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Simona Casciano
Filologia ed informatica:
la nuova tecnologia negli studi filologici
1. Filologia ed informatica
Non è possibile esaurire in
questo contesto tutto il discorso sulla
filologia e l'informatica ma cercherò soltanto
di definire le caratteristiche principali
di questo particolare binomio.
Il primo incontro tra la filologia e l'informatica
si ebbe nel 1946 con il gesuita Padre Roberto
Busa, che lavorò per un progetto di lessicalizzazione
sui quattro inni liturgici di S. Tommaso
dAquino, utilizzando un computer funzionante
a schede perforate.
Da Busa in poi, lutilizzo del computer
divenne indispensabile per la produzione
di concordanze e indici, tanto che nel 1965
il mezzo informatico fu utilizzato dalla
prestigiosa Accademia della Crusca
per la compilazione del Vocabolario
storico della lingua italiana e per
Il tesoro della lingua italiana delle
Origini.
Ma il primo testo teorico
che si è interessato al rapporto tra filologia
ed informatica è stato La critique des
textes et son automatisation
[1] , di Dom Jacques Froger, il quale
mostrò come il calcolatore fosse solamente
uno strumento al servizio del filologo e
non il suo sostituto, poiché la macchina
eseguiva operazioni di tipo meccanico sul
testo (concordanze, indici, etc.), mentre
i risultati dovevano essere interpretati
comunque dal filologo.
Un altro nome
di pioniere fu quello di Gian Piero Zarri
[2] , che lavorò ad un programma di
collazione automatica dei testi. Egli ritenne
che l'uso del calcolatore, per la sua procedura
algoritmica, consentisse un elaborazione
più veloce ed obiettiva dei risultati.
Ma un punto di svolta fondamentale per la
filologia e l'informatica fu rappresentato
dal convegno internazionale di Parigi
del 1978 su La pratique des ordinateurs
dans la critique des textes, perché
in questa sede si concluse la fase del computer
inteso in quanto macchina.
Fu importante, oltre alla relazione di Froger
sul metodo quentiniano, lintervento
di Cesare Segre che aprì in questo convegno
prospettive nuove, introducendo il concetto
di "diasistema".
Vennero presentati studi sulla classificazione
dei manoscritti, si discussero le applicazioni
pratiche del calcolatore alla critica del
testo e fu ripercorsa la storia di questa
nuova disciplina cominciando da P. Busa.
Quindi il convegno di Parigi, grazie anche
alla partecipazione di Segre, segnò una
svolta decisiva per le discipline informatico-filologiche,
perché la macchina venne vista come generatore
di problemi.
Negli anni 80 si moltiplicarono gli
studi teorici sulla classificazione dei
manoscritti e sulle applicazioni pratiche
[3] ; il problema da affrontare era
ora quello di definire nuovamente i ruoli
della collatio, dell'emendatio
e della divinatio rispetto alle nuove
procedure. Si dovevano stabilire in modo
rigoroso, soprattutto per i manoscritti,
le regole di normalizzazione linguistica
ed ortografica, il trattamento degli elementi
di punteggiatura, di impaginazione, etc.
Trascrivere e codificare metteva lo studioso
davanti a delle scelte: quali informazioni
andavano codificate per affidarle alla macchina
e quali non considerare per la propria [4] procedura di ricerca?
Ma non sono solo questi i problemi teorici
che si sollevarono; infatti potenzialmente
l'edizione informatica poteva far rivivere
l'antica mobilità del testo, dava la
possibilità di poter ragionare su una pluralità
di testi anziché su uno solo (e per giunta
ricostruito, nella maggior parte dei casi,
secondo congetture), e rendeva possibile
il confronto tra le varie fasi di elaborazione,
richiamandole in modo istantaneo nella lettura
informatica.
Quindi il computer non venne più visto soltanto
come un potente mezzo di applicazione per
il "nuovo umanista", ma divenne
anche un problema serio dal punto
di vista teorico, per il fatto che
doveva essere sempre presente l'isomorfismo
nel passaggio dal codice del testo tradizionale
a quello informatico.
Inoltre, con l'entrata in scena della filologia
d'autore, l'idea della ricostruzione del
testo originale [5] , sembrò essere superata del tutto e sostituita da quella
della pluralità di testi.
Ma con l'introduzione dell'informatica e,
soprattutto, della rete si affacciano problemi
del tutto nuovi a cui bisogna prestare attenzione:
1) nessuno garantisce che
quel determinato lavoro non sia stato preso
in modo indebito da qualcun altro;
2) torna in superficie il
problema dell'accessibilità, perché finora
non c'è nessuna regola che vieti di poter
usufruire liberamente o no di un testo informatizzato;
3) c'è il problema della
trasportabilità, che dovrebbe garantire
la leggibilità del testo in qualsiasi ambiente
informatico;
4) ulteriore problema è la
responsabilità intellettuale: spesso manca,
nei testi informatici, un paratesto, che
permetta di avere delle informazioni sul
curatore/i, sulle fonti, ecc;
5) infine bisognerebbe rivedere
il concetto di diritto d'autore
[6] .
Quindi
si dovrebbero formulare nuove leggi che
salvaguardino l'integrità intellettuale
dell'autore e garantiscano al lettore una
conoscenza priva di ambiguità.
Con l'avvento
degli anni '90 il settore informatico-filologico
si è nutrito di nuove teorie: importante
fu la "scuola romana" che vide
come pioniere Giuseppe Gigliozzi [7] , seguito poi da Tito Orlandi
[8] , Giovanni Adamo e Raul Mordenti [9] (solo per citarne alcuni).
Orlandi e Mordenti fecero
unanalisi, soprattutto teorica, sulla
filologia in rapporto con linformatica,
sottolineando che il computer non era solamente
una veloce macchina per la ricerca automatica
delle varianti, per la produzione automatica
degli stemmi, etc.: occorreva trovare un
uso della macchina informatica coerente
con le sue potenzialità.
Fu proprio quest'ultimo aspetto che venne
messo in risalto nel convegno "Calcolatori
e scienze umane" [10] , organizzato nel 1992
dallAccademia dei Lincei e dalla Fondazione
IBM Italia.
Era presente Raul Mordenti,
con una relazione sull'informatica e la
filologia
[11] , nella quale riassumeva i due
aspetti storici dell'applicazione informatica
al testo letterario:
1. in una prima
fase il computer viene inteso/usato come
macchina utile per la risoluzione di vecchi
problemi tipici dell'assetto epistemico
dato;
2. in una seconda
fase il computer viene finalmente inteso
come generatore di problemi inediti in un
assetto epistemico del tutto nuovo (determinato
dallo stesso uso dell'informatica). [12]
Secondo Mordenti, è importante
tenere in considerazione il punto 2), perché
mette in luce il fatto che lo studioso si
trovi davanti ad un metodo diverso, che
ha bisogno di nuove formulazioni teoriche.
Dunque l'edizione informatizzata non restituirà
soltanto l'Editio vulgata, ma consentirà
al lettore di poter consultare simultaneamente
i manoscritti, le diverse edizioni del testo,
di fare ricerche filologiche, etc.: tutto
ciò sarà comunque possibile solo dopo una
codifica rigorosa del materiale che si vorrà
utilizzare.
2. L'edizione critica ipertestuale
Può sembrare un binomio bizzarro
o quanto meno inusuale quello tra edizione
critica ed ipertesto: in realtà ci sono
più affinità di quanto si possa immaginare.
Ma procediamo in stages:
1. spieghiamo in breve cos'è
un ipertesto;
2. spieghiamo come avviene
il connubio tra informatica e critica letteraria.
2.1 L'ipertesto in breve
Soffermandosi sulla parola
"ipertesto" viene quasi naturale
suddividerla nei due lemmi che la compongono:
"iper" e "testo". Essi
rimandano per analogia all'idea di "iperspazio"
(spazio con più di tre dimensioni), e l'ipertesto
è proprio questo: un testo non limitato
dal supporto materiale, da fogli stampati
e rilegati ma che corre all'interno di una
rete di collegamenti, e la memoria è quella
del computer.
La lettura avviene navigando
da un documento all'altro senza che vi sia
un ordine prestabilito e il lettore costruisce
il proprio percorso a seconda dei suoi
interessi e degli approfondimenti che desidera
fare.
L'idea della non linearità,
che coinvolge la lettura ipertestuale, ritengo
che sia una caratteristica fondamentale
della struttura stessa dell'ipertesto, e
grazie ad essa quei rimandi ad altri autori
e ad altri testi, che sono sempre esistiti
nella mente del lettore e nelle note dei
libri a stampa, sono immediati e confrontabili
per il sistema dei links.
Ma deve essere detto che un
ipertesto degno di tale nome dovrà avere
delle dimensioni (numero di documenti e
collegamenti) tali da non poter essere realizzato
a stampa.
Il punto forte di questo strumento
è il concetto di non linearità che, secondo
Nelson, porta alla scomparsa dell'idea di
inizio [13] e di fine di un testo:
la dimensione a cui ora si fa riferimento
è un'altra, e c'è bisogno di una configurazione
diversa dei suoi contorni. Come osserva
Nelson:
Non esiste l'Ultima Parola.
Non può esistere la versione finale di qualcosa,
l'ultimo pensiero. C'è sempre un nuovo punto
di vista, una nuova idea, una reinterpretazione.
[
]. I documenti vivi che scorrono
liberamente attraverso la rete sono continuamente
soggetti a nuovi utilizzi e all'aggancio
a nuovi collegamenti, e questi nuovi collegamenti
sono sempre disponibili per l'interazione.
[14]
La bellezza dell'ipertesto
consiste proprio in questa sua capacità
di ridefinire l'inizio, la fine, il centro,
rifiutando di assicurare centralità a qualunque
lessía per un tempo superiore a quello di
uno sguardo: "la centralità, come la
bellezza e l'importanza, risiede in colui
che osserva".
[15] Il testo digitale è fluido, formato
da diverse lessíe che possono essere esaminate,
riorganizzate; è aperto, capace di estendersi
sempre.
Dunque, in modo schematico,
l'ipertesto si prefigge:
1. l'organizzazione delle
informazioni secondo una strategia non lineare;
2. il ruolo attivo del lettore,
che decide quali percorsi (trail)
seguire;
3. la realizzazione del sapere
collettivo;
4. la visualizzazione di
più documenti;
5. la collaborazione tra
diversi specialisti;
6. la responsabilità degli
autori dal punto di vista intellettuale
ed organizzativo.
Inoltre
sarebbe importante disporre
sempre di una mappa dell'ipertesto, tale
che il lettore possa vedere la sua struttura,
perché nell'ipertesto non può esserci un
indice, [..], ma tutt'al più un "suggerimento
di percorsi": per descrivere lo
spazio ipertestuale si dovrebbe dunque ricorrere
a una "mappa grafica" [
],
capace di dar conto delle divisioni territoriali
e dei possibili collegamenti.
[16]
La scomparsa della numerazione
di pagina è una delle ragioni dell'impossibilità
di un indice, che, in un testo virtuale,
può essere rappresentato dal link,
dalla sua organizzazione reticolare, che
può rimandare a citazioni, note, nomi di
personaggi, di luoghi, etc.
Altro problema sono i riferimenti
paratestuali: il paratesto è un importante
strumento, dove vengono espresse le scelte
dell'autore e dell'editore. Nel caso poi
di un ipertesto critico è essenziale, perché,
ad esempio, permette al lettore di conoscere
i criteri che hanno guidato la scelta di
alcuni testi e non di altri, ed i collegamenti
tra loro.
Ma dal momento che la dimensione
testuale è cambiata, è possibile che sia
cambiata la forma del paratesto? il link
potrebbe essere considerato tale?
Si può presupporre che il
riferimento paratestuale non sia caduto
ma si sia spostato all'interno del
testo, diventandone parte integrante in
quanto quest'ultimo (il paratesto)
non consiste soltanto dalle parole scritte
dall'autore, ma anche dalla struttura delle
decisioni da lui predisposte e che il lettore
esplora.
[17]
Comunque il disagio che incontriamo
davanti a questa nuova "testualità"
non deve meravigliarci, o meglio, ci deve
far interrogare sul perché di questo scalpore.
Il testo a stampa ormai è
dato "per scontato": si è "naturalizzato"
(per utilizzare un espressione di Landow)
[18] , come se fosse sempre esistito;
ma non bisogna dimenticare che prima di
Gutenberg esisteva il manoscritto, in cui
era contenuta una delle tante varianti di
un testo. Esso non si presentava come un
qualcosa di unico, proprio perché il copista
poteva introdurre delle glosse, scegliere
un testimone anziché un altro; oppure era
lo stesso autore che introduceva varianti
tra una redazione e l'altra, creando grande
mobilità all'interno del testo.
Quindi non è sempre esistita
l'idea del testo fisso, immobile, unitario,
anzi questo concetto si è dovuto scontrare
con l'idea della varietà del manoscritto:
è la riproducibilità che ha permesso che
più copie dello stesso testo potessero essere
lette da molte persone in tempi e luoghi
diversi.
La potenza dell'ipertesto [19] potrebbe dipendere dal fatto che riuscirà
a riportare alla luce tale mobilità, facendo
crollare la concezione del testo ne varietur.
2.2 Informatica
e critica letteraria
Per poter parlare di edizione
critica ipertestuale, penso che sia opportuno
specificare da che punto di vista viene
considerato il concetto di informatica e
di critica letteraria in questo nuovo contesto.
L'informatica è vista come
il trattamento automatico delle informazioni,
mentre la critica letteraria è considerata
come il discorso che viene fatto sull'oggetto,
che racchiude in sé tutto il suo percorso
creativo, che è il testo.
[20] Allora in quest'ottica il binomio
di informatica e di critica letteraria ha
trovato la sua realizzazione.
Ma cosa accade da questo incontro?
c'è un arricchimento oppure le cose restano
come sono "pur avvalendosi di una penna
più veloce"
[21] ? ed il critico letterario come
viene riconfigurato?
[22]
Sicuramente l'utilizzo del
mezzo informatico in ambito letterario ha
portato una corrente di sano ottimismo,
soprattutto perché sembra rendere più plausibile
l'idea dell'oggettività della critica letteraria.
Comunque, alla base di un'edizione
critica ipertestuale deve esserci almeno:
1. la selezione delle versioni
di un testo a cui prestare attenzione;
2. si deve poter avere un
confronto tra le versioni;
3.la nuova versione dovrebbe
stimolare il confronto di diversi punti
di vista;
4. i risultati dell'edizione
elettronica devono essere integrati con
studi fatti sullo stesso testo da altre
edizioni critiche.
Così l'ipertesto si propone
come uno strumento importante per la critica
e la filologia. Il lettore può esaminare
varie edizioni nelle quali il testo è stato
trasmesso nel tempo; si devono poter trovare
i materiali più vari, che riguardano la
ricerca filologica, la storia del testo;
deve essere possibile passare da un documento
all'altro, fare ricerche di analisi linguistiche;
si possono vedere le riproduzioni dei manoscritti
e confrontarle tra loro; si può fare una
storia dell'editoria, riportando con i testi
i paratesti delle varie edizioni. Insomma,
tutti quegli elementi che definiscono la
storia del testo, entrano a far parte della
struttura di un ipertesto critico; l'importante
è che venga mantenuto intatto il diritto
del lettore, che è quello di poter "navigare"
in queste numerose informazioni garantite
da un giusto rigore intellettuale.
L'edizione critica computerizzata
invece di fissare un testo ne varietur,
[
], può mettere a disposizione i vari
"stati del testo", visualizzando
le immagini dei manoscritti, ma anche
gestendo in modo straordinariamente affidabile
i fenomeni dei testimoni, quali la lingua,
la grafia, le varianti, le cancellature,
le correzioni, le lacune, il processo evolutivo
(riscritture, autocitazioni, autocommenti,
chiose). Tutto ciò a una sola condizione,
semplicissima ma assolutamente cogente:
che i fenomeni da considerare siano stati
fatto oggetto di una codifica informatica
consapevole e rigorosa. [23]
Il testo elettronico diventa
un testo plurimo [24] , testimone della tradizione testuale e, qualora ci fossero,
delle sue varie interpretazioni; diventa
anche luogo di un ulteriore elaborazione
e produzione inter-attiva, proponendo le
funzioni dell'antico scriptorium [25] : la conservazione e la riscrittura
in un contesto virtuale. Si tratta di un'edizione
sapiente (come viene definita da Cazalé
e Mordenti), grazie alle molteplici attività
potenziali della sua struttura, ed ai nuovi
metodi di ricerca ed analisi del testo.
Comunque l'apparente duttilità
dei mezzi tecnologici non deve nascondere
gli interventi selettivi che sono alla base
di qualsiasi edizione critica. La scelta,
poi, è sempre di per sé un atto ermeneutico:
implica un giudizio di valore sull'opera,
sull'autore, sul pubblico a cui l'ipertesto
è destinato.
L'epoca dell'edizione critica,
concepita come testimonianza ultima di un
autore, è finita; la scrittura si avvicina
sempre di più ad un processo, ad unattività.
In essa si deve poter descrivere tutto
quello che si è fatto, spiegare le relazioni
tra gli elementi, e chiarire le procedure
utilizzate per la costruzione di quel modello.
In questo modo l'interpretazione
informatica diventa uno strumento euristico,
valido perché è capace di descrivere una
determinata rappresentazione della realtà
di un testo.
3. La codifica letteraria
Abbiamo visto che il connubio
tra informatica e critica letteraria è possibile,
ma tecnicamente come avviene? Il mezzo che
permette questo sodalizio è detto codifica.
Con la codifica dei testi
si intende la rappresentazione dei testi
stessi su un supporto digitale in un formato
utilizzabile dall'elaboratore (Machine
Readable Form) mediante un opportuno
linguaggio teorico: il Markup language,
linguaggio di marcatura o di codifica del
testo. Tale linguaggio andrà a descrivere
il testo in ogni sua parte attraverso delle
marche o tag, che sono stringhe di caratteri
definite dalle due parentesi uncinate <
>, al cui interno sono specificati dei
comandi [26] .
In questa sede non esaurirò
il discorso sulla codifica e sui problemi
teorici e metodologici che essa comporta,
ma semplicemente mi limiterò ad introdurre
l'argomento con le sue diverse problematiche. [27]
I linguaggi di Markup
vengono definiti "dichiarativi"
perché attraverso l'applicazione del tag
alla parte di testo desiderato dichiarano
la loro appartenenza ad una determinata
classe di strutture (ad esempio dichiarano
che questo è un paragrafo), e sono in grado
di rappresentare le caratteristiche grammaticali
o retoriche del testo.
Tra i linguaggi di tipo dichiarativo
c'è l'SGML (Standard Markup Language),
rilasciato dall'ISO (International Organization
for Standardization), che è capace
di rappresentare dei dati testuali in modo
indipendente da sistemi hardware e software.
E' un metalinguaggio perché è costituito
da norme sintattiche astratte, attraverso
le quali è possibile ricavare diversi linguaggi
di codifica; tra questi si ricorda la TEI
(Text Encoding Initiative), un'iniziativa
rivolta al campo umanistico.
Ma la codifica presenta aspetti
problematici, che riguardano, ad esempio,
la sua funzione interpretativa: per questo
aspetto si può affermare che la codifica
è un linguaggio teorico usato per costruire
modelli di testo, dove per modello si intende
una delle tante possibili rappresentazioni
della realtà. Quindi dalla sua stessa
definizione emerge che ogni processo di
codifica è un atto interpretativo e perciò
vincolato dalla forma mentis di
chi ne fa uso. Questa operazione sarà
più convincente quanto sarà più accurata
la marcatura del testo, quanto più ricco
sarà il modello del testo realizzato.
Inoltre si deve prestare attenzione
al concetto di testo che emerge dalla codifica,
perché l'SGML è un linguaggio gerarchizzato [28] , molto utile per i testi
che hanno una suddivisione nel loro
interno, come i capitoli, i paragrafi, note,
citazioni, versi e strofe, etc.; in altre
parole, con gli schemi di codifica il testo
è individuato dagli elementi che lo compongono.
Quindi i linguaggi di codifica, SGML incluso,
non possono prescindere da un accordo sulle
procedure di codifica da utilizzare.
Allora si ritorna al problema
della selezione, della scelta, dell'interpretazione,
e si capisce come l'applicazione dell'informatica
al testo letterario porti alla luce che
l'oggettività è un traguardo quasi impossibile
nella ricostruzione di un testo.
4. Un breve esempio: il
progetto di un'edizione diplomatico interpretativa
computerizzata dei Ricordi di Francesco
Guicciardini
I Ricordi di Francesco
Guicciardini nacquero da una lunga rielaborazione
da parte dello stesso autore, cominciata
nel 1512 e terminata nel 1531.
Essi vennero pubblicati
(come accadde per tutte le sue opere) post
mortem, e fu proprio ciò a generare
una serie di fraintendimenti riguardo la
loro disposizione ed il loro numero.
Dagli studi fatti sulle edizioni
cinquecentesche dei Ricordi apparve
evidente che il manoscritto utilizzato per
la loro realizzazione non fosse tra quelli
presenti in casa Guicciardini: sicuramente
esisteva un ulteriore redazione autografa
presa come modello per quelle edizioni e
poi scomparsa chissà come.
Michele Barbi prima e Raffaele
Spongano, poi, hanno fatto luce sulla storia
dei manoscritti, arrivando, attraverso lo
studio comparato tra le edizioni cinquecentesche
ed i manoscritti conservati, alla ricostruzione
dell'autografo scomparso.
Per una completa comprensione
della loro struttura interna riporto la
classificazione che, a tale riguardo, fece
Michele Barbi (le lettere Q, A, B, C, sono
state inserite dallo stesso):
1. Redazione Q
(1512): il quaderno che la contiene è conservato
intatto nell'Archivio di casa Guicciardini,
ed in esso è possibile distinguere due fasi
redazionali risalenti allo stesso anno (Q1
e Q2).
2. Redazione A (1523-1525):
è stata ricostruita da Barbi e Spongano
sulla base delle edizioni cinquecentesche
e secentesche. Non si conserva l'autografo.
3. Redazione B (1527):
autografo conservato nell'Archivio di casa
Guicciardini.
4. Redazione C (1530):
il quaderno è conservato in ottime condizioni
nell'Archivio.
Il mio lavoro si basa sul
manoscritto del 1530, l'ultima redazione
voluta dall'autore e conservata in ottime
condizioni nell'Archivio di casa Guicciardini.
Partendo dallo studio di questo autografo
ed applicando il linguaggio di codifica
informatica XML [29] , ho riprodotto un'edizione
diplomatica del manoscritto, permettendo
anche un confronto con alcune immagini di
esso.
Il progetto finale prevede
di riportare in vita la mobilità dei Ricordi,
applicando questo studio informatico anche
sulle altre redazioni, conservate nell'Archivio,
creando così un ipertesto critico-didattico
di quest'opera.
4.1 Ricordi ed ipertesto
Ricordi ed ipertesto
sembrano sposarsi bene, sia per la vicenda
redazionale del testo, sia perché gli autografi
sono conservati in ottime condizioni, e
quindi confrontabili con le ipotesi critiche
che li riguardano. La grande mobilità del
testo tra una redazione e l'altra, la possibilità
di poter usufruire dei manoscritti dell'autore,
lo rendono quasi unico tra i manoscritti
antichi.
Attraverso l'ipertesto il
lettore potrebbe scoprire la vivacità variantistica
dei manoscritti confrontandoli tra loro,
ed entrando così in contatto con una tecnica
scrittoria molto diversa da quella moderna.
Potrebbe nascere un interessante studio
linguistico confrontando le stesure dei
Ricordi: ad esempio vedere se e come
cambia la lingua di Guicciardini (dato che
essi nascono in un periodo particolarmente
"caldo" dal punto di vista linguistico);
oppure sarebbe interessante fare uno studio
calligrafico, visto che la loro redazione
prende un arco di tempo molto lungo (1512-1530).
Inoltre, nel caso dei Ricordi di
Guicciardini (e di un qualsiasi altro manoscritto
antico) l'esperienza sarebbe ancora più
particolare, perché la scrittura è molto
diversa per la punteggiatura, per le abbreviazioni,
per la mancanza di accenti, per il tipo
di carta ed inchiostro utilizzato, etc. [30]
Le diverse redazione dei Ricordi
[31] sono ricche di varianti così diverse
tra di loro, che bisognerebbe trattarle
come edizioni singole; in modo particolare
risulterebbe interessante il confronto tra
la redazione B e la C, per le differenze
linguistiche, strutturali e contenutistiche.
Quindi un'edizione ipertestuale permetterebbe
il confronto simultaneo tra queste varianti
redazionali con i relativi manoscritti,
e con studi fatti nel corso degli anni su
di essi. Il lettore potrebbe creare indici
di concordanze, fare spogli linguistici,
ma, soprattutto, potrebbe confrontarsi con
il testo originale dell'autore, vederne
direttamente il manoscritto, senza la mediazione
del critico e della sua edizione. L'edizione
critica diverrebbe peraltro un supporto
da utilizzare qualora il lettore lo ritenesse
necessario.
Dunque creando ipertesti di
questo tipo si restituirebbe al testo la
sua dinamicità ed il suo spessore variantistico,
permettendo una lettura "intelligente",
basata sul confronto e sull'osservazione
degli "strati compositivi" dell'opera.
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