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Informatica:

All’origine della humanities computer science [1]



(Willard McCarty, A rough intellectual map for humanities computing[2])

Is humanities computing a discipline?[3]. Questa è la suggestiva domanda con la quale ci sembra interessante riprendere la discussione che riguarda l’adesione a metodi, modelli, formalismi e strumenti concettuali che provengono dall’universo della scienza dell’informazione da parte di sempre più numerosi settori disciplinari di area umanistica (dalla critica testuale alla critica letteraria, dalla biblioteconomia all’archivistica, dalla paleografia alla codicologia, dalla storia alla filosofia, dalla linguistica alle scienze della comunicazione).

È sembrato doveroso esprimere un parere in merito dal momento che, in seguito alla tentata abolizione della laurea specialistica da parte del ministro Moratti, è seguita una petizione firmata da centotrenta studiosi di discipline 'tradizionali' in difesa dell’Informatica Umanistica [4]. Per questa ragione si è aperto un forum di discussione [5] e si è dedicato il primo numero della rivista al problema del riconoscimento della disciplina che, secondo i desiderata di uno fra i più autorevoli sostenitori della scienza, Tito Orlandi, prende il nome di 'Informatica umanistica' [6] (d'ora in poi IU).

A riaprire il dibattito giunge adesso un intervento di Edoardo Ferrarini, che, alla luce del nuovo DM del 18.3.2005, ripercorre brevemente la storia della IU e fa il punto della situazione, per fornire, fra le altre cose, una veste disciplinare al settore, o meglio per chiarire che cosa l’autore intenda per IU. Operazione necessaria a focalizzare cosa possa essere annoverato fra i 'compiti' dell’IU, differenziandolo dalla semplice alfabetizzazione informatica, quali siano le metodologie e gli strumenti di cui la disciplina si dota, come si collochi l’IU a livello di settore scientifico o come si collochino - a parere di Ferrarini - le diverse “informatiche umanistiche disciplinari"[7].

Solo poche note per introdurre di nuovo l’argomento in questione. Non si può non rilevare che un numero sempre più consistente di realizzazioni informatiche è il risultato della ricerca di studiosi che tradizionalmente si occupano di scienze umane, che sempre più numerosi sono i tentativi di definire modelli concettuali per oggetti umanistici e che il ricorso a pratiche automatiche, ma anche il riconoscimento di teorie computazionali nel trattamento di dati testuali, trova una forte connotazione in senso applicativo [8].

Il rapporto fra informatica e discipline umanistiche sembra insomma aver acquisito una specifica dimensione operativa. Ogni disciplina di area umanistica, che potremmo definire tradizionale, ha sviluppato differenti strategie computazionali, in forma direttamente proporzionale alle esigenze del settore di competenza (la linguistica, la storia, la biblioteconomia, la letteratura, la codicologia, etc.), ma quasi tutte le discipline condividono metodologie formali nella gestione automatica dei dati (come ad esempio lo sviluppo di basi di dati o il ricorso a linguaggi di codifica) e concordano su di un uso non esclusivamente strumentale delle tecnologie [9].

Una serie di comuni metodologie informatiche percorre cioè trasversalmente le discipline umanistiche 'tradizionali' e costituisce una base di riflessione sulle tipologie di intervento automatico che riguardano le operazioni legate allo studio e alla conservazione delle fonti, alle modalità della sua manipolazione e alle forme della sua distribuzione. Ma tale 'trasversalità' coinvolge la nozione dell’interdisciplinarietà: le competenze che è necessario mettere in campo, all’atto dell’impiego di tecnologie informatiche e telematiche, richiedono necessariamente una solida conoscenza dei settori scientifico-disciplinari coinvolti.

Se guardiamo ai progetti in potenza e a quelli già fruibili, ai centri specializzati nell’applicazione delle nuove tecnologie [10], ai prodotti digitali di ambito umanistico (come banche dati testuali, concordanze e sistemi di analisi del testo, archivi di immagini digitali di fonti primarie, edizioni critiche in formato ipertestuale) [11], ai corsi di IU attivati presso gli Atenei (singoli insegnamenti e corsi di laurea, master, dottorati, etc.) [12], e ancora alle riviste [13] e alle numerose pubblicazioni scientifiche in materia, è immediatamente chiaro che un'autonoma dimensione disciplinare è pienamente giustificabile.

Certo non sempre i risultati raggiunti da singoli o da centri di ricerca attestano la piena consapevolezza - che si reputa necessaria - del senso dell’adesione all’informatica come scienza dell’informazione; non rari sono i casi di prodotti informatici che sono solo il risultato di un trasferimento di media, vale a dire di un uso squisitamente strumentale della macchina. Diventa allora ancora impellente chiarire il senso di un connubio troppo spesso o frainteso o non condiviso.

Sono le potenzialità della testualità elettronica, dell'interattività, delle forme della descrizione uniforme, dell’integrazione multimediale a dover essere oggetto di riflessione e a costituire il nucleo fondante di ogni applicazione orientata alla creazione di oggetti digitali distribuiti. Ma è soprattutto la necessità di capire in quale senso l’informatica possa svolgere un ruolo significativo nella riflessione umanistica: algoritmi e strutture di dati, formalismi e linguaggi informatici, modelli e forme di modellazione della conoscenza, settori cioè dell’informatica che possono davvero costituire il valore aggiunto della computabilità umanistica: la humanities computer science.

[1] Sulla distinzione fra “humanities computer science” a “humanities computing” cfr. Computing in Humanities Education: a European Perspective, ed. by K. Smedt et al., Bergen, University of Bergen, HIT-centre, 1999, (URL=http://helmer.hit.uib.no/AcoHum/book/) precisamente nel secondo capitolo: European studies on formal methods in the humanities, pp. 28-34 (URL=http://helmer.hit.uib.no/AcoHum/fm/fm-chapter-final.html).

[2] Consultabile all’indirizzo http://www.kcl.ac.uk/humanities/cch/wlm/essays/encyc/, in cui l’autore, in un “preliminary draft” per The Encyclopedia of Library and Information Science, New York, Dekker, 2003 argomenta sulle metodologie informatiche condivise dalle discipline umanistiche. Il grafico è pubblicato, con alcune modifiche, anche in Augmenting Comprehension. Digital Tools and the History of Ideas, ed. by D. Buzzetti, G. Pancaldi, H. Short (Proceedings of a conference at Bologna, 22-23 September 2002), London, Office for Humanities Communication, 2004, p. 10.

[3] T. Orlandi, Is humanities computing a discipline «Jahrbuch für Computerphilologie», IV (2002), pp. 51-58. Si vedano poi i diversi contributi raccolti in occasione del seminario interdisciplinare tenuto allo IATH (Institute for Advanced Technology in the Humanities dell’università della Virginia) sul tema Is Humanities Computing an Academic Discipline? (http://www.iath.virginia.edu/hcs, ultima visita 13 aprile 2006).

[4] Così riporta il comunicato stampa: “nell'era delle reti e delle nuove tecnologie, letterati, filosofi e umanisti non servono più? Un gruppo di oltre 130 docenti ed esperti di numerose università italiane e straniere è convinto del contrario, e lo ha scritto in una lettera al Ministro Letizia Moratti. Nei mesi scorsi, la stampa aveva attribuito al Ministro qualche perplessità sui nuovi corsi di laurea in informatica umanistica. Dai resoconti dei giornali però l'informatica umanistica usciva ridicolizzata come disciplina - accostata a materie come 'Scienze del fiore e del verde', ecc. Ebbene: secondo i firmatari dell'appello (fra cui Alberto Asor Rosa, Remo Cesarani, Tullio De Mauro, Roberto Vacca, ecc.), nell'era della società dell'informazione c'è un disperato bisogno di editor, bibliotecari, archivisti, filologi, storici, filosofi, linguisti, ecc. che siano in grado di utilizzare in modo innovativo gli strumenti informatici e sappiano riflettere sulle loro caratteristiche e potenzialità. Ciò che le facoltà umanistiche rivendicano è insomma la loro capacità di analizzare, gestire ed elaborare - in maniera certo non esclusiva, ma con un ruolo specifico e rilevante - anche le nuove forme della conoscenza.” Cfr. http://www.griseldaonline.it/informatica/petition/index.htm.

[5] http://www.griseldaonline.it/phpBB/viewforum.php?forum=5&8

[6] I documenti del numero I di Griseldaonline (2002) sono ora accessibili all’indirizzo: http://www.griseldaonline.it/informatica/indice.html.

[7] Il contributo di Ferrarini intende qui riprendere alcune argomentazioni già pubblicate in L’informatica umanistica oggi. Appunti e riflessioni in margine all’XI Convegno di informatica umanistica (Verona, 28 febbraio – 1 marzo 2003), «Orpheus» 24 (2003), pp. 227-256.

[8] Un inventario delle iniziative di informatica umanistica svolte in varie sedi europee è stato curato da Tito Orlandi, ed è ora pubblicato nel purtroppo ormai datato volume: Computing in Humanities Education: a European Perspective, cit. (URL=http://helmer.hit.uib.no/AcoHum/book/) precisamente nel secondo capitolo: European studies on formal methods in the humanities, pp. 13-62 (URL=http://helmer.hit.uib.no/AcoHum/fm/fm-chapter-final.html).

[9] Cfr. sulla questione il contributo di Ciotti all’indirizzo: http://www.griseldaonline.it/informatica/ciotti.htm

[10] Fra gli enti italiani si possono ricordare (senza pretesa di esaustività): Cisadu (Roma), Crilet (Roma), Cribecu (Pisa), ILC del CNR (Pisa); fra quelli esteri molti i centri in America: CETH (Center for Electronic Texts in the Humanities della Rutgers University), IATH (Institute for Advanced Technology in the Humanities dell’Università della Virginia), STG (Scholarly Technology Group della Brown University di Providence); ovviamente poi le associazioni ACH (Association for Computer in the Humanities) e ALLC (Association for Literary and Linguistic Computing).

[11] Un ottimo repertorio in D. Fiormonte, Scrittura e filologia nell’era digitale, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, che dedica una sezione a strumenti (per la critica e l’analisi dei testi) e prodotti (edizioni elettroniche e archivi multimediali) per la filologia digitale, URL=http://www.digitalvariants.org.

[12] Cfr. in particolare il contributo di Tito Orlandi, nel volume: Computing in Humanities Education: a European Perspective, cit. (URL=http://helmer.hit.uib.no/AcoHum/book/) precisamente nel secondo capitolo: European studies on formal methods in the humanities, pp. 16-24 (URL=http://helmer.hit.uib.no/ AcoHum/fm/fm-chapter-final.html)

[13] Come «Literary and Linguistic Computing», «Computers and the Humanities», «Journal of the Association for History and Computing».

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