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Irene Giacomelli
Edizione digitale
di
fonti primarie
Elegie tirtaiche su papiro: un esempio
La filologia digitale è una disciplina
che, seppur lentamente in Italia, inizia
a correre parallela a quella tradizionale
su supporto cartaceo.
Realizzare un’edizione digitale
può indicare due operazioni:
- digitalizzare o
riversare su supporto elettronico un’edizione
cartacea esistente senza mettere in
atto interventi interpretativi;
- codificare, cioè
segnalare tramite specifiche annotazioni,
tutti i fenomeni interessanti e rilevanti
di un documento sia esso a stampa oppure
fonte primaria non edita.
In questo secondo caso,
i risultati dell'indagine filologica possono
essere rappresentati, secondo uno schema
di riferimento, per un tipo di edizione
pensata per il supporto elettronico.
Il risultato è la creazione di
un ambiente dinamico in cui gli utenti
possono fruire, condividere ed interagire
con il materiale in modo libero e trasversale.
L’allestimento di un’edizione
digitale di fonti papiracee, letterarie
o documentarie che siano, implica competenze
e presupposti diversi rispetto ad un lavoro
di trasferimento su supporto elettronico
di un’edizione a stampa: questa
seconda operazione potrebbe, infatti,
essere sostituita semplicemente da un
file, o da una collezione di file, in
formato pdf o da un documento
digitalizzato, come un’immagine,
e la sua fruizione risulterebbe così
limitata, come limitato sarebbe il contesto
di elaborazione e di utilizzo della stessa.
Al contrario, l'obiettivo del supporto
digitale è di sottrarre all’immobilità
della stampa la vivacità del testo
criticamente stabilito [1] e quindi, teoricamente, di visualizzare,
in modo attivo, la storia degli studi
pubblicati sul documento e sul testo conservatovi.
Inoltre, un prodotto pensato per l’ambiente
elettronico, da una parte, rimane aperto
a future modifiche ed aggiornamenti, dall’altra,
risulta interrogabile in molte direzioni.
Il risultato, quindi, è la realizzazione
di una nuova edizione, non necessariamente
definitiva, ma che tiene conto di tutti
gli studi pubblicati fino ad oggi ed aperta
a interventi futuri.
1. Distici tirtaici
Mi sono occupata delle elegie del poeta
spartano Tirteo tramandate su papiro e
ho elaborato un’ipotesi di edizione digitale dei documenti
e dei testi poetici esaminati.
Tre sono i testimoni
diretti che hanno conservato e tramandato
i distici tirtaici.
Il
primo è il P.Berol. inv.11675 [2], datato al III sec. a.C, costituito
da tre frustuli provenienti da cartonnage di mummia, acquistato ad Hermoupolis Magna,
odierna Eschmunên, nel 1908 da papirologi
berlinesi e conservato, tutt’ora,
nella Papyrussammlung degli Äegyptischen
Museen di Berlino; vergato in scriptio
continua in una scrittura onciale
cancelleresca alessandrina non corsiva,
con tratti ancora vicini alla capitale
epigrafica, accanto ai quali si distinguono,
però, forme 'moderne', sembra conservare
residui di due componimenti, l'uno di
esortazione pratica e psicologica al combattimento
imminente, l'altro di racconto dello scontro,
identificato con l'ultimo evento della
seconda guerra messenica (668 a.C.), per
espugnare la fortezza di Ira, decisivo
per la vittoria spartana.
Il
secondo è il P.Oxy. XXXVIII 2824 [3], il piccolo frustulo papiraceo risalente
al I-II sec. d.C. che ci ha conservato
alcuni versi della elegia dedicata all'Eunomía il celeberrimo ordinamento politico, sociale,
economico e militare di Sparta.
Infine,
il terzo è il P.Oxy. XLVII 3316 [4], un sottilissimo frustulo, datato
al III sec. d.C., molto rovinato ascritto
a Tirteo con non piena certezza [5]. Infatti solo l’integrazione
di Spartiatéon al v. 21
ed alcune affinità stilistiche
con P.Berol. inv.11675 hanno
fatto pensare a questo poeta piuttosto
che ad un altro maestro dell’elegia
parenetica, come Callino. Questi pochi
versi alludono ad una situazione bellica
particolare, come mostrano le numerose
espressioni o termini d’àmbito
militare, ma soprattutto teîchos (v. 16) e táfros (v. 19),
che hanno permesso di individuare, sulla
base delle testimonianze indirette relative
alla storia di Sparta, l’evento
bellico che il poeta ha voluto rievocare:
la cosiddetta ‘Battaglia della Grande
Fossa’.
2. Il progetto
di edizione digitale
La proposta di edizione qui presentata
costituisce soltanto uno dei possibili
modelli di elaborazione di un’edizione
critica concepita per il supporto elettronico,
dal momento che le scelte dell'organizzazione
strutturale del documento e le scelte
di rappresentazione dei fenomeni dei singoli
testi, cioè gli elementi da annotare,
dipendono dal codificatore e dal modello
ipotizzato oppure sono imposte dal tipo
di fruizione (sc. scientifica,
divulgativa, scolastica etc.).
Più in generale è importante
sottolineare che le edizioni digitali
risulteranno sempre più variegate
e dinamiche di quelle cartacee, seppur
non mancheranno gli elementi principali
in cui un’edizione critica tradizionale
si articola, ovvero la trascrizione, il testo critico stabilito,
gli apparati (critico e dei testimoni), la traduzione ed il commento.
La struttura formale migliore per l’allestimento
di un’edizione critica digitale
di fonti papiracee è, a mio avviso,
l’ipertesto, per
il fatto che fornisce all’utente
la possibilità di creare percorsi
di lettura personali in base alle personali
esigenze di ricerca; inoltre, tale modello
può anche costituirsi come luogo
di lavoro condiviso, all’interno
del quale si possa dare vita ad un dialogo
collettivo per mezzo dell’interattività,
insita nelle modalità stesse di
lettura.
2.1 Il modello
ipertestuale
L’organizzazione interna di un ipertesto
si basa su blocchi strutturali di informazioni
che sono file non solo di testo, ma anche
immagine, audio e video. Tra le quattro
strutture ipertestuali (ad albero, a griglia,
a rete e sequenziale), per il mio lavoro
ho scelto quella ad albero;
pertanto, ho creato una pagina principale
o radice da cui si diramano altre tre
pagine di primo livello, gerarchicamente
ordinate, ciascuna delle quali relativa
all’edizione di uno dei tre papiri
che tramandano i versi tirtaici.

Realizzare
la pagina radice dell’ipertesto
è utile soprattutto per visualizzare
la serie dei collegamenti di primo livello
in un ipertesto complesso, ma è
funzionale anche con pochi documenti collegati
tra loro perché sottolinea il livello
gerarchico delle dipendenze. Così
si presenta la pagina principale dell’ipertesto
che ho realizzato, in cui si individuano
i link ipertestuali descritti nel diagramma:
Clicca
per vedere una porzione di pagina di:
P.Berol. inv.11675
P.Oxy. XXXVIII 2824
P.Oxy. XLVII 3316
Inoltre,
all’interno di ogni documento, sono
stati disposti altri link, per esempio
alle immagini degli originali:
Link all'immagine
(Tav. III)
oppure a spiegazioni di varianti:

Il
link permette all’utente di leggere
una spiega-zione della variante conservata sul papiro, rispetto alla lezione
trasmessa da un codice di Strabone (P.Oxy. 2824, v. 16).
o ancora
a porzioni di papiro interessate da particolari
fenomeni:

Le
tre icone uguali rinviano a file immagine
con estensione .jpg che mostrano le porzioni
di papiro interessate da una correzione dello scriba e a due lacune materiali; la quarta icona richiama l'immagine della prima colonna del frammento B di P.Berol. inv. 11675.
2.2
La scelta del linguaggio
La realizzazione
dell'edizione si è basata sull'impiego
di uno specifico linguaggio, chiamato XML (eXtensible Markup Language),
utile ad annotare, tecnicamente marcare,
le parti del testo ritenute considerevoli
di attenzione da parte dell'editore/codificatore.
È possibile trasferire tutti i
dati, reputati rilevanti nella fase di
analisi, in un formato comprensibile all’elaboratore
mediante l’impiego di questo linguaggio
dichiarativo; si tratta, nello
specifico, di un tipo di linguaggio formale
dotato di una sintassi che prevede l'impiego
di un insieme di marcatori o tags,
cioè comandi - che si presentano
sotto forma di stringhe di caratteri ASCII
delimitate da parentesi uncinate - immessi
dal codificatore dentro il file .xml.
La funzione dei marcatori è descrivere
le partizioni logiche del documento, nel
rispetto di una determinata grammatica,
schema oppure
DTD (=Document Type Definition),
come la TEI (= Text Encoding Initiative),
che può essere scelta per la trascrizione
della fonti primarie, perché dispone
di un modulo specifico per la rappresentazione
della classe dei fenomeni propri alle
fonti manoscritte.
La scelta dell’XML deriva dalle
sue specifiche potenzialità:
• portabilità;
• durata nel tempo;
• autonomia dal software;
• libertà interpretativa
delle istanze testuali e documentarie.
2.3. Il modello di markup
L’XML, quindi, focalizza la codifica,
cioè l’interpretazione, della
struttura e, quindi, del valore dei blocchi
logici, documentando l’ordinamento
gerarchico che sovrintende all’organizzazione
degli elementi della fonte: ad esempio,
nel caso di un frammento papiraceo, saranno
codificati il titolo, se presente,
i versi, le colonne,
ma anche le alterazioni del testo (abbreviazioni, cancellature, riscritture,
etc.), i cosiddetti fenomeni ‘non
linguistici’ (identificazione
di mani diverse, punti illeggibili, danneggiati
o deteriorati, inusuali spaziature nel
testo, etc.) e soprattutto gli interventi
editoriali dell’editore moderno
(integrazioni, congetture, espunzioni,
etc.).
Le partizioni logiche rilevanti nel corpo del documento, introdotto
nel file sorgente dal tag <body>,
sono le seguenti:
• la paragrafatura, introdotta
dal marcatore p
che si snoda in due livelli:
<p
type=”trascrizione”>
e <p
type=”edizione”>
che, rispettivamente, codificano
il testo diplomatico e critico;
• il verso, marcato da
l,
corredato dall’attributo ‘id’
e da un valore numerico scandito di 5
in 5 per indicare raggruppamenti di righe
omogenei.
I fenomeni non linguistici interessanti da codificare ed interpretare
sono:
• le aggiunte marcate con
l’elemento <add>;
• le cancellature con <del>
e l’attributo ‘resp’
per indicare di chi è stata la
responsabilità dell’intervento,
ovvero lo stesso scriba;
• le lacune materiali con
<gap>
e l’attributo ‘desc’
che fornisce una descrizione del guasto;
Ogni fenomeno è stato corredato
dal marcatore <a>
con attributo ‘href’
per stabilire un collegamento ipertestuale
con un file immagine che visualizza la
porzione del papiro interessata dal fenomeno.
Pericope
di trascrizione diplomatica di P.Oxy. 3316, vv. 17-22
L'immagine mostra un modo d’interpretazione
delle alterazioni del testo che sono molto
diffuse nei papiri; tralasciando la visualizzazione
grafica, di competenza dell’XSLT
(cf. infra), vediamo, per esempio,
come è stato codificato il primo
fenomeno al 3316, v. 17 nel file sorgente:
all’interno della stringa di testo
poetico, viene inserito il marcatore relativo
alla codifica di un’aggiunta, cioè
<add>,
accompagnato dall’attributo 'place'
che specifica la posizione fisica nel
documento dell’intervento additivo
dello scriba; per una più chiara
ed immediata comprensione ho considerato
opportuno inserire un link ad un file
immagine .jpg per visualizzare la porzione
di materiale papiraceo interessato dal
fenomeno.
Porzione
di immagine del papiro riferita all'aggiunta (P.Oxy. 3316, v. 17).
La sintassi XML per codificare il fenomeno:
]thieis
<a href="aggiunta"> <add
place="interlineare">
`in´ </add>
</a>&#i83;.
Per quanto riguarda le stringhe alfa-numeriche
come ] e `, esse sono riferimenti di entità,
cioè combinazioni di caratteri
compresi tra «et» (&)
e un punto e virgola nella forma &nomeentità;
che richiamano particolari stringhe di
testo, set di font speciali, immagini,
files, etc. Nel nostro caso, per esempio,
] vale per una parentesi quadra
aperta (]),per indicare una lacuna sul
margine sinistro del documento, e `
e ´ valgono per i simboli convenzionali
che delimitano un'integrazione; assumono
tale aspetto secondo lo standard Unicode
impiegato. In effetti, questo sistema
di codifica risulta attualmente il più
completo e il più facilmente condivisibile,
poiché, tramite un’associazione
univoca tra codici binari e caratteri
da rappresentare, consente la mappatura
di un numero via via crescente di caratteri
(superati infatti i 65536 iniziali, l’ultima
versione, la 5.0, uscita nel luglio del
2006, annovera oltre 99000 glifi ed è
in continua espansione). L’effettiva
rappresentazione grafica dei caratteri,
poi, dipenderà dal tipo di font utilizzato (nel nostro caso Hellenica
Unicode) a patto che sia Unicode; in questo
modo, infatti, sarà realizzato
un prodotto valido, altamente portabile,
durevole nel tempo.
2.4. Il foglio di stile
La resa in layout è delegata
all’XSLT (=eXtensible Stylesheet Language Transformation),
un linguaggio di visualizzazione di XML
sul browser che assegna caratteristiche
fisiche a ciascun marcatore utilizzato
nel documento XML e definisce come ogni
porzione apparirà in layout. Produce
un file con estensione .xsl che è
denominato foglio di stile.
Nel foglio di stile vengono inserite le
istruzioni necessarie per intervenire
sugli elementi utilizzati nel file XML
che si basano sul concetto di template
rules, cioè di modelli di
trasformazione; il template viene applicato
all’elemento XML ogni volta che
questo (richiamato dall’attributo
match) viene trovato nel documento
XML di riferimento: <xsl:apply-templates/>
applica l’istruzione all’elemento
in esame.
Un esempio pratico e comprensibile è
la disposizione delle trascrizioni, diplomatica
e critica, in modo affiancato; tale scelta
deriva dalla volontà di agevolare,
da una parte, il fruitore alla visualizzazione
e nella successiva analisi dei problemi
rilevabili sull’originale e, dall’altra,
i tentativi di soluzione proposti dagli
studiosi moderni.
Trascrizione
diplomatica e critica di P.Oxy. 2824.
La realizzazione di due colonne è
un procedimento che spetta all’XSLT
che richiama i marcatori <p
type=”trascrizione”> e
<p type=”edizione”>
presenti nel file XML di riferimento;
in seguito, applica la trasformazione
delle porzioni di testo comprese tra i
tag di apertura, appena citati, e quelli
di chiusura </p>.
Nel file sorgente del documento XML a
cui ci si riferisce si legge:
<p
type=”trascrizione”>
<l> ... </l>
...
</p>
<p
type=”edizione”>
<l>
... </l>
...
</p>
Pertanto, nel foglio di stile, le istruzioni
relative alla formattazione delle trascrizioni
affiancate risultano nel modo seguente:
<xsl:template
match="p[@type='trascrizione']">
<table width="450" border="0"
align="left">
<tr>
<td> <font face="HellenicaU"
size="-1">
<xsl:apply-templates/> </font>
</td>
</tr>
</table>
</xsl:template>
e
<xsl:template
match="p[@type='edizione']">
<table width="450" border="0"
align="right">
<tr>
<td> <font
face="HellenicaU" size="-1">
<xsl:apply-templates/> </font>
</td>
</tr>
</table>
</xsl:template>
È stata creata una tabella, segnalata
dal marcatore <table>
accompagnato da particolari attributi
che la definiscono in modo specifico,
a due colonne, una per ciascun tipo di
trascrizione, indicata da
<td> e ad una riga marcata
con <tr>.
Un altro esempio pratico è la
rappresentazione in apice delle aggiunte,
nel tentativo di rendere il più
realistico possibile l’intervento
additivo dello scriba, che ha scelto di
riempire lo spazio interlineare.
Porzione di immagine
del papiro riferita alla correzione e aggiunta (P.Oxy. 3316, v. 19).
Nel file sorgente del documento XML si
legge:
<del
resp="copista">p</del>
<a href="correzione2">
<add place="interlineare">`
a ´</add>
</a>
Invece, nel file XSL il marcatore <sup>
dà istruzione all’elaboratore
di visualizzare supra lineam che nel file XML è delimitato tra
<a
href="correzione2"> e
</a>.
<xsl:template
match="a[@href='correzione2']">
<sup>
<a href="javascript:finestra('corr-copista.jpg')">
<img src="icona_2.gif" border="0"/>
<xsl:apply-templates/>
</a>
</sup>
</xsl:template>

Output della pericope
di trascrizione diplomatica di P.Oxy. 3316, vv. 17-22.
A livello strettamente filologico, le
possibilità offerte dal digitale
in archivi anche più vasti di quello
che ho realizzato sono molteplici: ad
esempio, in presenza di varianti testuali,
è possibile visualizzare, tramite
criteri rappresentazionali variabili,
le lezioni offerte dai singoli testimoni,
di cui si può fornire per esteso
il contesto; è, inoltre, possibile
descrivere o esplicitare un evento storico,
definire il livello grammaticale, retorico
e stilistico di una sezione, spiegare
un vocabolo mediante il rinvio ad un lessico,
rimandare in presenza di nome di persona
o toponimi alla bibliografia relativa,
etc.
Un valido esempio è rappresentato
dalla codifica di espressioni dialettali
isolate in un dettato linguistico omogeneo;
in P.Berol. inv.11675 fr. A col.
ii v. 12 e fr. B col. i v. 14 compaiono
due dorismi desueti per un poeta, seppur
spartano, abituato a comporre nella lingua
epico-ionica, poiché si rivolgeva
a fruitori eruditi ed in particolare intendeva
esprimere concetti da eternare e la lingua
epico-ionica era la più adeguata;
essi sono stati codificati con il marcatore
generico span:
<span
type="dorismo"> aloieseu]men</span>
Se uno strumento di lavoro così
strutturato offrisse la possibilità
di ottenere tali risultati tanto mirati
ed utili allo studioso, i tempi di ricerca
diminuirebbero ed essa stessa si arricchirebbe
di informazioni.
Infine, è fondamentale sottolineare
il fatto che, se ogni sequenza alfabetica,
ogni simbolo, ogni fenomeno notevole è
stato codificato, l’interrogazione
di un simile prodotto non può che
essere completa e fornire un alto livello
informativo. In questo modo, se simili
archivi fossero supportati da un motore
di ricerca, l’utente avrebbe la
possibilità di impostare ricerche
tassonomiche di qualsiasi tipo, come,
per esempio, una ricerca per esaminare
le tipologie di correzione in fonti papiracee
di una certa provenienza geografica e
cronologica, oppure inusuali spaziature
o segni casuali posteriori alla scrittura
del testo poetico, impensabili a partire
da un’edizione critica cartacea.
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