Cerca su Griselda
Questo sito usa cookie di terze parti. Leggi la nostra Informativa cookies oppure chiudi questo avviso

Indice

Informatica:

Zoom in, zoom out: la paleografia digitale tra sistema interdisciplinare e analisi dettagliate

La paleografia in quanto disciplina che studia l'interpretazione dei segni e prodotti della scrittura ha applicazione principale nella localizzazione e datazione di manoscritti. Compito quest'ultimo particolarmente complesso se si considera la natura dell'oggetto di analisi – di norma un manoscritto antico, sia esso un frammento, un intero codice o anche solo una riga di scrittura su pergamena riciclata lungo il dorso di una rilegatura. Per capire in che modo la tecnologia digitale può essere di supporto alla ricerca paleografica è dunque indispensabile riflettere sulla complessità dell'artefatto culturale oggetto di analisi, identificando possibilmente processi e passaggi critici dell'interpretazione paleografica.


1.1 Risorse integrabili e modelli espliciti


La «paleografia integrale» [1], proprio perché intimamente legata al valore storico-materiale dell'oggetto di indagine, condivide «esperienze e sollecitazioni, intellettuali prima che disciplinari» [2] con altre discipline interessate allo studio del patrimonio culturale scritto. Lo studio paleografico del manoscritto è sì dunque studio della scrittura, ma potenzialmente comprensivo dell'analisi di indizi di varia natura: dalla funzione ed uso del manoscritto in questione alla tradizione testuale, dalla provenienza originaria dell'oggetto alla ricostruzione dei suoi itinerari nel tempo e nello spazio.
Lo strumento o la risorsa digitale – siano essi l'immagine digitale di un manoscritto, un'applicazione per le segmentazione delle lettere, un'edizione in rete, una pubblicazione elettronica di altro tipo – non possono che inserirsi in questo panorama modulare dai confini sfumati. Una risorsa elettronica, per quanto limitata negli scopi, è dunque di utilità alla paleografia se integrabile in un ambiente di potenziale collegamento con risorse complementari, o, in altre parole, se integrabile con altre risorse, riusabile, longeva, documentata – dunque rigorosa nella sua costruzione, ma flessibile perché aperta alla comprensione e alla modifica da parte di chi la usa. Sebbene l'integrazione di risorse digitali [3] sia considerata talvolta in termini superficiali (il collegamento ipertestuale non è di per sé indice di un'integrazione semantica), le esperienze e i progetti di informatica umanistica insegnano il contrario: creare risorse interoperabili richiede cooperazione, competenze nella modellizzazione di domini conoscitivi e tecnologie, consapevolezza degli standard.
Se inoltre, d'accordo con Ginzburg, assumiamo che, tra le altre discipline umanistiche, la paleografia faccia uso di un «paradigma indiziario»:

Ciò che caratterizza questo sapere è la capacità di risalire da dati sperimentali apparentemente trascurabili a una realtà complessa non sperimentabile direttamente. […] la minuziosa ricognizione di una realtà magari infima, per scoprire le tracce di eventi non direttamente esperibili dall'osservatore. […] le operazioni intellettuali implicate – analisi, confronti, classificazioni […] [4]

Difatti la scrittura si presta per sua natura ad essere scomposta in elementi costitutivi, siano essi alfabetici o di altro tipo. Questo continuo costituirsi in sistema linguistico e grafico [5] favorisce un approccio di tipo analitico che resta normalmente inaccessibile patrimonio del singolo studioso, della sua esperienza e capacità intellettiva. L'uso delle tecnologie informatiche a supporto degli studi di tipo umanistico implica la modellizzazione del lavoro interpretativo [6] per poterlo integrare in un sistema computazionale strutturato, contribuendo perciò a rendere esplicito il processo di analisi paleografica nel caso specifico.
L'analisi morfologica della scrittura rientra in un insieme ampio di criteri di studio del singolo manoscritto che ne favoriscano una lettura il più possibile integrale – tra gli altri, l'analisi letteraria e linguistica del contenuto del testo, le considerazioni codicologiche (ovvero lo studio della produzione dell'oggetto manoscritto, dei materiali usati e della loro combinazione), lo studio dei segni abbreviativi e di interpunzione e, in generale, la ricostruzione del contesto storico e interpretativo del manoscritto o gruppo di manoscritti in esame. Alle metodologie di ambito digitale resta dunque la funzione tutt'altro irrilevante non di stravolgere il metodo tradizionale della paleografia, ma piuttosto di esplicitarne i processi che maggiormente si prestano ad analisi dettagliate, volte al minuzioso esame delle caratteristiche individuali della scrittura e di costruire risorse stabili, integrabili nel panorama interdisciplinare dello studio del libro.


2.1 Il dinamismo dell'analisi sinottica


L'esame diretto e comparativo dei manoscritti, la cosiddetta osservazione sinottica hanno un ruolo cruciale nell'analisi paleografica. Anche quando le testimonianze manoscritte di interesse paleografico siano inventariate a dovere [7], le imprese di digitalizzazione, le stesse edizioni digitali e la diffusione di facsimili elettronici [8] non soddisfano i requisiti base dell'analisi sinottica. Benché esse abbiano il merito di facilitare l'accesso alle risorse manoscritte disperse per il pianeta, la qualità delle immagini rese disponibili in rete non permette generalmente uno studio paleografico o codicologico ravvicinato e tanto meno provvede all'esigenza del confronto tra manoscritti distinti.
Inoltre, fare analisi della scrittura significa riconoscerne i dettagli di forma per poterli ricondurre ad un'epoca, uno stile, una scuola, o finanche ad una mano. Per rappresentare la massa di varianti anche all'interno dello stesso stile scrittorio una sorta di astrazione dal 'campione' materiale originale si impone alla vista e quindi al processo interpretativo. Non a caso le pubblicazioni tradizionali di ambito paleografico, siano esse articoli, monografie o cataloghi descritti, oltre a contenere minuziose e verbose descrizioni, sono generalmente corredate da immagini [9], siano esse riproduzioni fotografiche più o meno accurate o illustrazioni di tipo più astratto. Una strategia ampiamente adottata in quest'ultimo caso è quella di rendere esplicite le varianti per mezzo di disegni realizzati a mano, i cosiddetti disegni a imitazione. Allo scopo dunque di generalizzare e diffondere i risultati di un'indagine paleografica, la scrittura in esame viene sottoposta a riduzione, per dar forma ad un prototipo. La tensione tra l'esempio concreto di scrittura individuale e il modello astratto, ideale, normale di riferimento viene così risolta confidando in una rappresentazione visiva parziale, creata ad hoc ai fini di identificare il corpus in questione.

Cet effort constant d'abstraction e de rétention n'est praticable que lorsque l'on veut bien courir le risque quasi-inévitable d'approximations qui n'auraient plus rien de rigoureux ni de scientifique. Il faut objectiver cette structure en la projetant hors du sujet-observateur et en construisant progressivement ce que Gilissen appelle la lettre-type. [10]

Indipendentemente dal fatto che il confronto con l'originale è necessario e spesso insostituibile, la qualità e la resa fotografica non sono dunque gli unici obiettivi da perseguire quando a dover essere supportato è lo stesso processo di interpretazione paleografica. L'immagine statica ad alta risoluzione è sicuramente un requisito fondamentale, ma la manipolazione degli elementi grafici in essa contenuti, il confronto con altri stili e mani scrittorie, il processo di astrazione dall'esempio concreto alla lettera-tipo implicano un uso essenzialmente dinamico dell'immagine [11] che lo strumento digitale può supportare.


2.2 La descrizione delle forme


La scelta del corpus di manoscritti per lo studio paleografico viene effettuata rispettando il principio di una certa unità teorica dei testimoni manoscritti, che di fatto possono rivelarsi assai diversi, per provenienza, data e scrittura. Per individuare le caratteristiche grafiche significanti all'interno del corpus prescelto la nomenclatura usata per descrivere la scrittura assume dunque un'importanza fondamentale. Definire categorie all'interno di un indistinto gruppo di segni è quindi una priorità metodologica che inevitabilmente necessita l'identificazione di una terminologia [12], per quanto creativamente maneggiabile. La «polifonia» di memoria cencettiana dei manoscritti oggetto di studio necessita di essere astratta e ridotta con consistenza e sistematicità ad un unica voce, evitando però la costruzione di contenitori concettuali poco plausibili, di «arbitrary boxes to squeeze facts into» [13]. Eppure non esiste un sistema coerente di riferimento che faccia tesoro della conoscenza pregressa.
Il fatto che non esistano attualmente né una pratica consolidata, né degli standard di codifica [14], indicizzazione, ricerca e confronto su immagini di testi per studi di tipo paleografico, implica che il valore aggiunto di una nomenclatura di riferimento per la descrizione della scrittura in formato elettronico resti sconosciuto, imprevisto, non tangibile e forse anche temuto.


3.1 L'analisi dell'immagine: la morfologia della scrittura


Entrambi i problemi della identificazione di una nomenclatura di riferimento e della creazione di modelli grafici sono legati all'investigazione del testo in qualità di forma, di immagine prima che di sequenza alfabetica o linguistica [15]. Alle tecnologie digitali di supporto alla paleografia spetta dunque il compito di raffinare l'elaborazione grafica e l'analisi automatica dell'immagine del testo [16] e di produrre eventualmente uno schema di codifica della morfologia scrittoria.
Non essendo separabili in elementi discreti come è invece il caso del testo, inteso qui in qualità di stringa di caratteri, le immagini pongono difficoltà non indifferenti all'analisi automatica. Inoltre la scrittura, come ogni attività umana, non è uguale. Nessuna lettera può essere scritta due volte esattamente nello stesso identico modo. Il problema della variabilità complica ulteriormente ogni tentativo di elaborazione automatica di una qualsiasi scrittura umana: si tratta di una concretizzazione di quello che, nella disciplina che studia il riconoscimento automatico delle forme [17], è chiamato problema dell'inconsistenza. Tuttavia, nell'ambito della paleografia, è ben noto che ogni variazione nella scrittura non è casuale, bensì affidata al controllo intelligente dello scriba che, avendo ben presente un modello calligrafico da perseguire, prevede l'aspetto che il testo dovrà assumere, evita le varianti incorrenti, in definitiva mira all'uniformità, così da produrre una versione coerente della grafia che intende realizzare.

[...] la scrittura del copista professionista è sempre disciplinata, dominata, escludendo la fantasia o almeno relegandola in quelli spazi predeterminati, che sono da sempre la fine della riga o la fine della pagina, oppure, nel campo della decorazione, nei margini, con le cosiddette "droleries" [...]. La tendenza di una scrittura comune a disciplinarsi quando entra nel libro o nel documento è costante, quale che sia il sistema grafico, quale che sia lo stile o l'epoca della scrittura. [...] All'epoca del manoscritto una scrittura bella è una scrittura regolare, nella quale non si possono vedere tante differenze fra le diverse realizzazioni grafiche della stessa lettera. [18]

La scelta della singola lettera – o legatura – come base per la generazione automatica di modelli grafici è dunque plausibile.
Oggetto dell'analisi paleografica classica sono, come è noto, forma, modulo, ductus, angolo di scrittura [19], tratteggio, legature, nessi e quante altre caratteristiche grafiche possano contribuire alla definizione di una tipologia scrittoria. Ad uno strumento di paleografia digitale, quale per esempio l'applicazione pisana sperimentata dall'autore e altrove descritta [20], si richiede il calcolo di ulteriori fattori relativi alla forma della scrittura, parametri morfologici che possono essere direttamente registrati sulla rappresentazione digitale. Lo scopo è dunque di arricchire il sistema classico di caratteristiche paleografiche propriamente dette con l'introduzione di elementi computabili quali ulteriori indizi utili alla generazione di ipotesi paleografiche sull'origine geografica e cronologica di manoscritti non datati o di provenienza incerta.

In breve, i passaggi per arrivare alla creazione di modelli grafici della scrittura sono dunque i seguenti:
1. selezione e digitalizzazione ad alta risoluzione dei fogli manoscritti campione in formato non compresso (es. TIFF) per l'archiviazione;
2. elaborazione preliminare di copie dell'immagine digitale se necessario (ovvero procedure di restauro virtuale documentato e non invasivo tramite l'applicazione di filtri immagine);
3. conversione e/o compressione dell'immagine per l'elaborazione automatica (es. JPG, BITMAP);
4. segmentazione dell'immagine della scrittura in elementi discreti (es. singole lettere o in genere altri componenti giudicati rilevanti per l'analisi);
5. generazione di modelli grafici sulla base di un campione di elementi precedentemente segmentati (es. generazione di un modello di lettera a sulla base di esempi di lettere a segmentati per uno specifico stile scrittorio);
6. analisi, confronto e interpretazione dei modelli generati.
Una volta scansite o fotografate, le carte manoscritte assumono un formato digitale: l'oggetto tangibile tridimensionale è ridotto a una rappresentazione numerica dove ogni variazione di tratteggio e intensità d'inchiostro vede assegnatasi una specifica distribuzione di punti immagine, di pixel. Una volta effettuata la segmentazione, la catena scrittoria è soggetta ad un ulteriore processo di riduzione in elementi singoli, che siano lettere, legature o tratti scrittori; da tali occorrenze digitali è possibile derivare dei modelli grafici. Una volta che i modelli sono stati generati e memorizzati, la somiglianza grafica può essere ricavata per ogni combinazione voluta di modelli o di modelli e componenti segmentate (es. lettere) considerate difficilmente classificabili.
In ciascuna delle fasi menzionate il processo di rilevamento dei dati-immagine si combina con il processo decisionale di tipo interpretativo. Difatti, a prescindere dall'attuale mancanza di una pratica diffusa di creazione e analisi di modelli paleografici, per quanto sofisticata sia l'applicazione in uso, ogni fase richiede che lo strumento e la metodologia siano finemente 'sintonizzati' sulla scrittura in esame. Preliminare alla digitalizzazione effettiva sono infatti la scelta accurata di un corpus significativo insieme all'identificazione e documentazione dei criteri di digitalizzazione. La stessa segmentazione dell'immagine in componenti discrete – generalmente in celle contenenti i caratteri – richiede raffinamento e valutazione cicliche a seconda dello stile scrittorio in esame (la segmentazione in lettere di una scrittura libraria posata risulta evidentemente meno laboriosa di una scrittura corsivizzante o legata), delle condizioni dell'immagine d'origine e dell'algoritmo di segmentazione in uso. Allo stesso modo, la generazione dei modelli grafici necessita l'individuazione e l'aggiustamento dei parametri rilevanti.


3.2 Il valore aggiunto


Il valore aggiunto dell'elaborazione computazionale di modelli grafici della scrittura consiste, innanzitutto, nel calcolo di alcune features, vale a dire di alcune caratteristiche quantificabili estraibili dalla morfologia dei componenti della scrittura (es. dalle singole lettere). I modelli digitali, la cui creazione deve comunque essere guidata dall'expertise paleografica, incorporano parametri morfologici espressi in termini quantitativi e permettono, di conseguenza, confronti e misurazioni all'interno del corpus d'interesse. Essi incorporano dunque informazione numerica sulla morfologia di una certa variante scrittoria che non sarebbe altrimenti disponibile.
La diretta conseguenza di tale disponibilità informativa è l'ampliamento del sistema classico di caratteristiche paleografiche basate sull'osservazione e sull'astrazione mentale. La descrizione di qualsiasi caratteristica grafica che possa essere oggetto d'interesse paleografico non ha come unico riferimento i segni tracciati sulla pergamena e l'occhio intellettuale del paleografo, ma può far uso di un'astrazione visibile su schermo, di un prototipo che incorpora numericamente e visivamente le varianti di cui è sintesi.
Se la descrizione risulta dunque arricchita dall'estensione delle possibilità di osservazione del fenomeno scrittorio, essa è allo stesso tempo scoraggiata dallo scostarsi dal riferimento grafico del modello digitale. L'analisi paleografica che ne deriva risulta dunque ancorata alla 'fisicità' del prototipo digitale, forzando la terminologia stessa verso una categorizzazione 'oggettivizzante', verso una nomenclatura coerente basata sui modelli grafici.
Un tale approccio quantitativo di tipo formale-analitico acquista dunque un considerevole potere descrittivo. Oltre al valore puramente rappresentazione dei modelli digitali, la possibilità del confronto numerico tra prototipi in qualità di rappresentazioni quantitative disambigua il metodo comparativo classico, lo precisa e, allo stesso tempo, amplia la potenzialità della comparazione stessa.
Lo studio del corpus senese condotto dall'autore usando l'applicazione SPI ha, per esempio, mostrato come l'ipotesi di partenza di raggruppamento delle varianti della scrittura carolina dell'Italia centrale si sia potuta diversificare in analisi molteplici, tra cui l'identificazione di mani scrittorie o l'associazione di parti di un codice composito a categorie stilistiche distinte. Confronti diversi orientati su ipotesi paleografiche diverse potrebbero permettere di tracciare percorsi narrativi distinti. La relatività della ricerca e il rigore del metodo rimangono dunque i cardini di un unico approccio sinteticamente umanistico e analiticamente informatico. Perché il valore di un tale sistema scrittorio sia ricongiunto al contesto in cui si manifesta, è comunque necessario superare il dettaglio morfologico per ricostruirne il contesto, la materialità storica. Un ciclo a spirale, insomma, che dalla complessità del manoscritto parte per approdare a stadi intermedi di riduzione, di analisi formale, su cui basare un'interpretazione della complessità di partenza.
Una risorsa digitale che non si basasse su un sistema proprietario come SPI e che comprendesse campioni e prototipi della scrittura latina dell'Europa occidentale, includendo la punteggiatura o altri sistemi di segni, amplierebbe certamente la disponibilità attuale di strumenti per la didattica e per la ricerca paleografica, oltre a fornire importanti indizi sulle dinamiche di trasmissione dei testi e sulla circolazione della cultura.

Note:


[1] Cfr. la prefazione dell'autore in L.E. Boyle, Medieval Latin Palaeography: a bibliographical introduction, Toronto, University of Toronto Press, 1984, p. XV.

[2] A. Bartoli Langeli, Ancora su paleografia e storia della scrittura: a proposito di un Convegno Perugino, «Scrittura e Civiltà», 1978, 2, p. 281.

[3] L'integrazione di risorse digitali non riguarda soltanto la paleografia, ma l'informatica umanistica in genere. Il tema dell'integrazione è stato per esempio dibattuto nell'ambito degli studi anglo-sassoni durante la presentazione di H. Short-P. Spence, Beyond the Digital Edition, seminario internazionale DIGIMED (Arezzo, 19-21 gennaio 2006, _blank). Cfr. Digital Philology and Medieval Texts, a c. di F. Stella-A. Ciula, Pisa, Pacini editore, 2006 (in corso di stampa).

[4] C. Ginzburg, Miti, emblemi e spie: morfologia e storia, Torino, Einaudi, 1986, pp. 166-167 (2 ed.). L'associazione del paradigma indiziario con la paleografia si trova anche in A. Petrucci, La scrittura descritta, «Scrittura e Civiltà», 1991, 15, p. 7 e in A. Mastruzzo, Ductus, Corsività, Storia della Scrittura, «Scrittura e Civiltà», 1995, 29, p. 460. Sul metodo paleografico in genere vedi P. Supino Martini, Sul metodo paleografico: formulazione di problemi per una discussione, «Scrittura e Civiltà», 1995, 19.

[5] È interessante notare che la visione della scrittura in termini di elementi compositivi misurabili non è affatto nuova; seppur sotto forma di analisi geometrica pura, si ritrova per esempio nei trattati cinquecenteschi sulle tipologie scrittorie. Cfr. S. Fanti, Theorica et Pratica de modo scribendi fabricandique omnes litterarum species, Venezia, Giovanni Rosso, 1514. Sulla nozione di sistema cfr. R. Barthes, Variations sur l'écriture, trad. it. E a c. di G. Zuccarino, Variazioni sulla Scrittura, Genova, Graphos, 1996, p. 58.

[6] Cfr. W. McCarty, Humanities Computing, Londra, Palgrave, 2005.

[7] A tutt'oggi effettuare una scelta mirata e consapevole che identifichi l'oggetto di investigazione paleografica può costituire di per sé un problema, data la mancanza di cataloghi accurati e ragionati per periodi e zone paleografiche, a stampa ed elettronici. Non a caso, biblioteche che hanno messo a disposizione in rete immagini del proprio patrimonio manoscritto hanno visto aumentare anziché diminuire il numero di visitatori.

[8] Tra le collezioni di facsimili elettronici ad alta risoluzione ricordiamo CEEC-Codices Electronici Ecclesiae Coloniensis (http://www.ceec.uni-koeln.de/, risorsa che offre peraltro la digitalizzazione delle fonti secondarie e un tentativo di misurazione per l'analisi paleografica) e Early Manuscripts at Oxford University (http://image.ox.ac.uk/).

[9] Cfr. l'excursus storico e la bibliografia relativa in A. Petrucci, La scrittura riprodotta, «Scrittura e Civiltà», 1984, 8, pp. 263-267. Per una bibliografia sui limiti della riproduzione quale evidenza secondaria rispetto alla descrizione verbale cfr. G. T. Tanselle, Reproductions and Scholarship, «Studies in Bibliography», 1989, 42, pp. 26-55 e gli accenni in A. Petrucci, La scrittura, cit., p. 14.

[10] A. D'Haenens, Pour une sémiologie paléographique et une histoire de l'écriture, «Scriptorium», 1975, 29, p. 186. Per una sperimentazione pioneristica sulla generazione di lettere-tipo cfr. L. Gilissen, L'expertise des écritures médiévales. Recherche d'une méthode avec application à un manuscrit du XIe siècle: le Lectionnaire de Lobbes, codex Bruxelliensis 18018, Ghent, E. Story-Scientia, 1973.

[11] Le immagini digitali che comunemente si trovano su Internet sono immagini con funzione e aspetto prevalentemente statici: sono salvate e bloccate da qualche parte nella rete, incastonate dentro una cornice di testo. L'uso che gli studiosi fanno delle immagini è invece soprattutto un uso comparativo e attivo che l'ambiente digitale potrebbe supportare in modo più creativo. Alcuni progetti, non necessariamente di scopo paleografico, come DIAMM-Digital Archive of Medieval Musi (http://www.diamm.ac.uk), non solo forniscono immagini di manoscritti ad alta risoluzione, ma iniziano a prevedere un partecipazione più attiva dell'utente e facilitano la manipolazione e annotazione delle immagini di manoscritti. Cfr. inoltre le edizioni in Electronic Facsimiles and Texts presso http://beowulf.engl.uky.edu/~eft e in special modo il pacchetto software EPPT-Edition Production & Presentation Technology. Interessanti per possibili sviluppi futuri sono le banche dati paleografiche MANCASS C11 Database Project (http://www.arts.manchester.ac.uk/mancass/C11database/) e The Cuneiform Digital Palaeography Project (http://www.cuneiform.net).

[12] Cfr. B. Bischoff-G.I. Lieftinck-G. Battelli, Nomenclatures des écritures livresques du IXe au XVIe siècles, Colloques Internationaux du C.N.R.S., Sciences Humaines, 4, Parigi, 1954. La questione della nomenclatura in paleografia è stata affrontata sotto differenti e spesso inconciliabili prospettive e atteggiamenti; cfr. il dibattito menzionato in J.P. Gumbert, A Proposal for a Cartesian Nomenclature, in Essays presented to G.I. Lieftinck, IV: Miniatures, Scripts, Collections, ed. ID.-M.J.M. De Haan, Amsterdam, A.L. Van Gendt & Co, 1976, pp. 45-52.

[13] ibidem, p. 48.

[14] Per codifica si intende qui la marcatura del testo, per esempio in formato XML (eXtensible Markup Language). Per un'introduzione vedi E. Pierazzo, La codifica dei testi: un'introduzione, Roma, Carocci, 2005. In merito alle linee guida per la codifica di testi di interesse umanistico cfr. il sito TEI (Text Encoding Initiative) presso http://www.tei-c.
org e in specifico TEI P5: Guidelines for Electronic Text Encoding and Interchange, ed. C.M. Sperberg-McQueen-L. Burnard (http://www.tei-c.org/release/doc/tei-p5-doc/html/). Per una proposta di codifica dei tratti scrittori della corsiva romana antica cfr. M. Terras, Image to Interpretation: An Intelligent System to Aid Historians in Reading the Vindolanda Texts, Oxford, Oxford University Press, 2006 e ID.-P. Robertson, Downs and Acrosses: Textual Markup on a Stroke Level, «Literary and Linguistic Computing», XIX, 2004, 3, pp. 397-414.

[15] Per un'introduzione all'informatica umanistica basata sull'immagine cfr. M.G. Kirschembaum, Editor's introduction: Image-based Humanities Computing, «Computers and the Humanities», XXXVI, 2002, 1, pp. 3-6.

[16] Per un esempio di documentazione sull'elaborazione dell'immagine ad alto livello cfr. i lavori sul palinsesto di Archimede presso http://www.archimedespalimpsest.org/.

[17] Per un'introduzione al tema cfr. Handbook of character recognition and document image analysis, ed. H. Bunke-M.S.P. Wang, Singapore, World Scientific Publishing Company, 1997. .

[18] L. Holtz, Scrittura di copista, scrittura personale, in Modi di Scrivere. Tecnologie e pratiche della scrittura dal manoscritto al CD-ROM. «Atti del Convegno di studio della Fondazione Ezio Franceschini e della Fondazione IBM Italia (Certosa del Galluzzo, Firenze, ottobre 1996)», a c. di C. Leonardi-M. Morelli-F. Santi, Firenze-Spoleto, Fondazione Ezio Franceschini-Centro italiano di studi sull'alto medioevo, 1997, p. 22 e pp. 25-26.

[19] Per una verifica rigorosa del rapporto modulare e della validità statistica di tale misurazione cfr. E. Ornato, Statistique et Paléographie: peut-on utiliser le rapport modulaire dans l'expertise des écritures médiévales?, «Scriptorium», 1975, 29, pp. 198-234. Per un'analisi storica del termine "angolo di scrittura" e della dubbia funzionalità analitica cfr. M. Palma, Per una verifica del principio dell'angolo di scrittura, «Scrittura e Civiltà», 1978, 2, pp. 263-273.

[20] Cfr. A. Ciula, Modelli digitali di scrittura carolina, «Gazette du livre médiéval», 2004, 45 (automne), pp. 27-38 e ID., Digital palaeography: using the digital representation of medieval script to support palaeographic analysis, «Digital Medievalist», 1, 2005 (http://www.digitalmedievalist.org/article.cfm?RecID=2).
L'applicazione di SPI-Software for Palaeographic Inspections sul corpus di manoscritti senesi è consistita in breve nella produzione di descrizioni dettagliate relative alle caratteristiche morfologiche di singole lettere segmentate. I modelli digitali ottenuti mediante la sperimentazione hanno reso possibile la classificazione delle scritture caroline in esame in gruppi di varianti grafiche. L'identificazione di sottili dissomiglianze e affinità ha permesso di costruire una trama di evoluzione paleografica che comprendesse analisi contestuali di altra natura, quali studi codicologici e esame della decorazione.
Alma Mater Studiorum
Dipartimento di Filologia Classica E Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna
Via Zamboni 32 - 40126 Bologna - Cod.Fiscale: 80007013376 P.Iva: 01131710376 - © 2012
CREDITS: MEDIAVISION