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Indice

Informatica:

Introduzione ai lavori:
Online Resources for the Humanities, Brown University

Massimo Riva è docente di Italian Studies and Modern Culture and Media http://www.brown.edu/Departments/MCM presso la Brown University di Providence (RI, USA).

Coerentemente con lo spirito e gli obiettivi di questo incontro, la mia introduzione ai lavori sarà bilingue. Parlerò in inglese ma i nostri ospiti italiani se lo desiderano possono usufruire del presente testo in traduzione. Ogni testo tendenzialmente “bilingue” d’altra parte (ogni traduzione di fatto lo è) deve negoziare tra le lingue cui fa anche mentalmente riferimento.

E’ con grande piacere che, a nome della Brown University e del dipartimento di studi italiani do il benvenuto a tutti voi a questo seminario internazionale incentrato sulle risorse in rete per la ricerca in campo umanistico e sulle prospettive di collaborazione multidisciplinare che esse offrono. Questo incontro conclude i lavori annuali di un seminario, inaugurato lo scorso settembre, sotto l’egida del Wayland Collegium for Liberal Learning ed intitolato a sua volta “Il computer e il futuro delle discipline umanistiche.” Due parole sul nostro sponsor (insieme al C.V. Starr Lectureship Fund). Il Wayland Collegium è stato fondato nel 1980 per offrire “sostegno alla formazione di una comunità di docenti impegnati in attività di ricerca focalizzate sulle prospettive globali ed interdisciplinari che riguardano istanze e questioni significative della vita umana.” Comprendere come il futuro delle Humanities (intese sia come l’insieme di discipline accademiche raggruppate sotto questa rubrica, che come l’ambito più generale di cultura che essa denota) dipenda sempre più dagli sviluppi emergenti di tecnologie dell’informazione e della comunicazione mi pare effettivamente una questione significativa della vita umana contemporanea. E’ questo anche il tema conduttore dei nostri lavori.

Se “il passato è un peso che dobbiamo alla stampa,” come hanno scritto Anthony Grafton ed Eugene Rice, il futuro delle nostre discipline sembra inevitabilmente legato alla transizione in corso dalla cultura tipografica alla cultura digitale. Durante i mesi passati, vari studiosi ci hanno fornito svariati esempi della riflessione teorica che accompagna questa transizione, da una varietà di punti di vista. Lina Bolzoni ci ha parlato delle sue ricerche sul rapporto tra la parola scritta e orale e le immagini nella cultura del Medioevo; Wendell Piez ci ha offerto una mappa della nuova ecologia della comunicazione intellettuale valutando il suo specifico impatto sull’ecologia della ricerca accademica; David Kolb ha sostenuto la rilevanza contemporanea di paradigmi della comunicazione accademica emersi del XVII sec. tra filosofia e scienza; Dino Buzzetti ha cercato di rispondere alla provocatoria domanda: “Chi ha paura del testo digitale?”

Ciò che accomuna queste ed altre relazioni presentate al seminario è lo sforzo di fondare nuovi modelli cognitivi per l’uso del computer e delle tecnologie dell’informazione su modalità di pensiero radicate specificamente nelle nostre rispettive tradizioni disciplinari.

E’ nostro auspicio che questo nostro incontro fornisca ulteriori opportunità per un proficuo scambio intellettuale basato sul confronto di molteplici esperienze teoriche e pratiche e su specifici progetti in fase di elaborazione, su entrambe le sponde dell’Atlantico. Questi progetti hanno in comune l’applicazione del computer a compiti e obiettivi tradizionali e primari delle discipline umanistiche: l’edizione e redazione di testi, la costruzione di biblioteche ed archivi, la conservazione e classificazione di immagini, l’elaborazione e trasmissione di metodologie e idee critiche. Questi compiti costituiscono tuttora il nucleo del nostro lavoro di umanisti e informano sia la nostra ricerca che il nostro insegnamento. E ricerca e insegnamento sono ovviamente inseparabili nel nostro mestiere.

Quando si parla di ricerca, oggi, si deve necessariamente affrontare il monumentale compito in cui siamo tutti, chi più chi meno, impegnati come studiosi: la trascrizione del passato nel presente. Questa trascrizione è di fatto duplice: implica, da una parte, la re-iscrizione dei contenuti centrali delle discipline umanistiche (testi, immagini ecc.) nei nuovi formati dell’ infrastruttura tecnologica; e dall’altra, implica l’integrazione di tecnologie e tecniche emergenti nel lavoro e nelle pratiche essenziali delle nostre discipline. Mantenere e sostenere l’entusiasmo intellettuale che questo richiede al cuore delle nostre attività (prendo a prestito questo mantra da Allen Renear) è un aspetto davvero decisivo.

Si tratta di un compito dialettico, che richiede la simultanea elaborazione di un un nuovo paradigma teorico, da una parte, e la sperimentazione pragmatica di nuove tecniche, dall’altra. Questa dialettica di teoria e pratica è al centro di quello che considero un nuovo modello di costruttivismo, in senso epistemologico, oltre che pedagogico e metodologico, un modello che può solo basarsi su forme estese di collaborazione multidisciplinare o, come chiarirò tra un momento, trans-disciplinare. Allo stesso tempo, la nostra comunità deve essere particolarmente consapevole della e sensibile verso la necessità di standards fondamentali per la conservazione e trasmissione, ossia, di nuovo, in una parola la trascrizione della nostra memoria culturale, per molti aspetti inseparabile dai suoi supporti materiali originali.

Ovviamente, ciò che dico ha anche una macroscopica dimensione istituzionale. Le nostre università devono preparare una nuova generazione di studiosi e docenti che siano sempre più in grado di affrontare e gestire questo complesso compito di trascrizione. In questo processo, la natura stessa della ricerca umanistica è destinata ad evolvere. Il che ci porta direttamente alla domanda se una disciplina o specializzazione autonoma e indipendente, chiamata “informatica umanistica” o “humanities computing” ecc., sia sufficientemente accetta e formata da essere finalmente istituzionalizzata. A questo proposito va notato che esistono i presupposti per opinioni ancora più radicali che sostengono che poiché siamo di fronte a una trasformazione dell’intera infrastruttura del sistema educativo, a tutti i livelli, parte di una nuova ecologia ed economia della produzione, archiviazione e disseminazione della conoscenza, si impone la necessità di una più radicale e complessiva rieducazione e formazione, a partire dalle basi e fino ai più alti livelli. Da questo punto di vista l’informatica umanistica o l’humanities computing non possono essere semplicemente considerati allora una specializzazione tra le altre ma devono disseminarsi e pervadere tutti gli ambiti disciplinari, e tutti i livelli dell’istruzione.

Può essere utile risalire a quella distinzione tra humanities computing e humanities computer science menzionata da Manfred Thaller nell’illustrare il curriculum di Informatica Umanistica attivato a Colonia qualche anno fa (riprendo questa citazione dalla rassegna sul dibattito internazionale pubblicata da Domenico Fiormonte nel numero di Testo e Senso dedicato alla memoria di Giuseppe Gigliozzi):

“Mentre il concetto di Humanities Computing – scrive Thaller – solitamente assume che le discipline umanistiche applicano principalmente strumenti e occasionalmente concetti sviluppati da altri, il modello di Colonia assume che l’informazione istanziata nelle discipline umanistiche possiede delle proprietà specifiche…Questa definizione non riduce ma anzi, al contrario, stabilisce i presupposti per una branca speciale dell’Humanities computer science.”

E’ chiaro che questa questione non può essere ridotta ad un dibattito sui programmi universitari. E tuttavia i programmi universitari sono al centro di questo dibattito, sia qui negli Stati Uniti che in Europa, un dibattito ancora in gran parte imperniato su retrograde vedute conflittuali della vecchia divisione tra le arti del trivio e del quadrivio. Gli effetti si estendono ben al di là dei campus universitari, esattamente come l’elitaria rivoluzione intellettuale degli umanisti, nel XIV e XV secolo, ebbe ripercussioni che andarono ben oltre la riorganizzazione del sapere nelle università, per secoli a venire. Naturalmente, secoli di fondamentali mutamenti (ciò che di solito abbreviamo con il termine Modernità), primo fra tutti lo sviluppo della scienza e della tecnologia, hanno complicato alquanto il quadro. E tuttavia, secondo statistiche correnti, oggi negli Stati Uniti, per molti aspetti il paese di punta dello sviluppo scientifico e tecnologico mondiale (per quanto ancora non è dato sapere, visti i segni di crisi che si avvertono) le arti liberali e il diritto sono tuttora al centro della formazione del personale governativo e della finanza di Wall Street, mentre l’ingegneria e per certi aspetti anche le scienze (e senza dubbio vi si potrebbe aggiungere il settore militare del complesso militar-industriale) annoverano un numero di gran lunga maggiore di meno abbienti ed immigrati (circa il 40% degli ingegneri e informatici negli Stati Uniti sono nati altrove). Si può considerare l’alfabetismo informatico (o l’e-literacy, come lo chiamò Nancy Kaplan in un saggio di alcuni anni fa) semplicemente un’arte liberale, che abbraccia il vecchio trivium, in contrapposizione alla numeracy (alfabetismo numerico) che rimane il requisito fondamentale del quadrivium? O sono piuttosto le arti liberali del futuro (del presente) necessariamente il risultato di una creativa combinazione e ibridazione delle arti e delle scienze, inclusa quella “scienza” di secondo grado che è l’informatica umanistica (al di là delle divisioni “continentali”)? Parole, numeri e immagini sembrano in effetti ricombinarsi in un nuovo “linguaggio” o un nuovo “codice” complesso i cui modelli portanti devono (almeno per le discipline umanistiche) ancora essere elaborati.

La combinazione “creativa” di arte e scienza sembra in effetti essere la tendenza predominante almeno negli Stati Uniti: nuovi programmi in studi digitali fioriscono all’intersezione delle arti visive e delle scienze umane e, per citare un recente rapporto di un gruppo di studiosi per il Consiglio Nazionale delle Ricerche americano, intitolato Oltre la produttività: informazione, tecnologia, innovazione e creatività (2003) una nuova e potente alleanza forgiata dall’uso del computer nelle arti e nel design ha portato alla formazione di una nuova area disciplinare, sintetizzata nell’acronimo ITCP, Tecnologia dell’Informazione e Pratiche Creative. (Ne abbiamo un esempio localmente in una recentissima iniziativa di collaborazione istituzionale tra la Brown University e la Rhode Island School of Design).

Come osserva un recensore del rapporto: “Una interessante sezione di questo rapporto delinea la differenza tra pensiero e attività interdisciplinari e transdisciplinari. Secondo gli autori del rapporto, lavoro interdisciplinare è il termine più appropriato quando un esperto in una disciplina si sforza di integrare le proprie visuali o metodologie con quelle di altre discipline. Il lavoratore transdisciplinare, invece, non si diletta (nel senso del dilettantismo, appunto) con pratiche o tecniche appartenenti ad altri ambiti. Piuttosto, questo praticante sviluppa delle vere e proprie competenze in ognuno degli ambiti disciplinari necessari al compito creativo che si è assegnato.”

Competenze molteplici, transdisciplinari, sembrano in effetti tanto favorite quanto richieste da un uso creativo del computer e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione - e ciò non significa soltanto essere in grado di usare uno dei tanti strumenti multi-funzionali che ci sono messi a disposizione dai produttori di software e dai nostri amministratori. Se il tipo ideale dell’uomo (o della donna) rinascimentale, Leon Battista Alberti o Leonardo, tanto per intenderci, sembra allignare ancora dietro certe iper-individualistiche utopie educative contemporanee (magari contaminato con l’immagine di un cyborg), un altro modello (e parola d’ordine) emerge a contestare con forza tradizionali divisioni del lavoro accademico: collaborazione.

Collaborazione di discenti in classe e di ricercatori nel nuovo spazio, scrittoio e laboratorio, che è il nostro studiolo virtuale. Il controllo e lo sfruttamento intelligente degli strumenti che noi stessi produciamo richiede uno sforzo collettivo che superi l’individualismo a base competitiva tradizionalmente radicato nella società capitalistica. Questo, ovviamente, vale anche per quell’area apparentemente disinteressata dell’attività umana che è l’attività di ricerca. Una nuova etica della produzione di conoscenza che sia all’altezza dei nostri nuovi strumenti deve imporsi e permeare le nostre istituzioni formative ed educative. Ma non può trattarsi di un nuovo taylorismo: l’imperativo categorico rimane quello della formazione di un individuo (e soggetto di diritti) arricchito non dimidiato o frammentato nelle sue capacità e nemmeno ridotto a un semplice insetto in uno “sciame dell’intelligenza.”

Una cosa è certa. Noi umanisti dobbiamo necessariamente moltiplicarci per sopravvivere. E sviluppare molteplici personalità non è necessariamente un male, per noi. Ma le specifiche competenze richieste dal complesso e molteplice compito di trascrizione di cui parlavo all’inizio devono essere altrettanto salvaguardate e questo implica un certo grado di pensiero tecnologicamente creativo, i cui modelli devono rimanere tuttavia radicati nella tradizione umanistica. Questo difficile equilibrio è al cuore della rivoluzione o riforma intellettuale che è all’ordine del giorno oggi. E sono certo che molti esempi e suggerimenti concreti ci verranno dalle presentazioni di oggi e domani. In conclusione, credo che proprio questo sia il vero obiettivo di questo nostro incontro: mettere in pratica forme inedite di ricerca e apprendimento collaborativo. E mantenere e sostenere l’entusiasmo intellettuale che questo richiede, al cuore delle nostre attività.

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