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Domenico Fiormonte
Informatica Umanistica: rappresentanza, statuto teorico e rifondazione

  Creare una nuova cultura non significa fare solo individualmente delle scoperte "originali", significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte, "socializzarle" per così dire e pertanto farle diventare base di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale.
A. Gramsci, Quaderni dal carcere [Q 11]

1. PREMESSA

Poco prima della pausa estiva discutevo con un brillante amico filologo del documento spedito al Ministro Moratti sull'Informatica Umanistica. Pur avendo aderito, l'amico si (e mi) domandava: "Perché mai creare un raggruppamento autonomo? In fondo fra qualche anno l'informatica sarà strumento imprescindibile per ogni attività intellettuale e costituirà 'lo sfondo' di ogni disciplina; e a nessuno è venuto in mente di creare un raggruppamento per i supporti, non so, tipo Teoria e pratica della carta."

Sarebbe stato facile ribattere che l'informatica umanistica, accademicamente, è messa assai peggio della Paleografia, della Storia del libro e persino della Sfragistica o della Papirologia. Tutte queste sono materie riconosciute e per le quali, all'interno delle discipline di riferimento, è possibile chiamare o istituire cattedre in diverse facoltà umanistiche. Ho risparmiato tuttavia al mio collega queste grigie obiezioni, perché il rischio, in tali casi, è di passare non solo per temibili "cacciatori di cattedre", ma di ridurre tutta la discussione a una lotta per il potere. E un tale dibattito (a parte la noia) finirebbe per nascondere i problemi reali. Sono convinto infatti che la questione dei posti non coincide semplicemente con la - legittima - preoccupazione di noi "thirtysomething" di rimanere fra due sedie.

L'argomento secondo il quale oggi nelle università ci si dedica prevalentemente ai "giochi di potere" rischia di generare una serie di equivoci e di sottovalutazioni del contenuto del potere cultural-scientifico (non a caso uno dei punti su cui più insiste l'attuale maggioranza di governo, ossessionata dall'"egemonia culturale"). Bisogna allora riflettere sulla natura culturale delle suddivisioni e spartizioni accademiche. La lotta per i posti non è, e non sarà mai, solo un puro problema di spartizione. Come sappiamo la natura del potere accademico è diversa. Il più grande risultato, per un accademico, è far vincere le proprie teorie, non piazzare "i suoi". Chi si dedica a quest'ultima pratica lo fa o perché è a corto di idee, o perché incapace di costruire consenso attorno ad esse. Il potere dei posti, per quanto reale, è un potere di "secondo livello", e un potere effimero.

Faccio un solo esempio perché si riferisce a un personaggio ormai entrato nella leggenda: Gianfranco Contini. L'uomo che più di ogni altro ha influenzato le sorti delle scienze umanistiche in Italia dopo Croce è un accademico che si è scarsamente dedicato a "piazzare i suoi". I motivi certo sono vari, e magari Contini non aveva bisogno di abusare. Agiva attraverso altri strumenti. Ben più persuasivi. Il grande filologo (come altri "fondatori di discorsività", per dirla con Foucault) dedicò tutta la sua vita ad innalzare, sopra tutto e tutti, il suo prestigio scientifico. Un prestigio fatto di "prodotti", certo, ma non solo. Molti hanno scritto sul senso di soggezione che si provava accanto alla sua figura. La sua mostruosa cultura - uno scandaglio che penetrava nei più remoti recessi delle letterature e delle lingue, non solo europee - veniva utilizzata con fine metodo psicologico, scaraventando in posizione di inferiorità qualsiasi interlocutore. E se necessario Contini poteva intrattenere (e schiacciare) con uguale metodo sulle annate del Barolo o sui librai antiquari di Jeréz de la Frontera.[1] Eppure, chi ha contribuito più di Contini, non solo a formare una generazione di studiosi, ma a sancire il dominio ideologico della critica testuale sugli studi umanistici?

Il potere degli accademici di oggi è soprattutto un potere di secondo livello (forse "perché non ci sono più i maestri", come ha suggerito Asor Rosa in un recente articolo). Ma controllare una disciplina e dominarla teoricamente sono due cose ben diverse.

Sia come sia, la cosa più pericolosa, per la sua stessa sopravvivenza, è che nel rincorrere il potere spicciolo l'accademia ha smarrito il senso di sé; un senso racchiuso nella lezione di Bacone: ogni "riforma del sapere è sempre anche una riforma delle istituzioni culturali"[2]. Nessuna rivoluzione culturale è pensabile senza rinnovamento di uomini e discipline.

Spero così di aver chiarito che la strada del rinnovamento culturale - così io intendo l'informatica umanistica - non passa semplicemente per la richiesta di posti e cattedre (pure necessarie). E dunque non posso non essere d'accordo con Buzzetti sulla necessità di legare il "bene materiale" del raggruppamento a un'idea teorica forte. 

2. RAPPRESENTATIVITA' DELLA IU E RINNOVAMENTO ISTITUZIONALE

Con questa premessa intendevo ribadire il mio appoggio alla battaglia sulla IU autonoma - una battaglia lunga e difficile. Basta vedere con quanta incomprensione (e spavento), al livello più alto degli studi umanistici, venga ancora oggi accolto l'incontro fra scienze testuali e informatica:

Nella cultura scritta informatica […] i modi e i processi della composizione, registrazione, trasmissione e conservazione […] dei testi sono automaticamente provocati e determinati dalle legge del profitto dell'industria multimediale […]. I processi di trasmissione dello scritto stanno passando in mano a mediatori naturalmente estranei ai prodotti di cui si occupano, di fronte ai quali essi sono tecnicamente analfabeti. […] Sembra proprio che si sia giunti molto vicini alla rottura di una catena di trasmissione testuale durata, sia pure con cadute e faticose riprese, alcuni millenni.[3]

A queste preoccupazioni si può solo rispondere in un modo: la temuta "rottura della catena di trasmissione" della conoscenza si può impedire solo creando specifiche figure di ricercatori e ricercatrici, ovvero riconoscendo legittimità e autonomia all'informatica umanistica. Gli umanisti infatti sono in grado di orientare o ri-orientare la ricerca informatica solo partecipandovi.

Riaffermato ciò, va detto che l'obiettivo della raccolta firme a sostegno della IU lanciata lo scorso giugno non era la creazione del raggruppamento autonomo. Su questo tema infatti non c'è ancora accordo dentro la variegata comunità della IU. Ma superata quota 160 firme (esclusi i molti studenti) non possiamo eludere la domanda: che fare della fiducia e del sostegno di queste persone, molte delle quali ci hanno inviato messaggi di stima e incoraggiamento?

Spero di non precorrere troppo i tempi avanzando una proposta: costruire insieme una piattaforma comune minima, nella quale possano riconoscersi il numero maggiore di studiosi e studiose provenienti dalle discipline letterarie, storiche, filosofiche, dello spettacolo, ecc. Questa piattaforma potrebbe essere utilizzata come base di discussione per una futura associazione italiana di informatica umanistica. E' vero che la strada è stata già tentata con scarso successo in passato (vedi "Scriptoria Nova"), ma oggi i tempi sembrano maturi per dotarsi finalmente degli strumenti per poter praticare una discussione aperta e democratica. Fosse solo per rendere omaggio alla memoria di un amico che in quella iniziativa aveva creduto, (ri)tentar, non nuoce.

Non mi pare possibile né onesto però difendere questa proposta senza entrare nel merito delle importanti questioni, pratiche e teoriche, sollevate da Dino Buzzetti. Le idee che seguono scaturiscono da un confronto, a volte anche aspro, ma sempre appassionante, con le sue idee e le sue posizioni. Sono personalmente (oltre che professionalmente) grato a Buzzetti non solo per aver sollevato certe questioni con rigore e chiarezza, ma per aver accettato di discutere alla pari in numerose occasioni pubbliche e private.

Esporrò dunque la mia opinione su alcuni punti centrali (e fra loro strettamenti collegati) memore di questo debito: statuto teorico-disciplinare, raggruppamento (ancora), rapporti con l'informatica.

2. AUTONOMIA TEORICA E DISCIPLINARE DELLA IU E RAPPORTI CON L'INFORMATICA

Buzzetti nel suo intervento pubblicato su griseldaonline.it lega le sorti del raggruppamento alla fondazione dello statuto teorico della IU. Il tema è affascinante e Buzzetti lo imposta dal punto di vista degli studi teorici condotti in Italia negli ultimi venti anni. L'idea di IU scaturita da queste riflessioni (che in gran parte condivido) tuttavia riflette due precisi ordini di eventi:

a) l'approccio prevalentemente testuale della scuola italiana di informatica umanistica. Vengo da questo scuola e non rinnego le mie radici, ma il contributo di arte, cinema, musica e in generale della conoscenza non linguistico-testuale è stato enorme, ha rivoluzionato lo scenario teorico (oltre che pratico) e, tuttavia, è stato abbastanza trascurato. Si tratta di un questione assai complessa e che attraversa molteplici campi disciplinari. Limitatamente al nostro settore, va notato che proprio di recente "Computer and the Humanities" è uscito con un numero interamente dedicato a "Image-based Humanities Computing", nella cui premessa si afferma che "computationally speaking, the divide between image and text remains all but irreconciliable. [...] This computational divide in turn reflects and recapitulates certain elemental differences in the epistemology of images and texts."[4] L'approccio testuale d'altronde non è una prerogativa italiana: ricordo che quando durante un seminario a Oxford sulla rappresentazione digitale degli autografi posi il medesimo problema 'epistemologico' a Lou Burnard (era il 'lontano' 1997) mi rispose: "nonsense".

b) l'idea che la IU si debba comunque misurare con l'informatica - vuoi per conquistarne la stima, vuoi per fargli le pulci - sia attraverso il contributo specifico (vedi "dottrina Thaller", formal methods in the humanities, ecc.) sia attraverso la discussione teorica (basi logico-filosofiche dell'informatica, ecc.).

Il tema del confronto con l'Informatica è dunque il perno centrale attorno al quale ruota il dibattito sullo statuto teorico della IU. In questo confronto, vedo due problemi, uno pratico e uno di fondo.

b1) Problema pratico: la valutazione dei titoli scientifici. Nell'ottica di un incontro fra umanisti e informatici, questo è un problema difficilmente eludibile. E rischia di scatenare violenti conflitti. Informatizzare un umanista può essere difficile, ma convincere un informatico della bontà dell'approccio umanistico (per non parlare dei suoi oggetti specifici) è impresa addirittura titanica. Immaginiamo un'ipotetica commissione mista informatici-umanisti. Che cosa succederebbe?[5]

b2) Problema di fondo. Sappiamo bene che l'informatica, disciplina giovanissima, è in perpetua crisi di rappresentatività, schiacciata com'è fra ingegneri e matematici.[6] Inoltre, l'informatique-informaticienne (quella dei prodotti) viene anche molto pensata e svolta fuori dall'accademia; anzi, per essere più precisi, si abbevera a fonti esterne - molto più che la medicina o la biologia, tanto per rimanere nell'ambito scienze-dure-e-pure. 

Se si vuole andare oltre la logica dei numeri (che rimane terreno minato) occorre affrontare il problema. Chi si sobbarcherà l'onere dell'alfabetizzazione umanistica degli informatici?

Infine, c'è da contrastare e confutare il paradigma di inferiorità delle scienze umanistiche. A mio giudizio, l'argomento di ACO*HUM secondo il quale certi umanisti avrebbero dato un grande contributo all'informatica (parser, ecc.), andrebbe rovesciato: chi non ha dato contributi all'informatica? Forse è l'informatica ad avere bisogno di noi. Ricordo che nel 1996 partecipai a un corso estivo dell'Escorial (Università Complutense), "Neurociencia, Computación y Robots", organizzato da un brillante allievo di McCulloch, Roberto Moreno-Díaz. Fra i docenti vi erano nomi come Minsky, Braitenberg, Gesteland, Eckhorn, ecc. Quando osai accennare, in una domanda, a ipertesti e modelli di conoscenza, mi guardarono come un marziano. Oggi Ernesto Burattini, un ingegnere che era a Napoli con Caianiello negli anni '60, scrive un libro sugli ipertesti, in cui parla di 'storia della scrittura' e al libro allega un CD-Rom con "un sistema ipertestuale assistito da un agente intelligente".

Può essere avanzata una tesi paradossale. La prima cattedra di informatica in Italia è stata istituita a Pisa nel 1969. Se Busa ha iniziato a usare i calcolatori nel 1949 ho l'impressione che informatica e informatica umanistica siano pressappoco nate insieme. Ma allora, mentre tutte le divisioni e categorizzazioni storiche crollano, mi domando, di quale tipo di statuto teorico abbiamo bisogno? Fondato su che cosa?

Vedo un pizzico di contraddittorietà nel voler confezionare un vestito teorico per una interdisciplina "liquida" come l'informatica umanistica. Fabio Ciotti ricordava nel suo intervento che l'informatica è a sua volta il risultato dell'incontro di varie discipline. Bene, qualche tempo fa, nel corso di una manifestazione a Potenza, ho sentito raccontare dal matematico Odifreddi che quando era al MIT una delle storielle preferite dei matematici era quella della 'tenure' da loro negata a Minsky. Il quale però, vista la mala parata, andò a fondare il Media Lab. Può dunque nascere qualcosa di buono dall'eresia?

Per concludere, a me pare che i primi a diffidare di una purezza disciplinare dovremmo essere noi, che l'abbiamo patita e insieme sbeffeggiata. Certo, abbiamo necessità di partire da qualcosa e bisogna sforzarsi di essere rigorosi, ma giacché, per fortuna, lo statuto della IU non è come quello dei lavoratori (passatemi la battuta), non potrà che essere qualcosa di intrinsecamente dinamico. Così ce lo impongono i tempi - quelli di Kuhn, non quelli della Moratti - e la natura della tecnologia, che rigenera nuove questioni teoriche ad ogni ciclo.

3. LA IU E LE SUE RELAZIONI

Buzzetti nel suo intervento scrive: "si tratta di combinare ricerca avanzata in campo umanistico e ricerca avanzata in campo informatico. Qui sta la base per la proposta di creazione di un nuovo raggruppamento disciplinare."

Anche su questo sarebbe difficile essere in disaccordo. L'intransigenza scientifica però, a mio modo di vedere, non può entrare in collisione con la volontà di allargare il consenso e raggiungere una massa critica. Senza questa non credo potranno mai esistere né le IU "specifiche" né quelle "trasversali"[7] e contrariamente a quanto pensano alcuni, in questa lotta per la sopravvivenza, non è detto che soccomberanno esclusivamente le "mele marce".

Occorre insomma superare la querelle fra "IU buone" e "IU cattive" e resistere dall'affibbiare patenti di scientificità, affidabilità e serietà sulla base di primati che nessuno ha voglia di riconoscerci. Se c'è stato un errore in passato è stato quello delle faide e degli snobismi, le cui cause hanno spesso poco a che vedere con le divergenze teoriche.

E bisogna avere il coraggio anche di riconoscere due cose: primo, oggi non siamo più soli a occuparci di questi temi in modo "serio"; secondo, è importante stabilire delle gerarchie di valori, ma è altrettanto importante accogliere le esperienze altrui senza pregiudizi. In questo particolare momento storico, il lavoro di proselitismo e di rivendicazione orgogliosa della nostra storia può e deve essere compiuto anche attraverso un atto digenerosità e lungimiranza. Ed è questo che chiedo ai "padri nobili" della IU.

Con ciò non voglio assolutamente invocare un atto di sottomissione alla "cialtroneria"; non sto dicendo che bisogna rinunciare a difendere le proprie ricerche e le proprie idee (vedi la vittoria prima "teorica" e poi anche materiale di coloro che in questi anni hanno difeso le ragioni della codifica SGML-TEI).

Sto dicendo solo che anche il successo, come la sconfitta, ci impone il ripensamento della nostra identità.

E qui vengo all'ultimo punto del mio intervento.

4. PER UNA RIFONDAZIONE DELLA IU

Ho passato un anno negli Stati Uniti e tre in Scozia occupandomi di Informatica Umanistica. In questi anni ho dovuto incassare più volte i sorrisi sarcastici di chi affermava quanto l'Italia "potrebbe essere avanti nell'Informatica Umanistica se tutti non litigassero con tutti". Francamente sono stufo di sentir ripetere questa storia.

Comunque la si pensi, sarebbe un delitto che, per assecondare questo o quel progetto, si rinunciasse a stringere relazioni più ampie fra le varie discipline umanistiche e fra i vari settori attivi nell'ambito multimediale, della comunicazione e dell'arte. E questo in vista sia di collaborazioni pratiche sia di una reciproca fecondazione teorica (un tema fondamentale che qui, e me ne scuso, non ho approfondito).

E' probabile, forse inevitabile, che da questo incontro possa emergere l'esigenza di superare, insieme agli steccati materiali, anche le etichette. Personalmente sono affezionato all'"Informatica umanistica", ma in vista di un raggruppamento autonomo non è eresia pensare anche ad altre definizioni. Quando i nomi, oltre a trascinare antichi rancori e divisioni, non servono più a chiarire e a delimitare le questioni di contenuto, si possono, e anzi si debbono, poter cambiare.

 



 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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[1] Si potrebbe osservare che tendere a mettere in stato di inferiorità intellettuale gli altri equivale a pervertire il rapporto socratico, ma qui non stiamo discutendo di etica della formazione.

[2] Introduzione di Paolo Rossi a F. Bacone, Uomo e natura. Scritti filosofici, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. vi-vii.

[3] A. Petrucci, Prima lezione di paleografia, Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 125-126.

[4] M. G. Kirschenbaum, Editor's Introduction: Image-based Humanities Computing, "Computers and the Humanities", 36, 1, 2002: 4.

[5] Si veda la reazione fortemente critica (quando di non esplicita irrisione) che l'invio del comunicato stampa sulla raccolta firme inviata a sostegno della IU ha provocato nei newsgroup di informatica della gerarchia .it (il thread più significativo si è sviluppato su it.lavoro.informatica).

[6] Basta osservare la battaglia esplosa sul tema dell'albo professionale degli Ingegneri (http://www.alsi.it/
articoli/
alsics20020728.html
) che taglia fuori i laureati in Informatica e Scienze dell'Informazione. Si legge nel documento online: "Nel giugno del 2001 con il DPR n.328 si riformano gli Ordini. L'Ordine di Ingegneria si scinde in tre Settori, uno dei quali viene denominato Ingegneria dell'informazione. In esso, per una 'debolezza' del DPR possono accedere tutti i vecchi iscritti all'Ordine di Ingegneria; il Settore di Ingegneria dell'Informazione si arricchisce in un istante di ing. meccanici, edili, ecc. Solo gli iscritti all'Ordine potranno fare progettazione, direzione lavori, stima e collaudo di strutture, sistemi e processi complessi o innovativi in ambito informatico."

[7] Vedi intervento su Idulist di Gino Roncaglia: http://linux.lettere.
unige.it/
mailman/listinfo/
idulist
.

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