotto aristocratico fiorentino (<date value="1494-1551">1494-1551</date>), discepolo di <name type="persona.real" key="Marcello Virgilio Adriani">Marcello Virgilio Adriani</name>, poi eletto da <name type="titolo.real" key="Paolo III">Paolo III</name> <name type="titolo.real" key="Ubaldino Bandinelli">vescovo</name> di <name type="luogo.real">Montefiascone</name> e di <name type="luogo.real">Corneto</name> nel <date value="1548">1548</date>, non maestro del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, come sostenuto dal <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name> e degli altri commentatori, ma soltanto occasionale educatore (<bibl>A.Santosuosso, <title>Vita di Giovanni della Casa</title>, citato in Bibliografia, p. 23</bibl>); il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> peraltro gli dedicò un'ode latina <title><foreign lang="la">De Ubaldino Bandinelli</foreign></title>. In una lettera al <name type="persona.real" key="Carlo Gualteruzzi">Gualteruzzi</name> del <date value="28-05-1547">28 maggio 1547</date>, il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> così scrive <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«Io ho due grandi patroni, ma è meglio dire amici, i quali sono dotti e prudenti amendue (...): l'uno è monsignor <name type="persona.real" key="Pietro Carnesecchi">Carnesecchi</name> e l'altro è messer <name type="persona.real" key="Ubaldino Bandinelli">Ubaldino</name>»</q> (<bibl><title>Corrispondenza G.Della Casa - C.Gualteruzzi</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Ornella Moroni">O.Moroni</name> citato in Bibliografia, p. 378</bibl>). <name type="persona.real" key="Ubaldino Bandinelli">Bandinelli</name> fu al servizio del <name type="titolo.real" key="Guido Ascanio Sforza">cardinale</name> <name type="persona.real" key="Guido Ascanio Sforza">Guido Ascanio Sforza</name> e si dimostrò anch'egli vicino agli ambienti riformati: amico di <name type="persona.real" key="Jacopo Sadoleto">Jacopo Sadoleto</name>, <name type="persona.real" key="Giovanfrancesco Bini">Giovanfrancesco Bini</name> e <name type="persona.real" key="Marcantonio Flaminio">Marcantonio Flaminio</name>, si conserva alla Biblioteca Nazionale di <name type="luogo.real">Firenze</name> (<bibl>Magl. VIII, 51, cc. 205-16</bibl>) una sua lettera a <name type="persona.real" key="Pietro Carnesecchi">Pietro Carnesecchi</name> di notevole valore documentario. Compilò , a detta della <title>Biblioteca selecta</title> di <name type="persona.real" key="Antonio Possevino">Antonio Possevino</name>, un <title><foreign lang="la">Apparatus sententiarum ex universo graeco Aristotele</foreign></title>.</p>  
<p><num type="note">46</num>. Il ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> aveva, perentoriamente, «niuno».</p>
<p><num type="note">47</num>. Il «saggiatore» di galileiana memoria; immagine tolta di peso da <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De oratore</foreign></title>, II, 38, 159</bibl>, e che si ritrova, parodizzata, nel <bibl><title>Dialogo (...) nel quale la Nanna insegna a la Pippa</title> cit., dell'Aretino (p. 265: «la bilancia de la discrezione»)</bibl>.</p>
<p><num type="note">48</num>. Cfr. <name type="persona.real" key="Cicerone">Cicerone</name> aveva parlato della «modestia» (intesa però come <q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«scientia rerum earum, quae agentur aut ducuntur, loco suo collocandarum»</foreign></q>) come di una vera e propria «arte di eleggere il momento opportuno per agire» (<q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«scientia (...) opportunitas idoneorum ad agendum temporum»</foreign></q>; <bibl><title><foreign lang="la">De off.</foreign></title>, I, 142-43</bibl>). Cfr. <bibl>Macrobio, <title><foreign lang="la">Saturnalia</foreign></title>, VII, I, 20</bibl>. Il precetto ciceroniano si traduce, in termini retorici, in una norma di <mentioned><foreign lang="la">decor</foreign></mentioned> applicata all'<mentioned><foreign lang="la">urbana facetudo</foreign></mentioned> nel <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title> del <name type="persona.real" key="Giovanni Pontano">Pontano</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Pontano"><foreign lang="la">«Sed nos eum quaerimus (...) qui et temporis et loci et audientium et sui ipsius et quam gerit personae et aetatis et negociorum et publicae privataeque letitiae habeat ac tristitiae moerorisque rationem idque cum primis curet, in singulis ut retineat modum, ne et verba profundat et iocos (...)»</foreign></q> (<bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title>, a cura di <name type="persona.real" key="Sergio Lupi">S.Lupi</name> e <name type="persona.real" key="Antonino Risicato">A.Risicato</name>, Antenore, Padova 1954, I, XII</bibl>). In <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> ritroviamo un allargamento del campo applicativo di tale criterio: <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«[il cortegiano] consideri bene che cosa è quella che egli fa o dice, e' l loco dove la fa, in presenzia di cui, a che tempo, la causa perché la fa, la età sua, la professione, il fine dove tende e i mezzi che a quello condur lo possono»</q> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title>, II, VII, ed. cit., p. 101</bibl>); <name type="persona.real" key="Alessandro Piccolimini">Alessandro Piccolimini</name> suggerisce che queste doti di avvedutezza siano proprie dell'affabile, che sa distinguere <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Piccolimini">«i gradi e le qualità de le persone e de' luoghi e de' tempi»</q> (<bibl><title>De l'instituzione di tutta la vita de l'omo nato nobile e in città libera</title>, <foreign lang="la">Hieronimum Scotum</foreign>, Venezia 1543, c. 117<hi rend="italic">r</hi></bibl>); vedi anche XXVIII, nota 238.<pb n="94"/></p>
<p><num type="note">49</num>. Si riferisce a <bibl><title>Decameron</title>, VI, 4</bibl>: <name type="persona.real" key="Chichibio">Chichibio</name>, cuoco di <name type="persona.real" key="Corrado Gianfigliazzi">Corrado Gianfigliazzi</name>, toglie una coscia alla gru che aveva cucinato, per compiacere alla <name type="persona.real" key="Brunetta">Brunetta</name>; servita la vivanda, il padrone, per non turbare i commensali, rimanda ad altro momento i rimproveri. Il biasimo successivo del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> al <name type="persona.real" key="Corrado Gianfigliazzi">Gianfigliazzi</name> si riferisce appunto alle parole da lui pronunciate in quell'occasione: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«(...) io ti giuro in sul corpo di Cristo che se altramente sarà, io ti farò conciare in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai (...) del nome mio»</q> (<bibl><title>Decameron</title>, VI, 4, 13</bibl>).</p>   
<p><num type="note">50</num>. La redazione manoscritta aveva peraltro «Cristo benedetto»; cfr. nota 40.</p>
<p><num type="note">51</num>. Cfr. <bibl>Macrobio, <title><foreign lang="la">Saturnalia</foreign></title>, VII, I, 13</bibl>.</p>
<p><num type="note">52</num>. Della ritrosia come difetto contrario all'adulazione (il cui giusto mezzo è rappresentato dalla virtù dell'<hi rend="italic">affabilità</hi>) parla anche <bibl>Piccolomini, <title>De la instituzione di tutta la vita de l'omo nato nobile</title> cit., c. 116<hi rend="italic">v</hi></bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Piccolomini">«ad ogni parola s'oppongono, ogni sentenzia rebuttano, d'ogni cosa contrastano, ogni operazion che lor non sia senza rispetto vituperano...»</q>. Contro il difetto della litigiosità polemica aveva messo in guardia anche <name type="persona.real" key="Isocrate">Isocrate</name> (<bibl><title>A Demonico</title>, 31</bibl>).</p>
<p><num type="note">53</num>. Altra lezione erronea di <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name> e di alcuni commentatori successivi segnalata dalla <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name>: «i domestici».</p>
<p><num type="note">54</num>. Cfr. <bibl>Maffeo Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 685D</bibl>; <bibl>Pier Paolo Vergerio, <title><foreign lang="la">De ingenuis moribus</foreign></title>, a cura di <name type="persona.real" key="Attilio Gnesotto">A.Gnesotto</name>, Randi, Padova 1918 (il testo è del <date value="1477">1477</date>), pp. 109-10</bibl>.</p>
<p><num type="note">55</num>. La redazione manoscritta ha «di sua salute», che a <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">E.Scarpa</name> (come pure <name type="persona.real" key="Gennaro Barbaris">G.Barbaris</name>) pare preferibile perché mette in gioco un meccanismo paronomastico (<bibl><title>Appunti</title> cit., p. 250</bibl>): nella sua edizione comunque la studiosa finisce per dar credito nuovamente alla stampa.</p>  
<p><num type="note">56</num>. La critica all'intellettualismo arido e alienante è un'altro dei punti di forza della letteratura umanistica ereditato dalla cultura cinquecentesca, da <name type="persona.real" key="Agnolo Firenzuola">Firenzuola</name> a <name type="persona.real" key="Ludovico Domenichi">Domenichi</name> al <name type="persona.real" key="Antonfrancesco Doni">Doni</name>; cfr. in particolare <bibl>Erasmo, <title>Elogio della follia</title></bibl>, che al filosofo scontroso consiglia <q type="cit" who="S.Prandi" value="E.da Rotterdam"><foreign lang="la">«ut Timonem imitatus in solitudinen aliquam demigret atque ibi solus sua fruatur sapientia»</foreign></q> ("di rifugiarsi in un qualche luogo deserto, come Timone, e di godersi in solitudine la propria sapienza") <bibl>- a cura di <name type="persona.real" key="Luca D'Ascia">L.D'Ascia</name>, Rizzoli, Milano 1989, p. 104</bibl> -). Vedi anche XXIX.</p>
<p><num type="note">57</num>. Questo perché, come si dirà più avanti, tale comportamento impedisce agli altri <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«la libertà, la quale ognuno appetisce innanzi ad ogni altra cosa»</q> (XVII); passi come questo sono forse stati sottovalutati da parte di coloro che vedono nel <title>Galateo</title> soltanto una rigida (e tragica) codificazione dei vincoli imposti dalla socialità, interpretazione che non tiene conto di quegli ideali umanistici di <hi rend="italic">misura</hi> che, a mio parere, informano l'intero trattato.<pb n="95"/></p>
<p><num type="note">58</num>. Accolgo la proposta della <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name> che distingue le due battute «Voi mi diceste» e «E perché non mi dite», in quanto «signore» e «vostra signoria» non sono titoli equivalenti. L'abuso del termine viene dileggiato dall'<name type="persona.real" key="Ludovico Ariosto">Ariosto</name>, in <bibl><title>Satire</title>, II, 76-78</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="L.Ariosto">«Signor dirò, non s'usa più fratello / Poi che la vile adulazion spagnola / Messe la "Signoria" fin in bordello»</q>.</p>
<p><num type="note">59</num>. Il ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> aveva il meno equilibrato «schianta»; la modifica può essere stata introdotta sulla base di riminiscenza dantesca: <bibl><title>Purg.</title>, XXXII, 71</bibl>.</p>
<p><num type="note">60</num>. Precetto tramandato sotto l'autorità democritea da <name type="persona.real" key="Plutarco">Plutarco</name>, <title><foreign lang="la">Quaestionum convivialium libri IX</foreign> (Delle dispute conviviali libri IX)</title>, I, 5 (<title>Del ragionar di lettere a tavola</title>), qui nella traduzione cinquecentesca di <name type="persona.real" key="Marcello Adriani">Marcello Adriani</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Plutarco">«Dismettansi dunque (come dice Democrito) i ragionamenti pieni di contese e malagevoli a snodarsi, i quali con duri e spinosi argomenti travagliano qualunque li propone ed affannano l'uditore»</q> (<bibl><title>Moralia</title>, 614 E</bibl>) (<bibl><title>Opuscoli</title>, Sonzogno, Milano 1825-29, IV, 139</bibl>); cfr. <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, III, 19</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Disticha Catonis"><foreign lang="la">«Inter convivas fac sis sermone modestus»</foreign></q> ("Nei banchetti vedi di essere misurato nella conversazione"); <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col.684 D</bibl>; cfr. <bibl>Delle Casa, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, ed. cit., VI, p. 161</bibl>.</p> 
<p><num type="note">61</num>. Cfr. <bibl>Castiglione, <title>Il libro del cortegiano</title>, cit., II, XXXVI, p. 134 e II, LX-VIII, p. 170</bibl>; ma tale aspetto si ripropone naturalmente con costanza anche nella trattatistica antica e in quella umanistica: <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, I, XXXV 127</bibl>; <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title>, XIV (<title>Dell'allevare i figliuoli</title>), Sonzogno, Milano 1825, I, 22 (<title>Moralia</title>, 9 F)</bibl>; <bibl>Enea Silvio Piccolomini, <title>De liberorum educatione</title>, in <title>Opera</title>, <foreign lang="la">apud Heiricum Petrum Basilae</foreign> 1551, p. 975</bibl>; <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 644/I e 675/2</bibl>; <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 870</bibl>; <bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title> cit., III, XIII (<title><foreign lang="la">De scurrilitate</foreign></title>)</bibl>.</p>
<p><num type="note">62</num>. La redazione manoscritta aveva «la nobile brigata del <title>Decameron</title>»; cfr. nota 203.</p>
<p><num type="note">63</num>. <bibl>Federico Fregoso, ne <title>Il libro del cortegiano</title> cit. II, VI (p. 99)</bibl> afferma che una parola, <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Fregoso">«per esser detta fuor di tempo, riuscirà fredda e senza grazia alcuna»</q>.</p>
<p><num type="note">64</num>. <bibl>Francesco da Barberino, <title>Documenti d'amore, Docilità</title> cit., XIV, I, 185-186</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«Or ti vo ritornare / A quel consiglio, ch'io dar ti promisi. / Sien li tuoi pensieri fisi, / Quando accompagni, o a parlar t'avieni, / Con cui dimora tieni»</q>.</p> 
<p><num type="note">65</num>. Il riferimento è a <bibl><title>Decameron</title>, III, 4, 6</bibl>, e il <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«buon uomo»</q> di cui si parla poco più avanti è appunto il protagonista della novella, <name type="persona.real" key="Puccio di Rinieri">Puccio di Rinieri</name>.</p>
<p><num type="note">66</num>. <name type="titolo.real" key="S.Pancrazio">San Pancrazio</name>; <name type="persona.real" key="Severino Ferrari">Ferrari</name>. nel suo commento, trae dal particolare l'elemento probante della destinazione del <title>Galateo</title> al nipote del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, <name type="persona.real" key="Annibale Rucellai">Annibale Rucellai</name>, dal momento che nei pressi della chiesa abitava la famiglia <name type="titolo.real" key="Rucellai">Rucellai</name>; il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> a ogni modo aveva già espresso la propria attitudine pedagogica nei confronti del giovane in molte delle sue lettere.</p>
<p><num type="note">67</num>. La redazione manoscritta faceva precedere «Né a festa, ecc.» da «Nè si dèe l'uomo porre al contrario ad altrui», passo espunto molto probabilmente perché ripetitivo (dei polemici si parlerà al par. XVIII) ed eterogeneo rispetto al presente discorso, che riguarda la tempestività della conversazione.</p>
<p><num type="note">68</num>. <bibl>Senofonte, <title>Ciropedia</title>, V, 2, 18</bibl>; <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">Quaestionum convivialum libri IX</foreign></title> cit., II, 3, ed. cit., IV, 181 (<title>Moralia</title>, 630 E-F)</bibl>; <bibl>Isocrate, <title>A Demonico</title>,<pb n="96"/> 31</bibl>; <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col.684</bibl>; <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 866</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno"><foreign lang="la">«(...) in convivio nec tristem esse decet nec contristare quenquam»</foreign></q> ("a tavola non si addice né essere tristi né rattristare altrui").</p> 
<p><num type="note">69</num>. Si ricordi che il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> collaborò attivamente alla costituzione del monumentale commento di <name type="persona.real" key="Pier Vettori">Pier Vettori</name> alla <title>Poetica</title> di <name type="persona.real" key="Aristotele">Aristotele</name>, che prospetta com'è noto la teoria della catarsi tragica.</p>
<p><num type="note">70</num>. Come segnala ancora la <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name>, <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name> corrompe in «molto bisognoso».</p>
<p><num type="note">71</num>. La quarta giornata del <title>Decameron</title> propone come tema le vicende amorose aventi «infelice fine».</p>
<p><num type="note">72</num>. In <name type="persona.real" key="Plutarco">Plutarco</name> ancora il particolare dell'orgoglio per i figli, pur senza l'accezione negativa che il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> qui propone per biasimare il carattere troppo intimamente «domestico» di queste conversazioni: <bibl><title><foreign lang="la">Quaestionum convivialium libri IX</foreign></title> cit., II, 3, ed. cit., IV, 182 (<title>Moralia</title>, 630 F - 631 A)</bibl>; relativamente alle ciance sulla moglie, <bibl>Teofrasio, <title>Caratteri</title>, III, 2</bibl>; cfr. inoltre <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, II, 31</bibl>.</p>
<p><num type="note">73</num>. Delle <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«non secure / vestigia»</q> dei sogni il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva parlato nel sonetto LIV al sonno, vv. 10-11.</p>
<p><num type="note">74</num>. La narrazione dei propri sogni era una delle caratteristiche del seccatore appiccicoso descritto da <name type="persona.real" key="Teofrasto">Teofrasto</name> in <bibl><title>Caratteri</title>, III, 2</bibl>; cfr. inoltre <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, II, 31</bibl>.</p>
<p><num type="note">75</num>. <name type="persona.real" key="Omero">Omero</name> e <name type="persona.real" key="Artemidoro">Artemidoro</name> primi fra tutti.</p>
<p><num type="note">76</num>. Corrispondente del <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name>, di cui fu anche, assieme al <name type="persona.real" key="Carlo Gualteruzzi">Gualteruzzi</name> e a <name type="persona.real" key="Girolamo Quirini">Girolamo Quirini</name> (il dedicatario della prima edizione a stampa del <title>Galateo</title>), esecutore testamentario; il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> lo conobbe attraverso lo stesso <name type="persona.real" key="Carlo Gualteruzzi">Gualteruzzi</name>, ricordandolo pure nella <title><foreign lang="la">Vita Gasparis Contareni</foreign></title>. Il <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name> lo definisce in una lettera <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«eccellente scrittore»</q> (<bibl><title>Delle lettere di m.P.Bembo ai principi, signori e suoi famigliari amici scritte</title>, s. e., Venezia 1575, cc. 142<hi rend="italic">v</hi>-143<hi rend="italic">r</hi></bibl>), ma della sua opera non ci sono rimaste tracce.</p> 
<p><num type="note">77</num>. La figura è sbozzata per questo aspetto dallo spirito del <title>Corbaccio</title>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«di statura grande, di pelle e di pelo bruno, benché in parte bianco divenuto fosse per gli anni, de' quali sessanta o forse più dimostrava d'avere, asciutto e nerboruto, e di non molto piacevole aspetto»</q> (<bibl>ed. cit., p. 209</bibl>).</p>
<p><num type="note">78</num>. Locuzione boccacciana, poi bernesca: cfr. <bibl><title>Dialogo contra i poeti</title>, in <title>Opere</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Ezio Chiorboli">E.Chiorboli</name>, Olschki, Genéve-Firenze 1934, p. 269</bibl>.</p>
<p><num type="note">79</num>. Ad alcuni interpreti il riferimento alla «descrizione» in un contesto tanto cruciale e privo di ironia è sembrato troppo dimesso, e quindi sospetto di una ulteriore strategia di dissimulazione. In realtà «discrezione». oltre aessere la facoltà principe di una potente <mentioned><foreign lang="la">virtus ratiocinativa</foreign></mentioned>, secondo la tradizione tomistica assimilata da <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name>, che la definisce <q type="cit" who="S.Prandi" value="Dante">«lo più bello ramo che dalla radice razionale consurga»</q> (<bibl><title>Convivio</title>, IV, VIII, I e cfr. I, IX, 3-4</bibl>), è parola chiave della tradizione bernesca, come conferma l'ampio studio di <name type="persona.real" key="Jean Toscan">Jean Toscan</name>, <title><foreign lang="fr">Le carneval du langage</foreign></title> citato in Bibliografia, parr. 213-15, significando sia <q type="cit" who="S.Prandi" value="J.Toscan"><foreign lang="fr">«art d'opérer un choix judicieux entre deux modes de copulation»</foreign></q> (p. 392), come nella <title>Canzone de' cardoni</title> di <name type="persona.real" key="Lorenzo di Filippo Strozzi">Lorenzo di Filippo Strozzi</name> (in <bibl><title>Canti carnascialeschi del Rinascimento</title>, ed a cura di <name type="persona.real" key="Charles S. Singleton">C.S.Singleton</name>, Società<pb n="97"/> Tipografica Modenese, Modena 1940, p. 249</bibl>); sia <q type="cit" who="S.Prandi" value="N.Macchiavelli">«attitudine alla sodomia»</q>, come nel <title>Canto de' ciurmatori</title> di <name type="persona.real" key="Niccolò Macchiavelli">Macchiavelli</name>, vv. 39-42 (in <bibl><title>Scritti letterari</title>, ed. a cura di <name type="persona.real" key="Luigi Blasucci">L.Blasucci</name>, Utet, Torino 1989, p. 411</bibl>). Il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, nella sua giovanile esperienza in terza rima, usa il termine due volte, nel <bibl><title>Capitolo sopra il nome suo</title>, v. 30, in <title>Opere</title> cit., IV, II e nel <title>Capitolo della stizza</title>, vv. 32-33</bibl>; in <bibl>Opere cit., IV, 17</bibl>; del resto esso rientrava nel vocabolario del <name type="persona.real" key="Francesco Berni">Berni</name> (cfr. fra i molti esempi, <bibl><title>Capitolo della gelatina</title>, vv. 55-56, ed. cit., p. 61</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Berni">«O gelatina, cibo delle genti / Che sono amiche della discrezione»</q>). In tale contesto, evidentemente, risulta improponibile sia la connotazione dantesca del termine, sia quella bernesca: <mentioned>discrezione</mentioned> sarà dunque, riprendendo e approfondendo un'indicazione guicciardiana (cfr. <bibl><title>Ricordi</title>, 2; 6; 186</bibl>) e de <bibl><title>Il libro del cortegiano</title>, II, XIII</bibl>, che la definisce <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«condimento del tutto»</q> (p. 108), una guida empirica, relativa alle piccole scelte di ogni giorno: rispetto alla <mentioned>prudenza</mentioned>, come ha ben detto <name type="persona.real" key="Mario Santoro">M.Santoro</name> <q type="cit" who="S.Prandi" value="M.Santoro">«una qualità più particolare e limitata, che si rivela soprattutto nel comportamento quotidiano»</q> (<bibl><title>La «discrezione» nel «Galateo» di G.Della Casa</title> cit., p. 570</bibl>).</p>
<p><num type="note">80</num>. Cfr. <bibl>Castiglione, <title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XVIII, p. 113 e II, XLI, p. 140</bibl>; sulla necessità di evitare la consuetudine «servile» della bugia; cfr. <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title> cit., XIV, ed. cit., I, 26 (<title>Moralia</title>, II C)</bibl>. Cfr. <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 643/2</bibl>.</p>
<p><num type="note">81</num>. Consiglia di evitare la solennità sdegnosa <bibl>Isocrate, <title>A Demonico</title>, 30</bibl>.</p>
<p><num type="note">82</num>. Cfr. <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De Officiis</foreign></title>, I, XXXVIII, 137</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«Deforme etiam est de se ipsum praedicare»</foreign></q> ("È pure indecoroso vantare i propri meriti"); cfr. <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">De se ipsum citra invidiam laudando</foreign> (Del lodarsi da se stesso senza invidia)</title></bibl>.</p> 
<p><num type="note">83</num>. Nella lettera ad <name type="persona.real" key="Annibale Rucellai">Annibale Rucellai</name> del <date value="25-05-1549">25 maggio 1549</date> il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva definito <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«spender per pompa senza fine» «segno di poco cervello»</q> (<bibl><title>Opere</title>, s. e., Napoli 1733, V, 160</bibl>).</p>
<p><num type="note">84</num>. Il ricco <name type="titolo.real" key="abate di Châtillon sur Marne">abate di Châtillon sur Marne</name>, citato già dal <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name> con intenzione ironica a proposito del personaggio di <name type="persona.real" key="Guccio Imbratta">Guccio Imbratta</name>; cfr. <bibl><title>Decameron</title>, VI, 10, 23</bibl>.</p>
<p><num type="note">85</num>. Ad esempio <name type="luogo.real">Venezia</name>, che prevedeva una specifica figura di controllo (il «magistrato della pompa») in ambito di legislazioni suntuarie.</p>
<p><num type="note">86</num>. Altro punto in cui l'ispirazione umanistica del trattato si contrappone alla temperie secondocinquecentesca, che conosce un prepotente ritorno della trattatistica sulla nobiltà, collegandosi all'idea di onore. Testimonianza notevolissima del culto per le <mentioned><foreign lang="la">humanae litterae</foreign></mentioned> del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> è la lettera spedita al nipote <name type="persona.real" key="Annibale Rucellai">Annibale Rucellai</name> da <name type="luogo.real">Venezia</name> il <date value="19-10-1549">19 ottobre 1549</date>, nella quale si rimprovera il giovane di eccessivo attaccamento ai valori effimeri dell'onore: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«sendo tu cupido (...) di dignità, le quali è necessario che sieno date da altri, e non son sempre testimonio né segno di virtù né veri onori, dovresti essere cupidissimo della gloria delle lettere, la quale è vera laude, e viene da noi medesimi e non da altri»</q> (<bibl><title>Opere</title> cit., V, 161</bibl>).</p>
<p><num type="note">87</num>. Cfr. <bibl>Francesco da Barberino, <title>Documenti d'amore, Docilità</title> cit., VII, I, 102</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«Né troppo t'aviliare / Né di soverchio intrar inanzi al segno»</q>; notazione topica trasmessa dai <title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title> (II, 16).<pb n="98"/></p>
<p><num type="note">88</num>. Il fatto era sentito come un vero e proprio attentato alle basi del vivere sociale, soprattutto a partire dal momento in cui, attraverso il concetto di «onore intrinseco», il dibattito sull'onore si collega al problema dell'assegnazione delle cariche pubbliche.</p>
<p><num type="note">89</num>. Di <name type="persona.real" key="Giotto">Giotto</name> disse il <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name> che, pur senza cercare la «gloria», <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«quella acquistò, sempre rifiutando d'essere chiamato maestro»</q> (<bibl><title>Decameron</title>, VI, 5, 6-7</bibl>).</p>
<p><num type="note">90</num>. Si tratta di un uso eccessivo e indiscriminato della strategia retorica dell'<hi rend="italic">attenuazione (deminutio)</hi>, così com'era tramandata dall'<title><foreign lang="la">Institutio oratoria</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Quintilliano">Quintilliano</name>, IV, I, 8.</p>
<p><num type="note">91</num>. Per il tema della decadenza italiana, cfr. del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> i sonetti extravaganti 66, 67 e 78; ma vedi anche <bibl><title>Il libro del cortegiano</title>, II, XXVI (ed. cit., pp. 122-23)</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«(...) l'aver noi mutato gli abiti italiani nei stranieri parmi che significasse tutti quelli, negli abiti de' quali i nostri erano trasformati, dever venire a subiugarci; il che è stato troppo più che vero, ché ormai non resta nazione che di noi non abbia fatto preda: tanto che poco più resta che predare, e pur ancor di predare non si resta»</q>. Forti consonanze - segnalate da <bibl>A. Sole, <title>Riflessi etico-sociali</title> cit., pp. 105-6</bibl> - il passo ha tuttavia anche con le <title>Prose della volgar lingua</title> del <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«Presi adunque e costumi e leggi, quando da questi Barbari e quando da quegli altri (...) la nostra bella e misera Italia cangiò, insieme con lareale maestà dell'aspetto, eziandio la gravità delle parole, e a favellare cominciò con servile voce»</q> (<bibl><title>Prose</title>, ed. cit., I, VII, p. 87</bibl>). Traccia la storia dei termini legati al disciplinamento sociale come «cerimonia» ed «etichetta» nell'<name type="luogo.real">Italia</name> del <date value="1500">Cinquecento</date> <bibl>G. Beccaria, <title>Spagnolo e Spagnoli in Italia. Riflessi ispanici nella lingua italiana del Cinque e Seicento</title>, Giappichelli, Torino 1968, pp. 190-206</bibl>.</p> 
<p><num type="note">92</num>. Cioè il dichiararsi «servitore umilissimo» e simili prima della firma di una lettera, aspetto che sarà minuziosamente codificato nei vari trattati sul «segretario» del <name type="persona.real" key="Francesco Sansovino">Sansovino</name>, <name type="persona.real" key="Alessandro Guarini">Guarini</name>, <name type="persona.real" key="Torquato Tasso">Tasso</name>, ecc.</p>
<p><num type="note">93</num>. Il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, dottore di legge, ben conosceva la differenza tra «onore» e «dignità», tema caro ai glossatori e discusso in particolare da <name type="persona.real" key="Bartolo da Sassoferrato">Bartolo da Sassoferrato</name> nel libro XII del <title><foreign lang="la">Codex</foreign></title>; titoli conferiti dal <name type="titolo.real" key="papa">papa</name> e dall'<name type="titolo.real" key="imperatore">imperatore</name> erano ad esempio quello di <name type="titolo.real" key="Conte del Palazzo lateranense">Conte del Palazzo lateranense</name> e di <name type="titolo.real" key="eques auratus"><foreign lang="la">eques auratus</foreign></name>: ma al tempo del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> avevano perduto ogni valore.</p>
<p><num type="note">94</num>. Per il dominio assoluto dell'uso sul linguaggio, cfr. <bibl>Orazio, <title><foreign lang="la">Ars poetica</foreign></title>, 70-72</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Orazio"><foreign lang="la">«Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque / Quae nunc sunt in onore vocabula, si volet usus, / Quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi»</foreign></q> ("Parole cadute in gran numero rivivranno, parole vive periranno, secondo che vorrà l'uso, signore assoluto del linguaggio, fonte del suo diritto e sua legge" - trad. <name type="persona.real" key="Enzo Mandruzzato">E.Mandruzzato</name> -); concetto ripreso con decisione nella dedicatoria a <name type="persona.real" key="Miguel de Sylvia">Miguel de Sylvia</name> de <title>Il libro del cortegiano</title> cit. (p. 9): <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«la forza e vera regula del parlar bene consiste più nell'uso che in altro»</q>.</p>
<p><num type="note">95</num>. In una lettera da <name type="luogo.real">Venezia</name> del <date value="02-05-1545">2 maggio 1545</date> al <name type="persona.real" key="Carlo Gualteruzzi">Gualteruzzi</name> (<bibl><title>Corrispondenza G. Della Casa - C. Gualteruzzi (1525-1549)</title> cit., p. 44</bibl>) il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> prorompe nell'esclamazione: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«sia maledetto chi trovò le cerimonie!»</q>.<pb n="99"/></p>
<p><num type="note">96</num>. Nei confronti delle cerimonie, che ruotano su di un concetto di onore inteso come <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Possevino">«segno e dimostrazione d'opinion benefattiva»</q>, secondo le parole di <name type="persona.real" key="Giovanbattista Possevino">Giovanbattista Possevino</name>, autore del fortunatissimo <title>Dialogo dello onore</title> (<bibl>Gabriel Giolito, Venezia 1553, p. I</bibl>), il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> rivela tutta la propria formazione umanistica, tradizionalmente tesa allo smascheramento dei falsi valori. Rifiuta infatti le cerimonie fatte per «utile» come «fraude» al servizio degli adulatori; quelle fatte per «vanità» come «malattia»; e sottopone quelle per «debito» a una serie di limitazioni dettate dalla <mentioned><foreign lang="la">consuetudo</foreign></mentioned>: il luogo in cui sono esercitate, i destinatari, ecc.</p>
<p><num type="note">97</num>. Questo perché, specialmente per influenza spagnola, cominciò a diffondersi l'uso della terza persona.</p>
<p><num type="note">98</num>. <name type="persona.real" key="Ruggero di Lauria">Ruggiero di Lauria</name>; cfr. <bibl><title>Decameron</title>, V, 6</bibl>.</p>
<p><num type="note">99</num>. Macroscopica svista del «vecchio idiota»: nella novella suddetta del <title>Decameron</title> si parla non di <name type="persona.real" key="Pietro III d'Aragona">Pietro III d'Aragona</name>, <name type="titolo.real" key="re di Sicilia">re di Sicilia</name> dal <date value="1282">1282</date> al <date value="1285">1285</date>, ma di <name type="persona.real" key="Federico II">Federico II</name>.</p> 
<p><num type="note">100</num>. Anche <name type="persona.real" key="Erasmo da Rotterdam">Erasmo</name> consigliava di dare a ognuno il titolo onorifico che gli spettava (<bibl><title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I,</bibl>).</p> 
<p><num type="note">101</num>. Naturalmente il termine, riferito all'epoca romana, è improprio; ma si rammenti la scarsa dottrina del precettore.</p>
<p><num type="note">102</num>. Qui il termine è generico, non si riferisce cioè alla nobiltà di stirpe; il <name type="persona.real" key="Niccolò Macchiavelli">Macchiavelli</name> invece aveva chiamato <q type="cit" who="S.Prandi" value="N.Macchiavelli">«gentiluomini»</q> <q type="cit" who="S.Prandi" value="N.Macchiavelli">«quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere»</q>; anche se poi rispetto a questi aveva distinto come <q type="cit" who="S.Prandi" value="N.Macchiavelli">«più perniziosi»</q> <q type="cit" who="S.Prandi" value="N.Macchiavelli">«quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro»</q>, aggiungendo che <q type="cit" who="S.Prandi" value="N.Macchiavelli">«di queste due spezie di uomini ne sono pieni il regno di Napoli, terra di Roma, la Romagna e la Lombardia»</q> (<bibl><title>Discorso sopra la prima deca di Tito Livio</title>, I, LV, ed. cit., p. 205</bibl>).</p>
<p><num type="note">103</num>. Si tratta dell'elezione delle magistrature cittadine. Il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> conosceva bene le abitudini dell'aristocrazia di <name type="luogo.real">Venezia</name>, avendo dimorato in quella città negli anni della propria nunziatura, dal <date value="1549">1549</date> al <date value="1555">1555</date>. Una testimonianza tarda (e poco nota) di questa consuetudine è nei <title>Discorsi</title> di <name type="persona.real" key="Annibale Romei">Annibale Romei</name> (<bibl>Francesco Ziletti, Venezia 1585, p. 98</bibl>), nel passo in cui si parla del «broio», ovvero dell'accordo preventivo alle votazioni, in teoria illecito, sulla spartizione delle cariche: <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Romei">«per il broio la nobiltà sta unita, congiungendosi i nobili con amore causato da vicendevoli beneficii, e, conoscendosi l'un l'altro per nome e cognome, guardano di non si offendere; e vi prometto che quei gentiluomini temono più una di quelle pallotte di strazze, che non fanno i soldati quelle delli archibugi»</q>.</p> 
<p><num type="note">104</num>. Nella <name type="luogo.real">Marca</name> trevigiana; Nel <date value="1400">quattrocento</date> <name type="luogo.real">Asolo</name> fu sotto la signoria di <name type="persona.real" key="Caterina Cornaro">Caterina Cornaro</name>, <name type="titolo.real" key="regina di Cipro">regina di Cipro</name>; il <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name> la elesse a cornice degli <title>Asolani</title>.</p>
<p><num type="note">105</num>. S'intende la testa. La medesima risposta, del resto di uso comune, dà il «giudice» <name type="persona.fit" key="Pantagruele">Pantagruele</name>, convocato per dirimere la bizzarra contesa tra <name type="persona.fit" key="Baisecul">Baisecul</name> e <name type="persona.fit" key="Humevesne">Humevesne</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Pantagruele"><foreign lang="fr">«Couvrez vous, Baisecul, dist Pantagruel»</foreign></q> <pb n="100"/>(<bibl><title>Pantagruel</title>, cap. XI; cito dall'ed. a cura di <name type="persona.real" key="Pierre Jourda">P.Jourda</name>, Garnier, Paris 1962, I, 276</bibl>). Sull'esagerazione cerimoniale della «scappellata» <name type="persona.real" key="Pandolfo Collenuccio">Pandolfo Collenuccio</name> aveva composto nel <date value="1497">1497</date> un divertente dialogo tra <name type="persona.fit" key="Testa">Testa</name> e <name type="persona.fit" key="Berretta">Berretta</name> intitolato <title>Filotimo</title>, nel quale l'onore è definito <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Collenuccio">«una bella cavata di berretta»</q> (<bibl><title>Opere volgari</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Alfredo Saviotti">A.Saviotti</name>, Laterza, Bari 1929, II, 64</bibl>).</p>
<p><num type="note">106</num>. In questo frangente il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, per avere accolto in pieno il criterio socialmente discriminante delle manifestazioni di onore, caratteristico del secondo <date value="1500">Cinquecento</date>, si differenzia notevolmente da <name type="persona.real" key="Erasmo da Rotterdam">Erasmo</name>, che aveva affermato: <q type="cit" who="S.Prandi" value="E.da Rotterdam"><foreign lang="la">«Qui parem aut inferiorem honore praevenit, non ideo fit ipse minor, sed civilior et ob id honoratior»</foreign></q> ("Chi precede nelle manifestazioni di rispetto uno a sé pari o un inferiore, non per questo si sminuisce, anzi si rende più cortese e stimabile") (<bibl><title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 868</bibl>).</p>
<p><num type="note">107</num>. Si tratta quasi sicuramente di <name type="persona.real" key="Euripide">Euripide</name>; la citazione, al solito imprecisa, è tratta dall'<title>Ippolito</title> (vv. 95-96): <q type="cit" who="S.Prandi" value="Euripide">«SERVO: L'affabilità non è gradita? IPPOLITO: Moltissimo, certo. E vantaggiosa con poco spesa»</q> - trad. di <name type="persona.real" key="Olimpo Musso">O.Musso</name> -.</p>
<p><num type="note">108</num>. Analogalmente al <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> <name type="persona.real" key="Alvise Cornaro">Alvise Cornaro</name>, nel primo <title>Discorso intorno alla vita sobria</title>, pubblicato nel <date value="1558">1558</date> ma composto nel <date value="1552">1552</date>, ravvisava tre fattori di decadenza in <name type="luogo.real">Italia</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Cornaro">«da non molto in qua»</q>: l'eresia luterana, la <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Cornaro">«crapula»</q> e appunto <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Cornaro">«l'adulazione e le cerimonie»</q> (in <bibl><title>G.Della Casa e altri trattatisti cinquecenteschi del comportamento</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Arnaldo Di Benedetto">A.Di Benedetto</name>, Utet, Torino 1991, p. 375</bibl>).</p>
<p><num type="note">109</num>. È interessante notare che il manoscritto secentesco pubblicato dal <name type="persona.real" key="Severino Ferrari">Ferrari</name> nella sua edizione col titolo «una nuova redazione del <title>Galateo</title>» presentava un atteggiamento molto meno polemico nei confronti delle cerimonie, biasimate solo in rispetto <q type="cit" who="S.Prandi" value="S.Ferrari">«al troppo che si toglie alla chiesa e alle cose divine e sacre»</q> (cit., p. 148).</p>
<p><num type="note">110</num>. <name type="persona.real" key="Antigone">Antigone</name>; cfr. per tutto l'episodio <bibl>Sofocle, <title>Edipo a Colono</title>, vv. 1142-1144</bibl>.</p>
<p><num type="note">111</num>. Ad esempio il baciamano, l'uso di «signore» e «signoria», o di inchinarsi togliendosi la berretta; una più decisa influenza del costume spagnolo in <name type="luogo.real">Italia</name> comunque si verificherà soprattutto a partire dalla pace di <name type="luogo.real">Cateau-Cambrésis</name> (<date value="1559">1559</date>). Ancora fondamentale al riguardo <bibl>B.Croce, <title>La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza</title>, Laterza, Bari 1922</bibl>; cfr. <bibl>note 91 e 95</bibl>.</p>
<p><num type="note">112</num>. Cfr. <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, I, XXXVII, 134</bibl>. Della maldicenza aveva parlato anche <bibl>Teofrasto, <title>Caratteri</title>, XXVIII</bibl> e <bibl>L.B.Alberti, <title><foreign lang="la">De iciarchia</foreign></title>, I, II (ed. a cura di <name type="persona.real" key="Cecil Grayson">C.Grayson</name>, Laterza, Bari 1966, II, 234)</bibl>.</p>
<p><num type="note">113</num>. Locuzione proverbiale; cfr. <bibl>Orazio, <title>Satire</title>, I, 4, 34</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa"><foreign lang="la">«faenum habet in cornu, longe fuge»</foreign></q> ("ha il fieno sulle corna, scappa lontano").</p>
<p><num type="note">114</num>. Cfr. <bibl>Castiglione, <title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XVIII, p. 113</bibl>; <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 870</bibl>; <bibl>Piccolomini, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., p. 975</bibl>; <bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title>, I, XVIII (<title><foreign lang="la">De contentiosis</foreign></title>)</bibl>; fonte tenuta presente dal <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> è certo, oltre all'<title><foreign lang="la">Etica Nicomachea</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Aristotele">Aristotele</name>, anche il <title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Plutarco">Plutarco</name>, come mostra la citazione della «vittoria cadmea» (cioè una «vittoria di Pirro») <pb n="101"/>a proposito delle conseguenze dell'atteggiamento dei polemici in <bibl>Della Casa, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit., VI, p. 161</bibl> (corrispondente a <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title>, XIV cit., I, 24 - <title><foreign lang="la">Moralia</foreign></title>, 10 A)</bibl>; infine  <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, I, 34</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Disticha Catonis"><foreign lang="la">«Vincere cum possis, interdum cede sodali, / Obsequio quoniam dulces retinentur amici»</foreign></q> ("Cedi talvolta al compagno anche se puoi averla vinta / poiché la condiscendenza mantiene cari gli amici") - cfr. anche <bibl>I, 36 e II, 10</bibl>.</p>
<p><num type="note">115</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 870</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="E.da Rotterdam"><foreign lang="la">«Pulchrius vincit qui cedit contentioni quam qui palman obtinet»</foreign></q> ("Vince più nobilmente chi non accetta lo scontro che chi riporta la vittoria"). Tale concetto era stato espresso dal <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> anche in una lettera al <name type="persona.real" key="Carlo Gualteruzzi">Gualteruzzi</name> da <name type="luogo.real">Venezia</name> dell'<date value="01-04-1547">I aprile 1547</date> (<bibl><title>Corrispondenza G.Della Casa - C.Gualteruzzi</title> cit., p. 356</bibl>).</p>
<p><num type="note">116</num>. Era l'appellativo di <name type="persona.real" key="Duns Scoto">Duns Scoto</name>, ma qui vale per il suo significato generalmente ironico.</p>
<p><num type="note">117</num>. Cfr. <bibl>Francesco da Barberino, <title>Documenti d'amore, Docilità</title> cit., XV, p. 38</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«Gir tra consigliatori, / Se non vi se' chiamato, alcuna volta / È cosa pricolosa»</q>; ma vedi anche <bibl>Della Casa, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, ed. cit., VI, p. 161</bibl>.</p>
<p><num type="note">118</num>. Passo che richiama direttamente gli individui biasimati ne <title>Il libro del cortegiano</title> <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«che par sprezzino il mondo e vogliano con una certa austerità molesta dar legge ad ognuno»</q> (<bibl>II, XXX, p. 127</bibl>); la saccenteria importuna fa parte del ritratto del logorroico di <name type="persona.real" key="Teofrasto">Teofrasto</name>, <bibl><title>Caratteri</title>, VII, 2</bibl>.</p>
<p><num type="note">119</num>. Non trovo necessario l'intervento integrativo della <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name>, che aggiunge una «e» prima della battuta: «Il vino che voi beete» per analogia col contesto.</p>
<p><num type="note">120</num>. La notazione era già in <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">Quastionum convivialium libri IX</foreign></title>, II, I, ed. cit., IV, 183 (<title><foreign lang="la">Moralia</foreign></title>, 631 C)</bibl>.</p>
<p><num type="note">121</num>. Al contrario della fonte ciceroniana, <q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«Est etiam deformtatis et corporis vitiorum satis bella materies ad iocandum»</foreign></q> ("Anche le deformità e i difetti del corpo costituiscono un'ottima materia di riso" - <bibl><title><foreign lang="la">De oratore</foreign></title>, II, 59, 239</bibl>), il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> si allinea ancora con <name type="persona.real" key="Erasmo da Rotterdam">Erasmo</name> (<bibl><title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 870</bibl>) e <name type="persona.real" key="B.Castiglione">Castiglione</name> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, L, p. 151</bibl>).</p>
<p><num type="note">122</num>. Altra imprecisione del precettore: in <bibl><title>Decameron</title>, VI, 5</bibl> è <name type="persona.real" key="Giotto">Giotto</name> a canzonare propriamente <name type="persona.real" key="Forese">Forese</name> per il suo aspetto fisico; egli infatti è descritto dal<name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name> come <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«di persona piccolo e sformato, con viso piatto e ricagnato»</q>.</p> 
<p><num type="note">123</num>. Vedi nota 132.</p>
<p><num type="note">124</num>. <name type="persona.fit" key="Micio">Micio</name>, personaggio di <name type="persona.real" key="Terenzio">Terenzio</name>, presente nella biblioteca del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, da cui si trae la citazione (v. 693); <name type="persona.real" key="Eschino">Eschino</name> era stato ricordato dal <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, con citazione imprecisa, nel trattato <title><foreign lang="la">An uxor sit ducenda</foreign></title>.</p>
<p><num type="note">125</num>. Tutti gli editori moderni, tranne la <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name> e il <name type="persona.real" key="Arnaldo Di Benedetto">Di Benedetto</name>, correggono «Eschine», che evoca ambiguamente il noto oratore ateniese del <date value="300 a.C.">IV secolo a.C.</date>, in «Eschino»: dal momento che la prima lezione è concordamente attestata dal ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> e dalla stampa e che non <pb n="102"/>si può escludere neppure in questo caso un lapsus dell'indotto precettore, ho ritenuto giusto mantenerla.</p>
<p><num type="note">126</num>. Dopo «a quella medesima» la redazione manoscritta ha «e da quella medesima»: complica dunque il concetto della redazione a stampa, introducendo nell'azione della beffa, dopo il paziente, l'agente.</p>
<p><num type="note">127</num>. Il <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> ricorda come la facezia <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«dà piacere, né lassa che in quel punto l'omo si ricordi delle noiose molestie, delle quali la vita nostra è piena»</q> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XLV, p. 145</bibl>). Il concetto, che aveva acquisito natura oramai proverbiale, si trovava fissato già in <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, III, 6</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Disticha Catonis"><foreign lang="la">«Interpone tuis interdum gaudia curis, / Ut possis animo quemvis suffere laborem»</foreign></q> ("Frapponi ogni tanto alle tue occupazioni gli svaghi / Per potere meglio tollerare la fatica"); cfr. inoltre il <bibl>par. XIII di Plutarco <title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title> cit.</bibl>; <bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title>, I, VI</bibl>: <title><foreign lang="la">A natura inesse homini cupiditatem quietis ac recreationis ("La natura ha instillato nell'uomo un desiderio di riposo e di svago")</foreign></title>; e <bibl>Piccolomini, <title>De la instituzione di tutta la vita de l'omo nato nobile</title> cit., c. 119<hi rend="italic">v</hi></bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Piccolomini">«Fa di mestieri che l'animo ne l'azioni sue s'affatighi, e qualche quiete per ricrearsi ricerchi»</q>. Sulle cautele che introducono le facezie nel <title>Galateo</title>, cfr. <bibl>F.Pignatti, <title>La facezia tra «Res publica Literarum» e società cortigiana</title>, in aa.vv., <title>Educare il corpo</title> cit., pp. 239-69; in particolare pp. 265 sgg.</bibl></p> 
<p><num type="note">128</num>. <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> aveva definito le burle <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«inganno amichevole di cose che non offendano, o almeno poco»</q> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, LXXXV, p. 187</bibl>).</p>
<p><num type="note">129</num>. Cfr. <bibl><title>Decameron</title>, IX, 8</bibl>.</p>
<p><num type="note">130</num>. <bibl><mentioned>Ibid.</mentioned>, VI, 7</bibl>.</p>
<p><num type="note">131</num>. L'episodio si riferisce all'assedio del castello di <name type="luogo.real">Laterina</name> da parte guelfa nel <date value="1288">1288</date>; cfr. <bibl>Villani, <title>Cronica</title>, VII, 120</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Villani">«fu molto biasimato da' Ghibellini, però che si poteva tenere ed era fornito per più di tre mesi. Ma Lupo si scusava per motti, e che nullo lupo era costumato di stare rinchiuso»</q>.</p>
<p><num type="note">132</num>. Anche <title>Il libro del cortegiano</title> varia la fonte comune, cioè <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De oratore</foreign></title>, II, 54, 218</bibl>, aggiungendo ai <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«detti pronti e acuti»</q> e al <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«ragionar lungo e continuato»</q> (<bibl>II, XLIII, pp. 141 sgg.</bibl>) - cfr.<bibl>XXI</bibl> - il genere delle <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«burle»</q> (<bibl>II, LXXXIV-LXXXIX, pp. 186-95</bibl>). La fortuna dei «detti piacevoli» incomincia già nel <date value="1400">Quattrocento</date>: si pensi alle raccolte del <name type="persona.real" key="Angelo Poliziano">Poliziano</name> e di <name type="persona.real" key="Poggio Bracciolini">Poggio Bracciolini</name> e alla tradizione del <name type="persona.real" key="Piovano Arlotto">Piovano Arlotto</name>, oltre alle estese trattazioni teoriche del <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title> del <name type="persona.real" key="Giovanni Pontano">Pontano</name>; per il <date value="1500">Cinquecento</date> ricordo la raccolta <title>Facezie e motti arguti</title> curata da <name type="persona.real" key="Ludovico Domenichi">Ludovico Domenichi</name> nel <date value="1548">1548</date> e poi ampliata nel <date value="1562">1562</date> e <date value="1564">1564</date>.</p>
<p><num type="note">133</num>. Passo riportato quasi alla lettera da <bibl>Boccaccio, <title>Decameron</title>, VI, 3, 3-4</bibl>; ma cfr. anche <bibl>Macrobio, <title>Saturnalia</title>, VII, 3, 10</bibl>, riferentesi agli <q type="cit" who="S.Prandi" value="Macrobio"><foreign lang="la">«scommata minus aspera, quasi edentatae beluae morsus»</foreign></q> ("motti meno pungenti, come morso di animale senza denti").</p> 
<p><num type="note">134</num>. Cfr. <bibl>Aristotele, <title><foreign lang="la">Etica Nicomachea</foreign></title>, 1128 a 30</bibl>.</p>
<p><num type="note">135</num>. Vedi nota 128; nel <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> inoltre, il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva sostenuto che <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«nel motteggiare hacci alcuna sicurtà, la quale gli uomini pari esser dimostra, e la superbia risveglia»</q> (<bibl>VI, p. 163</bibl>).</p><pb n="103"/>
<p><num type="note">136</num>. Cfr. <bibl><title>Decameron</title>, VI, I</bibl>; offertosi di allietare una passeggiata con la narrazione di una novella (<q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porterò (...) a cavallo con una delle belle novelle del mondo»</q>), il cavaliere si rivela tanto impacciato nel racconto da meritarsi il motteggio della dama: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto, per che io vi priego che vi piaccia di pormi a pié»</q>. Vedi anche par. XXI.</p>
<p><num type="note">137</num>. È ciò che il <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> chiama sentenza <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«fuor d'opinione»</q>, cfr. <bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, LVIII, p. 158</bibl>.</p>
<p><num type="note">138</num>. Cfr. <bibl><title>Decameron</title>, I, 6, 9</bibl>. <name type="persona.real" key="Giovanni Battista">Giovanni Battista</name>, la cui immagine era impressa sul fiorino, chiamato «Boccadoro» (<name type="persona.real" key="Grisostomo">Grisostomo</name>) per l'eloquenza; l'intera espressione equivale al moderno «oliare gli ingranaggi», cioè corrompere.</p>
<p><num type="note">139</num>. Lo stesso motto in <bibl><title>Decameron</title>, VI, 2, 24-25</bibl>.</p>
<p><num type="note">140</num>. Giustamente la <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name> (ed.cit., p. 30) nota la scorrettezza dell'inserimento della virgola tra «va» e «chiama» (introdotta dal <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name> nell'ed. Ricciardi 1960) richiamando l'<hi rend="italic"><foreign lang="la">usus</foreign></hi> sintattico trecentesco, e specificamente boccacciano (ad esempio <bibl><title>Corbaccio</title> cit., p. 262</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«Va chiamami»</q>), nel significato di «vai a chiamare»; aggiungerei che tale particolarità si estende al <bibl>Burchiello: sonetto <title>Va recami la penna e'l calamaio</title>, ed. cit., p. 148</bibl>.</p>
<p><num type="note">141</num>. Personaggio ancora del <title>Decameron</title>.</p>
<p><num type="note">142</num>. Potrebbe alludere sia alle <hi rend="italic"><foreign lang="la">auctoritates</foreign></hi> classiche (il <title><foreign lang="la">De oratore</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Cicerone">Cicerone</name>, l'<title><foreign lang="la">Instituto oratoria</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Quintilliano">Quintilliano</name>), sia ai moderni (ad es. <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title> del <name type="persona.real" key="Pontano">Pontano</name> o <title>Il libro del cortegiano</title> del <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name>).</p>
<p><num type="note">143</num>. Cfr. <bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XLV, p. 146</bibl>; dato peraltro offerto dalla tradizione filosofica-medica antica a partire da <name type="persona.real" key="Ippocrate">Ippocrate</name>, ripresa da trattati rinascimentali come il <title><foreign lang="la">De ridiculus</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Vincenzo Maggi">Vincenzo Maggi</name>.</p>
<p><num type="note">144</num>. <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title>, II, L, p. 150</bibl>) raccomandava di <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«non descendere alla buffoneria né uscire de' termini»</q>; cfr. <bibl>Sadoleto, <title><foreign lang="la">De liberis recte instituendis</foreign></title> cit., c. 31<hi rend="italic">v</hi></bibl>.</p>
<p><num type="note">145</num>. <name type="persona.real" key="Maffeo Vegio">Maffeo Vegio</name>, in linea con la trattatistica medievale, raccomanda di non roteare troppo gli occhi (segno di incostanza), di non agitare il capo, di non storcere le labbra o mostrare la lingua (<bibl><title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 678 E-F</bibl>).</p>
<p><num type="note">146</num>. «Buffone» nello stesso contesto era anche ne <bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XLVI, p. 146</bibl> e in <bibl><title>De la instituzione di tutta la vita de l'omo nato nobile</title>, c. 120<hi rend="italic">r</hi></bibl>, a proposito di coloro che non considerano se i motti comportino o meno «vituperio» (<q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Piccolomini">«i quali uomini poco civili "buffoni" a i nostri tempi son domandati»</q>).</p>
<p><num type="note">147</num>. Si tratta della licenziosa canzone di <name type="persona.real" key="Dioneo">Dioneo</name> in <bibl><title>Decameron</title>, V, 10, 7-8</bibl>; il testo del <title>Decameron</title>, anche nelle versioni cinquecentesche disponibili al <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, legge in realtà «Aldruda», ma non è escluso che il lapsus possa essere ancora una volta ascritto all'indotto precettore del trattato.</p>
<p><num type="note">148</num>. Cfr. il precetto di <name type="persona.real" key="Francesco da Barberino">Francesco da Barberino</name> a proposito della conversazione da tenersi con le dame: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«Con belle novellette, / Che non sian spesso dette, / Loda, e mantien lor onor e lor stato»</q> (<bibl><title>Documenti d'amore, Docilità</title> cit., VI, I, 89</bibl>).<pb n="104"/></p>
<p><num type="note">149</num>. Cfr. <bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title> cit., I, X, p. 14</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno"><foreign lang="la">«Comis viri oratio (...) versatur magna e parte in fabellis referendis»</foreign></q> ("La conversazione della persona affabile consiste in gran parte nella narrazione di aneddoti").</p>
<p><num type="note">150</num>. La redazione manoscritta aveva «di veder fare con oculata fede»: altro passo cautamenta modificato; cfr. nota 40.</p>
<p><num type="note">151</num>. Ancora <title>Il libro del cortegiano</title> cit. filtra la fonte ciceroniana, nel suggerire di <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«dimostrar tanto bene (...), così coi gesti come con le parole, quello che l'omo vuole esprimere, che a quelli che odono paia vedersi innanzi agli occhi le cose che si narrano»</q> (<bibl>II, XLIX, p. 149</bibl>).</p>
<p><num type="note">152</num>. Nel ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> «gli uomini e le donne del <title>Decameron</title>»; cfr. nota 203.</p>
<p><num type="note">153</num>. L'eliminazione degli inserti narrativi era stata proposta nel discorso di <name type="persona.real" key="Euclide">Euclide</name> nel <title>Teeteto</title> di <name type="persona.real" key="Platone">Platone</name> (143 b-c) e ripresa da <name type="persona.real" key="Cicerone">Cicerone</name> nelle <title><foreign lang="la">Tusculanae disputationes</foreign></title> (I, I, 4) e nel <title><foreign lang="la">De amicitia</foreign></title> (proemio, 3).</p>
<p><num type="note">154</num>. Come ricorda anche il <name type="persona.real" key="Benedetto Varchi">Varchi</name> (<bibl><title>Ercolano</title>, in <title>Discussioni linguistiche del Cinquecento</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Mario Pozzi">M.Pozzi</name>, Utet, Torino 1988, p. 104</bibl>), vi abitava <name type="persona.real" key="Simone da Villa">Simone da Villa</name>: cfr. <title>Decameron</title>, VIII, 9; oggi è <name type="luogo.real">via Ricasoli</name>.</p>
<p><num type="note">155</num>. Antica famiglia fiorentina, conobbe un periodo di decadenza in seguito alla svolta antinobiliare del <date value="1293">1293</date>: vennero poi riammessi all'esercizio delle magistrature nel <date value="1343">1343</date>. <name type="persona.real" key="Corrado Gianfigliazzi">Corrado Gianfigliazzi</name> è il protagonista di una novella del <title>Decameron</title> (VI, 4) richiamata dal <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> nel par. VIII.</p>
<p><num type="note">156</num>. Accolgo la proposta della <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name> di considerare il tutto un'unica battuta, riferentesi appunto al «tale» di cui si parla all'inizio.</p>
<p><num type="note">157</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, I, 68-69</bibl>; di parere opposto al <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> <name type="persona.real" key="Giovanbattista Gelli">Giovanbattista Gelli</name> nelle sue <title>lezioni</title> sulla <title>Commedia</title>, secondo cui il secondo verso contribuisce a dissipare l'ambiguità derivante dalla diversa concezione toponomastica dell'età di <name type="persona.real" key="Virgilio">Virgilio</name>, per la quale «Lombardo» era termine più generico rispetto all'epoca dantesca (<bibl><title>Letture edite e inedite sopra la Commedia di Dante</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Carlo Negroni">C.Negroni</name>, Bocca, Firenze 1887, I, pp. 108-9</bibl>).</p>
<p><num type="note">158</num>. <name type="luogo.real">Gazzuolo</name>, a <num value="20">venti</num> chilometri da <name type="luogo.real">Mantova</name>.</p> 
<p><num type="note">159</num>. Purtroppo il personaggio non è stato identificato, anche per la generità sibillina del riferimento.</p>
<p><num type="note">160</num>. Si ricordi che il <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name> nomina le donne della brigata del <title>Decameron</title> <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«per nomi alle qualità di ciascuna conveniente»</q> (<bibl>I, Introduzione, 51</bibl>).</p>
<p><num type="note">161</num>. Si accoglie l'emendazione della <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name>, che unico editore, segue il ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> contro la <title><foreign lang="la">princeps</foreign></title> che ha «madonna».</p>
<p><num type="note">162</num>. Entrambi personaggi di <bibl><title>Decameron</title>, I, 8</bibl> (e il secondo anche di <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, XVI, 70</bibl>, tra i sodomiti).</p>
<p><num type="note">163</num>. Cfr. <bibl><title>Decameron</title>, IX, 5, 5, p. 566</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«il partirsi dalla verità delle cose state nel novellare, è gran diminuire di diletto negl'intendenti»</q>.</p>
<p><num type="note">164</num>. Nel <bibl><title>De la instituzione di tutta la vita de l'omo nato nobile</title> cit., c. 43<hi rend="italic">r</hi>)</bibl> - che contiene anche una lode delle <title>Rime</title> del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> - <name type="persona.real" key="Alessandro Piccolomini">Alessandro Piccolomini</name> raccomandava di evitare una <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Piccolomini">«elezion di vocaboli aspri e difficili ad entrar per le orecchie»</q>.</p>
<p><num type="note">165</num>. Ricordo che nella primitiva redazione del ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> il precettore si dichiarava non fiorentino; il mutamento mi pare <pb n="105"/>renda tuttavia più ambigua, e dunque più sottile, l'operazione di dissimulazione del sapere del trattato, specialmente nelle pagine antidantesche: si ricordi inoltre l'atteggiamento antimediceo del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, che subì fra l'altro una recrudescenza nel corso degli ultimi anni. A riprova di quanto si va dicendo, si vedano le reazioni tutt'altro che favorevoli dell'<hi rend="italic">entourage</hi> fiorentino; cfr. l'affermazione del <bibl>Varchi nell'<title>Ercolano</title> cit. (p. 522)</bibl> relativamente al <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Varchi">«tutto che fusse fiorentino, non pare che nelle sue scritture stimasse o amasse troppo Firenze»</q>; o questa di <name type="persona.real" key="Vincenzo Borghini">Vincenzo Borghini</name> (databile agli <date value="1560">anni 60 del XVI secolo</date>): <q type="cit" who="S.Prandi" value="V.Borghini">«si giudica per qualcuno che egli avea un pò troppo voglia di biasimarlo»</q> [<hi rend="italic">scil.</hi>:Dante] (<bibl>in V.Borghini, <title>Scritti inediti o rari sulla lingua</title>, a cura di <name type="persona.real" key="John R.Woodhouse">J.R.Woodhouse</name>, Commissione per i testi di lingua, Blogna 1971, p. 16</bibl>). A un periodo sicuramente anteriore (forse alla fine degli <date value="1530">anni Trenta</date>, quando il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, già <name type="titolo.real" key="Giovanni Della Casa">monsignore</name>, è <name type="titolo.real" key="Giovanni Della Casa">ambasciatore</name> a <name type="luogo.real">Firenza</name> e viene accolto nell'Accademia degli Umidi), si riferisce invece il <title>Capitolo (...) in lode di Giovanni</title>, XV, vv. 130-35 (<bibl><title>Rime</title>, Francesco Moucke, Firenze 1741-42, II, 57</bibl>) di <name type="persona.real" key="Antonfrancesco Grazzini">A.Grazzini</name>, che allude proprio al capitolo del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> in biasimo del nome «Giovanni»: <q type="cit" who="S.Prandi" value="A.Grazzini">«Né per altro cred'io, che lo biasimassi / Quell'uomo dabben, che per crescer l'errore / Agli uomini vili e d'ogni saper cassi, / "Giovanni" lo fece esser "Monsignore". / Ma lasciamo ora andare: i' vi rammento / Che l'hanno i Fiorentin per protettore»</q>.</p> 
<p><num type="note">166</num>. <bibl>Petrarca, <title>R.V.F.</title>, CCCLXVI, 76-78</bibl>.</p>
<p><num type="note">167</num>. Il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> si riferisce in particolare all'orazione alla Vergine di <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name>, <bibl><title>Par.</title>, XXXIII, 7</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Dante">«Nel ventre tuo si raccese l'amore»</q>; però, nello stesso contesto, cfr. <bibl><title>Corbaccio</title> cit., p. 217</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Boccaccio">«Colei nel cui ventre si racchiuse la nostra salute»</q>.</p>
<p><num type="note">168</num>. Su questa idea di un <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name> rozzo e «popolare», immagine vulgata che il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> presenta con una punta di ironia sotto la maschera del «vecchio idiota», gioca un'importanza fondamentale il giudizio del <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name>, rivelatosi poi vincente (vedi ad esempio le censure a <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name> nel <title>Vocabolario</title> del <name type="persona.real" key="Girolamo Ruscelli">Ruscelli</name>), nelle <title>Prose della volgar lingua</title>, durante la discussione di <bibl><title>Inf.</title>, XXIX, 76-77</bibl> (passo concettualmente affine a <bibl><title>Par.</title>, XVII, 129</bibl>, preso in esame dal <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> più avanti). <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name> dunque per il <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name> <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«se taciuto avesse quello che dire acconciamente non si potea, meglio avrebbe fatto (...), ma ancora se egli avesse voluto pigliar fatica di dire con più vaghe e più onorate voci quello che dire si sarebbe potuto (...), sí sarebbe egli di molto maggior loda e grido, che egli non è»</q> (<bibl>ed. cit., p. 138</bibl>); per questa comunanza di «magnifica» materia e «vivlissime cose» <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«si può la sua <title>Comedia</title> giustamente rassomigliare ad un bello e spazioso campo di grano che sia tutto d'avene e di logli e d'erbe sterili e dannose mescolato»</q> (<bibl>ed. cit., p. 178</bibl>) - immagine ripresa da <name type="persona.real" key="Giovanbattista Cinzio Giraldi">Giraldi Cinzio</name> nel <title>Discorso dei romanzi</title>, che ci mostra <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name> con <q type="cit" who="S.Prandi" value="C.Giraldi">«una falce»</q> in mano tagliare <q type="cit" who="S.Prandi" value="C.Giraldi">«ogni erba ch'egli (...) incontrava»</q> (<bibl>Daelli, Milano 1864, I, 163</bibl>) -. In seguito la posizione si estende al <name type="persona.real" key="Bernardino Tomitano">Tomitano</name> e al <name type="persona.real" key="Claudio Tolomei">Tolomei</name>, il quale nel <title>Cesano</title> (ed. <date value="1555">1555</date>) ammette che <q type="cit" who="S.Prandi" value="C.Tolomei">«a ffatica riceviamo Dante per buono autore quanto alle parole»</q> (in <bibl><title>Discussioni linguistiche</title> cit., 251</bibl>). Nel <title>Dialogo delle lingue</title> dello <name type="persona.real" key="Sperone Speroni">Speroni</name> <pb n="106"/> (ed. <date value="1542">1542</date>) infine il <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name> taccia il poeta di provincialismo: <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«La lingua di Dante sente bene e spesso più del lombardo che del toscano; e ove è toscano, è più tosto toscano di contado che di città»</q> (<bibl><mentioned>ibid.</mentioned>, p. 313</bibl>).</p>
<p><num type="note">169</num>. Cfr. <bibl>Villani, <title>Cronica</title>, IX, 136</bibl>.</p>
<p><num type="note">170</num>. Cfr. <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De oratore</foreign></title>, III, 37, 150</bibl>. <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name>, e tutti i sostenitori della «lingua cortigiana», rifiutava l'uso di <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«quelle parole antiche toscane che già sono della consuetudine dei Toscani d'oggidì rifiutate»</q> (<bibl>I, XXVIII, ed. cit., p. 51</bibl>); l'atteggiamento antipuristico caratterizza com'è noto anche la posizione aretiniana delle <title>Sei giornate</title>.</p>
<p><num type="note">171</num>. «Uopo» incontra nel <date value="1500">Cinquecento</date> un discredito generalizzato: nelle <title>Prose della volgar lingua</title> cit. il <name type="persona.real" key="P.Bembo">Bembo</name> osserva che, <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«avendo i toscani in uso quest'altra voce <hi rend="italic">bisogno</hi>, che nello stesso può, di questo <hi rend="italic">uopo</hi> non faceva loro uopo altramente»</q> (p. 95). Ancora negativo il parere nella lettera dell'<name type="persona.real" key="Pietro Aretino">Aretino</name> al <name type="persona.real" key="Ludovico Dolce">Dolce</name> del <date value="25-06-1537">25 giugno 1537</date> (<bibl><title>Lettere. Il primo e il secondo libro</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Francesco Flora">F.Flora</name>, Mondadori, Milano 1960, pp. 193-194</bibl>); mentre nel <title>Dialogo della volgar lingua</title> del <name type="persona.real" key="Pierio Valeriano">Valeriano</name>, <name type="persona.real" key="Marostica">Marostica</name> se la prende con quei «puristi» che affettano arcaismi: <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Valeriano">«(...) non si può più vivere dapoiché son usciti fuora certi <hi rend="italic">soventi</hi>, certi <hi rend="italic">eglino</hi>, certi <hi rend="italic">uopi</hi>, certi <hi rend="italic">chenti</hi> e simili altri strani galavroni»</q> (in <bibl><title>Discussioni linguistiche</title> cit., p. 50</bibl>).</p>
<p><num type="note">172</num>. <name type="persona.real" key="Giovanbattista Gelli">Gelli</name>, nel <title>Ragionamento</title> premesso alla celebre grammatica del <name type="persona.real" key="Pierfrancesco Giambullari">Giambullari</name>, De <title>la lingua che si parla e scrive in Firenze</title> (in <bibl>G.B.Gelli, <title>Opere</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Delmo Maestri">D.Maestri</name>, Utet, Torino 1976, p. 475</bibl>), include <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.B.Gelli">«sezzaio»</q> <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.B.Gelli">«tra le parole che sono oggi aborrite e fuggite dagli scrittori»</q>; mentre <name type="persona.real" key="Carlo Lenzoni">Carlo Lenzoni</name> afferma analogamente riguardo alla scelta delle parole che <q type="cit" who="S.Prandi" value="C.Lenzoni">«basta ch'elle siano vecchie, ma non decrepite. A che serve dire oggi <hi rend="italic">altresì, sezzaio</hi> e tante altre simili che ci hanno mutato il parlare in tutto?»</q> (<bibl><title>Discussioni linguistiche</title> cit., p. 379</bibl>).</p>
<p><num type="note">173</num>. È il sonetto di <name type="persona.real" key="Antonio Alamanni">Antonio Alamanni</name> <title>Vidi uscir ossa ad un fuor delle mani</title>, vv. 9-10, pubblicato ne <bibl><title>I sonetti del Burchiello e di messer Antonio Alamanni</title>, Giunti, Firenze 1552, cc. 74<hi rend="italic">r-v</hi></bibl> (che ha tuttavia al v. 10 «un dì passato», e non «trapassato»).</p>
<p><num type="note">174</num>. <mentioned>fattezza</mentioned> <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno">«val disposizion di persona, similitudine, bellezza e membra ben fatte»</q> (AF 2341); cfr. <bibl>Petrarca, <title>R.V.F.</title>, XLIV, 4</bibl>.</p>
<p><num type="note">175</num>. <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno">«Vale "cigare" o "vocitare", così detto dalla voce che fa la carrucola che per alcun peso tirato ad alto cigola»</q> (AF 2183); cfr. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, XXIII, 101-2</bibl> (che ha però «le lor bilance»: il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>, qui come altrove cita a memoria, secondo una consuetudine tipicamente cinquecentesca, e quindi incorre in frequenti imprecisioni).</p>
<p><num type="note">176</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, XVII, 85-86</bibl>; <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno">«val "capriccio" e "tremore"»</q> (AF 2033). A proposito del termine «ribrezzo» afferma il <name type="persona.real" key="Giovanbattista Gelli">Gelli</name> nella <title>Lettera settima</title> sulla <title>Commedia</title> (stampata nel <date value="1561">1561</date>): <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.B.Gelli">«Così si usan chiamare questi tremiti e capricci di freddo che mandano inanzi a loro le febbri fredde, i quali nascono da'l sangue che ricorre in tali alterazioni al cuore»</q> (<bibl><title>Letture edite e inedite</title> cit., II, 141</bibl>).</p>
<p><num type="note">177</num>. <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno">«Le braccia senza le mani»</q> (AF 795); cfr. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, XXVIII, 104</bibl>.</p>
<p><num type="note">178</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, XXII, 26</bibl>; e il <name type="persona.real" key="Giovanbattista Gelli">Gelli</name> nella <title>Lettura ottava</title> sulla <title>Commedia</title>:<pb n="107"/> <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.B.Gelli">«È da notare che questa voce "muso" si dice nella lingua nostra propriamente solo di certi animali che hanno la faccia aguzzata, come sono le bertucce, i cani, i porci e simili, e particolarmente i ranocchi»</q> (<bibl><title>Letture edite e inedite</title> cit., II, 351</bibl>).</p>
<p><num type="note">179</num>. Già il <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name> aveva messo in guardia contro l'abitudine di voler conversare a ruota libera in una lingua che non fosse la propria; <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«nel qual errore incorrono in molti e, talor più che gli altri, alcuni nostri Lombardi»</q> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XXVIII, p. 51</bibl>). Lo stesso difetto sarà ripreso da <name type="persona.real" key="Sperone Speroni">Sperone Speroni</name> nelle <title>Lezioni in difesa della Canace</title> (<bibl><title>Canace e scritti in sua difesa</title>, a cura di C.Roaf, Commissione per i testi di lingua, Bologna 1982, p. 258</bibl>): <q type="cit" who="S.Prandi" value="S.Speroni">«io son sicuro che molto si disdica a un Lombardo, con sue parole rozze, ragionare delle composizioni toscane»</q>; il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> fra l'altro vi aveva fatto riferimento nel <title>Frammento sulle lngue</title> (in <bibl>C.Scarpati, in aa.vv., <title>Vestigia. Studi in onore di G.Billanovich</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Rino Avesani">R.Avesani</name> e altri, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1984, II, 676</bibl>).</p>
<p><num type="note">180</num>. Formando cioè il vocabolo corrispondente a «farsi innanzi» allo stesso modo di «rinculare». Alcuni sono riusciti a scorgere in queste annotazioni un'attitudine censoria di ascendenza controriformistica: credo invece che vi emerga fortissima un'ironia penetrante sui tabù della parola come merce di scambio del vivere sociale, ironia per la quale l'esperienza giovanile del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> come poeta bernesco non deve essere stata senza importanza.</p>
<p><num type="note">181</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, XXV, 2</bibl> (gesto di scherno consistente nel chiudere la mano a pugno col pollice tra l'indice e il medio). <name type="persona.real" key="Giovanbattista Gelli">Gelli</name> è costretto ad ammettere che il passo <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.B.Gelli">«è stato molto ripreso e biasimato da alcuni»</q>, tuttavia difende la scelta dantesca in base al criterio della verisimiglianza mimetica (<q type="cit" who="S.Prandi" value="G.B.Gelli">«decoro»</q>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.B.Gelli">«fare che ciascheduna persona che si finge parli e operi solamente quel tanto che si conviene al grado della persona ch'ella rappresenta»</q>; grado che, nel caso di <name type="persona.real" key="Vanni Fucci">Vanni Fucci</name>, è appunto infimo e spregevole). <q type="cit" who="S.Prandi" value="Burchiello">«Fare le fiche»</q> anche nel <bibl>Burchiello, sonetto <title>Peducci in gelatina e granchi e grilli</title>, v. 15, ed. cit., p. 124</bibl>.</p>
<p><num type="note">182</num>. Cfr. <bibl><title>Inf.</title>, XVII, 117</bibl>.</p>
<p><num type="note">183</num>. Le edd. moderne riportano la lezione originale del testo, cioè «diretro».</p>
<p><num type="note">184</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Purg.</title>, XVIII, 111 e 113-14</bibl> (che ha però «e troverai»). Nella stampa «vieni» è erroneamente posto nel secondo verso della citazione.</p> 
<p><num type="note">185</num>. Sotto la voce «Titone» <name type="persona.real" key="Francesco Alunno">Alunno</name> (AF 910) allinea le tre citazioni, due petrarchesche e una dantesca, nello stesso ordine del <title>Galateo</title>: <bibl><title>Trionfo d'Amore</title>, I, vv. 5-6</bibl>; <bibl><title>Trionfo della Morte</title>, II, 5</bibl>; <bibl><title>Purg.</title>, IX, I</bibl>, a conferma dell'importanza di questo repertorio per la stesura del trattato; un'attestazione ancora precedente è nell'edizione del <title>Capitolo del gioco della primiera col comento di messer Pietro Paulo da San Chirico</title> (pseudonimo del <name type="persona.real" key="Francesco Berni">Berni</name>) uscita a <name type="luogo.real">Roma</name> presso Minuzio Calvo nel <date value="1526">1526</date>, nella discussione dei vv. 1-3 <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Berni">«Tutta l'età d'un uomo intera / Se la fusse ben quella di Titone, / Non basterebbe a dir della primiera»</q> (ed. cit., p. 125).<pb n="108"/></p>
<p><num type="note">186</num>. Cfr. <bibl><title>Decameron</title>, VIII, 2, 30</bibl>.</p>
<p><num type="note">187</num>. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, XVIII, 133</bibl>.</p>
<p><num type="note">188</num>. Cfr. <bibl><title>Decameron</title>, I, 2, 19</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G.Boccaccio">«la potenza delle meretrici e de' garzoni»</q>.</p>
<p><num type="note">189</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Purg.</title>, XXX, 142-45</bibl> (il verso dantesco è però <q type="cit" who="S.Prandi" value="Dante">«Alto Fato (...)»</q>).</p> 
<p><num type="note">190</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Par.</title>, I, 38</bibl>. L'osservazione del precettore relativa al <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«puzzo dell'olio e della cucina»</q> della voce <hi rend="italic">lucerna</hi> non piacerà né al <name type="persona.real" key="Camillo Pellegrino">Camillo Pellegrino</name> della <title>Replica al segretario della Crusca</title>; né al <name type="persona.real" key="Vincenzo Borghini">Borghini</name> (<bibl><title>Scritti inediti</title> cit., p. 282</bibl>), né a <name type="persona.real" key="Jacopo Mazzoni">Jacopo Mazzoni</name>, che nel suo <title>Discorso in difesa della Commedia del divino poeta Dante</title> (<date value="1572">1572</date>) osserverà un poco ingenuamente come le lucerne anche <q type="cit" who="S.Prandi" value="J.Mazzoni">«nelle mense de' più nobili s'adoprano»</q>.</p>
<p><num type="note">191</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Par.</title>, XII, 55-56</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Dante">«(...) l'amoroso drudo / De la fede cristiana»</q>.</p>
<p><num type="note">192</num>. <bibl><mentioned>Ibidem</mentioned>., XVII, 129</bibl>.</p>
<p><num type="note">193</num>. <bibl><title>Decameron</title>, IV, 3, 13</bibl>: ma nelle parole di <name type="persona.real" key="Restagnone">Restagnone</name> non v'era alcuna intenzione polemica.</p>
<p><num type="note">194</num>. Cfr. <bibl>Isocrate, <title>A demonico</title>, 41</bibl>.</p>
<p><num type="note">195</num>. È la stessa interiezione dell'impacciato cavaliere di madonna <name type="persona.real" key="Oretta">Oretta</name> (vedi par. XX); cfr. <bibl><title>Decameron</title>, VI, I, 9</bibl>.</p>
<p><num type="note">196</num>. Il lapsus diventa doppiamente compromettente considerando che nel <name type="persona.real" key="Francesco Berni">Berni</name> «arabico» vale come offesa, è cioè sinonimo di bruttezza: cfr. <bibl><title>Catrina</title>, 46, ed. cit., p. 29, e il sonetto «in descrizzion dell'arcivescovo di Firenze» (<name type="persona.real" key="Andrea Buondelmonti">Andrea Buondelmonti</name>), v. 58, ed. cit., p. 166</bibl> (<q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Berni">«Una figura arabica, un'arpia»</q>).</p>
<p><num type="note">197</num>. Anche in questo caso il precetto ciceroniano è filtrato attraverso <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name>, <bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., I,, XXXIII, p. 58</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«non troppo sottile o molle come di femina, né ancor tanto austera ed orrida che abbia del rustico»</q>; cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 869</bibl>.</p>
<p><num type="note">198</num>. Notevole il fatto che qui il precettore sconsigli una delle figure retoriche che contribuirono maggiormente alla fortuna del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> rimatore, cioè l'iperbato: cfr. <bibl>T.Tasso, <title>Lezione (...) sopra il sonetto «Questa vita mortal» di Mons. Della Casa</title>, in <title>Prose diverse</title>, a cura di <name type="persona.real" key="Carlo Guasti">C.Guasti</name>, Le Monnier, Firenze 1875, II, 117</bibl>.</p>
<p><num type="note">199</num>. <bibl>Dante, <title>Purg.</title>, XXX, 131</bibl>.</p>
<p><num type="note">200</num>. <bibl>Petrarca, <title>R.V.F.</title>, CCX, 14</bibl>.</p>
<p><num type="note">201</num>. Cfr. il riferimento ne <title>Il libro del cortegiano</title> di chi <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«andasse per le strade ballando la moresca»</q> (<bibl>II, VI, p. 99</bibl>).</p>
<p><num type="note">202</num>. Cfr. <bibl><title>Decameron</title>, X, 8, 56</bibl>.</p>
<p><num type="note">203</num>. La redazione manoscritta aveva esplicitamente «il <title>Decameron</title>»: per la terza volta (cfr. <bibl>nota 62 e 152</bibl>), il nome dell'opera (che nell'ed. Giunti del <date value="1573">1573</date> verrà presentata significativamente col titolo: <title>Il Decameron ricorretto in Roma, emendato secondo l'ordine del santissimo Concilio di Trento</title>), viene nella redazione definitiva eliminato; non va dimenticato a questo proposito che il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> collaborò alla stesura del primo Indice dei libri proibiti - anche se la sua proposta, presentata nel <date value="1549">1549</date>, non fu accolta, e il primo <title><foreign lang="la">Index</foreign></title> generale fu stampato soltanto <num value="10">dieci</num> anni dopo -.<pb n="109"/></p>
<p><num type="note">204</num>. Il fatto che il <title>Filocolo</title> rappresentasse un esempio di stile «alto» e latineggiante, talvolta considerato eccessivamente pomposo, il <title>Decameron</title> di stile medio e il <title>Corbaccio</title> di stile umile, era un aspetto universalmente avvertito dalla critica del <date value="1500">Cinquecento</date>, riecheggiato nella dedicatoria al <name type="persona.real" key="Da Sylva">Da Sylva</name> del <title>Cortegiano</title>, dove viene contrapposto un <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name> guidato <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«dall'ingegno e dall'istinto suo naturale»</q> a uno <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«più culto e castigato»</q> <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«con diligenza e fatica»</q> (<bibl>ed. cit., pp. 8-9</bibl>); cfr., per il <title>Filocolo</title>, <bibl>Carlo Lenzoni, <title>In difesa della lingua fiorentina</title>, in <title>Discussioni linguistiche</title> cit., pp. 351 e 424</bibl>; nonché <bibl>G.B.Gelli, <title>Ragionamento</title>, ed. cit., p. 475</bibl>; e <bibl>Leonardo Salviati, <title>Avvertimenti sopra 'l Decameron</title>, <mentioned>ibid.</mentioned>, p. 844</bibl>.</p>
<p><num type="note">205</num>. La stampa legge erroneamente «accozzate».</p>
<p><num type="note">206</num>. Cfr. <bibl>Dante, <title>Inf.</title>, IV, 141</bibl> (<name type="persona.real" key="Lino">Lino</name> è figura mitica, frequentemente associata a <name type="persona.real" key="Orfeo">Orfeo</name>, eterogeneo quindi rispetto alla storicità degli altri due personaggi secondo la sensibilità del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name>).</p>
<p><num type="note">207</num>. Esempio tratto dal sonetto del <name type="persona.real" key="Burchiello">Burchiello</name> <title>Io vidi un dì spogliar tutte in farsetto</title>, v.12.</p>
<p><num type="note">208</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 869</bibl>; ma anche <bibl>Francesco da Barberino, <title>Documenti d'amore, Docilità</title>, V, I, 62 e 73</bibl>, con riferimento a <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«(...) chi sua lingua agroppa / Per lo corrente parlar»</q>, ed a colui che, per contro, impiega <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«soverchia dilatazion in proferere»</q>.</p>
<p><num type="note">209</num>. La suggestione, ma senza alcun valore negativo, in <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De oratore</foreign></title>, I, 33, 153</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«Ut concitato navigio, cum remigies inhibuerunt, retinet tamen ipsa navis motum et cursum suum intermisso impetu pulsuque remorum, sic in oratione perpetua, cum scripta deficiunt, parem tamen obtinet oratio reliqua cursum scriptorum similitudine et vi concitata»</foreign></q> ("Come una nave in velocità, nel momento in cui i rematori si fermano, mantiene il suo movimento e la rotta anche se non vi è l'impulso e la spinta dei remi, così in un'orazione, venuti a mancare gli appunti, la parte rimanente prosegue con lo stesso ritmo e forza, come se vi fossero").</p>
<p><num type="note">210</num>. Sul tipo umano del logorroico cfr. <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">De garrulitate</foreign> (Della loquacità)</title></bibl> <bibl>Teofrasto, <title>Caratteri</title>, VII</bibl>; <bibl>Isocrate, <title>A Demonico</title>, 20</bibl>; <bibl>Gellio, <title><foreign lang="la">Noctes Atticae</foreign></title>, I, 15</bibl>; <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, I, 3</bibl>; <bibl>I, 10, e I, 12</bibl>; in epoca umanistica <bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title>, I, XVII (<title><foreign lang="la">De insulsis et profusis</foreign></title>) e I, XIX (<title><foreign lang="la">De verbosis</foreign></title>)</bibl>.</p>
<p><num type="note">211</num>. Cfr. <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, I, XXXVII, 134</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«Nec vero, tamquam in possessionem suam venerit, excludat alios»</foreign></q> ("E non escluda gli altri, come se prendesse possesso di una sua proprietà"); <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 868 e 870</bibl>.</p>
<p><num type="note">212</num>. È uno dei tratti del logorroico descritto dal <title><foreign lang="la">De Garrulitate</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Plutarco">Plutarco</name>.</p>
<p><num type="note">213</num>. Il particolare ricorda la «bugietta» che non disconviene nella narrazione di casi particolari, a dire del <name type="persona.real" key="Bibbiena">Bibbiena</name>, <q type="cit" who="S.Prandi" value="Bibbiena">«crescendo o diminuendo secondo 'l bisogno»</q> (<bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XLIX, p. 149</bibl>).</p>
<p><num type="note">214</num>. Non si accoglie qui l'integrazione di <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name> <q type="cit" who="S.Prandi" value="C.Cordié">«abbi a dovizia»</q>.</p>
<p><num type="note">215</num>. Cfr. <bibl>Gellio, <title><foreign lang="la">Noctes Atticae</foreign></title>, I, XV, 18</bibl>: riporta il detto di <name type="persona.real" key="Sallustio">Sallustio</name> <q type="cit" who="S.Prandi" value="Sallustio"><foreign lang="la">«Satis eloquentiae, sapientiae parum»</foreign></q> (<bibl><title><foreign lang="la">De coniur. Catil.</foreign></title>, V, 4</bibl>).<pb n="110"/></p>
<p><num type="note">216</num>. Cfr. <bibl>Castiglione, <title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, XVIII, p. 113</bibl>; <bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De sermone</foreign></title>, I, XXII (<title><foreign lang="la">De taciturnis</foreign></title>)</bibl>; cfr. inoltre <bibl><title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit., VI, p. 165</bibl>. Gran differenza dunque rispetto alla trattatistica medievale e alla sua «educazione al silenzio» che possiamo ritrovare anche nel <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Enea Silvio Piccolomini">Enea Silvio Piccolomini</name>, (p. 975) e in <name type="persona.real" key="Leon Battista Alberti">Leon Battista Alberti</name> (<bibl><title><foreign lang="la">De iciarchia</foreign></title>, lib. II, ed. cit., II, pp. 232 sgg.</bibl>) e per la quale grande importanza tra le fonti assume ancora il <title><foreign lang="la">De garrulitate</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Plutarco">Plutarco</name>.</p> 
<p><num type="note">217</num>. Cfr, <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, IV, 20</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Disticha Catonis"><foreign lang="la">«Sermo hominum mores et celat ey indicat idem»</foreign></q> ("La parola nasconde e rivela allo stesso tempo la natura umana").</p>
<p><num type="note">218</num>. Allude al significato del nome greco di <name type="persona.real" key="Policleto">Policleto</name>.</p>
<p><num type="note">219</num>. Cfr. <bibl>Ariosto, <title>Orlando Furioso</title>, XVIII, CLXXIV, 7-8</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="L.Ariosto">«Predetto egli s'avea, che d'anni pieno / Dovea morire alla sua moglie in seno»</q>.</p>
<p><num type="note">220</num>. Notizia che conobbe grande diffusione nell'antichità, tramandata, tra gli altri, da <name type="persona.real" key="Plinio">Plinio</name> (<bibl><title><foreign lang="la">Naturalis historia</foreign></title>, XXXIV, XIX, 55 sgg</bibl>) e in seguito da <name type="persona.real" key="Eliano">Eliano</name> e <name type="persona.real" key="Luciano">Luciano</name> e addirittura dal <title><foreign lang="la">Liber complessionum</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Galeno">Galeno</name> (fonti tutte offerte dal <name type="persona.real" key="Giovanbattista Casotti">Casotti</name>, ancora una volta debitore delle annotazioni manoscritte del <name type="persona.real" key="Gilles Ménage">Ménage</name>).</p>
<p><num type="note">221</num>. Terminologia di scuola divenuta oramai al tempo del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> patrimonio della lingua comune: le «cose singolari» e gli «esempi» fanno parte del processo induttivo, che conduce dalla conoscenza del particolare a una regola; le «generali» e i «sillogismi» di quello deduttivo, che percorre il tragitto inverso (l'«esempio» in particolare è, unitamente all'«entimema», il corrispettivo dialettico-retorico dell'«induzione» e del «sillogismo» in campo anapodittico). <mentioned>sillogismi</mentioned> nella definizione dell'<name type="persona.real" key="Francesco Alunno">Alunno</name> <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno">«sono pungenti e sottili argomenti delle cose dubbie»</q> (AF 335).</p>
<p><num type="note">222</num>. «Uso» come caratteristica indispensabile alla perfetta virtù dell'uomo, unitamente alla «natura» e alla «ragione» (la «regola» del <title>Galateo</title>), ritroviamo nella volgarizzazione cinquecentesca di <name type="persona.real" key="Marcello Adriani">Marcello Adriani</name> del <title><foreign lang="la">De liberis educandis"></foreign></title> di <name type="persona.real" key="Plutarco">Plutarco</name> (<bibl><title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title>, IV, ed. cit., I, 3 - <title><foreign lang="la">Moralia</foreign></title>, 2 A-B</bibl>).</p>
<p><num type="note">223</num>. In più occasioni le lettere del <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> offrono conferme a questa affermazione; ad esempio questo passo della lettera del <date value="20-09-1544">20 settembre 1544</date> al <name type="persona.real" key="Carlo Gualteruzzi">Gualteruzzi</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«(...) sbrigatomi delle cerimonie pubbliche pur secondo il mio costume arido e salvatico»</q> (<bibl><title>Corrispondenza G.Della Casa - C.Cgualteruzzi 1525-1549</title> cit., p. 19</bibl>).</p>
<p><num type="note">224</num>. Il medesimo esempio in <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title>, IV, ed. cit., I, 5 (<title><foreign lang="la">Moralia</foreign></title>, 2 E-F)</bibl>; cfr. <bibl>Orazio, <title><foreign lang="la">Epistulae</foreign></title>, II, I, 64-65</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Orazio"><foreign lang="la">«Fingit equum tenera docilem cervice magister / Ire viam montret eques»</foreign></q> ("L'allevatore educa il cavallo a percorrere la via che il cavaliere indicherà, quando ancora è giovane il morso" - trad. <name type="persona.real" key="Enzo Mandruzzato">E.Mandruzzato</name> -).</p>
<p><num type="note">225</num>. Italianizzazione di <name type="persona.real" key="Teodoro">Teodoro</name>, nell'esempio aristotelico (<bibl><title>Politica</title>, 1136 b 28</bibl>) utilizzato anche dal <name type="persona.real" key="Baldassar Castiglione">Castiglione</name>: <bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., II, VIII, p. 103</bibl>.</p>
<p><num type="note">226</num>. Interessante sviluppo paradossale da tema eracliteo, che avrà forse avuto una suggestione da <name type="persona.real" key="Plutarco">Plutarco</name>, <bibl><title><foreign lang="la">De liberis educandis</foreign></title>, XIII, ed. cit.</bibl>, <bibl>I, 20-21 (<title><foreign lang="la">Moralia</foreign></title>, 9 C)</bibl>, sulla necessità del riposo nell'educazione dei <pb n="111"/>giovani (qui nella trad. cinquecentesca di <name type="persona.real" key="Marcello Adriani il Giovane">Marcello Adriani il Giovane</name>): <q type="cit" who="S.Prandi" value="Plutarco">«Allentiamo l'arco e la lira per poterlo tirare ed accordare poco appresso»</q> (cfr. <bibl>Eraclito, <title>Framm.</title> 51 Diels-Kranz</bibl>).</p>
<p><num type="note">227</num>. Nella storia rinascimentale delle proporzioni, estremamente complessa perché contamina i dati dell'estetica medievale (specialmente agostiniana) con quelli della tradizione classica, la «misura delle parti verso di sé» è denominata tecnicamente <mentioned><foreign lang="la">modus</foreign></mentioned>, e quella «fra le parti e'l tutto» <mentioned>ordo</mentioned>. Piuttosto insolita, pur nella sua tipicità, la definizione di bellezza del precettore, in quanto facente capo solo al criterio della <hi rend="italic">proporzione</hi> e non a quello del <hi rend="italic">colore</hi>, come accadeva comunemente nella tradizione classica e aristotelica; si dirà che questo accade perché egli si richiama esplicitamente alla teoria neoplatonica dell'unità del bello (e il <title>Galateo</title> è tra i primi testi a farlo, con una sensibilità che anticipa la riscoperta tardocinquecentesca di <name type="persona.real" key="Marsilio Ficino">Ficino</name> e <name type="persona.real" key="Pico Della Mirandola">Pico</name>): eppure non viene fatta alcuna menzione del concetto cardine di quella tradizione, ovvero la teoria della <hi rend="italic">grazia</hi> e la sua fondazione sulla metafisica della luce, forse perché poco consona all'indotto precettore: nella sua generità ricorda perciò la definizione di bellezza offerta dagli <title>Asolani</title> (che però menzionano - e forse non sarà un caso - la «grazia»): <q type="cit" who="S.Prandi" value="P.Bembo">«ella non è altro che una grazia che di proporzione e di convenenza nasce e d'armonia nelle cose, la quale quanto è perfetta ne' suoi suggetti, tanto più amabili essere ce gli fa e più vaghi»</q> (<bibl>III, VI, ed. cit., p. 467</bibl>). In ogni caso la concezione casiana è funzionale alla propria teoria dell'«apparenza sociale», che assume la «discordanza» (cioè la diversità di comportamenti dell'individuo) come disvalore.</p>
<p><num type="note">228</num>. È stato proposto, per l'identificazione del personaggio, sia il nome di <name type="persona.real" key="Plotino">Plotino</name> (<name type="persona.real" key="Saverio Orlando">S.Orlando</name>) sia quello di <name type="persona.real" key="Orazio">Orazio</name> - ricordando il celebre <q type="cit" who="S.Prandi" value="C.Steiner"><foreign lang="la">«simplex dumtaxat et unum»</foreign></q> - (<name type="persona.real" key="Carlo Steiner">C.Steiner</name>); <name type="persona.real" key="Antonino Sole">A.Sole</name> invece, sulla base di un passo dell'epistola <title><foreign lang="la">De imitatione</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Pietro Bembo</name>, ritiene il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> faccia riferimento al <name type="persona.real" key="Pietro Bembo">Bembo</name> ed alla sua teoria dell'unicità del modello (<bibl><title>Riflessi etico-sociali</title> cit., pp. 111 sgg.</bibl>).</p>
<p><num type="note">229</num>. Dopo «pelle bruna» la redazione manoscritta ha «e le trecce bionde».</p>
<p><num type="note">230</num>. Zeusi; cfr. <bibl>Plinio, <title><foreign lang="la">Naturalis historia</foreign></title>, XXXV, XXXVI, 61 sgg.</bibl></p>
<p><num type="note">231</num>. Fin dal commento del <name type="persona.real" key="Giovanbattista Casotti">Casotti</name> del <date value="1707">1707</date> (che del resto riportava un giudizio delle annotazioni manoscritte del <name type="persona.real" key="Gilles Ménage">Ménage</name>), si è insistito sul fatto che in questa circostanza il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> avrebbe errato, poiché avrebbe dovuto menzionare <name type="persona.real" key="Elena">Elena</name>; ma <name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">E.Scarpa</name> nella sua introduzione al <title>Galateo</title> (p. XXVI) fa notare che il riferimento a <name type="persona.fit" key="Venere">Venere</name> era egualmente topico, citando a conforto il <title>Dialogo di pittura</title> di <name type="persona.real" key="Paolo Pino">Paolo Pino</name>.</p>
<p><num type="note">232</num>. <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Boccaccio">«Stovigli»</q> in <bibl><title>Decameron</title>, II, 4, 22</bibl>; nel <title>Corbaccio</title> cit. inoltre la <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Boccaccio">«malvagia femina»</q> amata dal <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name> rivolge alla propria fante l'accusa: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Boccaccio">«tu non se' da altro che da lavar le scodelle»</q> (p. 262).</p>
<p><num type="note">233</num>. Nel progetto complessivo dell'opera, dopo aver illustrato i comportamenti che <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«spiacciono all'appetito»</q> e all'<q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«immaginazione»</q> e la parentesi introduttiva dedicata alla bellezza di XXV-XXVI, dovrebbe ora cominciare la rassegna di quelli che <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«spiacciono all'intelletto»</q>; tuttavia, come molti interpreti hanno notato, essi costituiscono in gran parte in gran parte una riproduzione dei primi paragrafi: il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> stesso lo ammette <pb n="112"/> (<q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«molte di quelle cose che si sono dette sopra, o per aventura tutte, dirittamente si possono qui replicare»</q>). La conclusione dell'opera in effetti (che costituisce la parte più tormentata del ms <name type="manoscritto" key="Ricci-Parracciani">Ricci-Parracciani</name> quanto a interventi redazionali), testimonia un certo grado di insoddisfazione, denunciando la propria incompiutezza (vedi anche la notazione di XXIX: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«Le quali cose sono dette da noi in questo luogo più per incidenza che perché l'ordine che noi pigliammo da principio lo richiegga»</q>).</p>
<p><num type="note">234</num>. Banalizzando dal <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name> e da alcuni editori successivi in «più agevole» (<name type="persona.real" key="Emanuela Scarpa">Scarpa</name>).</p> 
<p><num type="note">235</num>. La stessa coppia sinonimica, con evidente valore ironico, in <bibl>Berni, <title>Capitolo del debito</title>, vv. 139-40, ed. cit., p. 146</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Berni">«Voi vedete il Bargello a voi venire / Con una certa grazia e leggiadria»</q>; ma qui il riferimento obbligato è alla fondazione della grazia sulla «sprezzatura» de <bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit., I, XXVI, pp. 46-48</bibl>.</p>
<p><num type="note">236</num>. Cfr. <bibl>Castiglione, <title>Il libro del cortegiano</title> cit., I, XIX, p. 40</bibl>. La fonte è <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, I, XXXV, 128</bibl>, che il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> aveva tenuto presente anche nel suo <bibl><title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit., VIII, p. 169</bibl>.</p>
<p><num type="note">237</num>. Cfr. <bibl>Castiglione, Il libro del cortegiano cit., I, XIX, p.40</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«E di tal sorte voglio io che sia lo aspetto del nostro cortegiano, non così molle e feminile come si sforzano d'aver molti, che non solamente si crespano i capegli e spelano le ciglia, ma si strisciano con tutti que' modi che si faccian le più lascive e disoneste femine del mondo»</q> e <bibl>II, XXVII, p.124</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="B.Castiglione">«(...)voglio che 'l nostro cortegiano in tutto l'abito sia pulito e delicato, ed abbia una certa conformità di modesta attillatura, ma non però di maniera feminile o vano»</q>. Tale aspetto comunque era un luogo comune della trattatistica pedagogica antica ed umanistica: cfr. ad esempio <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, I, XXXVI, 130</bibl>; <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., coll. 680 F - 681 B</bibl>.</p>
<p><num type="note">238</num>. La difficoltà di individuare precetti universalmente validi per la variabiblità dei costumi rispetto alle condizioni individuali, al luogo ed al tempo era ancora in <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 865</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Erasmo da Rotterdam"><foreign lang="la">«non omnium est vel fortuna, vel dignitas; nec apud omnes nationes eadem decora sunt aut indecora; postremo nec omnibus saeculis eadem placent displicentve»</foreign></q> ("dignità e ricchezze non sono uguali per tutti; né ciò che è accettabile o inaccettabile è il medesimo per tutte le genti; infine le stesse cose non risultano gradevoli o sgradevoli in tutte le epoche"); cfr. anche <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 686 F</bibl> e <bibl>Pontano, <title><foreign lang="la">De Sermone</foreign></title> cit., I, XII, p. 18</bibl>. La stessa cosa aveva sostenuto il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> nel <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«gli ufficii si mutano secondo le persone, i tempi, le età, la natura delle cose, i costum degli uomini, la usanza de' luoghi, e secondo altre cose le quali senza numero quasi sono»</q>(<bibl>XI, p. 179</bibl>).</p>
<p><num type="note">239</num>. Contro le vesti troppo sgargianti e lussuose, ereditando un tratto comune della precettistica classica (ad es. <bibl>Isocrate, <title>A Demonico</title>, 27</bibl> e <bibl>Varrone, <title><foreign lang="la">Catus, de liberis educandis</foreign></title>, a cura di <name type="persona.real" key="Ettore Bolisani">E.Bolisani</name>, Messaggero, Padova 1937, p. 29</bibl>), si pronuncia concorde la pedagogia umanistica: <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 865</bibl>; <bibl>Sadoleto, <title><foreign lang="la">De liberis recte in-stituendis</foreign></title> cit., c. 15<hi rend="italic">v</hi></bibl>; <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 68I G.</bibl><pb n="113"/></p>
<p><num type="note">240</num>. Rapito per la sua bellezza dagli dei perché divenisse coppiere di <name type="persona.fit" key="Zeus">Zeus</name>, cfr. <bibl><title>Iliade</title>, V, 266 e XX, 232</bibl>; <bibl>Ovidio, <title>Metamorfosi</title>, X, 155 sgg.</bibl></p> 
<p><num type="note">241</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 865</bibl>; <q type="cit" who="S.Prandi" value="Erasmo da Rotterdam"><foreign lang="la">«picturatis ac versicoloribus uti morionum est ac simiorum»</foreign></q> ("indossare [vesti] sgargianti e variopinte è proprio dei buffoni e dei mimi").</p> 
<p><num type="note">242</num>. L'episodio è narrato da <bibl>Villani, <title>Cronica</title>, X, 59</bibl>; ma anche dal <name type="persona.real" key="Paolo Giovio">Giovio</name> del <title>Dialogo dell'imprese militari ed amorose</title> (<date value="1555">1555</date>) - nell'<bibl>ed. a cura di <name type="persona.real" key="Maria Luisa Doglio">M.L.Doglio</name>, Bulzoni, Roma 1978 a p. 45</bibl> - e dal <name type="persona.real" key="Nicolò Macchiavelli">Macchiavelli</name> della <title>Vita di Castruccio Castracani</title>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="N.Macchiavelli">«E Castruccio fu fatto senatore di Roma (...) Il quale ufficio Castruccio prese con grandissima pompa, e si misse una toga di broccato indosso con lettere dinanzi che dicevano: <mentioned>Egli è quel che Dio vuole</mentioned>; e di dietro dicevano: <mentioned>E' sarà quel che Dio vorrà</mentioned>»</q> (in <bibl><title>Opere</title> cit., p. 546</bibl>).</p>
<p><num type="note">243</num>. Dopo il successo dell'emblematica (la prima ed. degli <title>Emblemata</title> dell'<name type="persona.real" key="Andrea Alciati">Alciati</name> è del <date value="1531">1531</date>), si sviluppa a partire dagli <date value="1550">anni Cinquanta del XVI secolo</date> la moda dell'impresistica, lanciata soprattutto dal <title>Dialogo delle imprese militari ed amorose</title> di <name type="persona.real" key="Paolo Giovio">Paolo Giovio</name>, uscito postumo nel <date value="1555">1555</date>; qui però il riferimento appare, forse per la prima volta, in un contesto non specialistico. Ricordo che la specificità dell'impresa consisteva nel fatto che in essa era bandita la rappresentazione della figura umana, ed anche nelle sue finalità spiccatamente mondane: un «gioco delle imprese» sarà ricordato da <name type="persona.real" key="Girolamo Bargagli">Girolamo Bargagli</name> nel suo <title>Dialogo de' giuochi che nelle vegghie sanesi s'usano di fare</title> (<date value="1572">1572</date>), e un secolo dopo la moda fuoreggerà nel salone della <name type="titolo.real" key="marchesa di Rambouillet">marchesa di Rambouillet</name>.</p>
<p><num type="note">244</num>. Cfr. <bibl>Villani, <title>Cronica</title>, VI, 46</bibl>.</p>
<p><num type="note">245</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit, I, 867</bibl>.</p>
<p><num type="note">246</num>. In quanto roccaforte militare.</p>
<p><num type="note">247</num>. La giusta misura nell'incedere era stata raccomandata da <bibl>Cicerone, <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title>, I, XXXVI, 131</bibl>; cfr. <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De lberorum educatione</foreign></title> cit., col. 679 E</bibl>, secondo cui l'affannarsi e l'ansare <q type="cit" who="S.Prandi" value="M.Vegio"><foreign lang="la">«maximan (...) ostendunt corporis deformitatem»</foreign></q> ("evidenziano la più grande disarmonia del corpo"), mentre per <name type="persona.real" key="Cicerone">Cicerone</name> da questi segni <q type="cit" who="S.Prandi" value="Cicerone"><foreign lang="la">«magna significatio fit non adesse comstatiam»</foreign></q> ("si ricava che in noi non c'è fermezza di carattere").</p>
<p><num type="note">248</num>. La notazione ancora in <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 679 H</bibl> ed <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 865</bibl>.</p>
<p><num type="note">249</num>. Reminiscenza dantesca: <bibl><title>Purg.</title>, XXIX, 59-60</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Dante">«che si movieno incont'a noi si tardi / Che foran vinte da novelle spose»</q>.</p>
<p><num type="note">250</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 864</bibl>; <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title> cit., p. 44, v. 10</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Sulpizio"><foreign lang="la">«Atque palam pudeat te fricuisse caput»</foreign></q> ("Mai dinnanzi agli altri devi grattarti il capo").</p>
<p><num type="note">251</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 864</bibl>; <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title> cit., p. 44, vv. 13-14</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Sulpizio"><foreign lang="la">«Seu spuis aut mungis nares nutasve, memento / Post tua concussum vertere terga caput»</foreign></q> ("Se sputi o soffi il naso, se hai voglia di fare starnuti, / Ricorda che la testa devi volgere indietro").</p>
<p><num type="note">252</num>. <bibl>Senofonte, <title>Ciropedia</title>, I, 2, 16 e VIII, I, 42</bibl> e <bibl>Varrone, <title><foreign lang="la">Catus, de liberis educandis</foreign></title>, ed. cit., p. 31</bibl>.<pb n="114"/></p>
<p><num type="note">253</num>. Cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 868</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Erasmo da Rotterdam"><foreign lang="la">«Nonnulli, vorandi studio, spirant etiam naribus, quasi praefocandi»</foreign></q> ("alcuni per la foga di ingozzarsi, soffiano perfino dalle narici, come se stessero soffocando").</p>
<p><num type="note">254</num>. Al posto di «e meno col dito» la redazione manoscritta ha, più estesamente: né mettersi il dito nè pure lo stecco o fuscello che io dire debba in bocca, e molto meno nelle orecchie»; la variante della stampa si giustifica a mio parere con la volontà di evitare la ripetizione rispetto al contiguo «portar lo stecco a guisa d'uccello (...) o sopra l'orecchio».</p>
<p><num type="note">255</num>. Altra lezione erronea del <name type="persona.real" key="Carlo Cordié">Cordié</name>, che omette «in bocca»; lo «stecco», ricavato da penna o da canna, veniva utilizzato come forchetta.</p>
<p><num type="note">256</num>. Cfr. <bibl>Senofonte, <title>Ciropedia</title>, V, 2, 17</bibl>.</p>
<p><num type="note">257</num>. Cfr. <bibl>Francesco da Barberino, <title>Documenti d'amore, Docilità</title> cit., VIII, p. 25</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«Invitar non si dieno, / Ch'e' son per ciò, e libero è 'l potere / E gravasi il volere / Di lui, che con cagion forse asteneva»</q>.</p>
<p><num type="note">258</num>. Cfr. <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title> cit.., p. 49, vv. 69-70</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Sulpizio"><foreign lang="la">«Quodque vir egregius pavido tibi porriget, illud / Sume libens, grates aptaque verba refer»</foreign></q> ("Se un ospite esitante ti vede e qualcosa ti offre, / Piacevolmente accetta e grate parole esprimi").</p> 
<p><num type="note">259</num>. <name type="persona.real" key="Erasmo da Rotterdam">Erasmo</name> (<bibl><title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 867</bibl>), a differenza della trattatistica medievale - e in questo più vicino alla letteratura classica dei <title><foreign lang="la">Symposiaca</foreign></title> che il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> stigmatizza - preferiva alcune precauzioni, limitatamente ai più giovani: non bere più di due o tre volte, e comunque mai a stomaco vuoto. Decisamente più cauti <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 683</bibl> e <bibl>Sulpizio, <title><foreign lang="la">De moribus in mensa servandis</foreign></title> cit., p. 52, vv. 115-16</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Sulpizio"><foreign lang="la">«Unicum ad summum tu bina vel pocula sumes»</foreign></q> ("Un bicchiere berrai, al massimo due"); cfr. <bibl>Isocrate, <title>A Demonico</title>, 32</bibl> e <bibl><title><foreign lang="la">Disticha Catonis</foreign></title>, II, 21 e IV, 24</bibl>.</p>
<p><num type="note">260</num>. Dal tedesco <mentioned><foreign lang="te">Ich bringe dir's</foreign></mentioned> («io offro a te», detto sollevando la coppa). Che i <name type="popolo.real" key="Tedeschi">Tedeschi</name> avessero fama di bevitori lo rivela (tra le tante attestazioni) il sonetto del <name type="persona.real" key="Burchiello">Burchiello</name> <bibl><title>I ranocchi che stanno nel fangaccio</title>, vv. 15-17 (ed. cit., p. 75)</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Burchiello">«Come dice il Tedesco / Non andar mai a tavola a sedere / Se prima non vi trovi su da bere»</q>.</p> 
<p><num type="note">261</num>. Non così <bibl>Bonvesin da la Riva, <title><foreign lang="la">De quinquaginta curialitatibus ad mensam</foreign></title> cit., p. 317</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Bonvesin da la Riva">«(...) se ben tu no voi bere / S'alcun te sporz la copa, sempre la di' receve»</q>.</p> 
<p><num type="note">262</num>. La stessa tecnica di simulazione in <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title>, cit., I, 867.</bibl></p>
<p><num type="note">263</num>. Per la codificazione della pratica dei simposi cfr. <bibl>Platone, <title>Leggi</title>, 638 c - 641 a e 670 c - 672 a</bibl>; una difesa della tradizione simposiaca troviamo nel <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Enea Silvio Piccolomini">Enea Silvio Piccolomini</name> (p. 970): <name type="persona.real" key="Platone">Platone</name> <q type="cit" who="S.Prandi" value="E.S.Piccolomini"><foreign lang="la">«non passim haurienda vina, sed modicis et honestis inter bibendum remissionibus refici integrarique animos ad instauranda sobrietatis officia sapienter existimavit»</foreign></q> ("non ritenne che si dovesse tracannare vino senza regola, ma, bevendo in moderati e convenienti intervalli di svago, ricreare e ristorare l'animo in vista degli impegni di tutti i giorni"); tale difesa comunque era già in <bibl>Senofonte, <title>Simposio</title>, <pb n="115"/>III, 24-26</bibl>; <bibl>Aulo gellio, <title><foreign lang="la">Noctes Atticae</foreign></title>, II, I e XIX, II, 7-8</bibl> e <bibl>Macrobio, <title>Saturnalia</title>, II, 8, 5</bibl>.</p>
<p><num type="note">264</num>. Cfr. <bibl>Plutarco, <title><foreign lang="la">Quaestionum convivialium libri IX</foreign></title> cit., VII, X, ed. cit., IV, 408 (<title>Moralia</title>, 715 D sgg.)</bibl>.</p>
<p><num type="note">265</num>. <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.Alunno">«È quello che ha cura della casa del signore»</q> (AF 818); il <name type="persona.real" key="Torquato Tasso">Tasso</name> dedicherà a questa figura un breve trattato.</p>
<p><num type="note">266</num>. Per l'episodio ricordato anche ne <bibl><title>Il libro del cortegiano</title> cit. (II, XIII, p. 108)</bibl>, cfr. <bibl>Aristotele, <title>Politica</title>, 1341 b 3-8</bibl>; <bibl>Properzio, <title>Elegie</title>, II, 30, vv. 16-18</bibl>; <bibl>Ovidio, <title>Fasti</title>, VI, vv. 697 sgg.</bibl></p>
<p><num type="note">267</num>. La redazione manoscritta aveva, più crudamaente, «trae peti».</p>
<p><num type="note">268</num>. Vedi anche par. XIX; qui il precetto, che nella trattatistica medievale acquisisce una valenza simbolica, è limitato al mantenimento del decoro personale (vedi anche <bibl><title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> cit., VIII, p. 169</bibl>); cfr. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 864 e 868</bibl>; <bibl>Vegio, <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., col. 678/1</bibl>.</p>
<p><num type="note">269</num>. Cfr. <bibl>Isocrate, <title>A Demonico</title>, 15</bibl>.</p> 
<p><num type="note">270</num>. Cfr. <bibl>Francesco da Barberino, <title>Documenti d'amore, Docilità</title> cit., V, I, 74</bibl>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="F.da Barberino">«Mover, come fanciullo / Le mani o i piedi o la testa, o far atti / Parlando su gran fatti, / Semblan fermeza poca del parlante»</q>. In questa ultima rassegna di azioni sconvenienti il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> sembra peraltro aver tenuto presente il <title><foreign lang="la">De institutione novitiorum</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Ugo di San Vittore">Ugo di San Vittore</name>: <q type="cit" who="S.Prandi" value="Ugo di San Vittore"><foreign lang="la">«Alii loquentes (...) supercilia erigunt et, oculos in orbem rotantes aut profunda quadam consideratione defigentes, cuiusdam intrinsecus magnificentiae conatus ostendunt»</foreign></q> ("Alcuni, parlando, alzano le sopracciglia e, stralunando gli occhi o tenendo fisso lo sguardo come se prestassero grande attenzione, rivelano tutti gli sforzi al loro interno di apparire persone di importanza") - in <bibl><hi rend="italic">PL</hi>, 176, col. 941</bibl>. Tra le edizioni cinquecentesche del <title><foreign lang="la">De institutione novitiorum</foreign></title> ricordo quella all'interno degli <title>Opera</title> di <name type="luogo.real">Parigi</name> in <num value="3">tre </num> tomi (<bibl>Jodocus Badius, 1526</bibl>) e quella commentata da <name type="persona.real" key="Tommaso Garzoni">Tommaso Garzoni</name>: <bibl>Giovanbattista Somasco, Venezia 1588</bibl>.</p>
<p><num type="note">271</num>. <bibl>Erasmo, <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> cit., I, 869</bibl>.</p>
<p><num type="note">272</num>. Cfr. <bibl>Teofrasto, <title>Caratteri</title>, XIX, 4</bibl>.</p>
<p><num type="note">273</num>. L'eccessivo gestire, aveva affermato <name type="persona.real" key="Erasmo da Rotterdam">Erasmo</name> nel <title><foreign lang="la">De civilitate morum puerilium</foreign></title> (<bibl>cit., I, 865</bibl>) <q type="cit" who="S.Prandi" value="Erasmo da Rotterdam"><foreign lang="la">«parum integrae mentis indicium est»</foreign></q> ("è segno di scarso comprendonio") vedi anche p. 869; e il <name type="persona.real" key="Giovanni Della Casa">Casa</name> nel <title><foreign lang="la">De officiis</foreign></title> aveva già biasimato certi <q type="cit" who="S.Prandi" value="G. Della Casa">«movimenti da lottatore»</q> (<bibl>VIII, p. 169</bibl>). L'<mentioned><foreign lang="la">auctoritas</foreign></mentioned> indiscussa dell'arte della gestualità (chironomia) era, secondo il <title><foreign lang="la">De instituendis pueris</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Erasmo da Rotterdam">Erasmo</name> e il <title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> di <name type="persona.real" key="Maffeo Vegio">Maffeo Vegio</name> e <name type="persona.real" key="Enea Silvio Piccolomini">Enea Silvio Piccolomini</name>, lo stoico <name type="persona.real" key="Crisippo">Crisippo</name>; <name type="persona.real" key="Maffeo Vegio">Vegio</name> sosteneva infine che il gestire deve essere tale che non sembri <q type="cit" who="S.Prandi" value="M.Vegio"><foreign lang="la">«nec rusticorum more negligentius, nec scaenicorum artificiosius»</foreign></q> ("né trascurato come un contadino, né affettato come un commediante"): <bibl><title><foreign lang="la">De liberorum educatione</foreign></title> cit., coll. 654 e 679</bibl>.</p>
<p><num type="note">274</num>. Cfr. <bibl>Pindaro, <title>Olimpche</title>, I, 31</bibl>.</p>
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