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Bibliografia

     

Simona Casciano
Filologia ed informatica: la nuova tecnologia negli studi filologici

1. Filologia ed informatica

Non è possibile esaurire in questo contesto tutto il discorso sulla filologia e l'informatica ma cercherò soltanto di definire le caratteristiche principali di questo particolare binomio.
Il primo incontro tra la filologia e l'informatica si ebbe nel 1946 con il gesuita Padre Roberto Busa, che lavorò per un progetto di lessicalizzazione sui quattro inni liturgici di S. Tommaso d’Aquino, utilizzando un computer funzionante a schede perforate.
Da Busa in poi, l’utilizzo del computer divenne indispensabile per la produzione di concordanze e indici, tanto che nel 1965 il mezzo informatico fu utilizzato dalla prestigiosa  Accademia   della  Crusca   per   la   compilazione  del Vocabolario storico della lingua italiana e per  Il tesoro della lingua italiana delle Origini.
Ma il primo testo teorico che si è interessato al rapporto tra filologia ed informatica è stato La critique des textes et son automatisation [1] , di Dom Jacques Froger, il quale mostrò come il calcolatore fosse solamente uno strumento al servizio del filologo e non il suo sostituto, poiché la macchina eseguiva operazioni di tipo meccanico sul testo (concordanze, indici, etc.), mentre i risultati dovevano essere interpretati comunque dal filologo.
Un altro nome di pioniere fu quello di Gian Piero Zarri [2] , che lavorò ad un programma di collazione automatica dei testi. Egli ritenne che l'uso del calcolatore, per la sua procedura algoritmica, consentisse un elaborazione più veloce ed obiettiva dei risultati.
Ma un punto di svolta fondamentale per la filologia e l'informatica fu rappresentato dal convegno internazionale di Parigi del 1978 su La pratique des ordinateurs dans la critique des textes, perché in questa sede si concluse la fase del computer inteso in quanto macchina.
Fu importante, oltre alla relazione di Froger sul metodo quentiniano, l’intervento di Cesare Segre che aprì in questo convegno prospettive nuove, introducendo il concetto di "diasistema".
Vennero presentati studi sulla classificazione dei manoscritti, si discussero le applicazioni pratiche del calcolatore alla critica del testo e fu ripercorsa la storia di questa nuova disciplina cominciando  da P. Busa.
Quindi il convegno di Parigi, grazie anche alla partecipazione di Segre, segnò una svolta decisiva per le discipline informatico-filologiche, perché la macchina venne vista come generatore di problemi
.
Negli anni ’80 si moltiplicarono gli studi teorici sulla classificazione dei manoscritti e sulle applicazioni pratiche [3] ; il problema da affrontare era ora quello di definire nuovamente i ruoli della collatio, dell'emendatio e della divinatio rispetto alle nuove procedure. Si dovevano stabilire in modo rigoroso, soprattutto per i manoscritti, le regole di normalizzazione linguistica ed ortografica, il trattamento degli elementi di punteggiatura, di impaginazione, etc.
Trascrivere e codificare metteva lo  studioso  davanti  a  delle  scelte: quali informazioni andavano codificate per affidarle alla macchina e quali non considerare per la propria [4] procedura di ricerca?
Ma non sono solo questi i problemi teorici che si sollevarono; infatti potenzialmente l'edizione informatica poteva far rivivere l'antica  mobilità  del  testo,   dava la possibilità di poter ragionare su una pluralità di testi anziché su uno solo (e per giunta ricostruito, nella maggior parte dei casi, secondo congetture), e rendeva possibile il confronto tra le varie fasi di elaborazione, richiamandole in modo istantaneo nella lettura informatica.
Quindi il computer non venne più visto soltanto come un potente mezzo di applicazione per il "nuovo umanista", ma divenne anche un problema  serio   dal   punto  di   vista   teorico, per  il   fatto che doveva essere sempre presente l'isomorfismo nel passaggio dal codice del testo tradizionale a quello informatico.
Inoltre, con l'entrata in scena della filologia d'autore, l'idea della ricostruzione del testo originale [5] , sembrò essere  superata del tutto e sostituita da quella della pluralità di testi.
Ma con l'introduzione dell'informatica e, soprattutto, della rete si affacciano problemi del tutto nuovi a cui bisogna prestare attenzione:

1) nessuno garantisce che quel determinato lavoro non sia stato preso in modo indebito da qualcun altro;

2) torna in superficie il problema dell'accessibilità, perché finora non c'è nessuna regola che vieti di poter usufruire liberamente o no di un testo informatizzato;

3) c'è il problema della trasportabilità, che dovrebbe garantire la leggibilità del testo in qualsiasi ambiente informatico;

4) ulteriore problema è la responsabilità intellettuale: spesso manca, nei testi informatici, un paratesto, che permetta di avere delle informazioni sul curatore/i, sulle fonti, ecc;

5) infine bisognerebbe rivedere il concetto di diritto d'autore [6] .

Quindi si dovrebbero formulare nuove leggi che salvaguardino l'integrità intellettuale dell'autore e garantiscano al lettore una conoscenza priva di ambiguità.
Con l'avvento degli anni '90 il settore informatico-filologico si è nutrito di nuove teorie: importante fu la "scuola romana" che vide come pioniere Giuseppe Gigliozzi [7] ,  seguito poi da Tito Orlandi [8] , Giovanni Adamo e Raul Mordenti [9] (solo per citarne alcuni).

Orlandi e Mordenti fecero un’analisi, soprattutto teorica, sulla filologia in rapporto con l’informatica, sottolineando che il computer non era solamente una veloce macchina per la ricerca automatica delle varianti, per la produzione automatica degli stemmi, etc.: occorreva trovare un uso della macchina informatica coerente con le sue potenzialità.
Fu proprio quest'ultimo aspetto che venne messo in risalto nel convegno "Calcolatori e scienze umane" [10] , organizzato nel 1992 dall’Accademia dei Lincei e dalla Fondazione IBM Italia.

Era presente Raul Mordenti, con una relazione sull'informatica e la filologia [11] , nella quale riassumeva i due aspetti storici dell'applicazione informatica al testo letterario:

1. in una prima fase il computer viene inteso/usato come macchina utile per la risoluzione di vecchi problemi tipici dell'assetto epistemico dato;

2. in una seconda fase il computer viene finalmente inteso come generatore di problemi inediti in un assetto epistemico del tutto nuovo (determinato dallo stesso uso dell'informatica). [12]

Secondo Mordenti, è importante tenere in considerazione il punto 2), perché  mette in luce il fatto che lo studioso si trovi davanti ad un metodo diverso, che ha bisogno di nuove formulazioni teoriche.
Dunque l'edizione informatizzata non restituirà soltanto l'Editio vulgata, ma consentirà al lettore di poter consultare simultaneamente i manoscritti, le diverse edizioni del testo, di fare ricerche filologiche, etc.: tutto ciò sarà comunque possibile solo dopo una codifica rigorosa del materiale che si vorrà utilizzare.

2. L'edizione critica ipertestuale

Può sembrare un binomio bizzarro o quanto meno inusuale quello tra edizione critica ed ipertesto: in realtà ci sono più affinità di quanto si possa immaginare. Ma procediamo in stages:

1. spieghiamo in breve cos'è un ipertesto;

2. spieghiamo come avviene il connubio tra informatica e critica letteraria.

 

2.1 L'ipertesto in breve

Soffermandosi sulla parola "ipertesto" viene quasi naturale suddividerla nei due lemmi che la compongono: "iper" e "testo". Essi rimandano per analogia all'idea  di  "iperspazio"  (spazio con più di tre dimensioni), e l'ipertesto è proprio questo: un testo  non limitato dal supporto materiale, da fogli  stampati e rilegati ma che corre all'interno di una rete di collegamenti, e la memoria è quella del computer.

La lettura avviene navigando da un documento all'altro senza che vi sia un ordine prestabilito e il lettore costruisce il proprio percorso  a seconda dei suoi interessi e degli approfondimenti che desidera fare.

L'idea della non linearità, che coinvolge la lettura ipertestuale, ritengo che sia una caratteristica fondamentale della struttura stessa dell'ipertesto, e grazie ad essa quei rimandi ad altri autori e ad altri testi, che sono sempre esistiti nella mente del lettore e nelle note dei libri a stampa, sono immediati e confrontabili per il sistema dei links.

Ma deve essere detto che un ipertesto degno di tale nome dovrà avere delle dimensioni (numero di documenti e collegamenti) tali da non poter essere realizzato a stampa. 

Il punto forte di questo strumento è il concetto di non linearità che, secondo Nelson, porta alla scomparsa dell'idea di inizio [13] e di fine di un testo: la dimensione a cui ora si fa riferimento è un'altra, e c'è bisogno di una configurazione diversa dei suoi contorni. Come osserva Nelson:

Non esiste l'Ultima Parola. Non può esistere la versione finale di qualcosa, l'ultimo pensiero. C'è sempre un nuovo punto di vista, una nuova idea, una reinterpretazione. […]. I documenti vivi che scorrono liberamente attraverso la rete  sono  continuamente  soggetti  a  nuovi utilizzi e all'aggancio a nuovi collegamenti, e questi nuovi collegamenti sono sempre disponibili per l'interazione. [14]

La bellezza dell'ipertesto consiste proprio in questa sua capacità di ridefinire l'inizio, la fine, il centro, rifiutando di assicurare centralità a qualunque lessía per un tempo superiore a quello di uno sguardo: "la centralità, come la bellezza e l'importanza, risiede in colui che osserva". [15] Il testo digitale è fluido, formato da diverse lessíe che possono essere esaminate, riorganizzate; è aperto, capace di estendersi sempre.

Dunque, in modo schematico, l'ipertesto si prefigge:

1. l'organizzazione delle informazioni secondo una strategia non lineare;

2. il ruolo attivo del lettore, che decide quali percorsi (trail) seguire;

3. la realizzazione del sapere collettivo;

4. la visualizzazione di più documenti;

5. la collaborazione tra diversi specialisti;

6. la responsabilità degli autori dal punto di vista intellettuale ed organizzativo.

Inoltre

sarebbe importante disporre sempre di una mappa dell'ipertesto, tale che il lettore possa vedere la sua struttura, perché nell'ipertesto non può esserci un indice, [..], ma tutt'al più un "suggerimento  di  percorsi":  per  descrivere  lo spazio ipertestuale si dovrebbe dunque ricorrere a una "mappa grafica" […], capace di dar conto delle divisioni territoriali e dei possibili collegamenti. [16]       

La scomparsa della numerazione di pagina è una delle ragioni dell'impossibilità di un indice, che, in un testo virtuale, può essere rappresentato dal link, dalla sua organizzazione reticolare, che può rimandare a citazioni, note,  nomi di personaggi, di luoghi, etc.  

Altro problema sono i riferimenti paratestuali: il paratesto è un importante strumento, dove vengono espresse le scelte dell'autore e dell'editore. Nel caso poi di un ipertesto critico è essenziale, perché, ad esempio, permette al lettore di conoscere i criteri che hanno guidato la scelta di alcuni testi e non di altri, ed i collegamenti tra loro.

Ma dal momento che la dimensione testuale è cambiata, è possibile che sia cambiata la forma del paratesto? il link potrebbe essere considerato tale?

Si può presupporre che il riferimento paratestuale non sia caduto ma  si  sia spostato    all'interno del   testo, diventandone parte integrante in quanto quest'ultimo (il paratesto) non consiste soltanto dalle parole scritte dall'autore, ma anche dalla struttura delle decisioni da lui predisposte e che il lettore esplora. [17]  

Comunque il disagio che incontriamo davanti a questa nuova "testualità" non deve meravigliarci, o meglio,  ci  deve far interrogare sul perché di questo scalpore.

Il testo a stampa ormai è dato "per scontato": si è "naturalizzato" (per utilizzare un espressione di Landow) [18] , come se fosse sempre esistito; ma non bisogna dimenticare che prima di Gutenberg esisteva il manoscritto, in cui era contenuta una delle tante varianti di un testo. Esso non si presentava come un qualcosa di unico, proprio perché il copista poteva introdurre delle glosse, scegliere un testimone anziché un altro; oppure era lo stesso autore che introduceva varianti tra una redazione e l'altra, creando grande mobilità all'interno del testo.

Quindi non è sempre esistita l'idea del testo fisso, immobile, unitario, anzi questo concetto si è dovuto scontrare con l'idea della varietà del manoscritto: è la riproducibilità che ha permesso che più copie dello stesso testo potessero essere lette da molte persone in tempi e luoghi diversi.

La potenza dell'ipertesto [19] potrebbe dipendere dal fatto che riuscirà a riportare alla luce tale mobilità, facendo crollare la concezione del testo ne varietur.

2.2  Informatica e critica letteraria

Per poter parlare di edizione critica ipertestuale, penso che sia opportuno specificare da che punto di vista viene considerato il concetto di informatica e di critica letteraria in questo nuovo contesto.

L'informatica è vista come il trattamento automatico delle informazioni, mentre la critica letteraria è considerata come il discorso che viene fatto sull'oggetto, che racchiude in sé tutto il suo percorso creativo, che è il testo. [20] Allora in quest'ottica il binomio di informatica e di critica letteraria ha trovato la sua realizzazione.

Ma cosa accade da questo incontro? c'è un arricchimento oppure le cose restano come sono "pur avvalendosi di una penna più veloce" [21] ? ed il critico letterario come viene riconfigurato? [22]

Sicuramente l'utilizzo del mezzo informatico in ambito letterario ha portato una corrente di sano ottimismo, soprattutto perché sembra rendere più plausibile l'idea dell'oggettività della critica letteraria.

Comunque, alla base di un'edizione critica ipertestuale deve esserci almeno:

1. la selezione delle versioni di un testo a cui prestare attenzione;

2. si deve poter avere un confronto tra le versioni;

3.la nuova versione dovrebbe stimolare il confronto di diversi punti di vista;

4. i risultati dell'edizione elettronica devono essere integrati con studi fatti sullo stesso testo da altre edizioni critiche.

Così l'ipertesto si propone come uno strumento importante per la critica e la filologia. Il lettore può esaminare varie edizioni nelle quali il testo è stato trasmesso nel tempo; si devono poter trovare i materiali più vari, che riguardano la ricerca filologica, la storia del testo; deve essere possibile passare da un documento all'altro, fare ricerche di analisi linguistiche; si possono vedere le riproduzioni dei manoscritti e confrontarle tra loro; si può fare una storia dell'editoria, riportando con i testi i paratesti delle varie edizioni. Insomma, tutti quegli elementi che definiscono la storia  del testo, entrano a far parte della struttura di un ipertesto critico; l'importante è che venga mantenuto intatto il diritto del lettore, che è quello di poter "navigare" in queste numerose informazioni garantite da un giusto rigore intellettuale.

L'edizione critica computerizzata invece di fissare un testo ne varietur, […], può mettere a disposizione i vari "stati del testo", visualizzando le immagini  dei  manoscritti,  ma  anche  gestendo in modo straordinariamente affidabile i fenomeni dei testimoni, quali la lingua, la grafia, le varianti, le cancellature, le correzioni, le lacune, il processo evolutivo (riscritture, autocitazioni, autocommenti, chiose). Tutto  ciò  a   una  sola  condizione,  semplicissima ma assolutamente cogente: che i fenomeni da considerare siano stati fatto oggetto di una codifica informatica consapevole e rigorosa. [23]  

Il testo elettronico diventa un testo plurimo [24] , testimone della tradizione testuale e, qualora ci fossero, delle sue varie interpretazioni; diventa anche luogo di un ulteriore elaborazione e produzione inter-attiva, proponendo le funzioni dell'antico scriptorium [25] : la conservazione e la riscrittura in un contesto virtuale. Si tratta di un'edizione sapiente (come viene definita da Cazalé e Mordenti), grazie alle molteplici attività potenziali della sua struttura, ed ai nuovi metodi di ricerca ed analisi del testo.

Comunque l'apparente duttilità dei mezzi tecnologici non deve nascondere gli interventi selettivi che sono alla base di qualsiasi edizione critica. La scelta, poi, è sempre di per sé un atto ermeneutico: implica un giudizio di valore sull'opera, sull'autore, sul pubblico a cui l'ipertesto è destinato.

L'epoca dell'edizione critica, concepita come testimonianza ultima di un autore, è finita; la scrittura si avvicina sempre di più ad un processo, ad un’attività. In essa  si  deve  poter  descrivere tutto quello che si è fatto, spiegare le relazioni tra gli elementi, e chiarire le procedure utilizzate per la costruzione di quel modello.

In questo modo l'interpretazione informatica diventa uno strumento euristico, valido perché è capace di descrivere una determinata rappresentazione della realtà di un testo.

3. La codifica letteraria

Abbiamo visto che il connubio tra informatica e critica letteraria è possibile, ma tecnicamente come avviene? Il mezzo che permette questo sodalizio è detto codifica.

Con la codifica dei testi si intende la rappresentazione dei testi stessi su un supporto digitale in un formato utilizzabile dall'elaboratore (Machine Readable Form) mediante un opportuno linguaggio teorico: il Markup language, linguaggio di marcatura o di codifica del testo. Tale linguaggio andrà a descrivere il testo in ogni sua parte attraverso delle marche o tag, che sono stringhe di caratteri definite dalle due parentesi uncinate < >, al cui interno sono specificati dei comandi [26] .

 In questa sede non esaurirò il discorso sulla codifica e sui problemi teorici e metodologici che essa comporta, ma semplicemente mi limiterò ad introdurre l'argomento con le sue diverse problematiche. [27]

I linguaggi di Markup vengono definiti "dichiarativi" perché attraverso l'applicazione del tag alla parte di testo desiderato dichiarano la loro appartenenza ad una determinata classe di strutture (ad esempio dichiarano che questo è un paragrafo), e sono in grado di rappresentare le caratteristiche grammaticali o retoriche del testo.

Tra i linguaggi di tipo dichiarativo c'è l'SGML (Standard Markup Language), rilasciato dall'ISO (International Organization for Standardization),  che è capace di rappresentare dei dati testuali in modo  indipendente da sistemi hardware e software. E' un metalinguaggio perché è costituito da norme sintattiche astratte, attraverso le quali è possibile ricavare diversi linguaggi di codifica; tra questi si ricorda la TEI (Text Encoding Initiative), un'iniziativa rivolta al campo umanistico.  

Ma la codifica presenta aspetti problematici, che riguardano, ad esempio, la sua funzione interpretativa: per questo aspetto si può affermare che la codifica è un linguaggio teorico usato per costruire modelli di testo, dove per modello si intende una delle tante possibili rappresentazioni della realtà. Quindi dalla  sua  stessa definizione emerge che ogni processo di codifica è un atto interpretativo e perciò vincolato dalla forma mentis  di  chi  ne fa  uso.  Questa  operazione  sarà  più  convincente quanto sarà più accurata la marcatura del testo, quanto più ricco sarà il modello del testo realizzato.

Inoltre si deve prestare attenzione al concetto di testo che emerge dalla codifica, perché l'SGML è un linguaggio gerarchizzato [28] , molto utile per i testi che hanno  una  suddivisione  nel  loro  interno, come i capitoli, i paragrafi, note, citazioni, versi e strofe, etc.; in altre parole, con gli schemi di codifica il testo è individuato dagli elementi che lo compongono. Quindi i linguaggi di codifica, SGML incluso, non possono prescindere da un accordo sulle procedure di codifica da utilizzare.

Allora si ritorna al problema della selezione, della scelta, dell'interpretazione, e si capisce come l'applicazione dell'informatica al testo letterario porti alla luce che l'oggettività è un traguardo quasi impossibile nella ricostruzione di un testo.

4. Un breve esempio: il progetto di un'edizione diplomatico interpretativa computerizzata dei Ricordi di Francesco Guicciardini  

I Ricordi di Francesco Guicciardini nacquero da una lunga rielaborazione da parte dello stesso autore, cominciata nel 1512 e terminata nel 1531.

   Essi vennero pubblicati (come accadde per tutte le sue opere) post mortem, e fu proprio ciò a generare una serie di fraintendimenti riguardo la loro disposizione ed il loro numero.

Dagli studi fatti sulle edizioni cinquecentesche dei Ricordi apparve evidente che il manoscritto utilizzato per la loro realizzazione non fosse tra quelli presenti in casa Guicciardini: sicuramente esisteva un ulteriore redazione autografa presa come modello per quelle edizioni e poi scomparsa chissà come.

Michele Barbi prima e Raffaele Spongano, poi, hanno fatto luce sulla storia dei manoscritti, arrivando, attraverso lo studio comparato tra le edizioni cinquecentesche ed i manoscritti conservati, alla ricostruzione dell'autografo scomparso.

Per una completa comprensione della loro struttura interna riporto la classificazione che, a tale riguardo, fece Michele Barbi (le lettere Q, A, B, C, sono state inserite dallo stesso):

1.  Redazione Q (1512): il quaderno che la contiene è conservato intatto nell'Archivio di casa Guicciardini, ed in esso è possibile distinguere due fasi redazionali risalenti allo stesso anno (Q1 e Q2).

2. Redazione A (1523-1525): è stata ricostruita da Barbi e Spongano sulla base delle edizioni cinquecentesche e secentesche. Non si conserva l'autografo.

3.  Redazione B (1527): autografo conservato nell'Archivio di casa Guicciardini.

4. Redazione C (1530): il quaderno è conservato in ottime condizioni nell'Archivio.

Il mio lavoro si basa sul manoscritto del 1530, l'ultima redazione voluta dall'autore e conservata in ottime condizioni nell'Archivio di casa Guicciardini. Partendo dallo studio di questo autografo ed applicando il linguaggio di codifica informatica XML [29] , ho riprodotto un'edizione diplomatica del manoscritto, permettendo anche un confronto con alcune immagini di esso.

Il progetto finale prevede di riportare in vita la mobilità dei Ricordi, applicando questo studio informatico anche sulle altre redazioni, conservate nell'Archivio, creando così un ipertesto critico-didattico di quest'opera.

4.1 Ricordi ed ipertesto

Ricordi ed ipertesto sembrano sposarsi bene, sia per la vicenda redazionale del testo, sia perché gli autografi sono conservati in ottime condizioni, e quindi confrontabili con le ipotesi critiche che li riguardano. La grande mobilità del testo tra una redazione e l'altra, la possibilità di poter usufruire dei manoscritti dell'autore, lo rendono quasi unico tra i manoscritti antichi.

Attraverso l'ipertesto il lettore potrebbe scoprire la vivacità variantistica dei manoscritti confrontandoli tra loro, ed entrando così in contatto con una tecnica scrittoria molto diversa da quella moderna. Potrebbe nascere un interessante studio linguistico confrontando le stesure dei Ricordi: ad esempio vedere se e come cambia la lingua di Guicciardini (dato che essi nascono in un periodo particolarmente "caldo" dal punto di vista linguistico); oppure sarebbe interessante fare uno studio calligrafico, visto che la loro redazione prende un arco di tempo molto lungo (1512-1530). Inoltre, nel caso dei Ricordi di Guicciardini (e di un qualsiasi altro manoscritto antico) l'esperienza sarebbe ancora più particolare, perché la scrittura è molto diversa per la punteggiatura, per le abbreviazioni, per la mancanza di accenti, per il tipo di carta ed inchiostro utilizzato, etc. [30]

Le diverse redazione dei Ricordi [31] sono ricche di varianti così diverse tra di loro, che bisognerebbe trattarle come edizioni singole; in modo particolare risulterebbe interessante il confronto tra la redazione B e la C, per le differenze linguistiche, strutturali e contenutistiche. Quindi un'edizione ipertestuale permetterebbe il confronto simultaneo tra queste varianti redazionali con i relativi manoscritti, e con studi fatti nel corso degli anni su di essi. Il lettore potrebbe creare indici di concordanze, fare spogli linguistici, ma, soprattutto, potrebbe confrontarsi con il testo originale dell'autore, vederne direttamente il manoscritto, senza la mediazione del critico e della sua edizione. L'edizione critica diverrebbe peraltro un supporto da utilizzare qualora il lettore lo ritenesse necessario.

Dunque creando ipertesti di questo tipo si restituirebbe al testo la sua dinamicità ed il suo spessore variantistico, permettendo una lettura "intelligente", basata sul confronto e sull'osservazione degli "strati compositivi" dell'opera.

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Note

[1] J. Froger, La critique des textes et son automatisation, Dunod, Paris, 1968.

[2] Gian Piero Zarri, Linguistica algoritmica e meccanizzazione della "collatio codicum", in: "Lingua e stile", III, fasc. 3, pp.21-40, 1968. Egli applicò con successo le sue teorie al codice G del Catulli Veronensis Liber.

[3] Tra gli studiosi di spicco ci fu Wilhem Ott, dell’Università di Tubinga, ideatore di un programma (TUSTEP) importante nel settore filologico. Ott portò anche l’esempio di un’edizione critica  delle  opere  di  Leibniz,  effettuata   proprio   con   questo    programma. 

[4] Sottolineo propria perché non va dimenticato che ogni edizione è un atto interpretativo, un'ipotesi di lavoro.

[5] "Il concetto di originale nel senso di autentico esprimente la volontà dell'autore, è uno dei più sfuggenti ed ambigui della critica del testo. […] In effetti il concetto di originale deriva da una visione statica, modellistica, dell'opera letteraria, mentre le singole opere di uno scrittore costituiscono a rigore una sezione a volte casuale e provvisoria […] di quel flusso continuo di adattamenti e di spostamenti successivi attraverso cui si esprimono le tendenze fondamentali di un sistema letterario." D'Arco Silvio Avalle, Principi di critica testuale, Padova, Antenore, 1972.

[6] L'introduzione  dell'ipertesto  ha  comportato  una  serie  di  cambiamenti  nella figura del lettore, autore, editore, e di conseguenza anche nella concezione di copyright. L'ipertesto, in cui la collaborazione è l'essenza della scrittura, richiede di bilanciare nuovamente i diritti d'autore, in una dimensione in cui i divieti di riproduzione appaiono inadeguati. L'ipertesto, comunque, ha bisogno del copyright, o di nuove leggi che proteggano la proprietà intellettuale dell'autore: c'è il bisogno di capire come possono essere descritti i diritti degli "autori primari", "autori-lettori", dei Publisher, etc.

[7]     Fondatore del CRILet (Centro Ricerche Informatica e Letteratura), che ha sede presso l'Università "La Sapienza" di Roma, consultabile sul sito www.crilet.scu.
uniroma1.it
  

[8] Tito Orlandi, Informatica Umanistica, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1990. E' direttore dal 1983 del Gruppo di ricerca Informatica e Discipline Umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma, oggi CISADU, Centro Interdipartimentale di Servizio per l’Automazione nelle Discipline Umanistiche, URL: http://rmcisadu.
let.uniroma1.it

[9]   Attualmente insegna presso l'Università di "Tor Vergata" Metodologia e Storia della critica letteraria e Teoria della letteratura.

[10] Calcolatori e scienze umane, Atti del Convegno Accademia Nazionale dei Lincei e Fondazione IBM Italia, Etaslibri, 1992.

[11] Ora in: R. Mordenti, Informatica e critica dei testi, Roma, Bulzoni, 2001

[12]   R. Mordenti, cit, p.22.

[13] Per quel che riguarda l'inizio di un testo, vorrei dire che, qualunque sia la nostra concezione di testo, essa non può prescindere da un punto di partenza. Anche il lettore ipertestuale deve averlo; è più esatto dire che deve essere ridefinito.

[14] G. P. Landow, cit., p.112.

[15] Quest'espressione la devo a Landow.

[16] A. Cadioli, Il critico navigante. Saggio sull'ipertesto e la critica letteraria, Genova, Marietti 1820, 1998, p.103.

[17] Ibidem, p.112.

[18] G. P. Landow,  cit.,p.101.

[19] In questo punto concordo con il pensiero di C. Cazalé-R. Mordenti in La costituzione del testo e la "comunità degli interpreti", in Internet e le Muse. La rivoluzione digitale nella cultura umanistica, a cura di Patrizia Nerozzi Bellmann, Milano, Mimesis, 1997,pp. 13-37.

[20] Questa visione della critica letteraria la devo al prof. Giuseppe Gigliozzi.

[21] G. Gigliozzi, Critica letteraria e nuove tecnologie, in Internet e le Muse, cit, p. 58.

[22] C'è una immagine molto significativa del critico letterario che è stata data da A. Cadioli, cit., ed è quella di "critico navigante". Cadioli lo descrive come uno studioso che si avvale dei mezzi informatici per lo studio dei testi, per la loro catalogazione, per la collazione automatica, etc.

Il primo ad utilizzarlo in questo senso fu Alberto Busa, un padre gesuita, considerato il "pioniere dell'analisi computazionale", che già negli anni 1946-1949 aveva elaborato un Index Thomisticus, dove vennero classificati tutti i lemmi dell'opera di San Tommaso.

[23] C. Cazalé-R. Mordenti, cit., p.24.

[24] Ibidem.

[25] Ibidem.

[26] Ad esempio: 

<foreign lang="lat"> salus </foreign>

dove "foreign" indica l'elemento e "lang" l'attributo che specifica l'elemento: in questo caso indica che la lingua straniera è il latino (salus).

Inoltre  <foreign lang="lat"> in termine tecnico è definito start-tag mentre </foreign> end-tag, e sono comandi che vengono immessi accanto alla sequenza di caratteri a cui si riferiscono.

[27] Per questo aspetto si possono consultare le diverse pubblicazioni di Fabio Ciotti; in particolare, in questo contesto ho fatto riferimento a Testo rappresentazione e computer, in Internet e le Muse, cit., pp.221-250.

[28] Per capire la sua struttura si può immaginare il meccanismo delle scatole cinesi, dove la scatola più grande contiene altre scatole di diversi ordini di grandezza. Nel caso dei testi la gerarchia è data dalla loro stessa suddivisione in capitoli, paragrafi, citazioni, note, etc. Tutti questi elementi si contengono l'un l'altro, ed a loro volta sono contenuti tutti in quello che, nel campo della codifica, si chiama body, corpo del testo; ogni livello è rappresentato da  tag specifici.  

[29] XML (Extensible Markup Language) è un sott'insieme dell'SGML semplificato ed ottimizzato per applicazioni in ambiente Web. E' stato sviluppato dal World Wide Web Consortium nel 1998.

[30] Nel caso dei Ricordi la difficoltà della trascrizione, e, di conseguenza, della codifica informatica, nasce dal fatto che la lingua di Guicciardini, come in genere la scrittura antica, è ricca di abbreviazioni e simboli, che la rendono molto complessa. Ho conservato la punteggiatura del manoscritto, gli a capo, gli spazi tra le congiunzioni, le forme puramente etimologiche o grafiche (ad esempio l'uso dell'h in parole come havevano, pocho, etc.) che nelle edizioni moderne sono state normalizzate, le posizioni delle aggiunte e delle soppressioni del manoscritto.

[31] A Firenze, nell'Archivio di casa Guicciardini, sono conservate tre delle quattro redazioni ormai attestate: ossia la redazione Q del 1512, la B del 1527 e la C del 1531.

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