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<div type="intro">
<head type="desc">[Trattato di messer Giovanni Della Casa<br/>nel quale, sotto la persona<br/>di un vecchio idiota<note type="a">(a)</note><br/>ammaestrante un suo giovinetto<note type="1">(1)</note><br/>si ragiona de' modi<br/>che si debbono o tenere o schifare<note type="b">(b)</note><br/>nella comune conversazione,<br/>cognominato<note type="c">(c)</note>]</head><head type="princ">Galateo<note type="2">(2)</note> ovvero de' costumi<note type="3">(3)</note>
</head><br/><br/>
<head type="ord">Introduzione</head><br/>
<head type="desc2">[Dalla lettera di <name type="persona.real" key="Erasmo Gemini">Erasmo Gemini</name> «a' lettori»]</head>
<p>(...)Sèguita appresso [cioè dopo le <title>Rime</title> e l'<title>Orazione a Carlo V</title>] il <title>Galateo</title>, che la terza e ultima parte è e compie il volume: il quale, come avesse luogo, altresì da sé stesso si dichiara, nominandosi per autore et occasione del medesimo trattato. Ma percioché voi per aventura chi questo messer Galateo si fosse volentieri intendereste, io il vi dirò, e come il fatto adivenisse brievemente vi farò chiaro.</p>
<p>Ciascuno di voi puote alcuna volta avere udito ricordare messer <name type="persona.real" key="Galeazzo Florimonte">Galeazzo Florimonte</name>, al presente <name type="titolo.real" key="Galeazzo Florimonte">vescovo di Sessa</name>, degno per suo dottrina e per li suoi costumi e per la bontà e sincerità della sua natura e viè più per la vera pietà cristiana e ottima religione che in lui si trovano, di molto maggior grado e maggior fortuna che egli non ha. Avenne adunque che, ritrovandosi egli un giorno in <name type="luogo.real">Roma</name> con l'autor nostro (che assai sovente accadea loro di essere insieme, come quelli che in amore e vicendevole benivolenza erano congiuntissimi e domestichissimi), d'uno in altro ragionamento passando, vennero a dire del vivere civile e politico, e della leggiadria e convenenza de' costumi, e delle sconce e laide maniere che gli uomini usano bene spesso infra di loro. Alla fine aggiunse il <name type="titolo.real" key="Galeazzo Florimonte">vescovo</name> che allui molto a grado sarebbe di vedere, intorno a' modi che la gente nell'usanza comune dèe tenere o schifare, un trattato nella nostra volgar favella, accioché più largamente<pb n="3"/> comunicarsi si potesse: ma che l'amerebbe viè meglio nello stile di lui che d'altro scrittore che egli a quel tempo conoscesse; e che, disponendosi esso acciò fare, egli lo partecirebbe d'alquanti avertimenti dallui sopra ciò raccolti nel tempo che egli andò per lo mondo peregrinando e visitando le corti de gli re e de' prencipi e d'altri gran signori, e massimamente in <name type="luogo.real">Verona</name>, in casa [di] quel buono e santo <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo Giberti</name>, la quale fu appunto uno asilo de' più dotti e de' più costumati e insieme de' più religiosi uomini di quel secolo, sì come è manifesto a ciascuno che'l conobbe. Perché il nostro autore, accettato lo 'nvito e la offerta, si diede come prima potè a metterla in essecuzione: il che quanto felicemente gli succedesse vostro ne doverà ora essere il giudicio, e non mio.</p>
<p>(...)</p>
</div>

<div type="cap" n="1">
<head type="ord">[ I ]</head> <p> Con ciò sia cosa che<note type="I.a">[a]</note> tu<note type="I.b">[b]</note> incominci pur ora quel viaggio del quale io ho la maggior parte, sì come tu vedi, fornito<note type="I.c">[c]</note>, cioè questa vita mortale<note type="4">[4]</note>; amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, caminando per essa, possi<note type="I.d">[d]</note> agevolmente o cadere, o come ché sia, errare: accioché tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con salute dell'anima tua e con laude et onore della tua<note type="5">[5]</note> orrevole e nobile famiglia. E, percioché la tua tenera età non sarebbe sufficiente a ricevere più prencipali e più sottili ammaestramenti<note type="6">[6]</note>, riserbandogli a più convenevol tempo, io incomincerò da quello che per aventura potrebbe a molti parer frivolo: cioè quello che io stimo che si convenga di fare per <pb n="5"/>potere, in comunicando et in usando<note type="I.e">[e]</note> con le genti, essere costumato e piacevole e di bella maniera<note type="I.f">[f]</note>: il che nondimeno è o virtù o cosa a virtù somigliante. E, comeché l'esser liberale o constante o magnanimo sia per sé senza alcun fallo più laudabil cosa e maggiore che non è l'essere avenente e costumato, nondimeno forse che la dolcezza de' costumi e la convenevolezza de' modi e delle maniere e delle parole giovano non meno a' possessori di esse che la grandezza dell'animo e la sicurezza altresì a' loro possessori non fanno: percioché queste si convengono essercitare ogni dì molte volte, essendo a ciascuno necessario di usare con gli altri uomini ogni dì et ogni dì favellare con esso loro; ma la giustitia, la fortezza e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado; né il largo<note type="I.g">[g]</note> et il magnanimo è astretto di operare ad ogni ora magnificamente, anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso; e gli animosi uomini e sicuri<note type="I.h">[h]</note> similmente rade volte sono constretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera. Adunque, quanto quelle di grandezza e quasi di peso vincono queste, tanto queste in numero et in ispessezza<note type="I.i">[i]</note> avanzano quelle<note type="7">[7]</note>: e potre' ti, se egli stesse bene di farlo, nominare di molti<note type="I.j">[j]</note>, i quali, essendo per altro di poca stima, sono stati, e tuttavia sono, apprezzati assai per cagion della loro piacevole e graziosa maniera solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spatio adietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù che io ho dette. E, come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la <pb n="6"/>benivolenza di coloro co' quali noi viviamo, così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio et a disprezzo di noi. Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza et alla rozzezza de' costumi (sì come a quel peccato che loro è paruto leggeri<note type="I.k">[k]</note>, e certo egli non è grave), noi veggiamo nondimeno che la natura istessa ce ne castiga con aspra disciplina<note type="I.l">[l]</note>, privandoci per questa cagione del consortio e della benivolenza degli uomini: e certo, come i peccati gravi più nuocono, così questo leggeri più noia<note type="8">[8]</note>, o noia almeno più spesso; e sì come gli uomini temono le fiere salvatiche e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono e le mosche, niuno timore hanno, e non di meno, per la continua noia che eglino ricevono da loro, più spesso si ramaricano di questi che di quelli non fanno, così adiviene che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini et i rincrescevoli quanto i malvagi, o più<note type="9">[9]</note>. Per la qual cosa niuno può dubitare che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini o ne' romitorii<note type="I.m">[m]</note>, ma nelle città e tra gli uomini<note type="10">[10]</note>, non sia utilissima cosa il sapere essere ne' suoi costumi e nelle sue maniere gratioso e piacevole: senza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano<note type="I.n">[n]</note>; dove questa, sanza altro patrimonio, è ricca e possente, sì come quella che consiste in parole e in atti solamente.</p>
</div>

<div type="cap" n="2">
<head type="ord">[ II ]</head><p>Il che, acciò che tu più agevolmente apprenda di fare, dèi sapere che a te convien temperare<note type="II.a">[a]</note> et ordinare<pb n="7"/> i tuoi modi non secondo il tuo arbitrio<note type="11">[11]</note>, ma secondo il piacer di coloro co' quali tu usi, et a quello indirizzargli; e ciò si vuol fare mezzanamente<note type="II.b">[b]</note>, percioché chi si diletta di troppo secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza, pare più tosto buffone o giucolare, o per aventura lusinghiero<note type="II.d">[d]</note>, che costumato gentiluomo; sì come, per lo contrario, chi di piacere o di dispiacere altrui non si dà alcun pensiero è zotico<note type="12">[12]</note> e scostumato e disavenente<note type="II.e">[e]</note>. Adunque, conciosia che le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando noi abbiamo risguardo all'altrui e non al nostro diletto, se noi investigheremo quali sono quelle cose che dilettano generalmente il più degli uomini, e quali quelle che noiano, potremo agevolmente trovare quali modi siano da schifarsi nel vivere con esso loro e quali siano da eleggersi.</p>
<p>Diciamo adunque che ciascun atto, che è di noia ad alcuno de' sensi, e ciò che è contrario all'appetito<note type="II.f">[f]</note>, et oltre acciò quello che rappresenta alla imaginazione cose male dallei gradite, e similmente ciò che lo 'ntelletto have a schifo<note type="13">[13]</note>, spiace e non si dèe fare.</p>
</div>

<div type="cap" n="3">
<head type="ord">[ III ]</head><p> Percioché non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o fetide o schife o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice; e non pure il farle et il ricordarle dispiace, ma eziandio<note type="III.a">[a]</note> il ridurle<pb n="8"/> nella imaginazione altrui con alcuno atto suol forte noiar le persone. E perciò sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien lor voglia. Similmente non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto degli uomini<note type="14">[14]</note>; né, quelle finite, rivestirsi nella loro presenza; né pure, quindi tornando, si laverà egli per mio consiglio le mani dinanzi ad onesta brigata, conciosia che la cagione per la quale egli se le lava rappresenti nella imaginazion di coloro alcuna bruttura. E per la medesima cagione non è dicevol<note type="III.b">[b]</note> costume, quando ad alcuno vien veduto per via (come occorre alle volte) cosa stomachevole, il rivolgersi a' compagni e mostrarla loro<note type="15">[15]</note>. E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima instanzia<note type="III.c">[c]</note>, pure accostandocela al naso e dicendo: <q type="pensato" who="autore">-Deh, sentite di gratia come questo pute-</q>; anzi doverebbon dire: <q type="pensato" who="autore">-Non lo fiutate, percioché pute-</q>. E come questi e simili modi noiano quei sensi a' quali appartengono, così il dirugginare<note type="III.d">[d]</note> i denti, il sufolare, lo stridere e lo stropicciar pietre aspre<note type="III.e">[e]</note> et il fregar ferro spiace agli orecchi, e dèesene l'uomo astenere più che può. E non sol questo; ma dèesi l'uomo guardare di cantare, specialmente solo, se egli ha la voce discordata<note type="III.f">[f]</note> e difforme; dalla qual cosa pochi sono che si riguardino, anzi, pare che chi meno è acciò atto naturalmente più spesso il faccia. Sono ancora di quelli che, tossendo e starnutendo<note type="16">[16]</note>, fanno sì fatto lo strepito che assordano altrui; e di quelli <pb n="9"/>che, in simili atti, poco discretamente usandoli, spruzzano nel viso a' circonstanti; e truovasi anco tale che, sbadigliando<note type="17">[17]</note>, urla o ragghia<note type="III.g">[g]</note> come asino; e tale con la bocca tuttavia aperta vuol pur dire e seguitare suo ragionamento e manda fuori quella voce (o più tosto quel romore) che fa il mutolo quando egli si sforza di favellare: le quali sconce maniere si voglion fuggire come noiose all'udire et al vedere. Anzi dèe l'uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare, oltra le predette cose, ancora perciò che pare che venga da un cotal rincrescimento e da tedio, e che colui che così spesso sbadiglia amerebbe di esser più tosto in altra parte che quivi, e che la brigata, ove egli è, et i ragionamenti et i modi loro gli rincrescano. E certo, comeché l'uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare, nondimeno, se egli è soprapreso<note type="III.h">[h]</note> da alcun diletto o da alcun pensiero, egli non ha mente di farlo; ma scioperato<note type="III.i">[i]</note> essendo et accidioso, facilmente se ne ricorda; e perciò, quando altri sbadiglia colà dove siano persone ociose e senza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte<note type="18">[18]</note>, risbadigliano incontinente<note type="III.j">[j]</note>, quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati. Et ho io sentito molte volte dire a' savi letterati che tanto viene a dire in latino «sbadigliante» quanto «neghittoso» e «trascurato»<note type="19">[19]</note>. Vuolsi adunque fuggire questo costume, spiacevole -come io ho detto- agli occhi et all'udire et allo appetito; percioché, usandolo, non solo facciamo segno che la compagnia con la qual dimoriamo ci sia poco a grado, ma diamo ancora alcun indicio<note type="20">[20]</note> cattivo di noi medesimi, cioè di avere addormentato animo e sonnacchioso; la qual cosa ci rende poco amabili<pb n="10"/> a coloro co' quali usiamo. Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino<note type="III.k">[k]</note> e guatarvi entro<note type="21">[21]</note>, come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal cèlabro, che sono stomachevoli modi et atti a fare, non che altri ci ami, ma che se alcuno ci amasse, si disinnamori<note type="22">[22]</note>: sì come testimonia lo spirito del <title>Labirinto</title><note type="23">[23]</note> (chi che egli si fosse), il quale, per ispegnere l'amore onde messer <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Giovanni Boccaccio</name> ardea di quella sua male dallui conosciuta donna, gli racconta come ella covava la cenere sedendosi in su le calcagna<note type="III.l">[l]</note> e tossiva et isputava farfalloni<note type="III.m">[m]</note>.</p>
<p>Sconvenevol costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha a bere, o su la vivanda che altri dèe mangiare, per cagion di fiutarla; anzi non vorre' io che egli fiutasse pur quello che egli stesso dèe bersi o mangiarsi, poscia che dal naso possono cader di quelle cose che l'uomo ave a schifo, eziandio che allora non caggino. Né per mio consiglio porgerai tu a bere altrui quel bicchier di vino al quale tu arai posto bocca et assaggiatolo, salvo se egli non fosse teco più che domestico<note type="III.n">[n]</note>; e molto meno si dèe porgere pera o altro frutto nel quale tu arai dato di morso. E non guardare perché le sopradette cose ti paiano di picciolo momento, percioché anco le leggeri percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere.</p>
</div>

<div type="cap" n="4">
<head type="ord">[ IV ]</head><p> E sappi<note type="24">[24]</note> che in <name type="luogo.real">Verona</name> ebbe già un <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> molto savio di scrittura e di senno naturale<note type="IV.a">[a]</note>, il cui nome <pb n="11"/>fu messer <name type="persona.real" key="Giovanni Matteo Giberti">Giovanni Matteo Giberti</name><note type="25">[25]</note>, il quale fra gli altri suoi laudevoli costumi si fu cortese e liberale assai a' nobili gentiluomini che andavano e venivano a lui, onorandogli in casa sua con magnificenza non soprabondante, ma mezzana, quale conviene a cherico<note type="IV.b">[b]</note>. Avenne che, passando in quel tempo di là un nobile uomo, nomato <name type="persona.real" key="conte Ricciardo">conte Ricciardo</name>, egli si dimorò più giorni col <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> e con la famiglia di lui, la quale era per lo più di costumati uomini e scienziati<note type="IV.c">[c]</note>. E percioché gentilissimo cavaliere parea loro e di bellissime maniere, molto lo commendarono<note type="IV.d">[d]</note> et apprezzarono; se non che un picciolo difetto avea ne' suoi modi; del quale essendosi il <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> - che intendente signore era - aveduto et avutone consiglio con alcuno de' suoi più domestichi, proposero che fosse da farne aveduto il <name type="titolo.real" key="conte Ricciardo">conte</name>, comeché temessero di fargliene noia. Per la qual cosa, avendo già il <name type="titolo.real" key="conte Ricciardo">conte</name> preso commiato e dovendosi partir la matina vegnente, il <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name>, chiamato un suo discreto<note type="IV.e">[e]</note> famigliare<note type="IV.f">[f]</note>, gli impose che, montato a cavallo col <name type="titolo.real" key="conte Ricciardo">conte</name>, per modo di<note type="IV.g">[g]</note> accompagnarlo, se ne andasse con esso lui alquanto di via; e, quando tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano proposto tra loro. Era il detto famigliare uomo già pieno d'anni, molto scientiato et oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di grazioso aspetto, e molto avea de' suoi dì usato alle corti de' gran signori: il quale fu (e forse ancora è) chiamato messer <name type="persona.real" key="Galateo">Galateo</name>, a petition del quale e per suo consiglio presi io da prima a dettar<note type="IV.h">[h]</note> questo presente trattato. Costui,<pb n="12"/> cavalcando col <name type="titolo.real" key="conte Ricciardo">conte</name>, lo ebbe assai tosto messo in piacevoli ragionamenti; e di uno in altro passando, quando tempo gli parve di dover verso <name type="luogo.real">Verona</name> tornarsi, pregandonelo il <name type="titolo.real" key="conte Ricciardo">conte</name> et accommiatandolo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: <q type="diretto" who="Galateo">-Signor mio, il <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> mio signore rende a Vostra Signoria infinite grazie dell'onore che egli ha da voi ricevuto; il quale degnato vi siete di entrare e di soggiornar nella sua picciola casa. Et oltre acciò, in riconoscimento di tanta cortesia da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte, e caramente vi manda pregando<note type="IV.i">[i]</note> che vi piaccia di riceverlo con lieto animo; et il dono è questo. Voi siete il più leggiadro et il più costumato gentiluomo che mai paresse al <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> di vedere; per la qual cosa, avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere et essaminatole partitamente, niuna ne ha tra loro trovata che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme che voi fate con le labra e con la bocca, masticando alla mensa con un nuovo<note type="IV.j">[j]</note> strepito molto spiacevole ad udire: questo vi manda significando il <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> e pregandovi che voi v'ingegniate del tutto di rimanervene<note type="IV.k">[k]</note> e che voi prendiate in luogo di caro dono la sua amorevole riprensione et avertimento; percioché egli si rende certo niuno altro al mondo essere che tale presente vi facesse-</q>. Il <name type="titolo.real" key="conte Ricciardo">conte</name>, che del suo difetto non si era ancora mai aveduto, udendoselo rimproverare, arrossò così un poco, ma, come valente uomo, assai tosto ripreso cuore, disse: <q type="diretto" who="conte Ricciardo">-Direte al <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> che, se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo<note type="IV.l">[l]</note> più ricchi sarebbono che essi non sono. E di tanta sua cortesia<pb n="13"/> e liberalità verso di me ringraziatelo senza fine, assicurandolo che io del mio difetto sanza dubbio per innanzi bene e diligentemente<note type="IV.m">[m]</note> mi guarderò; et andatevi con Dio-</q>.</p>
</div>

<div type="cap" n="5">
<head type="ord">[ V ]</head><p>Ora, che crediamo noi che avesse il <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name> e la sua nobile brigata detto a coloro che noi veggiamo talora a guisa di porci col grifo<note type="V.a">[a]</note> nella broda tutti abbandonati<note type="26">[26]</note> non levar mai alto il viso<note type="27">[27]</note> e mai non rimuover gli occhi, e molto meno le mani, dalle vivande? E con ambedue le gote gonfiate, come se essi sonassero la tromba o soffiassero nel fuoco, non mangiare, ma trangugiare<note type="V.b">[b]</note>: i quali, imbrattandosi le mani<note type="28">[28]</note> poco meno che fino al gomito, conciano in guisa le tovagliuole che le pezze degli agiamenti<note type="V.c">[c]</note> sono più nette? Con le quai tovagliuole anco molto spesso non si vergognano di rasciugare il sudore che, per lo affrettarsi e per lo soverchio mangiare, gocciola e cade loro dalla fronte e dal viso e d'intorno al collo, et anco di nettarsi con esse il naso<note type="29">[29]</note>, quando voglia loro ne viene? Veramente questi così fatti non meritarebbono di essere ricevuti, non pure nella purissima casa di quel nobile <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name>, ma doverebbono essere scacciati per tutto là dove costumati uomini fossero. Dèe adunque l'uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita<note type="30">[30]</note> sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata, percioché ella è stomachevole a vedere; et anco il fregarle al pane che egli dèe mangiare, non pare polito costume. I nobili servidori, i quali si essercitano nel servigio della tavola, non si deono per alcuna conditione grattare il capo né altrove dinanzi al loro signore quando e' mangia, né porsi le mani in alcuna<pb n="14"/> di quelle parti del corpo che si cuoprono, né pure farne sembiante, sì come alcuni trascurati famigliari fanno, tenendosele in seno, o di dirieto nascoste sotto a' panni; ma le deono tenere in palese e fuori d'ogni sospetto, et averle con ogni diligenza lavate e nette<note type="31">[31]</note>, sanza avervi sù pure un segnuzzo di bruttura in alcuna parte. E quelli che arrecano i piattelli<note type="V.d">[d]</note> o porgono la coppa, diligentemente si astenghino in quell'ora da sputare, da tossire e, più, da starnutire, percioché in simili atti tanto vale, e così noia i signori, la sospezione, quanto la certezza; e perciò procurino i famigliari di non dar cagione a' padroni di sospicare, percioché quello che poteva adivenire così noia come se egli fosse avenuto. E se talora averai posto a scaldare pera d'intorno al focolare, o arrostito pane in su la brage, tu non vi dèi soffiare entro perché egli sia alquanto ceneroso<note type="V.e">[e]</note>, percioché si dice che <mentioned>mai vento non fu senza acqua</mentioned>; anzi tu lo dèi leggiermente percuotere nel piattello o con altro argomento<note type="V.f">[f]</note> scuoterne la cenere. Non offerirai il tuo moccichino (come che egli sia di bucato) a persona: percioché quegli a cui tu lo proferi<note type="V.g">[g]</note> nol sa, e potrebbelsi avere a schifo. Quando si favella con alcuno, non se gli dèe l'uomo avicinare sì che se gli aliti nel viso, percioché molti troverai che non amano di sentire il fiato altrui, quantunque cattivo odore non ne venisse. Questi modi et altri simili sono spiacevoli e vuolsi schifargli, percioché posson noiare alcuno de' sentimenti di coloro co' quali usiamo, come io dissi di sopra. Facciamo ora menzione di quelli che, sanza noia d'alcuno sentimento, spiacciono allo appetito delle più persone quando si fanno.</p>
</div>

<div type="cap" n="6">
<head type="ord">[ VI ]</head><p>Tu dèi sapere che gli uomini naturalmente appetiscono più cose e varie, percioché alcuni vogliono<pb n="15"/> sodisfare all'ira, alcuni alla gola, altri alla libidine et altri alla avaritia et altri ad altri appetiti; ma, in comunicando solamente infra di loro, non pare che chiegghino, né possano chiedere né appetire, alcuna delle sopradette cose, conciosia che elle non consistano nelle maniere o ne' modi e nel favellar delle persone, ma in altro. Appetiscono adunque quello che può conceder loro questo atto del comunicare insieme; e ciò pare che sia benivolenza, onore e sollazzo<note type="32">[32]</note>, o alcuna altra cosa a queste simigliante. Per che non si dèe dire né fare cosa per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar coloro co' quali si dimora. Laonde poco gentil costume pare che sia quello che molti sogliono usare, cioè di volentieri dormirsi colà dove onesta brigata si segga e ragioni, percioché, così facendo, dimostrano che poco gli apprezzino e poco lor caglia di loro e de' loro ragionamenti, senza che chi dorme, massimamente stando a disagio, come a coloro convien fare, suole il più delle volte fare alcun atto spiacevole ad udire o a vedere: e bene spesso questi cotali si risentono<note type="VI.a">[a]</note> sudati e bavosi. E per questa cagione medesima il drizzarsi ove gli altri seggano e favellino e passeggiar per la camera pare noiosa usanza. Sono ancora di quelli che così si dimenano e scontorconsi e prostendonsi<note type="VI.b">[b]</note> e sbadigliano, rivolgendosi ora in su l'un lato et ora in su l'altro, che pare che li pigli la febre in quell'ora: segno evidente che quella brigata con cui sono rincresce loro. Male fanno similmente coloro che ad ora ad ora si traggono una lettera della scarsella<note type="VI.c">[c]</note> e la leggono; peggio ancora fa chi, tratte fuori le forbicine, si dà tutto a tagliarsi<note type="33">[33]</note> le unghie, quasi che egli abbia quella brigata <pb n="16"/>per nulla e però si procacci d'altro sollazzo per trapassare<note type="VI.d">[d]</note> il tempo. Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano: cioè cantarsi fra' denti o sonare il tamburino con le dita o dimenar le gambe; percioché questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d'altrui. Oltre acciò, non si vuol l'uom recare in guisa che egli mostri le spalle altrui, né tenere alto l'una gamba sì che quelle parti che i vestimenti ricuoprono si possano vedere<note type="34">[34]</note>: percioché cotali atti non si soglion fare, se non tra quelle persone che l'uom non riverisce. Vero è che se un signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de' suoi famigliari, o ancora in presenza d'un amico di minor conditione di lui, mostrerebbe non superbia, ma amore e dimestichezza. Dèe l'uomo recarsi sopra di sé<note type="VI.e">[e]</note> e non appoggiarsi né aggravarsi addosso altrui<note type="35">[35]</note>; e, quando favella, non dèe punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola, dicendo: <q type="pensato" who="autore">-Non dissi io vero? Eh, voi? Eh, messer tale?-</q> (e tuttavia vi frugano col gomito).</p>
</div>

<div type="cap" n="7">
<head type="ord">[ VII ]</head><p>Ben vestito dèe andar ciascuno, secondo sua condizione e secondo sua età, percioché, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente: e perciò solevano i cittadini di <name type="luogo.real">Padova</name><note type="36">[36]</note> prendersi ad onta quando alcun gentiluomo vinitiano andava per la loro città in saio<note type="VII.a">[a]</note>, quasi gli fosse aviso di essere in contado. E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni, ma si dèe l'uomo sforzare di ritrarsi<note type="VII.b">[b]</note> più che può al costume degli altri cittadini, e lasciarsi volgere alle usanze; comeché forse meno commode o meno leggiadre che le antiche per aventura non erano, o non gli parevano <pb n="17"/>a lui. E se tutta la tua città averà tonduti<note type="VII.d">[d]</note> i capelli, non si vuol portar la zazzera<note type="VII.e">[e]</note>, o, dove gli altri cittadini siano con la barba, tagliarlati tu<note type="VII.f">[f]</note>: percioché questo è un contradire agli altri, la qual cosa (cioè il contradire nel costumar con le persone) non si dèe fare, se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso, imperoché questo innanzi ad ogni altro cattivo vezzo ci rende odiosi al più delle persone. Non è adunque da opporsi alle usanze comuni<note type="37">[37]</note> in questi cotali fatti, ma da secondarle mezzanamente, accioché tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia<note type="VII.g">[g]</note> lunga fino in sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più giù che la cintura. Percioché, come aviene a chi ha il viso forte ricagnato<note type="VII.h">[h]</note>, che altro non è a dire che averlo contra l'usanza secondo la quale la natura gli fa ne' più, che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui; così interviene<note type="VII.i">[i]</note> a coloro che vanno vestiti non secondo l'usanza de' più, ma secondo l'appetito loro, e con belle zazzere lunghe, o che la barba hanno raccorciata o rasa, o che portano le cuffie<note type="VII.j">[j]</note> o certi berrettoni grandi alla tedesca<note type="38">[38]</note>; ché ciascuno si volge a mirarli e fassi loro cerchio, come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono. Vogliono essere ancora le veste assettate e che bene stiano alla persona, perché coloro che hanno le robe ricche e nobili, ma in maniera sconcie<note type="VII.k">[k]</note> che elle non paiono fatte <pb n="18"/>allor dosso, fanno segno dell'una delle due cose: o che eglino niuna considerazione abbiano di dover piacere né dispiacere alle genti, o che non conoscano che si sia né grazia né misura alcuna. Costoro adunque co' loro modi generano sospetto negli animi delle persone con le quali usano che poca stima facciano di loro; e perciò sono mal volentier ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi.</p>
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<div type="cap" n="8">
<head type="ord">[ VIII ]</head><p>Sono poi certi altri che più oltra procedono che la sospezione<note type="VIII.a">[a]</note>, anzi vengono a' fatti et alle opere sì che con esso loro non si può durare in guisa alcuna, percioché eglino sempre sono l'indugio, lo sconcio et il disagio di tutta la compagnia, i quali non sono mai presti, mai sono in assetto<note type="VIII.b">[b]</note> né mai a lor senno adagiati<note type="VIII.c">[c]</note>. Anzi, quando ciascuno è per ire a tavola e sono preste le vivande e l'acqua data alle mani<note type="VIII.d">[d]</note>, essi chieggono che loro sia portato da scrivere o da orinare<note type="39">[39]</note> o non hanno fatto essercizio<note type="VIII.e">[e]</note> <note type="40">[40]</note>, e dicono: <q type="pensato" who="autore">-Egli è buon'ora! Ben potete indugiare un poco sì. Che fretta è questa stamane?-</q> e tengono impacciata tutta la brigata, sì come quelli che hanno risguardo solo a sé stessi et all'agio loro, e d'altrui niuna consideratione cade loro nell'animo. Oltre acciò, vogliono in ciascuna cosa essere avantaggiati dagli altri<note type="41">[41]</note>, e coricarsi ne' migliori letti e nelle più belle camere, e sedersi ne' più comodi e più orrevoli luoghi<note type="42">[42]</note>, e prima degli altri essere serviti et adagiati; a' quali niuna cosa piace giamai, se non <pb n="19"/>quello che essi hanno divisato<note type="VIII.f">[f]</note>, a tutte l'altre torcono il grifo<note type="VIII.g">[g]</note>, e par loro di dovere essere attesi a mangiare, a cavalcare, a giucare, a sollazzare<note type="VIII.h">[h]</note>. Alcuni altri sono sì bizzarri<note type="VIII.i">[i]</note> e ritrosi e strani, che niuna cosa a lor modo si può fare, e sempre rispondono con mal viso, che che loro si dica, e mai non rifinano di garrire<note type="VIII.j">[j]</note> a' fanti loro e di sgridargli<note type="43">[43]</note>, e tengono in continua tribolatione tutta la brigata: <q type="pensato" who="autore">-A bell'ora mi chiamasti stamane! Guata qui, come tu nettasti ben questa scarpetta!-</q> et anco: <q type="pensato" who="autore">-Non venisti meco alla chiesa; bestia, io non so a che io mi tenga che io non ti rompa cotesto mostaccio!<note type="VIII.k">[k]</note>-</q>; modi tutti sconvenevoli e dispettosi, i quali si deono fuggire come la morte, percioché, quantunque l'uomo avesse l'animo pieno di umiltà, e tenesse questi modi non per malizia, ma per trascuraggine e per cattivo uso, nondimeno, perché egli si mostrerebbe superbo negli atti di fuori, converrebbe ch'egli fosse odiato dalle persone, imperoché la superbia non è altro che il non istimare altrui<note type="44">[44]</note>, e (come io dissi da principio) ciascuno appetisce di essere stimato, ancora che egli no 'l vaglia. Egli fu, non ha gran tempo, in <name type="luogo.real">Roma</name> un valoroso uomo e dotato di acutissimo ingegno e di profonda scienza, il quale ebbe nome messer <name type="persona.real" key="Ubaldino Bandinelli">Ubaldino Bandinelli</name><note type="45">[45]</note>. Costui solea dire che qualora egli andava o veniva da Palagio<note type="VIII.l">[l]</note><pb n="20"/>, come che le vie fossero sempre piene di nobili cortigiani e di prelati e di signori e parimenti di poveri uomini e di molta gente mezzana e minuta<note type="VIII.m">[m]</note>, nondimeno allui non parea d'incontrar mai persona che da più fosse, né da meno, di lui: e sanza fallo pochi ne poteva vedere che quello valessero che egli valeva, avendo risguardo alla virtù di lui, che fu grande fuor di misura; ma tuttavia gli uomini non si deono misurare in questi affari con sì fatto braccio, e deonsi più tosto pesare con la stadera del mugnaio che con la bilancia dell'orafo<note type="47">[47]</note>; et è convenevol cosa lo esser presto di accettarli non per quello che essi veramente vagliono, ma, come si fa delle monete, per quello che corrono<note type="VIII.n">[n]</note>. Niuna cosa è adunque da fare nel cospetto delle persone alle quali noi desideriamo di piacere, che mostri più tosto signoria che compagnia, anzi vuole ciascun nostro atto avere alcuna significazion di riverenza e di rispetto verso la compagnia nella quale siamo. Per la qual cosa, quello che fatto a convenevol tempo non è biasimevole, per rispetto al luogo et alle persone è ripreso<note type="48">[48]</note>: come il dir villania a' famigliari e lo sgridargli (della qual cosa facemmo di sopra menzione) e molto più il battergli, conciosia cosa che ciò fare è un imperiare<note type="VIII.o">[o]</note> et essercitare sua giurisdizzione; la qual cosa niuno suol fare dinanzi a coloro ch'egli riverisce, senza che se ne scandaleza la brigata e guastasene la conversazione, e maggiormente se altri ciò farà a tavola, che è luogo d'allegrezza e non di scandalo. Sì che cortesemente fece <name type="persona.real" key="Currado Gianfigliazzi">Currado Gianfigliazzi</name><note type="49">[49]</note> di non moltiplicare in novelle<note type="VIII.p">[p]</note> con <name type="persona.real" key="Chichibio">Chichibio</name> per non turbare i <pb n="21"/>suoi forestieri<note type="VIII.q">[q]</note>, comeché egli grave castigo avesse meritato, avendo più tosto voluto dispiacere al suo signore che alla <name type="persona.real" key="Brunetta">Brunetta</name>; e se <name type="persona.real" key="Currado Gianfigliazzi">Currado</name> avesse fatto ancora meno schiamazzo che non fece, più sarebbe stato da commendare, ché già non conveniva chiamar messer <name type="persona.real" key="Domenedio">Domenedio</name><note type="50">[50]</note> che entrasse per lui mallevadore delle sue minaccie, sì come egli fece. Ma, tornando alla nostra materia, dico che non istà bene che altri si adiri a tavola<note type="51">[51]</note>, che che si avenga; et adirandosi no'l dèe mostrare, né del suo cruccio dèe fare alcun segno, per la cagion detta dinanzi, e massimamente se tu arai forestieri a mangiar con esso teco, percioché tu gli hai chiamati a letizia, et ora gli attristi; conciosia che, come gli agrumi che altri mangia, te veggente, allegano<note type="VIII.r">[r]</note> i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia turba noi.</p>
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<div type="cap" n="9">
<head type="ord">[ IX ]</head><p>Ritrosi<note type="IX.a">[a]</note> sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri<note type="52">[52]</note>, sì come il vocabolo medesimo dimostra; ché tanto è a dire «a ritroso» quanto «a rovescio». Come sia adunque utile la ritrosia a prender gli animi delle persone et a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente, poscia che ella consiste in opporsi al piacere altrui, il che suol fare l'uno inimico all'altro, e non gli amici infra di loro. Per che, sforzinsi di schifar questo vizio coloro che studiano di essere cari alle persone, perciò che egli genera non piacere né benivolenza, ma odio e noia: anzi conviensi fare dell'altrui voglia suo piacere<note type="IX.b">[b]</note>, dove non ne segua danno o vergogna, et in ciò <pb n="22"/>fare sempre e dire più tosto a senno d'altri che a suo. Non si vuole essere né rustico né strano, ma piacevole e domestico<note type="IX.c">[c]</note>, percioché niuna differenza sarebbe dalla mortìne<note type="IX.d">[d]</note> al pungitopo, se non fosse che l'una è domestica e l'altro salvatico. E sappi che colui è piacevole i cui modi sono tali nell'usanza comune, quali costumano di tenere gli amici infra di loro, là dove chi è strano pare in ciascun luogo straniero, che tanto viene a dire come forestiero; sì come i domestici uomini<note type="53">[53]</note>, per lo contrario, pare che siano ovunque vadano conoscenti et amici di ciascuno. Per la qual cosa conviene che altri si avezzi a salutare<note type="54">[54]</note> e favellare e rispondere per dolce modo e dimostrarsi con ognuno quasi terrazzano<note type="IX.e">[e]</note> e conoscente. Il che male sanno fare alcuni che a nessuno mai fanno buon viso e volentieri ad ogni cosa dicon di no e non prendono in grado né onore né carezza che loro si faccia, a guisa di gente, come detto è, straniera e barbara: non sostengono<note type="IX.f">[f]</note> di esser visitati et accompagnati e non si rallegrano de' motti né delle piacevolezze, e tutte le proferte<note type="IX.g">[g]</note> rifiutano. <q type="pensato" who="autore">-Messer tale m'impose dianzi che io vi salutassi per sua parte. - Che ho io a fare de' suoi saluti?</q><note type="55">[55]</note>- e <q type="pensato" who="autore">-Messer cotale mi dimandò come voi stavate. - Venga, e sì mi cerchi il polso!<note type="IX.h">[h]</note>-</q> Sono adunque costoro meritamente poco cari alle persone. Non istà bene di essere maninconoso né astratto<note type="IX.i">[i]</note> là dove tu dimori; e comeché forse ciò sia da comportare a<note type="IX.j">[j]</note> <pb n="23"/>coloro che per lungo spazio di tempo sono avezzi nelle speculationi delle arti che si chiamano, secondo che io ho udito dire, liberali<note type="IX.k">[k]</note>, agli altri senza alcun fallo non si dèe consentire<note type="56">[56]</note>: anzi, quelli stessi, qualora vogliono pensarsi, farebbono gran senno<note type="IX.l">[l]</note> a fuggirsi dalla gente.</p>
</div>

<div type="cap" n="10">
<head type="ord">[ X ]</head><p>L'esser tenero e vezzoso<note type="X.a">[a]</note> anco si disdice assai, e massimamente agli uomini, percioché l'usare con sì fatta maniera di persone non pare compagnia, ma servitù<note type="57">[57]</note>: e certo alcuni se ne truovano che sono tanto teneri e fragili, che il vivere e dimorar con esso loro niuna altra cosa è che impacciarsi fra tanti sottilissimi vetri: così temono essi ogni legger percossa, e così conviene trattargli e riguardargli<note type="X.b">[b]</note>. I quali così si crucciano, se voi non foste così presto e sollecito a salutargli, a visitargli, a riverirgli et a risponder loro, come un altro farebbe di una ingiuria mortale; e se voi non date loro così ogni titolo appunto<note type="X.c">[c]</note>, le querele<note type="X.d">[d]</note> asprissime e le inimicitie mortali nascono di presente<note type="X.e">[e]</note>: <q type="pensato" who="autore">-Voi mi diceste «messere» e non «signore!»-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Perché non mi dite voi «Vostra Signoria?<note type="58">[58]</note>». Io chiamo pur voi il «signor Tale», io!-</q> et anco: <q type="pensato" who="autore">-Non ebbi il mio luogo a tavola,-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Ieri non vi degnaste di venir per me a casa, <pb n="24"/>come io venni a trovar voi l'altr'ieri: questi non sono modi da tener con un mio pari-</q>. Costoro veramente recano le persone a tale<note type="X.g">[g]</note> che non è chi gli possa patir di vedere, percioché troppo amano sé medesimi fuor di misura e, in ciò occupati, poco di spazio avanza loro di potere amare altrui. Sanza che, come io dissi da principio, gli uomini richieggono che nelle maniere di coloro co' quali usano sia quel piacere che può in cotale atto essere; ma il dimorare con sì fatte persone fastidiose, l'amicizia delle quali sì leggermente, a guisa d'un sottilissimo velo, si squarcia<note type="59">[59]</note>, non è usare, ma servire, e perciò non solo non diletta, ma ella spiace sommamente: questa tenerezza adunque e questi vezzosi modi si voglion lasciare alle femine.</p>
</div>

<div type="cap" n="11">
<head type="ord">[ XI ]</head><p>Nel favellare si pecca in molti e varii modi, e primieramente nella materia che si propone, la quale non vuole essere frivola né vile, percioché gli uditori non vi badano e perciò non ne hanno diletto, anzi scherniscono i ragionamenti et il ragionatore insieme. Non si dèe anco pigliar tema molto sottile né troppo isquisito<note type="XI.a">[a]</note>, percioché con fatica s'intende dai più<note type="60">[60]</note>. Vuolsi diligentemente guardare di far la proposta<note type="XI.b">[b]</note> tale che niuno della brigata ne arrossisca o ne riceva onta. Né di alcuna bruttura si dèe favellare<note type="61">[61]</note>, comeché piacevole cosa paresse ad udire, percioché alle oneste persone non istà bene studiar di piacere altrui, se non nelle oneste cose. Né contra Dio né contra' santi, né dadovero né motteggiando si dèe mai dire alcuna cosa, quantunque per altro fosse leggiadra e piacevole: il qual peccato assai sovente commise la nobile brigata del nostro messer <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Giovan Boccaccio</name><note type="62">[62]</note> ne' suoi ragionamenti<pb n="25"/>, sì che ella merita bene di esserne agramente ripresa da ogni intendente persona. E nota che il parlar di Dio gabbando<note type="XI.c">[c]</note> non solo è difetto di scelerato uomo et empio, ma egli è ancora vitio di scostumata persona, et è cosa spiacevole ad udire: e molti troverai che si fuggiranno di là dove si parli di Dio sconciamente. E non solo di Dio si convien parlare santamente, ma in ogni ragionamento dèe l'uomo schifare quanto può che le parole non siano testimonio contra la vita e le opere sue, percioché gli uomini odiano in altrui etiandio i loro vizii medesimi. Simigliantemente si disdice il favellare delle cose molto contrarie al tempo<note type="63">[63]</note> et alle persone che stanno ad udire<note type="64">[64]</note> eziandio di quelle che, per sé et a suo tempo dette, sarebbono e buone e sante. Non si raccontino adunque le prediche di <name type="titolo.real" key="frate Nastagio">frate Nastagio</name><note type="65">[65]</note> alle giovani donne, quando elle hanno voglia di scherzarsi, come quel buono uomo che abitò non lungi da te, vicino a <name type="luogo.real">San Brancazio</name><note type="66">[66]</note>, faceva<note type="67">[67]</note>. Né a festa né a tavola si raccontino istorie maninconiose, né di piaghe né di malattie né di morti o di pestilenzie, né di altra dolorosa materia si faccia menzione o ricordo<note type="68">[68]</note>: anzi, se altri in sì fatte rammemorazioni<note type="XI.d">[d]</note> fosse caduto, si dèe per acconcio modo e dolce scambiargli quella materia e mettergli per le mani più lieto e più convenevole soggetto; quantunque, secondo che io udii già dire ad un valente uomo nostro vicino<note type="69">[69]</note>, gli uomini abbiano molte volte bisogno<note type="70">[70]</note> sì di lagrimare come di ridere: e per tal cagione egli affermava essere state da principio trovate le dolorose favole<note type="XI.e">[e]</note> che si chiamarono tragedie, accioché, raccontate ne' teatri (come in quel tempo si costumava di fare), tirassero le lagrime agli occhi di coloro che avevano di ciò mestiere;<pb n="26"/> e così eglino, piangendo, della loro infirmità guarissero. Ma, come ciò sia, a noi non istà bene di contristare gli animi delle persone con cui favelliamo, massimamente colà dove si dimori per aver festa e sollazzo, e non per piagnere: ché, se pure alcuno è che infermi per vaghezza di lagrimare, assai leggier cosa fia di medicarlo con la mostarda forte, o porlo in alcun luogo al fumo. Per la qual cosa in niuna maniera si può scusare il nostro <name type="persona.real" key="Filostrato">Filostrato</name> della proposta che egli fece piena di doglia e di morte a compagnia di nessuna altra cosa vaga che di letizia: conviensi adunque fuggire di favellare di cose maninconiose, e più tosto tacersi. Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca giamai che i loro bambini e la donna e la balia loro<note type="72">[72]</note>: <q type="pensato" who="autore">-Il fanciullo mio mi fece ieri sera tanto ridere!- Udite... - Voi non vedeste mai il più dolce figliuolo di <name type="persona.real" key="Geronimo">Momo</name><note type="XI.f">[f]</note> mio! - La donna mia è cotale... - La <name type="persona.real" key="Cecchina">Cecchina</name> disse... Certo voi no'l credereste del cervello ch'ella ha!<note type="XI.g">[g]</note>-</q>. Niuno è sì scioperato che possa né rispondere né badare a sì fatte sciocchezze, e viensi a noia ad ognuno.</p>
</div>

<div type="cap" n="12">
<head type="ord">[ XII ]</head><p>Male fanno ancora quelli che tratto tratto si pongono a recitare i sogni<note type="73">[73]</note> loro con tanta affezzione<note type="XII.a">[a]</note> e facendone sì gran maraviglia che è un isfinimento di cuore a sentirli<note type="74">[74]</note>; massimamente ché costoro sono per lo più tali che perduta opera sarebbe<note type="XII.b">[b]</note> lo ascoltare qualunque s'è la loro maggior prodezza, fatta eziandio quando vegghiarono. Non si dèe adunque noiare altri con sì vile materia come i sogni sono, spezialmente sciocchi, come l'uom gli fa generalmente. E comeché <pb n="27"/>io senta dire assai spesso che gli antichi savi<note type="75">[75]</note> lasciarono ne' loro libri più e più sogni scritti con alto intendimento e con molta vaghezza<note type="XII.c">[c]</note>, non perciò si conviene a noi idioti, né al comun popolo, di ciò fare ne' suoi ragionamenti. E certo di quanti sogni io abbia mai sentito riferire (comeché io a pochi soffera di dare orecchie) niuno me ne parve mai d'udire che meritasse che per lui si rompesse silenzio, fuori solamente uno che ne vide il buon messer <name type="persona.real" key="Flaminio Tomarozzo">Flaminio Tomarozzo</name><note type="76">[76]</note>, gentiluomo romano, e non mica idiota né materiale<note type="XII.d">[d]</note>, ma scienziato e di acuto ingegno. Al quale, dormendo egli, pareva di sedersi nella casa di un ricchissimo speziale suo vicino, nella quale poco stante, qual che si fosse la cagione, levatosi il popolo a romore, andava ogni cosa a ruba, e chi toglieva un lattovaro<note type="XII.e">[e]</note> e chi una confezione<note type="XII.f">[f]</note>, e chi una cosa e chi altra, e mangiavalasi di presente; sì che in poco d'ora né ampolla né pentola né bossolo<note type="XII.g">[g]</note> né alberello<note type="XII.h">[h]</note> vi rimanea che vòto non fosse e rasciutto. Una guastadetta<note type="XII.i">[i]</note> v'era assai picciola, e tutta piena di un chiarissimo liquore, il quale molti fiutarono, ma assaggiare non fu chi ne volesse. E non istette guari<note type="XII.j">[j]</note> che egli vide venire un uomo grande di statura<note type="77">[77]</note>, antico<note type="XII.k">[k]</note> e <pb n="28"/>con venerabile aspetto, il quale, riguardando le scatole et il vasellamento dello spezial cattivello<note type="XII.l">[l]</note> e trovando quale vòto e quale versato e la maggior parte rotto, gli venne veduto la guastadetta che io dissi: per che, postalasi a bocca, tutto quel liquore si ebbe tantosto bevuto, sì che gocciola non ve ne rimase; e dopo questo se ne uscì quindi, come gli altri avean fatto: della qual cosa pareva a messer <name type="persona.real" key="Flaminio">Flaminio</name> di maravigliarsi grandemente. Per che, rivolto allo speziale, gli addimandava: <q type="diretto" who="Flaminio">-Maestro, questi chi è? e per qual cagione sì saporitamente l'acqua della guastadetta bevve egli tutta, la quale tutti gli altri aveano rifiutata?-</q> A cui parea che lo speziale rispondesse: <q type="diretto" who="speziale">-Figliuolo, questi è messer <name type="persona.real" key="Domenedio">Domenedio</name><note type="78">[78]</note>; e l'acqua dallui solo bevuta, e da ciascun altro, come tu vedesti, schifata e rifiutata, fu la discretione<note type="79">[79]</note>, la quale, sì come tu puoi aver conosciuto, gli uomini non vogliono assaggiare per cosa del mondo-</q>.</p>
<p>Questi così fatti sogni dico io bene potersi raccontare e con molta dilettazione e frutto ascoltare, percioché più si rassomigliano a pensiero di ben desta che a visione di addormentata mente o virtù sensitiva che dir debbiamo; ma gli altri sogni senza forma e senza sentimento<note type="XII.m">[m]</note>, quali la maggior parte de' nostri pari gli fanno (percioché i buoni e gli scienziati sono, eziandio quando dormono, migliori e più savi che i rei e che gl'idioti) si deono dimenticare e da noi insieme col sonno licenziare.</p>
</div>

<div type="cap" n="13">
<head type="ord">[ XIII ]</head><p>E quantunque niuna cosa paia che si possa trovare più vana de' sogni, egli ce n'ha pure una ancora più di loro leggera<note type="XIII.a">[a]</note>, e ciò sono le bugie<note type="80">[80]</note>: però che di quello che l'uomo ha veduto nel sogno pure è stato alcuna<pb n="29"/> ombra e quasi un certo sentimento, ma della bugia né ombra fu mai né imagine alcuna. Per la qual cosa meno ancora si richiede tenere impacciati gli orecchi e la mente di chi ci ascolta con le bugie che co' sogni, come che queste alcuna volta siano ricevute per verità; ma allungo andare i bugiardi non solamente non sono creduti, ma essi non sono ascoltati, sì come quelli le parole de' quali niuna sustanza hanno in sé, né più né meno come s'eglino non favellassino, ma soffiassino<note type="XIII.b">[b]</note>. E sappi che tu troverai di molti che mentono, a niun cattivo fine tirando né di proprio loro utile, né di danno o di vergogna altrui, ma percioché la bugia per sé piace loro, come chi bee non per sete, ma per gola del vino. Alcuni altri dicono la bugia per vanagloria di sé stessi, milantandosi e dicendo di avere le maraviglie<note type="XIII.c">[c]</note> e di essere gran baccalari<note type="XIII.d">[d]</note>. Puossi ancora mentire tacendo, cioè con gli atti e con l'opere; come tu puoi vedere che alcuni fanno, che, essendo essi di mezzana condizione o di vile, usano tanta solennità ne' modi loro<note type="81">[81]</note> e così vanno contegnosi e con sì fatta prorogativa<note type="XIII.e">[e]</note> parlano, anzi parlamentano<note type="XIII.f">[f]</note>, ponendosi a sedere <hi rend="italic">pro tribunali</hi><note type="XIII.g">[g]</note> e pavoneggiandosi<note type="82">[82]</note>, che egli è una pena mortale pure a vedergli. Et alcuni si truovano, i quali (non essendo però di roba più agiati degli altri) hanno d'intorno al collo tante collane d'oro e tante anella in dito e tanti fermagli<note type="XIII.h">[h]</note> in capo e su per li vestimenti appiccati di qua e di là<note type="83">[83]</note>, che si disdirebbe al <name type="titolo.real" key="Sire di Castiglione">Sire di Castiglione</name><note type="84">[84]</note>:<pb n="30"/> le maniere de' quali sono piene di scede<note type="XIII.i">[i]</note> e di vanagloria, la quale viene da superbia, procedente da vanità; sì che queste si deono fuggire come spiacevoli e sconvenevoli cose. E sappi che in molte città<note type="85">[85]</note> - e delle migliori - non si permette per le leggi che il ricco possa gran fatto andare più splendidamente vestito che il povero, percioché a' poveri pare di ricevere oltraggio quando altri, eziandio pure nel sembiante, dimostra sopra di loro maggioranza; sì che diligentemente è da guardarsi di non cadere in queste sciocchezze. Né dèe l'uomo di sua nobiltà<note type="86">[86]</note> né di suoi onori né di ricchezza e molto meno di senno vantarsi; né i suoi fatti o le prodezze sue o de' suoi passati molto magnificare, né ad ogni proposito annoverargli, come molti soglion fare: percioché pare che egli in ciò significhi di volere o contendere co' circostanti, se eglino similmente sono o presumono di essere gentili<note type="XIII.j">[j]</note> et agiati uomini e valorosi, o di soperchiarli, se eglino sono di minor condizione, e quasi rimproverar loro la loro viltà e miseria: la qual cosa dispiace indifferentemente<note type="XIII.k">[k]</note> a ciascuno. Non dèe adunque l'uomo avilirsi, né fuori di modo essaltarsi<note type="87">[87]</note>, ma più tosto è da sottrarre alcuna cosa de' suoi meriti che punto arrogervi<note type="XIII.l">[l]</note> con parole; percioché ancora il bene, quando sia soverchio, spiace. E sappi che coloro che aviliscono sé stessi con le parole fuori di misura e rifiutano gli onori che manifestamente loro s'appartengono<note type="88">[88]</note>, mostrano in ciò maggiore superbia che coloro che queste cose, non ben bene loro dovute, usurpano. Per la qual cosa si potrebbe per aventura dire<pb n="31"/> che <name type="persona.real" key="Giotto">Giotto</name><note type="89">[89]</note> non meritasse quelle commendazioni che alcun crede per aver egli rifiutato di essere chiamato maestro, essendo egli non solo maestro, ma, senza alcun dubbio, singular maestro, secondo quei tempi. Ora, che che egli o biasimo o loda si meritasse, certa cosa è che chi schifa quello che ciascun altro appetisce mostra che egli in ciò tutti gli altri o biasimi o disprezzi; e lo sprezzar la gloria e l'onore, che cotanto è dagli altri stimato, è un gloriarsi et onorarsi sopra tutti gli altri, conciosia che niuno di sano intelletto rifiuti le care cose, fuori che coloro i quali delle più care di quelle stimano avere abondanza e dovizia. Per la qual cosa né vantare ci debbiamo de' nostri beni, né farcene beffe, ché l'uno è rimproverare agli altri i loro difetti, e l'altro schernire le loro virtù; ma dèe di sé ciascuno, quanto può, tacere, o, se la oportunità ci sforza a pur dir di noi alcuna cosa, piacevol costume è di dirne il vero rimessamente<note type="XIII.m">[m]</note>, come io ti dissi di sopra. E perciò coloro che si dilettano di piacere alla gente si deono astenere ad ogni poter loro da quello che molti hanno in costume di fare, i quali sì timorosamente mostrano di dire le loro openioni sopra qual si sia proposta, che egli è un morire a stento il sentirgli, massimamente se eglino sono per altro intendenti uomini e savi. <q type="pensato" who="autore">-Signor, Vostra Signoria mi perdoni se io no'l saprò così dire: io parlerò da persona materiale come io sono e, secondo il mio poco sapere, grossamente, e son certo che la Signoria Vostra si farà beffe di me; ma pure, per ubidirla...<note type="90">[90]</note>-</q>; e tanto penano e tanto stentano che ogni sottilissima quistione si sarebbe diffinita con molto manco parole et in più brieve tempo: percioché mai non ne vengono a capo. Tediosi medesimamente sono e mentono con gli atti nella conversazione et usanza loro alcuni che si mostrano infimi e vili; et essendo loro manifestamente dovuto il primo luogo et il più alto, tuttavia si pongono nell'ultimo grado; et è una fatica incomparabile a sospingerli oltra, però che tratto tratto sono rinculati<note type="XIII.n">[n]</note> a guisa di ronzino che aombri<note type="XIII.o">[o]</note>. Perché con costoro cattivo partito<note type="XIII.p">[p]</note> ha la brigata alle mani qualora si giugne ad alcun uscio, percioché eglino per cosa del mondo non voglion passare avanti, anzi sì attraversano<note type="XIII.q">[q]</note> e tornano indietro, e sì con le mani e con le braccia si schermiscono e difendono che ogni terzo passo<note type="XIII.s">[s]</note> è necessario ingaggiar battaglia con esso loro e turbarne ogni sollazzo e talora la bisogna che si tratta.</p>
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<div type="cap" n="14">
<head type="ord">[ XIV ]</head><p>E perciò le cirimonie<note type="XIV.a">[a]</note>, le quali noi nominiamo, come tu odi, con vocabolo forestiero, sì come quelli che il nostrale non abbiamo<note type="XIV.b">[b]</note>, però che i nostri antichi mostra che non le conoscessero, sì che non poterono porre loro alcun nome; le cirimonie, dico, secondo il mio giudicio, poco si scostano dalle bugie e da' sogni, per la loro vanità, sì che bene le possiamo accozzare insieme et accoppiare nel nostro trattato, poiché ci è nata occasione di dirne alcuna cosa. Secondo che un buon <pb n="33"/>uomo mi ha più volte mostrato, quelle solennità che i cherici usano d'intorno agli altari e negli ufficii divini e verso Dio e verso le cose sacre si chiamano propriamente cirimonie: ma, poi che gli uomini cominciaron da principio a riverire l'un l'altro con artificiosi modi, fuori del convenevole et a chiamarsi «padroni» e «signori» tra loro, inchinandosi e storcendosi e piegandosi in segno di riverenza, e scoprendosi la testa e nominandosi con titoli isquisiti, e basciandosi le mani come se essi le avessero, a guisa di sacerdoti, sacrate<note type="XIV.c">[c]</note>, fu alcuno che, non avendo questa nuova e stolta usanza ancora nome, la chiamò «cirimonia», credo io per istrazio<note type="XIV.d">[d]</note>, sì come il bere et il godere si nominano per beffa «trionfare». La quale usanza sanza alcun dubbio a noi non è originale, ma forestiera e barbara, e da poco tempo in qua, onde che sia, trapassata in <name type="luogo.real">Italia</name>, la quale, misera, con le opere e con gli effetti abbassata et avilita, è cresciuta solamente et onorata nelle parole vane e ne' superflui titoli<note type="91">[91]</note>. Sono adunque le cirimonie, se noi vogliamo aver risguardo alla intenzion di coloro che le usano, una vana significazion di onore e di riverenza verso colui a cui essi le fanno, posta ne' sembianti e nelle parole, d'intorno a' titoli et alle proferte<note type="92">[92]</note>. Dico vana, in quanto noi onoriamo in vista<note type="XIV.f">[f]</note> coloro i quali in niuna riverenza abbiamo, e talvolta gli abbiamo in dispregio; e nondimeno, per non iscostarci dal costume degli altri, diciamo loro «lo Illustrissimo signor tale» e «lo Eccellentissimo signor cotale», e similmente ci proferiamo alle volte a tale per deditissimi servidori, che noi ameremmo di diservire<note type="XIV.g">[g]</note> più tosto che servire. Sarebbono<pb n="34"/> adunque le cirimonie non solo bugie, sì come io dissi, ma eziandio sceleratezze e tradimenti; ma, percioché queste sopradette parole e questi titoli hanno perduto il loro vigore, e guasta<note type="XIV.h">[h]</note>, come il ferro, la tempera loro per lo continuo adoperarli che noi facciamo, non si dèe aver di loro quella sottile considerazione che si ha delle altre parole, né con quel rigore intenderle. E che ciò sia vero lo dimostra manifestamente quello che tutto dì interviene a ciascuno, percioché, se noi riscontriamo alcuno mai più da noi non veduto, al quale per qualche accidente ci convenga favellare, senza altra considerazione aver de' suoi meriti, il più delle volte, per non dir poco, diciamo troppo, e chiamiamolo gentiluomo e signore a tal ora che<note type="XIV.i">[i]</note> egli sarà calzolaio o barbiere, solo che egli sia alquanto in arnese<note type="XIV.j">[j]</note>. E sì come anticamente si solevano avere i titoli determinati e distinti per privilegio del <name type="titolo.real" key="papa">papa</name> o dello <name type="titolo.real" key="'mperadore">'mperadore</name><note type="93">[93]</note> (i quai titoli tacer non si potevano sanza oltraggio et ingiuria del privilegiato, né per lo contrario attribuire sanza scherno a chi non avea quel cotal privilegio), così oggidì si deono più liberalmente usare i detti titoli e le altre significazioni d'onore a titoli somiglianti, percioché l'usanza, troppo possente signore<note type="94">[94]</note>, ne ha largamente gli uomini del nostro tempo privilegiati. Questa usanza adunque, così di fuori bella et appariscente, è di dentro del tutto vana<note type="95">[95]</note>, e consiste in sembianti senza effetto et in parole senza significato, ma non pertanto a noi non è lecito di mutarla: anzi, siamo astretti, poiché ella non è peccato nostro, ma del secolo, di secondarla: ma vuolsi ciò fare discretamente.<pb n="35"/></p>
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<div type="cap" n="15">
<head type="ord">[ XV ]</head><p>Per la qual cosa è da aver considerazione che le cirimonie si fanno o per utile o per vanità o per debito<note type="96">[96]</note>; et ogni bugia che si dice per utilità propria è fraude e peccato e disonesta cosa, comeché mai non si menta onestamente; e questo peccato commettono i lusinghieri<note type="XV.a">[a]</note>, i quali si contrafanno in forma d'amici, secondando le nostre voglie, quali che elle si siano, non accioché noi vogliamo, ma accioché noi facciamo lor bene, e non per piacerci, ma per ingannarci. E quantunque sì fatto vizio sia per aventura piacevole nella usanza, nondimeno, percioché verso di sé<note type="XV.b">[b]</note> è abominevole e nocivo, non si conviene agli uomini costumati, però che non è lecito porger diletto nocendo: e se le cirimonie sono, come noi dicemmo, bugie e lusinghe false, quante volte le usiamo a fine di guadagno, tante volte adoperiamo<note type="XV.c">[c]</note> come disleali e malvagi uomini: sì che per sì fatta cagione niuna cirimonia si dèe usare.</p>
</div>

<div type="cap" n="16">
<head type="ord">[ XVI ]</head><p>Restami a dire di quelle che si fanno per debito e di quelle che si fanno per vanità. Le prime non istà bene in alcun modo lasciare che non si facciano, percioché chi le lascia non solo spiace, ma egli fa ingiuria; e molte volte è occorso che egli si è venuto a trar fuori le spade solo per questo, che l'un cittadino non ha così onorato l'altro per via, come si doveva onorare, percioché le forze della usanza sono grandissime, come io dissi, e voglionsi avere per legge in simili affari. Per la qual cosa chi dice «voi» ad un solo, purché colui non sia d'infima condizione, di niente gli è cortese del suo<note type="XVI.a">[a]</note>, anzi, se gli dicesse «tu»<note type="97">[97]</note>, gli torrebbe di <pb n="36"/>quello di lui e farebbegli oltraggio et ingiuria, nominandolo con quella parola con la quale è usanza di nominare i poltroni<note type="XVI.b">[b]</note> et i contadini. E se bene altre nazioni et altri secoli ebbero in ciò altri costumi, noi abbiamo pur questi, e non ci ha luogo il disputare quale delle due usanze sia migliore, ma convienci ubidire non alla buona, ma alla moderna usanza, sì come noi siamo ubidienti alle leggi eziandio meno che buone per fino che il Comune o chi ha podestà di farlo non le abbia mutate. Laonde bisogna che noi raccogliamo diligentemente gli atti e le parole con le quai l'uso et il costume moderno suole e ricevere e salutare e nominare nella terra ove noi dimoriamo ciascuna maniera d'uomini, e quelle in comunicando con le persone osserviamo. E non ostante che l'<name type="persona.real" key="Ruggero di Lauria">Ammiraglio</name>, sì come il costume de' suoi tempi per aventura portava, favellando col re <name type="persona.real" key="Pietro d'Aragona">Pietro d'Aragona</name> gli dicesse molte volte «tu», diremo pur noi a' nostri re «Vostra Maestà» e «La Serenità Vostra», così a bocca come per lettere: anzi, sì come egli servò l'uso del suo secolo, così debbiamo noi non disubidire a quello del nostro. E queste nomino io cirimonie debite, conciosia che elle non procedono dal nostro volere né dal nostro arbitrio liberamente, ma ci sono imposte dalla legge, cioè dall'usanza comune; e nelle cose che niuna sceleratezza hanno in sé, ma più tosto alcuna apparenza di cortesia, si vuole, anzi si conviene ubidire a' costumi comuni e non disputare né piatire<note type="XVI.d">[d]</note> con esso loro. E quantunque il basciare per segno di riverenza si convenga dirittamente<note type="XVI.e">[e]</note> solo alle reliquie de' santi corpi e delle altre cose sacre, nondimeno, se la tua contrada arà in <pb n="37"/>uso di dire nelle dipartenze<note type="XVI.f">[f]</note>: <q type="pensato" who="autore">-Signore, io vi bascio la mano,-</q> o <q type="pensato" who="autore">-Io son vostro servidore,-</q> o ancora: <q type="pensato" who="autore">-Vostro schiavo in catena,-</q> non dèi esser tu più schifo<note type="XVI.g">[g]</note> degli altri, anzi, e partendo e scrivendo dèi e salutare et accommiatare non come la ragione, ma come l'usanza vuole che tu facci; e non come si soleva o si doveva fare, ma come si fa. E non dire: <q type="pensato" who="autore">-E di che è egli signore?-</q> o <q type="pensato" who="autore">-E' costui forse divenuto mio parrocchiano<note type="XVI.h">[h]</note>, che io gli debba così basciar le mani?-</q> percioché colui che è usato di sentirsi dire «signore» dagli altri, e di dire egli similmente «signore» agli altri, intende che tu lo sprezzi e che tu gli dica villania, quando tu il chiami per lo suo nome<note type="100">[100]</note>, o che tu gli di' «messere» o gli dài del «voi» per lo capo<note type="XVI.i">[i]</note>. E queste parole di signoria e di servitù e le altre a queste somiglianti, come io di sopra ti dissi, hanno perduta gran parte della loro amarezza; e, sì come alcune erbe nell'acqua, si sono quasi macerate e rammorbidite<note type="XVI.j">[j]</note> dimorando nelle bocche degli uomini, sì che non si deono abominare<note type="XVI.k">[k]</note>, come alcuni rustici e zotichi fanno, i quali vorrebbon che altri cominciasse le lettere che si scrivono agl'<name type="titolo.real" key="imperatore">imperadori</name> et ai <name type="titolo.real" key="re">re</name> a questo modo, cioè: «Se tu e' tuoi figliuoli siate sani, bene sta; anch'io son sano», affermando che cotale era il principio delle lettere de' latini uomini scriventi al Comune<note type="101">[101]</note> loro di <name type="luogo.real">Roma</name>: alla ragion de' quali chi andasse drieto, si ricondurrebbe passo passo il secolo a vivere di ghiande<note type="XVI.l">[l]</note>. Sono da osservare<pb n="38"/> eziandio in queste cirimonie debite alcuni ammaestramenti, accioché altri non paia né vano né superbo. E prima si dèe aver risguardo al paese dove l'uom vive, percioché ogni usanza non è buona in ogni paese, e forse quello che s'usa per li <name type="popolo.real" key="Napoletani">Napoletani</name>, la città de' quali è abondevole di uomini di gran legnaggio e di baroni d'alto affare<note type="XVI.m">[m]</note>, non si confarebbe per aventura né a' <name type="popolo.real" key="Lucchesi">Lucchesi</name> né a' <name type="popolo.real" key="Fiorentini">Fiorentini</name>, i quali per lo più sono mercatanti e semplici gentiluomini<note type="102">[102]</note>, sanza aver fra loro né prencipi né marchesi né barone alcuno. Sì che le maniere di <name type="luogo.real">Napoli</name>, signorili e pompose, trapportate a <name type="luogo.real">Firenze</name>, come i panni del grande messi indosso al picciolo sarebbono soprabondanti e superflui, né più né meno come i modi de' <name type="popolo.real" key="Fiorentini">Fiorentini</name> alla nobiltà de' <name type="popolo.real" key="Napoletani">Napoletani</name> -e forse alla loro natura- sarebbono miseri e ristretti. Né perché i gentiluomini viniziani si lusinghino fuor di modo l'un l'altro<note type="103">[103]</note> per cagion de' loro ufficii e de' loro squittini<note type="XVI.n">[n]</note>, starebbe egli bene che i buoni uomini<note type="XVI.o">[o]</note> di <name type="luogo.real">Rovigo</name> o i cittadini d'<name type="luogo.real">Asolo</name><note type="104">[104]</note> tenessero quella medesima solennità in riverirsi insieme per nonnulla; comeché tutta quella contrada (s'io non m'inganno) sia alquanto trasandata<note type="XVI.p">[p]</note> in queste sì fatte ciancie, sì come scioperata o forse avendole apprese da <name type="luogo.real">Vinegia</name>, loro donna<note type="XVI.q">[q]</note>, imperoché ciascuno volentieri seguita i vestigii<note type="XVI.r">[r]</note> del suo signore, ancora sanza saper perché. Oltre acciò, bisogna avere risguardo al tempo, all'età, alla condizione di colui con cui usiamo le cirimonie et alla nostra, e con gli infaccendati<note type="XVI.s">[s]</note> mozzarle del tutto o almeno accorciarle più che l'uom può, e più tosto accennarle che isprimerle<note type="XVI.t">[t]</note> <pb n="39"/>(il che i cortigiani di <name type="luogo.real">Roma</name> sanno ottimamente fare), ma in alcuni altri luoghi le cirimonie sono di grande sconcio alle faccende e di molto tedio. <q type="pensato" who="autore">-Copritevi-</q><note type="105">[105]</note> dice il giudice impacciato, al quale manca il tempo; e colui, fatte prima alquante riverenze, con grande stropiccio di piedi, rispondendo adagio, dice: <q type="pensato" who="autore">-Signor mio, io sto ben così-</q>. Ma pur dice il giudice: <q type="pensato" who="autore">-Copritevi!-</q> E quegli, torcendosi due o tre volte per ciascun lato e piegandosi fino in terra con molta gravità, risponde: <q type="pensato" who="autore">-Priego Vostra Signoria che mi lasci fare il debito mio...-</q> e dura questa battaglia tanto, e tanto tempo si consuma, che 'l giudice in poco più arebbe potuto sbrigarsi di ogni sua faccenda quella matina. Adunque, benché sia debito di ciascun minore<note type="XVI.v">[v]</note> onorare i giudici e l'altre persone di qualche grado, nondimeno, dove il tempo no'l sofferisce<note type="XVI.w">[w]</note>, divien noioso atto e dèesi fuggire o modificare. Né quelle medesime cirimonie si convengono a' giovani, secondo il loro essere<note type="XVI.x">[x]</note>, che agli attempati fra loro; né alla gente minuta e mezzana si confanno quelle che i grandi usano l'un con l'altro. Né gli uomini di grande virtù et eccellenza soglion farne molte<note type="106">[106]</note>, né amare o ricercare che molte ne siano fatte loro, sì come quelli che male possono impiegar in cose vane il pensiero. Né gli artefici<note type="XVI.y">[y]</note> e le persone di bassa condizione si deono curare di usar molto solenni cirimonie verso i grandi uomini e signori, che le hanno dalloro a schifo anzi che no, percioché dalloro pare che essi ricerchino et aspettino più tosto ubidienza che onore. E per questo erra il servidore che proferisce il suo servigio al padrone, percioché egli se lo reca ad onta e pargli che il servidore voglia metter dubbio nella sua signoria, quasi allui non <pb n="40"/>istia l'imporre et il comandare. Questa maniera di cirimonie si vuole usare liberalmente, percioché quello che altri fa per debito è ricevuto per pagamento e poco grado se ne sente<note type="XVI.z">[z]</note> a colui che 'l fa; ma chi va alquanto più oltra di quello che egli è tenuto pare che doni del suo et è amato e tenuto magnifico. E vammi per la memoria di avere udito dire che un solenne uomo greco, gran versificatore<note type="107">[107]</note>, soleva dire che chi sa carezzar le persone con picciolo capitale fa grosso guadagno: tu farai adunque delle cirimonie come il sarto fa de' panni, che più tosto gli taglia vantaggiati<note type="XVI.aa">[aa]</note> che scarsi, ma non però sì che, dovendo tagliare una calza<note type="XVI.ab">[ab]</note>, ne riesca un sacco né un mantello. E se tu userai in ciò un poco di convenevole larghezza verso coloro che sono da meno di te, sarai chiamato cortese; e se tu farai il somigliante verso i maggiori, sarai detto costumato e gentile; ma chi fosse in ciò soprabondante e scialacquatore, sarebbe biasimato, sì come vano e leggère<note type="XVI.ac">[ac]</note>, e forse peggio gli averrebbe ancora, ché egli sarebbe avuto per malvagio e per lusinghiero e (come io sento dire a questi letterati) per adulatore: il qual vizio i nostri antichi chiamarono, se io non erro, piaggiare<note type="XVI.ad">[ad]</note>, del qual peccato niuno è più abominevole né che peggio stia ad un gentiluomo. E questa è la terza maniera di cirimonie, la qual procede pure dalla nostra volontà e non dalla usanza. Ricordiamoci adunque<pb n="41"/> che le cirimonie, come io dissi da principio, naturalmente<note type="XVI.ae">[ae]</note> non furono necessarie, anzi si poteva ottimamente fare senza esse, sì come la nostra nazione, non ha però gran tempo, quasi del tutto faceva, ma le altrui malatie hanno ammalato anco noi<note type="108">[108]</note> e di questa infermità e di molte altre. Per la qual cosa, ubidito che noi abbiamo all'usanza, tutto il rimanente in ciò è superfluità et una cotal bugia lecita; anzi, pure da quello innanzi non lecita, ma vietata, e perciò spiacevole cosa e tediosa agli animi nobili, che non si pascono di frasche e di apparenze<note type="109">[109]</note>. E sappi che io, non confidandomi della mia poca scienza, stendendo questo presente trattato, ho voluto il parere di più valenti uomini scienziati; e truovo che un <name type="titolo.real" key="re">re</name> il cui nome fu <name type="persona.real" key="Edipo">Edipo</name>, essendo stato cacciato di sua terra, andò già ad <name type="luogo.real">Atene</name> al <name type="titolo.real" key="re">re</name> <name type="persona.real" key="Teseo">Teseo</name>, per campare la persona<note type="XVI.af">[af]</note> (ché era seguitato<note type="XVI.ag">[ag]</note> da' suoi nimici), e dinanzi a <name type="persona.real" key="Teseo">Teseo</name> pervenuto, sentendo favellare una sua figliuola<note type="110">[110]</note> et alla voce riconoscendola (percioché cieco era), non badò a salutar <name type="persona.real" key="Teseo">Teseo</name>, ma, come padre, si diede a carezzare la fanciulla; e, ravvedutosi poi, volle di ciò con <name type="persona.real" key="Teseo">Teseo</name> scusarsi, pregandolo gli perdonasse. Il buono e savio <name type="titolo.real" key="re">re</name> non lo lasciò dire, ma disse egli: <q type="diretto" who="Teseo">-Confortati, <name type="persona.real" key="Edipo">Edipo</name>, percioché io non onoro la vita mia con le parole d'altri, ma con le opere mie-</q>: la qual sentenza si dèe avere a mente; e comeché molto piaccia agli uomini che altri gli onori, nondimeno, quando si accorgono di essere onorati artatamente, lo prendono a tedio, e più oltre<note type="XVI.ah">[ah]</note> lo hanno anco a dispetto. Percioché le lusinghe (o adulazioni che io debba dire) per arrota<note type="XVI.ai">[ai]</note> alle altre loro cattività e magagne hanno questo difetto ancora: <pb n="42"/>che i lusinghieri mostrano aperto segno di stimare che colui cui essi carezzano sia vano et arrogante et, oltre acciò, tondo e di grossa pasta<note type="XVI.aj">[aj]</note> e semplice sì che agevole sia d'invescarlo<note type="XVI.ak">[ak]</note> e prenderlo. E le cirimonie vane et isquisite e soprabondanti sono adulazioni poco nascose, anzi palesi e conosciute da ciascuno, in modo tale che coloro che le fanno a fine di guadagno, oltra quello che io dissi di sopra della loro malvagità, sono eziandio spiacevoli e noiosi.</p>
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<div type="cap" n="17">
<head type="ord">[ XVII ]</head><p>Ma ci è un'altra maniera di cirimoniose persone, le quali di ciò fanno arte e mercatanzia, e tengonne libro e ragione<note type="XVII.a">[a]</note>: alla tal maniera di persone un ghigno<note type="XVII.b">[b]</note>, et alla cotale un riso<note type="XVII.c">[c]</note>; et il più gentile sedrà<note type="XVII.d">[d]</note> in su la seggiola et il meno su la panchetta<note type="XVII.e">[e]</note>: le quai cirimonie credo che siano state trapportate di <name type="luogo.real">Spagna</name> in <name type="luogo.real">Italia</name><note type="111">[111]</note>, ma il nostro terreno le ha male ricevute e poco ci sono allignate<note type="XVII.f">[f]</note>, conciosia che questa distinzione di nobiltà così appunto a noi è noiosa e perciò non si dèe alcuno far giudice a dicidere chi è più nobile o chi meno. Né vendere si deono le cirimonie e le carezze a <pb n="43"/>guisa che le meretrici fanno, sì come io ho veduto molti signori fare nelle corti loro, sforzandosi di consegnarle agli sventurati servidori per salario. E sicuramente coloro che si dilettano di usar cirimonie assai fuora del convenevole, lo fanno per leggerezza e per vanità, come uomini di poco valore, e percioché queste ciance s'imparano di fare assai agevolmente, e pure hanno un poco di bella mostra, essi le apprendono con grande studio; ma le cose gravi non possono imparare, come deboli<note type="XVII.g">[g]</note> a tanto peso, e vorrebbono che la conversazione si spendesse tutta in ciò, sì come quelli che non sanno più avanti e che sotto quel poco di polita buccia niuno sugo hanno et a toccarli sono vizzi e mucidi<note type="XVII.h">[h]</note>, e perciò amerebbono che l'usar con le persone non procedesse più adentro di quella prima vista: e di questi troverai tu grandissimo numero. Alcuni altri sono che soprabondano in parole et in atti cortesi per supplire al difetto della loro cattività<note type="XVII.i">[i]</note> e della villana e ristretta natura loro, avisando<note type="XVII.j">[j]</note>, se eglino fossero sì scarsi e salvatichi con le parole come sono con le opere, gli uomini non dovergli poter sofferire. E nel vero così è, che tu troverai che per l'una di queste due cagioni i più abondano di cirimonie superflue, e non per altro: le quali generalmente noiano il più degli uomini, percioché per loro s'impedisce altrui il vivere a suo senno, cioè la libertà, la quale ciascuno appetisce innanzi ad ogni altra cosa.</p>
</div>

<div type="cap" n="18">
<head type="ord">[ XVIII ]</head><p>D'altrui né delle altrui cose non si dèe dir male<note type="112">[112]</note>, tutto che<note type="XVIII.a">[a]</note> paia che acciò si prestino in quel punto volentieri le orecchie, mediante la invidia che noi per <pb n="44"/>lo più portiamo al bene et all'onore l'un dell'altro; ma poi alla fine ognuno fugge il bue che cozza<note type="XVIII.b">[b]</note>, e le persone schifano l'amicizia de' maldicenti<note type="113">[113]</note>, facendo ragione che quello che essi dicono d'altri a noi, quello dichino<note type="XVIII.c">[c]</note> di noi ad altri. Et alcuni, che si oppongono ad ogni parola e quistionano e contrastano<note type="114">[114]</note>, mostrano che male conoscano la natura degli uomini, ché ciascuno ama la vittoria, e lo esser vinto odia, non meno nel favellare che nello adoperare: senza che il porsi volentieri al contrario ad altri è opera di nimistà e non d'amicizia. Per la qual cosa colui che ama di essere amichevole e dolce nel conversare non dèe aver così presto il: <q type="pensato" who="autore">-Non fu così<note type="XVIII.d">[d]</note>,-</q> e lo <q type="pensato" who="autore">-Anzi sta come vi dico io,-</q> né il metter sù de' pegni<note type="XVIII.e">[e]</note>, anzi si dèe sforzare di essere arrendevole alle openioni degli altri d'intorno a quelle cose che poco rilevano. Percioché la vittoria in sì fatti casi torna in danno<note type="115">[115]</note>, conciosia che vincendo la frivola quistione si perde assai spesso il caro amico e diviensi tedioso alle persone, sì che non osano di usare con esso noi, per non essere ogni ora con esso noi alla schermaglia; e chiamanci per sopranome «Messer Vinciguerra»<note type="XVIII.f">[f]</note>, o «Ser Contraponi», o «Ser Tuttesalle», e talora «il Dottor Sottile»<note type="116">[116]</note>. E se pure alcuna volta aviene che altri disputi invitato dalla compagnia, si vuol fare per dolce modo e non si vuol essere sì ingordo della dolcezza del vincere che l'uomo se la trangugi<note type="XVIII.g">[g]</note>, ma conviene lasciarne a ciascuno la parte sua; e, torto o ragione<pb n="45"/> che l'uomo abbia, si dèe consentire al parere de' più o de' più importuni e loro lasciare il campo, sì che altri e non tu sia quegli che si dibatta e che sudi e trafeli<note type="XVIII.h">[h]</note>: che sono sconci modi e sconvenevoli ad uomini costumati, sì che se ne acquista odio e malavoglienza; et, oltre acciò, sono spiacevoli per la sconvenevolezza loro, la quale per sé stessa è noiosa agli animi ben composti, sì come noi faremo per aventura menzione poco appresso. Ma il più della gente invaghisce sì di se stessa, che ella mette in abbandono il piacere altrui: e, per mostrarsi sottili et intendenti e savii, consigliano e riprendono e disputano et inritrosiscono<note type="XVIII.i">[i]</note> a spada tratta, et a niuna sentenza<note type="XVIII.j">[j]</note> s'accordano, se none<note type="XVIII.k">[k]</note> alla loro medesima. Il proferire il tuo consiglio non richiesto<note type="117">[117]</note>  niuna altra cosa è che un dire di esser più savio di colui cui tu consigli, anzi, un rimproverargli il suo poco sapere e la sua ignoranza. Per la qual cosa non si dèe ciò fare con ogni conoscente, ma solo con gli amici più stretti e verso le persone il governo e regimento delle quali a noi appartiene, o veramente quando gran pericolo soprastesse ad alcuno, eziandio<note type="XVIII.l">[l]</note> a noi straniero; ma nella comune usanza si dèe l'uomo astenere di tanto dar consiglio e di tanto metter compenso alle bisogne altrui: nel quale errore cadono molti, e più spesso i meno intendenti. Percioché agli uomini di grossa pasta poche cose si volgon per la mente, sì che non penano guari a deliberarsi<note type="XVIII.m">[m]</note>, come quelli che pochi partiti da essaminare hanno alle mani; ma, come ciò sia, chi va proferendo e seminando il suo consiglio mostra di portar openione che il senno allui avanzi et ad altri manchi. E fermamente sono alcuni che così vagheggiano<note type="XVIII.n">[n]</note> questa loro <pb n="46"/>saviezza che il non seguire i loro conforti non è altro che un volersi azzuffare con esso loro, e dicono: <q type="pensato" who="autore">-Bene sta; il consiglio de' poveri non è accettato,-</q> et <q type="pensato" who="autore">-Il tale vuol fare a suo senno,-</q> et <q type="pensato" who="autore">-Il tale non mi ascolta-</q>; come se il richiedere che altri ubidisca il tuo consiglio non sia maggiore arroganza che non è il voler pur seguire il suo proprio. Simil peccato a questo commettono coloro che imprendono a correggere i difetti degli uomini et a riprendergli; e d'ogni cosa vogliono dar sentenza finale<note type="118">[118]</note>, e porre a ciascuno la legge in mano<note type="XVIII.o">[o]</note>: <q type="pensato" who="autore">-La tal cosa non si vuol fare,-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Voi diceste la tal parola,-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Stoglietevi dal così fare e dal così dire,-</q> e <q type="pensato" who="autore">-'l vino che voi beete non vi è sano, anzi vuole esser vermiglio<note type="XVIII.p">[p]</note>,-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Dovreste usare del tal lattovaro e delle cotali pillole-</q>; e mai non finano<note type="XVIII.q">[q]</note> di riprendere, né di correggere. E lasciamo stare che a talora si affaticano a purgare l'altrui campo, che il loro medesimo è tutto pieno di pruni e di ortica; ma egli è troppo gran seccaggine il sentirgli. E sì come pochi o niuno è cui soffera l'animo di fare<note type="XVIII.r">[r]</note> la sua vita col medico o col confessore e molto meno col giudice del maleficio<note type="XVIII.s">[s]</note>, così non si truova chi si arrischi di avere la costoro domestichezza, percioché ciascuno ama la libertà, della quale essi ci privano, e parci esser col maestro. Per la qual cosa non è dilettevol costume lo essere così voglioso di correggere e di ammaestrare altrui; e dèesi lasciare che ciò si faccia da' maestri e da' padri, da' quali pure perciò i figliuoli et i discepoli si scantonano<note type="XVIII.t">[t]</note> tanto volentieri quanto tu sai che e' fanno!</p>
</div>

<div type="cap" n="19">
<head type="ord">[ XIX ]</head><p>Schernire non si dèe mai persona, quantunque inimica, perché maggior segno di dispregio pare che si faccia schernendo che ingiuriando<note type="120">[120]</note>, conciosia che le ingiurie si fanno o per istizza o per alcuna cupidità, e niuno è che si adiri con cosa o per cosa che egli abbia per niente, o che appetisca quello che egli sprezza del tutto: sì che dello ingiuriato si fa alcuna stima e dello schernito niuna o picciolissima. Et è lo scherno un prendere la vergogna che noi facciamo altrui a diletto senza pro alcuno di noi, per la qual cosa si vuole nella usanza astenersi di schernire nessuno: in che male fanno quelli che rimproverano i difetti della persona<note type="121">[121]</note> a coloro che gli hanno, o con parole, come fece messer <name type="persona.real" key="Forese da Rabatta">Forese da Rabatta</name>, delle fattezze di maestro <name type="persona.real" key="Giotto">Giotto</name> ridendosi<note type="122">[122]</note>, o con atti, come molti usano, contrafacendo gli scilinguati<note type="XIX.a">[a]</note> o zoppi o qualche gobbo. Similmente chi si ride d'alcuno sformato o malfatto o sparuto<note type="XIX.b">[b]</note> o picciolo, o di sciocchezza che altri dica fa la festa e le risa grandi, e chi si diletta di fare arrossire altrui: i quali dispettosi modi sono meritatamente odiati. Et a questi sono assai somiglianti i beffardi<note type="XIX.c">[c]</note>, cioè coloro che si dilettano di far beffe e di uccellare<note type="XIX.d">[d]</note> ciascuno, non per ischerno, né per disprezzo, ma per piacevolezza<note type="123">[123]</note>. E sappi che niuna differenza è da schernire a beffare, se non fosse il proponimento e la intenzione che l'uno ha diversa dall'altro, conciosia che le beffe si fanno per sollazzo e gli scherni per istrazio, comeché nel comune <pb n="48"/>favellare e nel dettare si prenda assai spesso l'un vocabolo per l'altro: ma chi schernisce sente contento della vergogna altrui e chi beffa prende dello altrui errore non contento, ma sollazzo, là dove della vergogna di colui medesimo, per aventura, prenderebbe cruccio e dolore. E comeché io nella mia fanciullezza poco innanzi procedessi nella grammatica<note type="XIX.e">[e]</note>, pur mi voglio ricordare che <name type="persona.real" key="Micio">Mizione</name><note type="124">[124]</note>, il quale amava cotanto <name type="persona.real" key="Eschino">Eschine</name><note type="125">[125]</note> che egli stesso avea di ciò maraviglia, nondimeno prendea talora sollazzo di beffarlo, come quando e' disse seco stesso: <q type="diretto" who="Micio">-Io vo' fare una beffa a costui-</q>. Sì che quella medesima cosa a quella medesima<note type="126">[126]</note> persona fatta, secondo la intenzion di colui che la fa, potrà essere beffa e scherno: e percioché il nostro proponimento male può esser palese altrui, non è util cosa nella usanza<note type="XIX.f">[f]</note> il fare arte così dubbiosa e sospettosa. E più tosto si vuol fuggire che cercare di esser tenuto beffardo, perché molte volte interviene in questo, come nel ruzzare<note type="XIX.g">[g]</note> o scherzare, che l'uno batte per ciancia<note type="XIX.h">[h]</note> e l'altro riceve la battitura per villania, e di scherzo fanno zuffa; così quegli che è beffato per sollazzo e per dimestichezza si reca talvolta ciò ad onta et a disonore e prendene sdegno, senza che la beffa è inganno, et a ciascuno naturalmente duole di errare e di essere ingannato. Sì che per più cagioni pare che chi procaccia di esser ben voluto et avuto caro non debba troppo farsi maestro di beffe. Vera cosa è che noi non possiamo in alcun modo menare questa faticosa vita mortale del tutto senza sollazzo né senza riposo<note type="127">[127]</note>: e perché le beffe ci sono cagione di festa e di riso e, per conseguente, di ricreazione<note type="XIX.i">[i]</note>, <pb n="49"/>amiamo coloro che sono piacevoli e beffardi e sollazzevoli. Per la qual cosa pare che sia da dire in contrario, cioè che pur si convenga nella usanza beffare alle volte e similmente motteggiare. E senza fallo coloro che sanno beffare per amichevol modo e dolce sono più amabili che coloro che no'l sanno né possono fare; ma egli è di mestiero<note type="XIX.j">[j]</note> avere risguardo in ciò a molte cose; e, conciosia che la intenzion del beffatore è di prendere sollazzo dello errore di colui di cui egli fa alcuna stima, bisogna che l'errore nel quale colui si fa cadere sia tale che niuna vergogna notabile<note type="128">[128]</note> né alcun grave danno gliene segua: altrimenti mal si potrebbono conoscere le beffe dalle ingiurie. E sono ancora di quelle persone con le quali, per l'asprezza loro, in niuna guisa si dèe motteggiare, sì come <name type="persona.real" key="Biondello">Biondello</name> poté sapere da messer <name type="persona.real" key="Filippo Argenti">Filippo Argenti</name> nella loggia de' Caviccioli<note type="129">[129]</note>. Medesimamente non si dèe motteggiare nelle cose gravi, e meno nelle vituperose opere, percioché pare che l'uomo, secondo il proverbio del comun popolo, si rechi la cattività a scherzo<note type="XIX.k">[k]</note>, come che a madonna <name type="persona.real" key="Filippa da Prato">Filippa da Prato</name><note type="130">[130]</note> molto giovassino le piacevoli risposte da lei fatte intorno alla sua disonestà! Per la qual cosa non credo io che <name type="persona.real" key="Lupo degli Uberti">Lupo degli Uberti</name><note type="131">[131]</note> alleggerisse la sua vergogna, anzi la aggravò, scusandosi per motti della cattività e della viltà da lui dimostrata, ché, potendosi tenere<note type="XIX.l">[l]</note> nel <name type="luogo.real">castello di Laterina</name>, vedendosi steccare<note type="XIX.m">[m]</note> intorno e chiudersi, incontinente il diede<note type="XIX.n">[n]</note>, dicendo che nullo Lupo era uso di star rinchiuso; perché, dove non ha luogo il ridere, quivi si disdice il motteggiare et il cianciare.</p>
</div>

<div type="cap" n="20">
<head type="ord">[ XX ]</head><p>E dèi oltre acciò sapere che alcuni motti<note type="132">[132]</note> sono che mordono et alcuni che non mordono; de' primi voglio che ti basti il savio ammaestramento che <name type="persona.real" key="Lauretta">Lauretta</name> ne diede, cioè che i motti come la pecora morde deono così mordere l'uditore, e non come il cane<note type="133">[133]</note>: percioché, se come il cane mordesse, il motto non sarebbe motto ma villania; e le leggi quasi in ciascuna città vogliono che quegli che dice altrui alcuna grave villania sia gravemente punito<note type="134">[134]</note>, e forse che si conveniva ordinar similmente non leggieri disciplina<note type="XX.a">[a]</note> a chi mordesse per via di motti oltra il convenevole modo; ma gli uomini costumati deono far ragione<note type="XX.b">[b]</note> che la legge che dispone sopra le villanie si stenda eziandio a' motti, e di rado e leggermente pungere altrui. Et oltre a tutto questo, sì dèi tu sapere che il motto, come che morda o non morda, se non è leggiadro e sottile gli uditori niuno diletto ne prendono, anzi ne sono tediati, o, se pur ridono, si ridono non del motto, ma del motteggiatore. E percioché niuna altra cosa sono i motti che inganni<note type="135">[135]</note>, e lo ingannare, sì come sottil cosa et artificiosa, non si può fare se non per gli uomini di acuto e di pronto avedimento, e spetialmente improviso<note type="XX.c">[c]</note>, perciò non convengono alle persone materiali e di grosso intelletto, né pure ancora a ciascuno il cui ingegno sia abondevole e buono, sì come per aventura non convennero gran fatto a messer <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Giovan Boccaccio</name>: ma sono i motti speziale prontezza e leggiadria e tostàno<note type="XX.d">[d]</note> movimento d'animo. Per la qual cosa gli uomini discreti non guardano in ciò alla volontà, ma alla disposizion loro, e, provato che essi hanno una e due volte le forze del loro ingegno invano, conoscendosi acciò poco destri, <pb n="51"/>lasciano stare di pur voler in sì fatto essercizio adoperarsi, accioché non avenga loro quello che avenne al cavaliero di madonna <name type="persona.real" key="Orretta">Orretta</name><note type="136">[136]</note>. E se tu porrai mente alle maniere di molti, tu conoscerai agevolmente ciò che io ti dico esser vero: cioè che non istà bene il motteggiare a chiunque vuole, ma solamente a chi può. E vedrai tale avere ad ogni parola apparecchiato<note type="XX.e">[e]</note> uno, anzi molti, di quei vocaboli che noi chiamiamo «bistìccichi»,<note type="XX.f">[f]</note> di niun sentimento<note type="XX.g">[g]</note>; e tale scambiar le sillabe ne' vocaboli per frivoli modi e sciocchi; et altri dire o rispondere altrimenti che non si aspettava<note type="137">[137]</note>, senza alcuna sottigliezza o vaghezza: <q type="pensato" who="autore">-Dove è il signore? -Dove egli ha i piedi!-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Gli fece ugner le mani con la grascia di San Giovan Boccadoro-</q><note type="138">[138]</note> e <q type="pensato" who="autore">-Dove mi manda egli?- -Ad Arno!-</q><note type="139">[139]</note>; <q type="pensato" who="autore">-Io mi voglio radere- -E' sarebbe meglio rodere!-</q>; <q type="pensato" who="autore">-Va chiama<note type="140">[140]</note> il barbieri- -E perché non il barbadomani?-</q> I quali, come tu puoi agevolmente conoscere, sono vili modi e plebei; cotali furono, per lo più, le piacevolezze et i motti di <name type="persona.real" key="Dioneo">Dioneo</name><note type="141">[141]</note>. Ma della più bellezza de' motti e della meno non fia nostra cura di ragionare al presente, conciosia che altri trattati ce ne abbia, distesi da troppo migliori dettatori<note type="XX.h">[h]</note> e maestri che io non sono<note type="142">[142]</note>, et ancora percioché i motti hanno incontinente larga e certa testimonianza della loro bellezza e della loro spiacevolezza, sì che poco potrai errare in ciò, solo che tu non sii soverchiamente abbagliato di te stesso, percioché dove è piacevol motto ivi è tantosto<note type="XX.i">[i]</note> festa e riso et una cotale maraviglia. Laonde, se le tue piacevolezze non saranno approvate<pb n="52"/> dalle risa de' circonstanti, sì ti rimarrai<note type="XX.j">[j]</note> tu di più motteggiare, percioché il difetto fia pur tuo, e non di chi t'ascolta, conciosia cosa che gli uditori, quasi solleticati dalle pronte o leggiadre o sottili risposte o proposte, eziandio volendo, non possono tener le risa<note type="143">[143]</note>, ma ridono mal lor grado; da' quali, sì come da diritti<note type="XX.k">[k]</note> e legitimi giudici, non si dèe l'uomo appellare a se medesimo, né più riprovarsi. Né per far ridere altrui si vuol dire parole né fare atti vili né sconvenevoli<note type="144">[144]</note>, storcendo il viso e contrafacendosi<note type="145">[145]</note>, ché niuno dèe, per piacere altrui, avilire sé medesimo, che è arte non di nobile uomo, ma di giocolare e di buffone<note type="146">[146]</note>. Non sono adunque da seguitare i volgari modi e plebei di <name type="persona.real" key="Dioneo">Dioneo</name> (<q type="cit" who="autore" value="G.Boccaccio">«madonna Aldruta, alzate la coda...»</q><note type="147">[147]</note>), né fingersi matto, né dolce di sale<note type="XX.l">[l]</note>, ma, a suo tempo, dire alcuna cosa bella e nuova<note type="148">[148]</note> e che non caggia così nell'animo a ciascuno<note type="XX.m">[m]</note>, chi può, e chi non può, tacersi: percioché questi sono movimenti dello 'ntelletto, i quali, se sono avvenenti e leggiadri, fanno segno e testimonianza della destrezza dell'animo e de' costumi di chi gli dice, la qual cosa piace sopra modo agli uomini e rendeci loro cari et amabili, ma, se essi sono al contrario, fanno contrario effetto, percioché pare che l'asino scherzi, o che alcuno forte grasso e naticuto<note type="XX.n">[n]</note> danzi o salti spogliato in farsetto<note type="XX.o">[o]</note>.</p>
</div>

<div type="cap" n="21">
<head type="ord">[ XXI ]</head><p>Un'altra maniera si truova di sollazzevoli modi pure posta nel favellare: cioè quando la piacevolezza non consiste in motti, che per lo più sono brievi, ma <pb n="53"/>nel favellar disteso e continuato<note type="149">[149]</note>, il quale vuole essere ordinato e bene espresso e rappresentante i modi, le usanze, gli atti et i costumi di coloro de' quali si parla, sì che all'uditore sia aviso non di udir raccontare, ma di veder con gli occhi fare<note type="150">[150]</note> quelle cose che tu narri<note type="151">[151]</note>: il che ottimamente seppono fare gli uomini e le donne del <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name><note type="152">[152]</note>, comeché pure talvolta (se io non erro) si contrafacessero più che a donna o a gentiluomo non si sarebbe convenuto, a guisa di coloro che recitan le comedie. Et a voler ciò fare, bisogna aver quello accidente o novella o istoria, che tu pigli a dire bene raccolta nella mente, e le parole pronte et apparecchiate, sì che non ti convenga tratto tratto dire: <q type="pensato" who="autore">-Quella cosa...-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Quel cotale...-</q> o <q type="pensato" who="autore">-Quel... come si chiama?-</q> o <q type="pensato" who="autore">-Quel lavorio<note type="XXI.a">[a]</note>-</q> né <q type="pensato" who="autore">-Aiutatemelo a dire-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Ricordatemi come egli ha nome-</q>; percioché questo è appunto il trotto del cavalier di madonna <name type="persona.real" key="Orretta">Orretta</name>! E se tu reciterai un avenimento nel quale intervenghino molti, non dèi dire: <q type="pensato" who="autore">-Colui disse...-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Colui rispose...<note type="153">[153]</note>-</q>; percioché tutti siamo «colui», sì che chi ode facilmente erra: conviene adunque che chi racconta ponga i nomi<note type="XXI.b">[b]</note> e poi non gli scambi. Et oltre acciò, si dèe l'uomo guardare di non dir quelle cose, le quali taciute, la novella sarebbe non meno piacevole o per aventura ancora più piacevole: <q type="pensato" who="autore">-Il tale, che fu figliuol del tale, che stava a casa nella via del Cocomero<note type="154">[154]</note>... no 'l conosceste voi? Che ebbe per moglie quella de' <name type="persona.real" key="Gianfigliazzi">Gianfigliazzi</name>: una cotal magretta, che andava alla messa in <name type="luogo.real">San Lorenzo</name>... come, no? Anzi, non conosceste altri!<note type="156">[156]</note>. Un bel vecchio diritto, che portava la zazzera... non ve ne ricordate voi?-</q>; percioché, se fosse<pb n="54"/> tutto uno che il caso fosse avenuto ad un altro come a costui, tutta questa lunga quistione sarebbe stata di poco frutto, anzi di molto tedio, a coloro che ascoltano e sono vogliosi e frettolosi di sentire quello avenimento, e tu gli aresti fatto indugiare; sì come per aventura fece il nostro <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name>:
<lg type="poema">
<l>E li parenti miei furon Lombardi</l>
<l>E Mantovan per patria ambidui<note type="157">[157]</note>;</l>
</lg>
percioché niente rilevava se la madre di lui fosse stata da <name type="luogo.real">Gazuolo</name><note type="158">[158]</note> o anco da <name type="luogo.real">Cremona</name>. Anzi, apparai<note type="XXI.c">[c]</note> io già da un gran retorico forestiero<note type="159">[159]</note> uno assai utile ammaestramento d'intorno a questo, cioè che le novelle si deono comporre et ordinare prima co' soprannomi e poi raccontare co' nomi; percioché quelli sono posti secondo le qualità delle persone<note type="160">[160]</note> e questi secondo l'appetito de' padri o di coloro a chi tocca. Per la qual cosa colui che, in pensando, fu messer<note type="161">[161]</note> <name type="persona.fit" key="Avarizia">Avarizia</name>, in proferendo sarà messer <name type="persona.real" key="Erminio Grimaldi">Erminio Grimaldi</name>, se tale sarà la generale openione che la tua contrada arà di lui, quale a <name type="persona.real" key="Guglielmo Borsieri">Guglielmo Borsieri</name> fu detto esser di messer <name type="persona.real" key="Erminio Grimaldi">Erminio</name> in <name type="luogo.real">Genova</name><note type="162">[162]</note>. E se nella terra ove tu dimori non avesse persona molto conosciuta che si confacesse al tuo bisogno, sì dèi tu figurare il caso in altro paese et il nome imporre come più ti piace. Vera cosa è che con maggior piacere si suole ascoltare e, più, aver dinanzi agli occhi quello che si dice essere avenuto alle persone che noi conosciamo<note type="163">[163]</note> (se l'avenimento è tale che si confaccia a' loro costumi) che quello che è intervenuto agli strani<note type="XXI.d">[d]</note> e non conosciuti da noi; e la ragione è questa: che, sapendo noi che quel tale suol far così, crediamo che egli così abbia fatto, e riconosciamolo come presente, dove degli strani non avien così.<pb n="55"/></p>
</div>

<div type="cap" n="22">
<head type="ord">[ XXII ]</head><p>Le parole, sì nel favellare disteso come negli altri ragionamenti, vogliono esser chiare, sì che ciascuno della brigata le possa agevolmente intendere, et oltre a ciò belle in quanto al suono<note type="164">[164]</note> et in quanto al significato, percioché se tu arai da dire l'una di queste due, dirai più tosto il <hi rend="italic">ventre</hi> che <hi rend="italic">l'epa</hi><note type="XXII.a">[a]</note>, e, dove il tuo linguaggio lo sostenga, dirai più tosto <hi rend="italic">la pancia</hi> che <hi rend="italic">il ventre</hi> o <hi rend="italic">il corpo</hi>, percioché così sarai inteso e non franteso<note type="XXII.b">[b]</note>, sì come noi <name type="popolo.real" value="Fiorentini">fiorentini</name> diciamo<note type="165">[165]</note>, e di niuna bruttura farai sovenire all'uditore. La qual cosa volendo l'ottimo poeta nostro<note type="XXII.c">[c]</note> schifare, sì come io credo, in questa parola stessa procacciò di trovare altro vocabolo, non guardando perché alquanto gli convenisse scostarsi per prenderlo di altro luogo, e disse:
<lg type="poema"> 
<l>ricorditi che fece il peccar nostro</l>
<l>prender Dio, per scamparne,</l>
<l>umana carne al tuo virginal chiostro<note type="166">[166]</note>.</l>
</lg>
E comeché <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name>, sommo poeta, altresì poco a così fatti ammaestramenti ponesse mente<note type="167">[167]</note>, io non sento perciò che di lui si dica per questa cagione bene alcuno<note type="168">[168]</note>. E certo io non ti consiglierei che tu lo volessi fare tuo maestro in questa arte dello esser grazioso, conciosia cosa che egli stesso non fu, anzi in alcuna Cronica trovo così scritto di lui<note type="169">[169]</note>: <q type="cit" who="autore" value="G.Villani">«Questo <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name> per suo sapere fu alquanto presuntuoso e schifo e sdegnoso e, quasi, a guisa di filosofo, mal gratioso, non ben sapeva conversare <pb n="56"/>co' laici<note type="XXII.d">[d]</note>»</q>. Ma, tornando alla nostra materia, dico che le parole vogliono essere chiare; il che averrà, se tu saprai scegliere quelle che sono originali di tua terra, che non siano perciò antiche tanto che elle siano divenute rance<note type="XXII.e">[e]</note> e viete, e, come logori vestimenti, diposte<note type="XXII.f">[f]</note> o tralasciate<note type="170">[170]</note>, sì come <hi rend="italic">spaldo</hi><note type="XXII.g">[g]</note> et <hi rend="italic">epa</hi> et <hi rend="italic">uopo</hi><note type="171">[171]</note> e <hi rend="italic">sezzaio</hi><note type="172">[172]</note> e <hi rend="italic">primaio</hi>; et oltre acciò, se le parole che tu arai per le mani saranno non di doppio intendimento, ma semplici, percioché di quelle accozzate insieme si compone quel favellare che ha nome «enigma» et in più chiaro volgare si chiama «gergo»<note type="XXII.h">[h]</note>:
<lg type="sonetto">
<l>Io vidi un che da sette passatoi<note type="XXII.i">[i]</note></l>
<l>fu da un canto all'altro trapassato<note type="173">[173]</note>.</l>
</lg>
Ancora vogliono esser le parole il più che si può appropriate a quello che altri vuol dimostrare, e meno che si può comuni ad altre cose, percioché così pare che le cose istesse si rechino in mezzo e che elle si mostrino non con le parole, ma con esso il dito: e perciò più acconciamente diremo «riconosciuto alle <hi rend="italic">fattezze</hi>»<note type="174">[174]</note> che «alla <hi rend="italic">figura</hi>» o «alla <hi rend="italic">imagine</hi>»; e meglio rappresentò <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name> la cosa detta, quando e' disse:
<lg type="poema">
<l>che li pesi</l> 
<l>fan così <hi rend="italic">cigolar</hi> le sue bilancie<note type="175">[175]</note>,</l>
</lg>
che se egli avesse detto o <hi rend="italic">gridare</hi> o <hi rend="italic">stridere</hi> o <hi rend="italic">far romore</hi>. E più singolare è il dire «il ribrezzo della <hi rend="italic">quartana</hi>»<note type="176">[176]</note> <pb n="57"/>che se noi dicessimo «il <hi rend="italic">freddo</hi>»; e «la carne soverchio grassa <hi rend="italic">stucca</hi>» che se noi dicessimo sazia; e «<hi rend="italic">sciorinare</hi><note type="XXII.k">[k]</note> i panni» e non <hi rend="italic">ispandere</hi>; et i <hi rend="italic">moncherini</hi><note type="177">[177]</note> e non le <hi rend="italic">braccia mozze</hi>; et «all'orlo dell'acqua d'un fosso»
<lg type="poema">
<l>stan li ranocchi pur col muso fuori<note type="178">[178]</note></l>
</lg>
e non con la <hi rend="italic">bocca</hi>: i quali tutti sono vocaboli di singolare significazione, e similmente «il <hi rend="italic">vivagno</hi><note type="XXII.l">[l]</note> della tela» più tosto che l'<hi rend="italic">estremità</hi>. E so io bene che, se alcun forestiero per mia sciagura s'abbattesse a questo trattato, egli si farebbe beffe di me e direbbe che io t'insegnassi di favellare in gergo overo in cifera<note type="XXII.m">[m]</note>, conciosia che questi vocaboli siano per lo più così nostrani che alcuna altra nazione non gli usa, et usati da altri non gl'intende. E chi è colui che sappia ciò che <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name> si volesse dire in quel verso:
<lg type="poema">
<l>Già veggia<note type="XXII.n">[n]</note> per mezzul<note type="XXII.o">[o]</note> perdere o lulla?</l>
</lg>
Certo io credo che nessun altro che noi <name type="popolo.real" value="Fiorentini">fiorentini</name>; ma, nondimeno, secondo che a me è stato detto, se alcun fallo ha pure in quel testo di <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name>, egli non l'ha nelle parole, ma se egli errò più tosto errò in ciò, che egli -sì come uomo alquanto ritroso<note type="XXII.p">[p]</note>- imprese a dire cosa malagevole ad isprimere con parole e per aventura poco piacevole ad udire, che perché egli la isprimesse male. Niun puote, adunque, ben favellare con chi <pb n="58"/>non intende il linguaggio nel quale egli favella, né, perché il <name type="popolo.real" value="Tedeschi">Tedesco</name> non sappia latino<note type="XXII.q">[q]</note>, debbiam noi per questo guastar la nostra loquela in favellando con essolui, né contrafarci a guisa di mastro <name type="persona.real" key="Brufaldo">Brufaldo</name>, sì come soglion fare alcuni che per la loro sciocchezza si sforzano di favellar del linguaggio di colui con cui favellano, quale egli si sia, e dicono ogni cosa a rovescio; e spesso aviene che lo <name type="popolo.real" value="Spagnoli">Spagnuolo</name> parlerà italiano con lo <name type="popolo.real" value="Italiani">Italiano</name>, e lo <name type="popolo.real" value="Italiani">Italiano</name> favellerà per pompa e per leggiadria con esso lui spagnuolo: e non di meno assai più agevol cosa è il conoscere che amendue favellano forestiero che il tener le risa delle nuove sciocchezze che loro escono di bocca. Favelleremo adunque noi nell'altrui linguaggio qualora ci farà mestiero di essere intesi per alcuna nostra necessità, ma nella comune usanza favelleremo pure nel nostro, eziandio men buono, più tosto che nell'altrui migliore, percioché più acconciamente favellerà un <name type="popolo.real" value="Lombardi">Lombardo</name> nella sua lingua<note type="179">[179]</note>, quale s'è la più difforme, che egli non parlerà toscano o d'altro linguaggio, pure perciò che egli non arà mai per le mani, per molto che egli si affatichi, sì bene i propri e particolari vocaboli come abbiamo noi <name type="popolo.real" value="Toscani">Toscani</name>. E se pure alcuno vorrà aver risguardo a coloro co' quali favellerà e perciò astenersi da' vocaboli singolari, de' quali io ti ragionava, et in luogo di quelli usare i generali e comuni, i costui ragionamenti saranno perciò di molto minor piacevolezza. Dèe oltre acciò ciascun gentiluomo fuggir di dire le parole meno che oneste: e la onestà de' vocaboli consiste o nel suono e nella voce loro o nel loro significato, conciosia cosa che alcuni nomi venghino a dire cosa onesta e nondimeno si sente risonare nella voce istessa alcuna disonestà, sì come <hi rend="italic">rinculare</hi><note type="XXII.t">[t]</note> (la qual parola, ciò non ostante, si usa tuttodì da <pb n="59"/>ciascuno); ma se alcuno, o uomo o femina, dicesse per simil modo et a quel medesimo ragguaglio il <hi rend="italic">farsi innanzi</hi><note type="180">[180]</note> che si dice il <hi rend="italic">farsi indietro</hi>, allora apparirebbe la disonestà di cotal parola, ma il nostro gusto per la usanza sente quasi il vino di questa voce e non la muffa.
<lg type="poema"> 
<l>Le mani alzò con amendue le <hi rend="italic">fiche</hi><note type="181">[181]</note>,</l>
</lg>
disse il nostro <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name>, ma non ardiscono di così dire le nostre donne, anzi, per ischifare quella parola sospetta, dicon più tosto <hi rend="italic">le castagne</hi><note type="XXII.u">[u]</note>, comeché pure alcune, poco accorte, nominino assai spesso disavedutamente quello che, se altri nominasse loro in pruova<note type="XXII.v">[v]</note> elle arrossirebbono, facendo mentione per via di bestemmia<note type="XXII.w">[w]</note> di quello onde elle sono femine. E perciò quelle che sono, o vogliono essere, ben costumate, procurino di guardarsi non solo dalle disoneste cose, ma ancora dalle parole, e non tanto da quelle che sono, ma eziandio da quelle che possono essere, o ancora parere, o disoneste o sconcie e lorde, come alcuni affermano essere queste pur di <name type="persona.real" key="Dante Alighieri">Dante</name>:
<lg type="poema"> 
<l>se non ch'al viso e di sotto mi venta<note type="182">[182]</note>;</l>
</lg>
o pur quelle:
<lg type="poema"> 
<l>però ne dite ond'è presso pertugio;</l><br/>
<l>et un di quelli spirti disse: - Vien</l>
<l>dietro<note type="183">[183]</note> a noi, ché troverai la buca<note type="184">[184]</note>.</l>
</lg>
E dèi sapere che, comeché due o più parole venghino talvolta a dire una medesima cosa, nondimeno l'una sarà più onesta e l'altra meno, sì come è a dire <q type="cit" who="autore" value="G.Boccaccio">«con lui giacque e Della sua persona gli sodisfece»</q><note type="XXII.x">[x]</note>, percioché questa sentenza, detta con altri vocaboli, sarebbe<pb n="60"/> disonesta cosa ad udire. E più acconciamente dirai «il <hi rend="italic">vago</hi> della luna<note type="XXII.y">[y]</note>» che tu non diresti il <hi rend="italic">drudo</hi><note type="XXII.z">[z]</note>, avegna che amendue questi vocaboli importino<note type="XXII.aa">[aa]</note> lo amante, e più convenevol parlare pare a dire <hi rend="italic">la fanciulla</hi> e <hi rend="italic">l'amica</hi> che «la <hi rend="italic">concubina</hi> di <name type="persona.real" key="Titone">Titone</name>»<note type="185">[185]</note>; e più dicevole è a donna, et anco ad uomo costumato, nominare le meretrici <hi rend="italic">femine di mondo</hi> (come la <name type="persona.real" key="Belcolore">Belcolore</name><note type="186">[186]</note> disse, più nel favellare vergognosa che nello adoperare) che a dire il comune lor nome: «<name type="persona.real" key="Taide">Taide</name> è la <hi rend="italic">puttana</hi>»<note type="187">[187]</note>, e come il <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Boccaccio</name> disse, <q type="cit" who="autore" value="G.Boccaccio">«la potenza delle <hi rend="italic">meretrici</hi> e de' <hi rend="italic">ragazzi</hi>»</q><note type="188">[188]</note>; ché, se così avesse nominato dall'arte loro i maschi come nominò le femine, sarebbe stato sconcio e vergognoso il suo favellare. Anzi, non solo si dèe altri guardare dalle parole disoneste e dalle lorde, ma eziandio dalle vili, e spezialmente colà dove di cose alte e nobili si favelli; e per questa cagione forse meritò alcun biasimo la nostra <name type="persona.real" key="Beatrice">Beatrice</name>, quando disse:
<lg type="poema">
<l>L'alto fato di Dio sarebbe rotto</l>
<l>se Lete si passasse, e tal vivanda</l>
<l>fosse gustata sanza alcuno <hi rend="italic">scotto</hi><note type="XXII.ab">[ab]</note></l>
<l>di pentimento...<note type="189">[189]</note></l>
</lg>
ché, per aviso mio, non istette bene il basso vocabolo delle taverne in così nobile ragionamento. Né dèe dire alcuno «la  <hi rend="italic">lucerna</hi> del mondo»<note type="190">[190]</note> in luogo del <hi rend="italic">sole</hi>, percioché cotal vocabolo rappresenta altrui il puzzo dell'olio e della cucina; né alcuno considerato uomo direbbe che <name type="titolo.real" value="S. Domenico">San Domenico</name> fu «il <hi rend="italic">drudo</hi> della teologia»<note type="191">[191]</note> <pb n="61"/>e non racconterebbe che i <name type="titolo.real" value="Santi">Santi</name> gloriosi avessero dette così vili parole come è a dire: 
<lg type="poema">
<l>e lascia pur <hi rend="italic">grattar</hi> dove è la <hi rend="italic">rogna</hi>,<note type="192">[192]</note></l>
</lg>
che sono imbrattate della feccia del volgar popolo, sì come ciascuno può agevolmente conoscere. Adunque, ne' distesi ragionamenti si vogliono avere le sopra dette considerazioni et alcune altre, le quali tu potrai più ad agio apprendere da' tuoi maestri e da quella arte che essi sogliono chiamare retorica. E negli altri bisogna che tu ti avezzi ad usare le parole gentili e modeste e dolci, sì che niuno amaro sapore abbiano; et innanzi dirai: <q type="pensato" who="autore">-Io non seppi dire-</q> che <q type="pensato" who="autore">-Voi non m'intendete-</q> e: <q type="pensato" who="autore">-Pensiamo un poco se così è come noi diciamo-</q> più tosto che dire: <q type="pensato" who="autore">-Voi errate!-</q> o <q type="pensato" who="autore">-E' non è vero!-</q> o: <q type="pensato" who="autore">-Voi non la sapete!-</q>; però che cortese et amabile usanza è lo scolpare altrui, eziandio in quello che tu intendi d'incolparlo, anzi si dèe far comune l'error proprio dello amico, e prenderne prima una parte per sé, e poi biasimarlo o riprenderlo: <q type="pensato" who="autore">-Noi errammo la via-</q> e <q type="pensato" who="autore">-Noi non ci ricordammo ieri di così fare-</q>; comeché lo smemorato sia pur colui solo e non tu. E quello che <name type="persona.real" key="Restagnone">Restagnone</name> disse a' suoi compagni non istette bene (<q type="cit" who="autore" value="G.Boccaccio">«Voi, se le vostre parole non mentono»</q>)<note type="193">[193]</note>,  perché non si dèe recare in dubbio la fede altrui, anzi, se alcuno ti promise alcuna cosa e non te la attenne<note type="XXII.ac">[ac]</note>, non istà bene che tu dichi: <q type="pensato" who="autore">-Voi mi mancaste della vostra fede!-</q>, salvo se tu non fossi constretto da alcuna necessità, per salvezza del tuo onore, a così dire; ma, se egli ti arà ingannato, dirai: <q type="pensato" who="autore">-Voi non vi ricordaste di così fare-</q>; e se egli non se ne ricordò, dirai più tosto: <q type="pensato" who="autore">-Voi non poteste-</q> o: <q type="pensato" who="autore">-Non vi tornò a mente-</q> che: <q type="pensato" who="autore">-Voi vi dimenticaste-</q> o: <q type="pensato" who="autore">-Voi non vi curaste di attenermi la promessa,-</q> percioché queste sì fatte parole<pb n="62"/> hanno alcuna puntura et alcun veneno di doglienza<note type="XXII.ad">[ad]</note> e di villania; sì che coloro che costumano di spesse volte dire cotali motti sono riputati persone aspere e ruvide, e così è fuggito il loro consorzio<note type="XXII.ae">[ae]</note> come si fugge di rimescolarsi tra' pruni e tra' triboli<note type="XXII.af">[af]</note>.</p>
</div>

<div type="cap" n="23">
<head type="ord">[ XXIII ]</head><p>E perché io ho conosciute di quelle persone che hanno una cattiva usanza e spiacevole, cioè che così sono vogliosi e golosi di dire che non prendono il sentimento<note type="XXIII.a">[a]</note>, ma lo trapassano<note type="XXIII.b">[b]</note> e corrongli dinanzi a guisa di veltro<note type="XXIII.c">[c]</note> che non assanni<note type="XXIII.d">[d]</note>, per ciò non mi guarderò io di dirti quello che potrebbe parer soverchio<note type="XXIII.e">[e]</note> a ricordare, come cosa troppo manifesta: e cioè che tu non dèi giammai favellare che non abbi prima formato nell'animo quello che tu dèi dire<note type="194">[194]</note>, ché così saranno i tuoi ragionamenti parto e non isconciatura<note type="XXIII.f">[f]</note> (ché bene mi comporteranno<note type="XXIII.g">[g]</note> i forestieri questa parola, se mai alcuno di loro si curerà di legger queste ciancie). E se tu non ti farai beffe del mio ammaestramento, non ti averrà mai di dire: <q type="pensato" who="autore">-Ben venga, messere <name type="persona.real" key="Agostino">Agostino</name>-</q> a tale che arà nome <name type="persona.real" key="Agnolo">Agnolo</name> o <name type="persona.real" key="Bernardo">Bernardo</name>; e non arai a dire: <q type="pensato" who="autore">-Ricordatemi il nome vostro-</q> e non ti arai a ridire, né a dire: <q type="pensato" who="autore">-Io non dissi bene<note type="195">[195]</note>,-</q> né: <q type="pensato" who="autore">-Domin, ch'io lo dica!-</q>; né a scilinguare o balbotire lungo<pb n="63"/> spazio<note type="XXIII.i">[i]</note> per rinvenire una parola: <q type="pensato" who="autore">-Maestro <name type="persona.real" key="Arrigo">Arrigo</name>... No, maestro <name type="persona.real" key="Arabico">Arabico</name><note type="196">[196]</note>... O, ve' che lo dissi: maestro <name type="persona.real" key="Agabito">Agabito</name>!-</q> che sono a chi t'ascolta tratti di corda<note type="XXIII.j">[j]</note>. La voce non vuole esser né roca né aspera<note type="197">[197]</note>, e non si dèe stridere, né per riso o per altro accidente cigolare come le carrucole fanno, né, mentre che l'uomo sbadiglia, pur favellare. Ben sai che noi non ci possiamo fornire né di spedita lingua né di buona voce a nostro senno; chi è o scilinguato o roco non voglia sempre essere quegli che cinguetti, ma correggere il difetto della lingua col silenzio e con le orecchie: et anco si può con istudio scemare il vizio della natura. Non istà bene alzar la voce a guisa di banditore, né anco si dèe favellare sì piano che chi ascolta non oda; e se tu non sarai stato udito la prima volta, non dèi dire la seconda ancora più piano, né anco dèi gridare, acciò ch tu non dimostri d'imbizzarrire perciò che ti sia convenuto replicare quello che tu avevi detto. Le parole vogliono essere ordinate secondo che richiede l'uso del favellar comune e non aviluppate et intralciate<note type="198">[198]</note> in qua et in là, come molti hanno usanza di fare per leggiadria, il favellar de' quali si rassomiglia più a notaio che legga in volgare lo instrumento<note type="XXIII.k">[k]</note> che egli dettò latino che ad uom che ragioni in suo linguaggio; come è a dire:
<lg type="poema">
<l>imagini di ben seguendo false<note type="199">[199]</note></l>
</lg>
e:
<lg type="poema">
<l>del fiorir queste inanzi tempo tempie<note type="200">[200]</note>;</l>
</lg>
i quali modi alle volte convengono a chi fa versi, ma a chi favella si disdicono sempre. E bisogna che l'uomo non solo si discosti in ragionando dal versificare, <pb n="64"/>ma eziandio dalla pompa dello arringare: altrimenti sarà spiacevole e tedioso ad udire, comeché per aventura maggior maestria dimostri il sermonare<note type="XXIII.l">[l]</note> che il favellare; ma ciò si dèe riservare a suo luogo, ché chi va per via non dèe ballare, ma caminare<note type="201">[201]</note>, con tutto che ognuno non sappia danzare et andar sappia ognuno (ma conviensi alle nozze e non per le strade). Tu ti guarderai adunque di favellar pomposo: <q type="cit" who="autore" value="G.Boccaccio">«Credesi per molti filosofanti...»</q><note type="202">[202]</note>, e tale è tutto il <title>Filocolo</title> e gli altri trattati del nostro messer <name type="persona.real" key="Giovanni Boccaccio">Giovan Boccaccio</name>, fuori che la maggior opera<note type="203">[203]</note>, et ancora più di quella, forse, il <title>Corbaccio</title><note type="204">[204]</note>. Non voglio perciò che tu ti avezzi a favellare sì bassamente come la feccia del popolo minuto e come la lavandaia e la trecca<note type="XXIII.m">[m]</note>, ma come i gentiluomini; la qual cosa come si possa fare ti ho in parte mostrato di sopra, cioè se tu non favellerai di materia né vile, né frivola, né sozza, né abominevole. E se tu saprai scegliere fra le parole del tuo linguaggio le più pure e le più proprie e quelle che miglior suono e miglior significatione aranno, senza alcuna rammemorazione<note type="XXIII.n">[n]</note> di cosa brutta, né laida, né bassa, e quelle accozzare<note type="205">[205]</note>, non ammassandole a caso, né con troppo scoperto studio mettendole in filza<note type="XXIII.o">[o]</note>, et, oltre acciò, se tu procaccerai di compartire discretamente le cose che tu a dire arai, e guardera'ti di congiungere le cose difformi tra sé, come:
<lg type="poema">
<l>Tullio e Lino e Seneca morale<note type="206">[206]</note>,</l>
</lg>
o pure:
<lg type="sonetto">
<l>l'uno era Padovano e l'altro laico<note type="207">[207]</note>;</l><pb n="65"/>
</lg>
e se tu non parlerai sì lento, come svogliato, né sì ingordamente, come affamato<note type="208">[208]</note>, ma come temperato uomo dèe fare, e se tu proferirai le lettere e le sillabe con una convenevole dolcezza, non a guisa di maestro che insegni leggere e compitare<note type="XXIII.q">[q]</note> a' fanciulli, né anco le masticherai né inghiottiraile appiccate et impiastricciate insieme l'una con l'altra; se tu arai adunque a memoria questi et altri sì fatti ammaestramenti, il tuo favellare sarà volentieri e con piacere ascoltato dalle persone, e manterrai il grado e la degnità che si conviene a gentiluomo bene allevato e costumato.</p>
</div>

<div type="cap" n="24">
<head type="ord">[ XXIV ]</head><p>Sono ancora molti che non sanno restar di dire<note type="XXIV.a">[a]</note> e, come nave spinta dalla prima fuga<note type="XXIV.b">[b]</note> per calar vela non s'arresta<note type="209">[209]</note>, così costoro trapportati da un certo impeto scorrono e, mancata la materia del loro ragionamento, non finiscono per ciò, anzi, o ridicono le cose già dette, o favellano a vòto<note type="210">[210]</note>. Et alcuni altri tanta ingordigia hanno di favellare che non lasciano dire altrui<note type="211">[211]</note>; e come noi veggiamo tal volta su per l'aie de' contadini l'uno pollo tòrre la spica di becco all'altro, così cavano costoro i ragionamenti di bocca a colui che gli cominciò e dicono essi<note type="212">[212]</note>. E sicuramente che eglino fanno venir voglia altrui di azzuffarsi con esso loro, percioché, se tu guardi bene, niuna cosa muove l'uomo più tosto ad ira, che quando improviso gli è guasto la sua voglia et il suo piacere, eziandio minimo: sì come quando tu arai aperto la bocca per isbadigliare et alcuno te la tura con mano, o quando tu hai alzato il braccio per trarre la pietra et egli t'è subitamente tenuto da colui che t'è di dietro. Così adunque come questi modi (e molti altri a questi somiglianti) che tendono<pb n="66"/> ad impedir la voglia e l'appetito altrui ancora per via di scherzo e per ciancia sono spiacevoli e debbonsi fuggire, così nel favellare si dèe più tosto agevolare il desiderio altrui che impedirlo. Per la qual cosa, se alcuno sarà tutto in assetto di raccontare un fatto, non istà bene di guastargliele<note type="XXIV.c">[c]</note>, né di dire che tu lo sai, o, se egli anderà per entro la sua istoria spargendo alcuna bugiuzza<note type="213">[213]</note>, non si vuole rimproverargliele né con le parole né con gli atti, crollando il capo o torcendo gli occhi, sì come molti soglion fare, affermando sé non potere in modo alcuno sostener l'amaritudine della bugia; ma egli non è questa la cagione di ciò, anzi è l'agrume<note type="XXIV.d">[d]</note> e lo aloe<note type="XXIV.e">[e]</note> della loro rustica natura et aspera, che sì gli rende venenosi et amari nel consorzio degli uomini che ciascuno gli rifiuta. Similmente il rompere altrui le parole in bocca è noioso costume e spiace, non altrimenti che quando l'uomo è mosso a correre<note type="XXIV.f">[f]</note> et altri lo ritiene. Né quando altri favella si conviene di fare sì che egli sia lasciato et abbandonato dagli uditori, mostrando loro alcuna novità e rivolgendo la loro attentione altrove: ché non istà bene ad alcuno licenziar coloro che altri, e non egli, invitò. E vuolsi stare attento, quando l'uom favella, accioché non ti convenga dire tratto tratto: <q type="pensato" who="autore">-Eh?-</q> o <q type="pensato" who="autore">-Come?-</q> il qual vezzo<note type="XXIV.g">[g]</note> sogliono avere molti, e non è ciò minore sconcio a chi favella che lo intoppare ne' sassi a chi va. Tutti questi modi e generalmente ciò che può ritenere e ciò che si può attraversare al corso delle parole di colui che ragiona, si vuol fuggire. E se alcuno sarà pigro nel favellare, non si vuole passargli inanzi né prestargli<pb n="67"/> le parole<note type="XXIV.h">[h]</note>, come che tu ne abbi a dovizia<note type="214">[214]</note> et egli difetto; ché molti lo hanno per male, e spezialmente quelli che si persuadono di essere buoni parlatori, percioché è loro aviso che tu non gli abbi per quello che essi si tengono<note type="XXIV.i">[i]</note> e che tu gli vogli sovenire nella loro arte medesima; come i mercatanti si recano ad onta che altri proferisca<note type="XXIV.j">[j]</note> loro denari, quasi eglino non ne abbiano e siano poveri e bisognosi dell'altrui. E sappi che a ciascuno pare di saper ben dire, comeché alcuno per modestia lo nieghi. E non so io indovinare donde ciò proceda, che chi meno sa più ragioni<note type="215">[215]</note>: dalla qual cosa (cioè dal troppo favellare) conviene che gli uomini costumati si guardino, e spezialmente poco sapendo, non solo perché egli è gran fatto che alcuno parli molto senza errar molto, ma perché ancora pare che colui che favella soprastia in un certo modo a coloro che odono, come maestro a' discepoli; e perciò non istà bene di appropriarsi maggior parte di questa maggioranza, che non ci si conviene: et in tale peccato cadono non pure molti uomini, ma molte nationi favellatrici e seccatrici<note type="XXIV.k">[k]</note> sì, che guai a quella orecchia che elle assannano. Ma, come il soverchio dire reca fastidio, così reca il soverchio tacere odio<note type="216">[216]</note>, percioché il tacersi colà, dove gli altri parlano a vicenda, pare un non voler metter sù la sua parte dello scotto<note type="XXIV.l">[l]</note>, e perché il favellare è un aprir l'animo tuo a chi t'ode, il tacere per lo contrario pare un volersi dimorare sconosciuto. Per la qual cosa, come que' popoli che hanno usanza di molto bere alle loro feste e d'inebriarsi soglion cacciare via coloro che non beono, così sono questi così <pb n="68"/>fatti mutoli mal volentieri veduti nelle liete et amichevoli brigate. Adunque piacevol costume è il favellare e lo star cheto ciascuno, quando la volta viene allui.</p>
</div>

<div type="cap" n="25">
<head type="ord">[ XXV ]</head><p>Secondo che racconta una molto antica cronica, egli fu già nelle parti della <name type="luogo.real">Morea</name> un buono uomo scultore, il quale per la sua chiara fama, sì come io credo, fu chiamato per sopranome «maestro <name type="persona.fit" key="Policleto">Chiarissimo</name>»<note type="218">[218]</note>; costui, essendo già di anni pieno<note type="219">[219]</note>, distese certo suo trattato et in quello raccolse tutti gli ammaestramenti dell'arte sua, sì come colui che ottimamente gli sapea, dimostrando come misurar si dovessero le membra umane, sì ciascuno da sé, sì l'uno per rispetto all'altro, accioché convenevolmente fossero infra sé rispondenti. Il qual suo volume egli chiamò <title>Il regolo</title><note type="220">[220]</note>, volendo significare che secondo quello si dovessero dirizzare e regolare le statue che per lo innanzi si farebbono per gli<note type="XXV.a">[a]</note> altri maestri, come le travi e le pietre e le mura si misurano con esso il regolo. Ma, conciosia che il dire è molto più agevol cosa che il fare e l'operare; et, oltre acciò, la maggior parte degli uomini (massimamente di noi laici et idioti) abbia sempre i sentimenti più presti che lo 'ntelletto, e conseguentemente meglio apprendiamo le cose singolari e gli essempi che le generali et i sillogismi<note type="221">[221]</note> (la qual parola dèe voler dire in più aperto volgare<note type="XXV.b">[b]</note> «le ragioni»); perciò, avendo il sopra detto valent'uomo risguardo alla natura degli artefici, male atta agli ammaestramenti generali, e per mostrare anco più chiaramente la sua eccellenza, provedutosi di un fine marmo, con lunga fatica ne formò una statua così regolata in ogni suo membro et in ciascuna sua parte come gli ammaestramenti del suo trattato divisavano<note type="XXV.c">[c]</note>: e, come il libro avea <pb n="69"/>nominato, così nominò la statua, pur «Regolo» chiamandola. Ora fosse piacer di Dio che a me venisse fatto almeno in parte l'una sola delle due cose che il sopradetto nobile scultore e maestro seppe fare perfettamente, cioè di raccozzare in questo volume quasi le debite misure dell'arte della quale io tratto! Percioché l'altra di fare il secondo <mentioned>Regolo</mentioned>, cioè di tenere et osservare ne' miei costumi le sopradette misure, componendone quasi visibile essempio e materiale statua, non posso io guari oggimai<note type="XXV.d">[d]</note> fare, conciosia che nelle cose appartenenti alle maniere e costumi degli uomini non basti aver la scienzia e la regola, ma convenga oltre acciò, per metterle ad effetto, aver eziandio l'uso<note type="222">[222]</note>, il quale non si può acquistare in un momento, né in breve spazio di tempo, ma conviensi fare in molti e molti anni: et a me ne avanzano, come tu vedi, oggimai pochi. Ma non per tanto non dèi tu prestare meno di fede a questi ammaestramenti, ché bene può l'uomo insegnare ad altri quella via per la quale caminando egli stesso errò, anzi, per aventura, coloro che si smarrirono hanno meglio ritenuto nella memoria i fallaci sentieri e dubbiosi che chi si tenne pure per la diritta. E se nella mia fanciullezza, quando gli animi sono teneri et arrendevoli, coloro a' quali caleva<note type="XXV.e">[e]</note> di me avessero saputo piegare i miei costumi, forse alquanto naturalmente duri e rozzi<note type="223">[223]</note>, et ammollirgli e polirgli, io sarei per aventura tale divenuto quale io ora procuro di render te, il quale mi dèi essere non meno che figliuol caro. Ché, quantunque le forze della natura siano grandi, nondimeno ella pure è assai spesso vinta e corretta dall'usanza, ma vuolsi tosto incominciare a farsele incontro et a rintuzzarla prima che ella prenda soverchio potere e baldanza; ma le più persone no'l fanno, anzi, dietro all'appetito sviate<note type="XXV.f">[f]</note> e sanza <pb n="70"/>contrasto seguendolo dovunque esso le torca, credono di ubidire alla natura, quasi la ragione non sia negli uomini natural cosa: anzi ha ella, sì come donna e maestra<note type="XXV.g">[g]</note>, potere di mutar le corrotte usanze e di sovenire e di sollevare la natura, ove che ella inchini o caggia alcuna volta. Ma noi non la ascoltiamo per lo più, e così per lo più siamo simili a coloro a chi Dio non la diede, cioè alle bestie, nelle quali nondimeno adopera pure alcuna cosa non la loro ragione (ché niuna ne hanno per sé medesime), ma la nostra; come tu puoi vedere che i cavalli fanno<note type="224">[224]</note>, che molte volte -anzi sempre- sarebbon per natura salvatichi, et il loro maestro gli rende mansueti et oltre acciò quasi dotti e costumati<note type="XXV.h">[h]</note>, percioché molti ne andrebbono con duro trotto, et egli insegna loro di andare con soave passo; e di stare e di correre e di girare e di saltare insegna egli similmente a molti, et essi lo apprendono, come tu sai che e' fanno. Ora, se il cavallo, il cane, gli uccelli e molti altri animali ancora più fieri<note type="XXV.i">[i]</note> di questi si sottomettono alla altrui ragione et ubidisconla et imparano quello che la loro natura non sapea, anzi ripugnava, e divengono quasi virtuosi e prudenti quanto la loro condizione sostiene<note type="XXV.j">[j]</note>, non per natura, ma per costume; quanto si dèe credere che noi diverremmo migliori per gli ammaestramenti della nostra ragione medesima, se noi le dessimo orecchie? Ma i sensi amano et appetiscono il diletto presente, quale egli si sia, e la noia hanno in odio et indugianla<note type="XXV.k">[k]</note>, e perciò schifano anco la ragione e par loro amara, conciosia che ella apparecchi loro innanzi non il piacere, molte volte nocivo, ma il bene, sempre faticoso e di amaro sapore al <pb n="71"/>gusto ancora corrotto; percioché mentre noi viviamo secondo il senso, sì siamo noi simili al poverello infermo, cui ogni cibo, quantunque dilicato e soave, pare agro o salso<note type="XXV.l">[l]</note>, e duolsi della servente o del cuoco che niuna colpa hanno di ciò, imperoché egli sente pure la sua propria amaritudine in che egli ha la lingua rinvolta, con la quale si gusta, e non quella del cibo: così la ragione, che per sé è dolce, pare amara a noi per lo nostro sapore, e non per quello di lei. E perciò, sì come teneri e vezzosi, rifiutiamo di assaggiarla e ricopriamo la nostra viltà col dire che la natura non ha sprone o freno che la possa né spingere né ritenere: e certo, se i buoi o gli asini o forse i porci favellassero, io credo che non potrebbon proferire gran fatto più sconcia né più sconvenevole sentenza di questa. Noi ci saremmo pur<note type="XXV.m">[m]</note> fanciulli e negli anni maturi e nella ultima vecchiezza, e così vaneggeremmo canuti come noi facciamo bambini, se non fosse la ragione, che insieme con l'età cresce in noi, e, cresciuta, ne rende quasi di bestie uomini, sì che ella ha pure sopra i sensi e sopra l'appetito forza e potere, et è nostra cattività e non suo difetto, se noi trasandiamo<note type="XXV.n">[n]</note> nella vita e ne' costumi. Non è adunque vero che incontro alla natura non abbia freno né maestro: anzi ve ne ha due, ché l'uno è il costume e l'altro è la ragione, ma, come io ti ho detto poco di sopra, ella non può di scostumato far costumato sanza l'usanza, la quale è quasi parto e portato<note type="XXV.o">[o]</note> del tempo. Per la qual cosa si vuole tosto incominciare ad ascoltarla, non solamente perché così ha l'uomo più lungo spazio di avezzarsi ad essere quale ella insegna et a divenire suo domestico et ad esser de' <pb n="72"/>suoi, ma ancora peroché la tenera età, sì come pura, più agevolmente si tigne d'ogni colore, et anco perché quelle cose alle quali altri si avezza prima sogliono sempre piacer più. E per questa cagione si dice che <name type="persona.real" key="Diodato">Diodato</name><note type="225">[225]</note>, sommo maestro di proferir<note type="XXV.p">[p]</note> le comedie, volle essere tuttavia il primo a proferire egli la sua, comeché degli altri che dovessero dire innanzi allui non fosse da far molta stima; ma non volea che la voce sua trovasse le orecchie altrui avezze ad altro suono, quantunque verso di sé<note type="XXV.q">[q]</note> peggior del suo. Poiché io non posso accordare l'opera con le parole, per quelle cagioni che io ti ho dette, come il maestro <name type="persona.fit" key="Policleto">Chiarissimo</name> fece, il quale seppe così fare come insegnare, assai mi fia<note type="XXV.r">[r]</note> l'aver detto in qualche parte quello che si dèe fare, poiché in nessuna parte non vaglio a farlo io; ma, percioché in vedendo il buio si conosce quale è la luce et in udendo il silenzio sì si impara che sia il suono<note type="226">[226]</note>, sì potrai tu, mirando le mie poco aggradevoli e quasi oscure maniere, scorgere quale sia la luce de' piacevoli e laudevoli costumi. Al trattamento<note type="XXV.s">[s]</note> de' quali, che tosto oggimai arà suo fine, ritornando, diciamo che i modi piacevoli sono quelli che porgon diletto, o almeno non recano noia ad alcuno de' sentimenti, né all'appetito, né all'imaginazion di coloro co' quali noi usiamo: e di questi abbiamo noi favellato fin ad ora.</p>
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<div type="cap" n="26">
<head type="ord">[ XXVI ]</head><p>Ma tu dèi oltre acciò sapere che gli uomini sono molto vaghi della bellezza e della misura e della convenevolezza<note type="XXVI.a">[a]</note> e, per lo contrario, delle sozze cose e contrafatte<note type="XXVI.b">[b]</note><pb n="73"/> e difformi sono schifi: e questo è spezial nostro privilegio, ché gli altri animali non sanno conoscere che sia né bellezza né misura alcuna; e perciò, come cose non comuni con le bestie, ma proprie nostre, debbiam noi apprezzarle per sé medesime et averle care assai, e coloro vieppiù che maggior sentimento hanno d'uomo, sì come quelli che più acconci sono a conoscerle. E comeché malagevolmente isprimere appunto si possa che cosa bellezza sia, nondimeno, accioché tu pure abbi qualche contrasegno dell'esser di lei<note type="XXVI.c">[c]</note>, voglio che sappi che, dove ha convenevole misura fra le parti verso di sé e fra le parti e 'l tutto, quivi è la bellezza<note type="227">[227]</note>, e quella cosa veramente bella si può chiamare, in cui la detta misura si truova. E per quello che io altre volte ne intesi da un dotto e scienziato uomo<note type="228">[228]</note>, vuole essere la bellezza uno quanto si può il più e la bruttezza per lo contrario è molti, sì come tu vedi che sono i visi delle belle e delle leggiadre giovani, percioché le fattezze di ciascuna di loro paion create pure per uno stesso viso; il che nelle brutte non adiviene, percioché, avendo elle gli occhi per aventura molto grossi e rilevati<note type="XXVI.d">[d]</note>, e 'l naso picciolo e le guance paffute, e la bocca piatta e 'l mento in fuori, e la pelle bruna<note type="229">[229]</note>, pare che quel viso non sia di una sola donna, ma sia composto d'i visi di molte e fatto di pezzi. E trovasene di quelle, i membri delle quali sono bellissimi a riguardare ciascuno per sé, ma tutti insieme sono spiacevoli e sozzi, non per altro, se non che sono fattezze di più belle donne e non di questa una, sì che pare che ella le abbia prese in prestanza<note type="XXVI.e">[e]</note> da questa e da quell'altra: e per aventura che quel dipintore<note type="230">[230]</note> che ebbe ignude dinanzi a sé le fanciulle calabresi, niuna altra cosa fece che <pb n="74"/>riconoscere in molte i membri che elle aveano quasi accattato chi uno e chi un altro da una sola; alla quale fatto restituire da ciascuna il suo, lei si pose a ritrarre, imaginando che tale e così unita dovesse essere la bellezza di <name type="persona.fit" key="Venere">Venere</name><note type="231">[231]</note>. Né voglio io che tu ti pensi che ciò avenga de' visi o delle membra o de' corpi solamente, anzi interviene e nel favellare e nell'operare né più né meno. Ché se tu vedessi una nobile donna et ornata posta a lavar suoi stovigli<note type="232">[232]</note> nel rignagnolo della via publica, comeché per altro non ti calesse di lei, sì ti dispiacerebbe ella in ciò che ella non si mostrerebbe pure <hi rend="italic">una</hi>, ma <hi rend="italic">più</hi>, percioché lo esser suo sarebbe di monda e di nobile donna e l'operare sarebbe di vile e di lorda femina; né per ciò ti verrebbe di lei né odore né sapore aspero, né suono né colore alcuno spiacevole, né altramente farebbe noia al tuo appetito, ma dispiacerebbeti per sé quello sconcio e sconvenevol modo e diviso<note type="XXVI.f">[f]</note> atto.</p>
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<div type="cap" n="27">
<head type="ord">[ XXVII ]</head><p>Convienti adunque<note type="233">[233]</note> guardare eziandio da queste disordinate e sconvenevoli maniere con pari studio, anzi con maggiore che da quelle delle quali io t'ho fin qui detto, percioché egli è più malagevole a conoscer quando altri erra in queste che quando si erra in quelle, conciosia che più agevole cosa<note type="234">[234]</note> si veggia essere il sentire che lo 'ntendere. Ma, nondimeno, può bene spesso avenire che quello che spiace a' sensi spiaccia eziandio allo 'ntelletto, ma non per la medesima cagione, come io ti dissi di sopra, mostrandoti che l'uomo si dèe vestire all'usanza che si vestono gli altri, accioché non mostri di riprenderli e di correggerli; la qual cosa è di noia allo appetito della più gente, che ama di esser lodata, ma ella dispiace eziandio al giudicio degli uomini intendenti, percioché i panni che sono d'un altro<pb n="75"/> millesimo<note type="XXVII.a">[a]</note> non s'accordano con la persona che è pur di questo; e similmente sono spiacevoli coloro che si vestono al rigattiere: ché mostra che il farsetto si voglia azzuffar co' calzari, sì male gli stanno i panni indosso. Sì che molte di quelle cose che si sono dette di sopra, o per aventura tutte, dirittamente si possono qui replicare, conciosiacosa che in quelle non si sia questa misura servata, della quale noi al presente favelliamo, né recato in uno et accordato insieme il tempo e 'l luogo e l'opera e la persona, come si convenia di fare, percioché la mente degli uomini lo aggradisce e prendene piacere e diletto: ma holle volute più tosto accozzare<note type="XXVII.b">[b]</note> e divisare sotto quella quasi insegna de' sensi e dello appetito che assegnarle allo 'ntelletto, accioché ciascuno le possa riconoscere più agevolmente, conciosia che il sentire e l'appetire sia cosa agevole a fare a ciascuno, ma intendere non possa così generalmente ognuno, e maggiormente questo che noi chiamiamo bellezza e leggiadria o avenentezza.</p>
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<div type="cap" n="28">
<head type="ord">[ XXVIII ]</head><p>Non si dèe adunque l'uomo contentare di fare le cose buone, ma dèe studiare di farle anco leggiadre: e non è altro leggiadria che una cotale quasi luce che risplende dalla convenevolezza delle cose che sono ben composte e ben divisate l'una con l'altra e tutte insieme: senza la qual misura eziandio il bene non è bello e la bellezza non è piacevole. E sì come le vivande, quantunque sane e salutifere, non piacerebbono agl'invitati se elle o niun sapore avessero o lo avessero cattivo; così sono alcuna volta i costumi delle persone, comeché per sé stessi in niuna cosa nocivi, nondimeno sciocchi et amari<note type="XXVIII.a">[a]</note>, se altri non gli condisce di una cotale<pb n="76"/> dolcezza, la quale si chiama (sì come io credo) grazia e leggiadria<note type="235">[235]</note>. Per la qual cosa ciascun vizio per sé, sanza altra cagione, convien che dispiaccia altrui, conciosia che i vizii siano cose sconce e sconvenevoli, sì che gli animi temperati e composti sentono della loro sconvenevolezza dispiacere e noia. Per che innanzi ad ogni altra cosa conviene, a chi ama di esser piacevole in conversando con la gente, il fuggire i vizii e più i più sozzi, come lussuria, avarizia, crudeltà e gli altri; de' quali alcuni sono vili, come lo essere geloso e lo inebriarsi; alcuni laidi, come lo essere lussurioso; alcuni scelerati, come lo essere micidiale<note type="XXVIII.b">[b]</note>: e similmente gli altri, ciascuno in sé stesso e per la sua proprietà<note type="XXVIII.c">[c]</note>, è schifato dalle persone chi più e chi meno, ma tutti generalmente, sì come disordinate cose, rendono l'uomo nell'usar con gli altri spiacevole, come io ti mostrai anco di sopra. Ma perché io non presi a mostrarti i peccati, ma gli errori, degli uomini, non dèe esser mia presente cura il trattar della natura de' vizii e delle virtù, ma solamente degli acconci e degli sconci modi che noi l'uno con l'altro usiamo: uno de' quali sconci modi fu quello del <name type="persona.real" key="conte Ricciardo">conte Ricciardo</name>, del quale io t'ho di sopra narrato, che, come difforme e male accordato con gli altri costumi di lui belli e misurati, quel valoroso <name type="titolo.real" key="Giovanni Matteo Giberti">vescovo</name>, come buono et ammaestrato cantore suole le false<note type="XXVIII.d">[d]</note> voci, tantosto ebbe sentito. Conviensi adunque alle costumate persone aver risguardo a questa misura che io ti ho detto nello andare, nello stare, nel sedere, negli atti, nel portamento e nel vestire e nelle parole e nel silenzio e nel posare e nell'operare<note type="236">[236]</note>. Perché non si dèe l'uomo ornare a guisa di femina<note type="237">[237]</note>, accioché l'ornamento non sia uno e la persona un altro, come io veggo<pb n="77"/> fare ad alcuni che hanno i capelli e la barba inanellata col ferro caldo, e 'l viso e la gola e le mani cotanto strebbiate<note type="XXVIII.e">[e]</note> e cotanto stropicciate che si disdirebbe ad ogni feminetta, anzi ad ogni meretrice, quale ha più fretta di spacciare la sua mercatanzia e di venderla a prezzo. Non si vuole né putire né olire<note type="XXVIII.f">[f]</note>, accioché il gentile non renda odore di poltroniero<note type="XXVIII.g">[g]</note>, né del maschio venga odore di femina o di meretrice; né per ciò stimo io che alla tua età si disdichino alcuni odoruzzi semplici di acque stillate. I tuoi panni convien che siano secondo il costume degli altri di tuo tempo o di tua condizione, per le cagioni che io ho dette di sopra; ché noi non abbiamo potere di mutar le usanze a nostro senno, ma il tempo le crea, e consumale altresì il tempo. Puossi bene ciascuno appropriare l'usanza comune<note type="238">[238]</note>; ché se tu arai per aventura le gambe molto lunghe e le robe<note type="XXVIII.h">[h]</note> si usino corte, potrai far la tua roba non delle più, ma delle meno, corte, e se alcuno le avesse o troppo sottili o grosse fuor di modo, o forse torte, non dèe farsi le calze di colori molto accesi, né molto vaghi, per non invitare altrui a mirare il suo difetto. Niuna tua vesta vuole essere molto molto leggiadra, né molto molto<note type="XXVIII.i">[i]</note> fregiata<note type="239">[239]</note>, accioché non si dica che tu porti le calze di <name type="persona.fit" key="Ganimede">Ganimede</name><note type="240">[240]</note> o che tu ti sii messo il farsetto di <name type="persona.fit" key="Cupido">Cupido</name>: ma, quale ella si sia, vuole essere assettata alla persona e starti bene, accioché non paia che tu abbi indosso i panni d'un altro, e sopra tutto confarsi alla tua condizione, accioché il cherico non sia vestito da soldato e il soldato da giocolare<note type="241">[241]</note>. Essendo <name type="persona.real" key="Castruccio Castracani">Castruccio</name><note type="242">[242]</note> in <name type="luogo.real">Roma</name> con <name type="persona.real" key="Lodovico il Bavero">Lodovico il Bavero</name> in molta gloria e trionfo, <name type="titolo.real" key="Castruccio Castracani">duca</name> di <name type="luogo.real">Lucca</name> e di <name type="luogo.real">Pistoia</name> e <name type="titolo.real" key="Castruccio Castracani">conte</name> di <name type="luogo.real">Palazzo</name> e <name type="titolo.real" key="Castruccio Castracani">senator</name> <pb n="78"/>di <name type="luogo.real">Roma</name> e <name type="titolo.real" key="Castruccio Castracani">signore</name> e <name type="titolo.real" key="Castruccio Castracani">maestro</name> della corte del detto <name type="persona.real" key="Lodovico il Bavero">Bavero</name>, per leggiadria e grandigia<note type="XXVIII.j">[j]</note> si fece una roba di sciamito<note type="XXVIII.k">[k]</note> cremesì, e dinanzi al petto un motto a lettere d'oro: «EGLI È COME DIO VUOLE», e nelle spalle di dietro simili lettere che diceano: «E' SARÀ COME DIO VORRÀ»<note type="243">[243]</note>: questa roba credo io che tu stesso conoschi che si sarebbe più confatta al trombetto<note type="XXVIII.l">[l]</note> di <name type="persona.real" key="Castruccio Castracani">Castruccio</name> che ella non si confece allui. E quantunque i re siano sciolti da ogni legge, non saprei io tuttavia lodare il <name type="persona.real" key="re Manfredi">re Manfredi</name> in ciò, che egli sempre si vestì di drappi verdi<note type="244">[244]</note>. Debbiamo adunque procacciare che la vesta bene stia non solo al dosso<note type="XXVIII.m">[m]</note>, ma ancora al grado, di chi la porta<note type="245">[245]</note>, et oltre acciò, che ella si convenga eziandio alla contrada ove noi dimoriamo; conciosiacosa che, sì come in altri paesi sono altre misure, e nondimeno il vendere et il comperare et il mercatantare ha luogo in ciascuna terra, così sono in diverse contrade diverse usanze, e pure in ogni paese può l'uomo usare e ripararsi<note type="XXVIII.n">[n]</note> acconciamente. Le penne che i <name type="popolo.real" key="Napoletani">Napoletani</name> e gli <name type="popolo.real" key="Spagnuoli">Spagnuoli</name> usano di portare in capo e le pompe e i ricami male hanno luogo tra le robe degli uomini gravi e tra gli abiti cittadini, e molto meno le armi e le maglie<note type="XXVIII.o">[o]</note>; sì che quello che in <name type="luogo.real">Verona</name><note type="246">[246]</note> per aventura converrebbe, si disdirà in <name type="luogo.real">Vinegia</name>, percioché questi così fregiati e così impennati<note type="XXVIII.p">[p]</note> et armati non istanno bene in quella veneranda città pacifica e moderata, anzi paiono quasi ortica<pb n="79"/> o lappole<note type="XXVIII.q">[q]</note> fra le erbe dolci e domestiche degli orti, e perciò sono poco ricevuti nelle nobili brigate, sì come difformi dalloro. Non dèe l'uomo nobile correre per via né troppo affrettarsi<note type="247">[247]</note>, ché ciò conviene a palafreniere e non a gentiluomo, senza che l'uomo s'affanna e suda et ansa, le quali cose sono disdicevoli a così fatte persone. Né per ciò si dèe andare sì lento<note type="248">[248]</note> né sì contegnoso come femina o come sposa<note type="249">[249]</note>; et in camminando troppo dimenarsi disconviene. Né le mani si vogliono tenere spenzolate, né scagliare le braccia né gittarle, sì che paia che l'uom semini le biade nel campo; né affissare gli occhi altrui nel viso, come se egli vi avesse alcuna maraviglia. Sono alcuni che in andando levano il piè tanto alto come cavallo che abbia lo spavento, e pare che tirino le gambe fuori d'uno staio<note type="XXVIII.r">[r]</note>; altri percuote il piede in terra sì forte che poco maggiore è il romore delle carra; tale gitta l'uno de' piedi in fuori, e tale brandisce<note type="XXVIII.s">[s]</note> la gamba; chi si china ad ogni passo a tirar sù le calze, e chi scuote le groppe<note type="XXVIII.t">[t]</note> e pavoneggiasi: le quai cose spiacciono non come molto, ma come poco avenenti. Ché, se il tuo palafreno porta per aventura la bocca aperta o mostra la lingua, comeché ciò alla bontà di lui non rilievi nulla, al prezzo si monterebbe<note type="XXVIII.u">[u]</note> assai e troverestine molto meno, non perché egli fosse per ciò men forte, ma perché egli men leggiadro ne sarebbe. E se la leggiadria s'apprezza negli animali et anco nelle cose che anima non hanno né sentimento, come noi veggiamo che due case ugualmente <pb n="80"/>buone et agiate non hanno perciò uguale prezzo se l'una averà convenevoli misure e l'altra le abbia sconvenevoli, quanto si dèe ella maggiormente procacciare et apprezzar negli uomini?</p>
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<div type="cap" n="29">
<head type="ord">[ XXIX ]</head><p>Non istà bene grattarsi sedendo a tavola<note type="250">[250]</note>, e vuolsi in quel tempo guardar l'uomo più che e' può di sputare<note type="251">[251]</note> e, se pure si fa, facciasi per acconcio modo. Io ho più volte udito che si sono trovate delle nationi così sobrie che non isputavano giamai<note type="252">[252]</note>: ben possiamo noi tenercene<note type="XXIX.a">[a]</note> per brieve spazio! Debbiamo eziandio guardarci di prendere il cibo sì ingordamente che per ciò si generi singhiozzo o altro spiacevole atto, come fa chi s'affretta sì che convenga che egli ansi e soffi<note type="253">[253]</note> con noia di tutta la brigata. Non istà medesimamente bene a fregarsi i denti con la tovagliuola e meno col dito<note type="254">[254]</note>, che sono atti difformi; né risciacquarsi la bocca e sputare il vino sta bene in palese; né in levandosi da tavola portar lo stecco in bocca<note type="255">[255]</note> a guisa d'uccello che faccia suo nido, o sopra l'orecchia come barbieri, è gentil costume. E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti erra sanza fallo; ché, oltra che quello è uno strano arnese a veder trar di seno ad un gentiluomo e ci fa sovenire di questi cavadenti<note type="XXIX.b">[b]</note> che noi veggiamo salir su per le panche, egli mostra anco che altri sia molto apparecchiato e provveduto per li servigi della gola; e non so io ben dire perché questi cotali non portino altresì il cucchiaio legato al collo... Non si conviene anco lo abbandonarsi sopra la mensa, né lo empiersi di vivanda amendue i lati della bocca sì che le guance ne gonfino; e non si vuol fare atto alcuno per lo quale altri mostri che gli sia grandemente piaciuta la vivanda o 'l vino<note type="256">[256]</note>; che sono costumi <pb n="81"/>da tavernieri e da cinciglioni<note type="XXIX.c">[c]</note>. Invitar coloro che sono a tavola<note type="257">[257]</note> e dire: <q type="pensato" who="autore">-Voi non mangiate stamane?-</q> o: <q type="pensato" who="autore">-Voi non avete cosa che vi piaccia?-</q> o: <q type="pensato" who="autore">-Assaggiate di questo, o di quest'altro-</q>, non mi pare laudevol costume, tutto che il più delle persone lo abbia per famigliare e per domestico, perché, quantunque ciò facendo mostrino che loro caglia di colui cui<note type="XXIX.d">[d]</note> essi invitano, sono eziandio molte volte cagione che quegli desini con poca libertà, percioché gli pare che gli sia posto mente e vergognasi. Il presentare alcuna cosa del piattello che si ha dinanzi non credo che stia bene, se non fosse molto maggior di grado colui che presenta, sì che il presentato ne riceva onore, percioché tra gli uguali di condizione pare che colui che dona si faccia in un certo modo maggior dell'altro, e talora quello che altri dona non piace a colui a chi è donato, senza che mostra che il convito non sia abondevole d'intromessi<note type="XXIX.e">[e]</note> o non sia ben divisato<note type="XXIX.f">[f]</note>, quando all'uno avanza et all'altro manca; e potrebbe il signor della casa prenderlosi ad onta; nondimeno in ciò si dèe fare come si fa e non come è bene di fare, e vuolsi più tosto errare con gli altri in questi sì fatti costumi che far bene solo. Ma, che che in ciò si convenga, non dèi tu rifiutar quello che ti è porto<note type="258">[258]</note>, ché pare che tu sprezzi e tu riprenda colui che 'l ti porge. Lo invitare a bere<note type="259">[259]</note> (la qual usanza, sì come non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè «far brindisi»)<note type="260">[260]</note> è verso di sé biasimevole e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso, sì che egli non si dèe fare; e, se altri invitarà te, potrai agevolmente non accettar lo 'nvito<note type="261">[261]</note> e dire che tu ti arrendi per vinto, ringratiandolo, o pure<pb n="82"/> assaggiando il vino per cortesia, sanza altramente bere<note type="262">[262]</note>. E quantunque questo "brindisi", secondo che io ho sentito affermare a più letterati uomini, sia antica usanza stata nelle parti di <name type="luogo.real">Grecia</name>, e comeché essi lodino molto un buon uomo di quel tempo che ebbe nome <name type="persona.real" key="Socrate">Socrate</name><note type="263">[263]</note> (per ciò che egli durò a bere tutta una notte quanto la fu lunga a gara con un altro buon uomo che si faceva chiamare <name type="persona.real" key="Aristofane">Aristofane</name>, e la mattina vegnente in su l'alba fece una sottil misura per geometria<note type="XXIX.g">[g]</note>, che nulla errò, sì che ben mostrava che 'l vino non gli avea fatto noia); e tutto che affermino oltre acciò che, così come lo arrischiarsi spesse volte ne' pericoli della morte fa l'uomo franco e sicuro, così lo avezzarsi a' pericoli della scostumatezza rende altrui temperato e costumato; e, percioché il bere del vino a quel modo, per gara, abondevolmente e soverchio è gran battaglia alle forze del bevitore<note type="264">[264]</note>, vogliono che ciò si faccia per una cotal pruova della nostra fermezza e per avezzarci a resistere alle forti tentationi e a vincerle: ciò non ostante a me pare il contrario et istimo che le loro ragioni sieno assai frivole. E troviamo che gli uomini letterati per pompa di loro parlare fanno bene spesso che il torto vince e che la ragion perde, sì che non diamo loro fede in questo: et anco potrebbe essere che eglino in ciò volessino scusare e ricoprire il peccato della loro terra corrotta di questo vizio, conciosia che il riprenderla parea forse pericoloso e temeano non per aventura avenisse loro quello che era avenuto al medesimo <name type="persona.real" key="Socrate">Socrate</name> per lo suo soverchio andare biasimando ciascuno (percioché per invidia gli furono apposti molti articoli<note type="XXIX.h">[h]</note> di eresia et altri villani<note type="XXIX.i">[i]</note> peccati, onde fu condannato nella persona, comeché falsamente, ché di vero fu buono e catolico<note type="XXIX.j">[j]</note> secondo la loro falsa idolatria); ma certo perché<pb n="83"/> egli beesse cotanto vino quella notte nessuna lode meritò, percioché più ne arebbe bevuto o tenuto un tino. E se niuna noia non gli fece, ciò fu più tosto virtù di robusto cèlabro<note type="XXIX.k">[k]</note> che continenza di costumato uomo. E che che si dichino le antiche croniche sopra ciò, io ringrazio Dio che, con molte altre pestilenze che ci sono venute d'oltra monti<note type="XXIX.l">[l]</note>, non è fino a qui pervenuta a noi questa pessima, di prender non solamente in giuoco, ma eziandio in pregio lo inebriarsi. Né crederò io mai che la temperanza si debba apprendere da sì fatto maestro quale è il vino e l'ebrezza. Il siniscalco<note type="265">[265]</note> da sé non dèe invitare i forestieri, né ritenergli a mangiar col suo signore, e niuno aveduto uomo sarà che si ponga a tavola per suo invito: ma sono alle volte i famigliari sì prosontuosi che quello che tocca al padrone vogliono fare pure essi. Le quali cose sono dette da noi in questo luogo più per incidenza che perché l'ordine che noi pigliammo da principio lo richiegga.</p>
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<div type="cap" n="30">
<head type="ord">[ XXX ]</head><p>Non si dèe alcuno spogliare, e spezialmente scalzare<note type="XXX.a">[a]</note>, in publico, cioè là dove onesta brigata sia, ché non si confà quello atto con quel luogo, e potrebbe anco avenire che quelle parti del corpo che si ricuoprono si scoprissero con vergogna di lui e di chi le vedesse. Né pettinarsi né lavarsi le mani si vuole tra le persone, ché sono cose da fare nella camera e non in palese; salvo (io dico del lavar le mani) quando si vuole ire a tavola, percioché allora si convien lavarsele in palese, quantunque tu niun bisogno ne avessi, affinché chi intigne teco nel medesimo piattello il sappia certo<note type="XXX.b">[b]</note>. Non si vuol medesimamente comparir con la cuffia della notte<pb n="84"/> in capo, né allacciarsi anco le calze in presanza della gente. Sono alcuni che hanno per vezzo di torcer tratto tratto la bocca o gli occhi o di gonfiar le gote e di soffiare o di fare col viso simili diversi atti sconci; costoro conviene del tutto che se ne rimanghino, percioché la dea <name type="persona.fit" key="Pallade">Pallade</name> -secondamente che già mi fu detto da certi letterati<note type="266">[266]</note>- si dilettò un tempo di sonare la cornamusa, et era di ciò solenne maestra. Avenne che, sonando ella un giorno a suo diletto sopra una fonte, si specchiò nell'acqua e, avedutasi de' nuovi atti<note type="XXX.c">[c]</note> che sonando le conveniva<note type="XXX.d">[d]</note> fare col viso, se ne vergognò e gittò via quella cornamusa; e nel vero fece bene, percioché non è stormento da femine, anzi disconviene parimente a' maschi, se non fossero cotali uomini di vile condizione che 'l fanno a prezzo e per arte<note type="XXX.e">[e]</note>. E quello che io dico degli sconci atti del viso, ha similmente luogo in tutte le membra; ché non istà bene né mostrar la lingua, né troppo stuzzicarsi la barba, come molti hanno per usanza di fare, né stropicciar le mani l'una con l'altra, né gittar sospiri e metter guai<note type="XXX.f">[f]</note>, né tremare o riscuotersi (il che medesimamente sogliono fare alcuni), né prostendersi e prostendendosi gridare per dolcezza: <q type="pensato" who="autore">-Oimé, oimé!-</q> come villano che si desti al pagliaio. E chi fa strepito<note type="267">[267]</note> con la bocca per segno di maraviglia e talora di disprezzo, si contrafà cosa laida, sì come tu puoi vedere; e le cose contrafatte non sono troppo lungi dalle vere. Non si voglion fare cotali risa sciocche<note type="XXX.g">[g]</note>, né anco grasse o difformi<note type="268">[268]</note>, né rider per usanza e non per bisogno<note type="269">[269]</note>, né de' tuoi medesimi motti voglio che tu ti rida, che è un lodarti da te stesso: egli tocca di ridere a chi ode e non a chi dice! Né voglio io che tu ti <pb n="85"/>facci a credere che, percioché ciascuna di queste cose è un picciolo errore, tutte insieme siano un picciolo errore, anzi se n'è fatto e composto di molti piccioli un grande, come io dissi da principio; e quanto minori sono, tanto più è di mestiero che altri v'affisi l'occhio, percioché essi non si scorgono agevolmente, ma sottentrano nell'usanza che altri non se ne avede. E come le spese minute per lo continuare occultamente consumano lo avere, così questi leggeri peccati di nascosto guastano col numero e con la moltitudine loro la bella e buona creanza: per che non è da farsene beffe. Vuolsi anco por mente come l'uom muove il corpo, massimamente in favellando, percioché egli aviene assai spesso che altri è sì attento a quello che egli ragiona che poco gli cale d'altro; e chi dimena il capo<note type="270">[270]</note> e chi straluna<note type="XXX.h">[h]</note> gli occhi e l'un ciglio lieva a mezzo la fronte e l'altro china fino al mento; e tale torce la bocca<note type="271">[271]</note>, et alcuni altri sputano addosso e nel viso a coloro co' quali ragionano<note type="272">[272]</note>; trovansi anco di quelli che muovono sì fattamente le mani come se essi ti volessero cacciar le mosche<note type="273">[273]</note>: che sono difformi maniere e spiacevoli. Et io udii già raccontare (ché molto ho usato con persone scienziate, come tu sai) che un valente uomo, il quale fu nominato <name type="persona.real" key="Pindaro">Pindaro</name>, soleva dire che tutto quello che ha in sé soave sapore et acconcio fu condito per mano della Leggiadria e della Avenentezza<note type="274">[274]</note>. Ora, che debbo io dire di quelli che escono dello scrittoio<note type="XXX.i">[i]</note> fra la gente con la penna nell'orecchio? E di chi porta il fazzoletto in bocca? O di chi l'una delle gambe mette in su la tavola? E di chi si sputa in su le dita, e di altre innumerabili sciocchezze? le quali né si potrebbon tutte raccorre, né io intendo di mettermi alla pruova: anzi, saranno per aventura molti che diranno queste medesime che io ho dette essere soverchie.<pb n="86"/></p>
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