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Fabio Ciotti
L’informatica umanistica in Italia: luci e ombre

Magari sarà colpa della disgregazione dell’uomo rinascimentale – così la colpa è di Galileo e
compagni e non nostra –, magari sarà colpa della specializzazione richiesta dalla società
contemporanea, magari sarà colpa del
riformando liceo classico, sta di fatto che
l’homo umanisticus è spesso preso dal
panico anche di fronte all’attrezzo più
disponibile di questo mondo…
(Giuseppe Gigliozzi, Il testo e il computer)

Alla memoria di un amico e di un maestro….

L’incontro tra discipline umanistiche e informatica, contrariamente a  quanto si pensa, ha radici lontane. I primi esperimenti in questo campo risalgono alla metà del secolo scorso, quando il linguista gesuita Padre Roberto Busa concepì un progetto avveniristico e  grandioso: trasferire sul computer l’opera completa di Tommaso D’Aquino.

Da allora il mondo delle tecnologie digitali è passato attraverso numerose rivoluzioni tecniche, ciascuna delle quali ha avuto conseguenze sempre più rilevanti sul piano economico sociale e culturale. Nel corso di questa evoluzione i punti di incontro tra l’informatica e le scienze umane sono divenuti sempre più frequenti e importanti.

Naturalmente l’introduzione delle tecnologie informatiche nelle singole discipline umanistiche è avvenuta con modi e tempi diversi. Ciascuna disciplina specialistica ha dunque sviluppato metodologie e strumenti informatici peculiari, in relazione alle sue specificità: assai diversi sono d’altronde fondamenti, metodi teorici e didattici, oggetti di studio di discipline come le scienze letterarie, la storia, la linguistica, la filosofia, l’archeologia, le  scienze della comunicazione e così via, sebbene non manchino importanti territori in comune.

Tuttavia tra le molte differenze settoriali è andato progressivamente emergendo un insieme di problemi teorici e pratici comuni, sia dal punto di vista della ricerca sia da quello della didattica, e parallelamente si è andata costituendo una vera e propria comunità scientifica. In definitiva, si è configurato un vero e proprio dominio disciplinare che cade sotto l’etichetta di «informatica umanistica» o «humanities computing», per dirla nell’idioma d’eccellenza del mondo globalizzato.

In Italia l’esistenza di questo dominio disciplinare ha avuto una parziale sanzione formale nella riforma universitaria, che ha previsto la presenza di insegnamenti di informatica nelle classi di laurea triennali di area umanistica e soprattutto ha introdotto una classe di laurea specialistica in «informatica umanistica».

L’importanza di questa doppia sanzione formale non si può sottostimare. Le trasformazioni che le nuove tecnologie stanno determinando nella sfera economica richiede la formazione di figure professionali dotate di una solida competenza di area umanistica ma in grado di muoversi agevolmente e consapevolmente nel mondo dei nuovi media. Si tratta di una opportunità storica per le facoltà umanistiche, che altrimenti rischiano di vedere marginalizzata la loro funzione formativa (e dunque anche culturale). Se a questa domanda non verrà risposta dal settore umanistico dell’università, altri soggetti universitari o istituti di formazione privati (basta dare un’occhiata ai cartelloni pubblicitari nelle nostre città) sapranno farvi fronte. Ma anche nel dominio della ricerca pura l’incontro con i metodi e gli strumenti dell’informatica può fornire un apporto di alto profilo, fornendo soluzioni interessanti a vecchi problemi e aprendo spazi di indagine innovativi. Numerose esperienze, anche nel mondo accademico italiano lo possono testimoniare.

 Tuttavia lo spazio di opportunità che sembra aprirsi rischia di rimanere solo un orizzonte potenziale se alla introduzione di insegnamenti informatici nel settore umanistico non si affianca il riconoscimento formale della disciplina informatica umanistica come settore scientifico-disciplinare autonomo. È infatti un paradosso (e credo un caso unico) il fatto che esista una classe di laurea specialistica in «informatica umanistica» senza che ad essa corrisponda un settore disciplinare che consenta il reclutamento dei docenti universitari che ne dovrebbero garantire l’effettiva istituzione e organizzazione negli atenei. Riemerge in questa situazione l’atavica idea della radicale separazione tra le due culture, che possono giustapporsi, ma mai convergere in un vero e proprio dominio, interdisciplinare certo, ma autonomo. Come se le attuali discipline accademiche non siano nate a loro volta dalla convergenza di saperi diversi (e non si deve risalire a tempi lontani: basti pensare a discipline come la stessa informatica o alle scienze cognitive).

La legittimità di questo riconoscimento formale deriva a mio parere sia da argomentazioni di tipo teorico-epistemologico sia di tipo didattico, che in questa sede non posso che presentare in modo apodittico. Sul piano teorico sono di estremo rilievo le seguenti considerazioni:

1)      esiste un nucleo teorico, metodologico e strumentale comune che emerge dalle numerose esperienze di ricerca con metodi informatici in ambito umanistico (un tema esemplare è quello della rappresentazione formale dei documenti e della codifica testuale)

2)      il rapporto tra l’informatica e le singole discipline umanistiche non è esclusivamente strumentale ma investe anche aspetti metodologici ed epistemologici di ciascuna disciplina (l’uso di strumenti informatici, ad esempio, nello studio del testo letterario comporta l’esplicitazione e la formalizzazione delle procedure analitiche e la loro verifica sperimentale)

Sul piano didattico, accanto alla specificità tematica che deriva dalle considerazioni appena esposte, va considerata la specificità nei metodi e degli stili di insegnamento e trasmissione delle competenze. È esperienza comune che persino nell’ambito della didattica strettamente strumentale la formazione erogata da docenti di estrazione ingegneristica o informatica risulti poco adeguata alle esigenze e attese formative degli studenti di una facoltà umanistica. E non è un caso che nella maggior parte dei casi i moduli di informatica per le scienze umane siano coperti da docenti a contratto (o, più raramente, in affidamento o supplenza da docenti di ruolo) con formazione umanistica.

L’assenza di un settore disciplinare specifico renderà impossibile la costituzione di un corpo docente sufficientemente vasto e competente che possa attualizzare le potenzialità didattiche e scientifiche dischiuse dall’incontro tra informatica, nuovi media e discipline umanistiche. È pertanto con un auspicio che chiudo questo mio articolo: l’auspicio che nella ormai vasta (sebbene un po’ dispersa) comunità degli «informatici umanisti» italiani venga assunto come obiettivo l’istituzione non più procrastinabile del settore scientifico disciplinare INF-UM/01.

 



 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Fabio Ciotti è docente di Informatica per le scienze umane all’Università di Roma “La Sapienza” e all’Università di Pavia

  Università degli Studi di Bologna
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