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Segue
Gino Roncaglia
Informatica umanistica:
le ragioni di una disciplina
2. Lo status teorico
della disciplina
Su natura, oggetto,
metodologie dell'informatica umanistica,
nonostante le difficoltà sopra
ricordate, esiste ormai una letteratura
abbastanza ampia. Una letteratura che
deve moltissimo al lavoro pionieristico
di molti fra i primi 'esploratori' di
quest'ambito disciplinare. In Italia dello
status teorico e della collocazione istituzionale
dell'informatica umanistica si è
occupato in particolare Tito Orlandi,
in numerosi articoli e interventi[1];
ma spunti e riflessioni di grande interesse
sono venuti anche, in sedi talvolta 'formali'
(articoli o convegni) e talvolta informali
(discussioni attraverso mailing list,
tavole rotonde ecc.[2]), da Guido Abbattista,
Padre Roberto Busa S.J., Dino Buzzetti,
Fabio Ciotti, Domenico Fiormonte, Giuseppe
Gigliozzi, Maurizio Lana, Massimo Parodi,
Antonio Zampolli, Andrea Zorzi e molti
altri: su alcuni di questi interventi,
orientati ovviamente spesso in direzioni
fra loro diverse, avremo occasione di
soffermarci in seguito. Solo raramente
(e soprattutto grazie ad Orlandi) la discussione
ha tuttavia assunto un carattere esplicitamente
fondazionale; ancor meno - i due elementi
sono forse collegati? - è riuscita
a far breccia all'esterno della ristretta
comunità degli 'addetti ai lavori'.
Così come limitata agli addetti
ai lavori sembra essere la consapevolezza
del fatto che il dibattito italiano sull'informatica
umanistica non è fenomeno locale
e di bassa cucina accademica, legato all'assegnazione
di qualche cattedra o prebenda, ma è
parte integrante del più vasto
dibattito internazionale sullo status
della disciplina spesso designata con
le etichette anglosassoni di Humanities
Computing o Computers and the Humanities[3]. Un dibattito che, come si
ricorda in un recente documento in difesa
della dignità accademica e disciplinare
dell'informatica umanistica sul quale
pure avremo occasione di tornare[4],
ha prodotto negli ultimi decenni un cospicuo
patrimonio di studi specialistici (ricordiamo
fra gli altri i nomi di Willard McCarty,
Manfred Thaller, Espen Aarseth, Lou Burnard,
Susan Hockey, Jean_claude Gardin, Jan
Christoph Meister, John Lavagnino, John
Nerbonne, Geoffrey Rockwell, Harold Short,
Roland Sussex)[5], e una letteratura
periodica ormai affermata, con testate
come "Literary and Linguistic Computing",
"Computing and Humanities", "Journal of
the Association for History and Computing".
E tuttavia, pur se su scala diversa, anche
il dibattito internazionale - soprattutto
quando tocca direttamente il problema
dello status disciplinare dell'informatica
umanistica - sembra spesso soffrire di
una certa difficoltà di comunicazione
verso l'esterno, e in particolare verso
le due vastissime comunità che
sarebbe più importante coinvolgere:
quella degli studiosi di scienze umane
che tendono a (o credono di) utilizzare
il computer come mero ausilio strumentale
e poco si preoccupano delle conseguenze
teoriche e delle potenzialità di
tale uso, e quella degli informatici.
Non sarà, ancora una volta e almeno
in parte, conseguenza della mancanza di
un effettivo e visibile consenso (teorico[6] ma anche pratico,
costruito dunque anche attraverso manuali
di larga diffusione, curricula di insegnamento
ragionevolmente uniformi, ecc.) su temi
e metodologie che dovrebbero caratterizzare
la nuova disciplina[7]?
Lou Burnard, nel
sostenere la tesi (volutamente provocatoria
e a mio avviso non condivisibile) secondo
cui "una cosa come l'«informatica
umanistica» non esiste", propone
un'osservazione sulla quale ritengo dovremmo
riflettere: "trovo degna di nota la frequenza
con cui essa [l'informatica umanistica]
si definisce in negativo, come qualcosa
di diverso da un'infinità di altre
cose che essa potrebbe, presumibilmente,
essere"[8]. Non penso si tratti di un caso: la ricerca di una
definizione 'per distinctiones' rappresenta
infatti una tendenza sin troppo naturale
- forse addirittura necessaria - per una
disciplina che, come si è accennato,
è nata e si è sviluppata
in primo luogo 'sul campo' e in un contesto
in rapidissima evoluzione, anziché
attraverso un'esplicita e matura riflessione
teorica. Non v'è dubbio, d'altro
canto, che il tentativo di delimitare
i confini dell'ambito di indagine proprio
dell'informatica umanistica possa essere
coronato da successo solo se accompagnato
dallo sforzo di individuarne - in positivo
- le specificità tematiche e metodologiche.
Credo che per chiarire in maniera soddisfacente
(il che significa anche: suscettibile
di accoglimento al di fuori della
comunità degli addetti ai lavori)
cosa sia l'informatica umanistica occorra
affrontare almeno cinque compiti, fra
loro strettamente interrelati:
- delimitarne il
campo di indagine, distinguendo l'informatica
umanistica da settori, discipline, indirizzi
didattici e di ricerca contigui (o percepiti,
magari erroneamente, come contigui);
- individuarne in
positivo i nuclei tematici fondamentali:
quali sono gli argomenti al centro dell'interesse
dell'informatica umanistica, sia dal
punto di vista della ricerca, sia da
quello della didattica?
- individuarne la
specificità metodologica. Il
che significa, fra l'altro, individuare
la ragione per la quale le tematiche
e gli indirizzi di ricerca che si ritengano
propri dell'informatica umanistica non
costituiscano un semplice aggregato
di 'nuovi saperi' raccolti in maniera
accidentale, per il solo fatto di riguardare
in maniera diretta o indiretta l'uso
di applicazioni informatiche nell'ambito
delle scienze umane, ma un insieme organico
dotato di dignità disciplinare;
- chiarire quale
debba essere il rapporto fra la disciplina
così individuata e le altre discipline
di ambito umanistico, supposto - come
sembra naturale fare - che queste ultime
debbano in qualche modo utilizzare (e
spesso sviluppare in direzioni specifiche)
strumenti concettuali e di lavoro elaborati
o studiati dall'informatica umanistica;
- individuare le
forme organizzative e gli strumenti
migliori per promuovere lo sviluppo
della ricerca e della didattica della
disciplina. Questo richiede, in particolare,
che sia affrontato il problema del riconoscimento
accademico dell'informatica umanistica,
che siano discussi e individuati curricula
di insegnamento ragionevolmente uniformi,
che venga sviluppata una letteratura
manualistica e divulgativa di buona
qualità e di larga diffusione.
3. Alcune considerazioni
'in negativo'
L'ordine nel quale
questi compiti sono stati qui elencati
non corrisponde al loro rilievo teorico
o alla loro connessione logica, ma piuttosto
a considerazioni pragmatiche. Ovviamente,
la delimitazione del campo di indagine
proprio dell'informatica umanistica -
per essere fondata - deve essere conseguenza
e non premessa dell'individuazione delle
specificità tematiche e metodologiche
della disciplina. E tuttavia, dal punto
di vista operativo, piantare subito alcuni
paletti di confine può aiutare
- nello sforzo di comprendere in positivo
cosa sia l'informatica umanistica e quali
ne siano i metodi - a concentrarsi su
un ambito di lavoro più specifico
ed omogeneo.
In occasione di un
incontro dedicato nel novembre 2000 a
questi temi dall'università di
Trieste per iniziativa di Guido Abbattista,
avevo provato ad affrontare - sia sulla
scorta della mia esperienza didattica
sia su quella, ben più importante,
delle osservazioni e indicazioni già
disponibili in letteratura - proprio questo
compito. Il primo paletto che può
essere utile piantare riguarda il fatto
che l'informatica umanistica e il suo
insegnamento in abito universitario non
possono identificarsi con la mera 'informatizzazione
di base' degli studenti delle facoltà
umanistiche. Si tratta del resto di una
osservazione già avanzata nel citato
rapporto del 1999 prodotto dal progetto
Socrates Advanced Computing in the
Humanities[9]. Condivido dunque
le parole con le quali Guido Abbattista
introduceva l'incontro triestino: "l'area
dell'informatica umanistica (…)
deve essere accuratamente distinta dall'informatica
di base. La cosiddetta informatizzazione
di base esula dai nostri interessi, che
riguardano piuttosto l'individuazione
di specifiche applicazioni metodologicamente
rilevanti nei diversi campi disciplinari"[10]. Ovviamente, questo
nulla toglie alla necessità dell'informatizzazione
di base, che deve articolarsi in almeno
due direzioni (o meglio, deve tener presenti
almeno due dimensioni): quella della competenza
pratica nell'uso dei principali sistemi
operativi e delle più diffuse tipologie
di programmi applicativi (con un'ovvia
e particolare attenzione verso i programmi
orientati alla produzione e gestione di
testi e basi di dati e all'uso degli strumenti
di rete), e quella della conoscenza delle
basi teoriche fondamentali della rivoluzione
informatica e telematica (a partire dai
concetti di informazione in formato digitale,
di codifica e di algoritmo, dalle componenti
principali dell'architettura di un computer,
dai fondamenti della comunicazione telematica,
dalle principali tipologie di rete, dalle
caratteristiche e funzionalità
di Internet[11]).
Ma queste competenze - che fanno o dovrebbero
fare ormai parte della formazione di base
di qualunque cittadino consapevole - saranno
sempre più spesso fornite dall'istruzione
scolastica[12], nonché,
essendo il computer strumento ormai diffusissimo
in mille aspetti della vita quotidiana
dei giovani (a cominciare dai giochi),
anche da naturali processi di autoapprendimento
individuale. L'istruzione universitaria
dovrà certo richiamarle, integrarle
e approfondirle; soprattutto, dovrà
collegarle operativamente alle necessità
specifiche dei vari indirizzi di insegnamento.
Ma la specificità disciplinare
dell'informatica umanistica risiede, credo,
altrove.
C'è un secondo
- e assai rilevante - settore di ricerca
che viene talvolta[13]
ricordato come punto di convergenza fra
informatica e discipline umanistiche (ma
in questo caso più che alle discipline
umanistiche nel loro complesso il riferimento
è in primo luogo al campo logico-filosofico):
la riflessione sui fondamenti teorici
dell'informatica. Non vi è dubbio
che tale riflessione sia nata, e si sia
in parte sviluppata, in ambito logico-filosofico.
Così come non vi è dubbio
che molte considerazioni legate alla natura
della comunicazione e allo sviluppo di
modelli dei fenomeni comunicativi, o al
concetto di informazione, abbiano avuto
un ruolo importante nell'orientare e indirizzare
lo sviluppo dell'informatica, soprattutto
nelle prime fasi della storia di questa
disciplina. E tuttavia tenderei a non
considerare il campo dei fondamenti dell'informatica
come principale e precipuo interesse dell'informatica
umanistica: come ha giustamente osservato
al riguardo Dino Buzzetti, "la riflessione
sui fondamenti teorici dell'informatica
(…) riguarda piuttosto la filosofia,
o l'informatica, o entrambe"[14]. In altri termini,
nonostante la sua estrema rilevanza teorica,
questa riflessione non mette di per sé
in discussione gli strumenti, i metodi
e le pratiche di lavoro dello studioso
di scienze umane.
Un terzo ambito che
pure sarà seguito con estremo interesse
dallo specialista di informatica umanistica,
ma che credo faccia parte solo parzialmente
della sfera di diretta pertinenza della
disciplina[15],
è rappresentato dall'insieme di
tematiche che potremmo provare a raggruppare
sotto l'etichetta di 'authoring multimediale'.
Argomenti come lo sviluppo di siti web
e di prodotti multimediali, i relativi
criteri di usabilità e accessibilità,
le caratteristiche degli strumenti software
di gestione e sviluppo disponibili, hanno
certo un preciso rilievo anche teorico,
e sono collegati a complessi problemi
di psicologia e ingegneria della conoscenza:
problemi che l'esperto di informatica
umanistica non dovrà ignorare,
e alla cui soluzione potrà spesso
contribuire. Ma a mio avviso l'informatica
umanistica dovrà occuparsi a pieno
titolo di queste tematiche solo quando
e nella misura in cui esse si applichino
a informazioni di diretto interesse per
lo studioso di discipline umanistiche.
Progettare l'interfaccia per un sito di
commercio elettronico, e interrogarsi
sulla sua usabilità, è dunque
compito certo dotato anche di una propria
e precipua dimensione teorica, ma esterno
agli interessi diretti di chi si occupa
di informatica umanistica. Mentre costui
potrà e dovrà porsi, a pieno
titolo, problemi per certi versi analoghi
di interfaccia e usabilità nella
progettazione - ad esempio - di una biblioteca
digitale, di una edizione elettronica,
di una rivista in rete. E' dunque auspicabile
che un curriculum di studi di informatica
umanistica possa prevedere anche insegnamenti
relativi all'authoring multimediale e
alla progettazione delle interfacce. Insegnamenti
che tuttavia faranno in primo luogo riferimento
a principi e riflessioni generali sviluppati
nel contesto degli studi di teoria e scienze
della comunicazione. Ma per l'informatica
umanistica tali insegnamenti ausiliari
risulteranno rilevanti nella misura in
cui saranno utilizzati in maniera mirata,
applicandoli ai dati e alle tipologie
di informazione per essa rilevanti.
In quarto luogo,
anche se il compito non è sempre
facile, credo debba essere distinto dall'informatica
umanistica in senso stretto l'ampio settore
di indagine rappresentato dallo studio
dell'impatto sociale, economico e politico
delle nuove tecnologie dell'informazione
e della comunicazione. Settore che ovviamente
interessa tutti noi, come cittadini chiamati
a comprendere le caratteristiche della
società che ci circonda, a indirizzarne
le scelte, a garantire diritti come quelli
all'accesso e alla libera circolazione
dell'informazione. Ma anche questi temi,
che sono del resto ampiamente presenti
nelle nuove discipline di scienze e sociologia
della comunicazione e nei relativi corsi
di laurea e curricula di studio, interesseranno
direttamente l'informatica umanistica
solo quando e nella misura in cui risulterà
di diretta pertinenza dell'umanista la
particolare tipologia di comunicazione
analizzata. Rientreranno così nella
sfera di interesse dell'informatica umanistica
- come argomenteremo fra breve - temi
come l'evoluzione del libro o della scrittura,
le nuove forme di comunicazione all'interno
della comunità accademica (e in
particolare della comunità umanistica),
i mutamenti negli strumenti e nelle pratiche
didattiche delle proprie discipline;
mentre non vi rientreranno direttamente
temi come i mutamenti introdotti dalle
nuove tecnologie nelle forme della politica,
le caratteristiche della New Economy,
gli aspetti sociologici, psicologici,
pedagogici[16]
di carattere generale legati all'uso delle
nuove tecnologie nella comunicazione interpersonale.
Pagina
stampabile
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NOTE
[1]
La relativa
bibliografia è raccolta nella pagina
http://rmcisadu.
let.
uniroma1.it/
~orlandi/;
dalla stessa pagina è
anche possibile l'accesso diretto al testo di molti fra
gli interventi più significativi. La data di ultima
consultazione di questa e delle altre pagine Web citate
in questo intervento è - ove non diversamente indicato
- il 18 settembre 2002. Come è noto, non esiste
una garanzia assoluta di permanenza nel tempo delle risorse
Web: qualora alcune fra le pagine da noi menzionate risultassero
non più disponibili al momento della consultazione
da parte del lettore, se ne consiglia la ricerca attraverso
il servizio Internet Archive
http://
www.archive.
org/.
[2]
Un rilievo particolare ha qui il singolare ambito
di 'letteratura grigia' costituito dalle proposte
di istituzione di insegnamenti e corsi di laurea
in informatica umanistica, e dalle proposte di
declaratoria per la costituzione di un corrispondente
raggruppamento o settore scientifico-disciplinare.
Per vari e comprensibili motivi non sempre questi
materiali - spesso provvisori e comunque influenzati
anche da considerazioni politico-accademiche e/o
dalla necessità di adattarsi a modelli
o indicazioni esterne - possono essere citati
o richiamati direttamente, ma sarebbe importante
conservarne comunque traccia.
[3]
Con significato in parte simile è stata usata anche
la denominazione Humanistic Informatics (cfr. E.
Aarseth,
From Humanities
Computing to Humanistic Informatics: Creating a Field
of Our Own, intervento al seminario interdisciplinare
Is Humanities Computing a discipline? organizzato
nell'autunno-inverno 1999 dall'Institute for Advanced
Technology in the Humanities (IATH) presso la University
of Virginia; il testo è disponibile in rete all'indirizzo
http://
jefferson.village.
virginia.edu
/hcs/aarseth.html). In ambito tedesco, la denominazione
Computerphilologie, pur designando in senso proprio
"ein Teilbereich des Arbeitsfeldes 'Humanities Computing'"
(cfr. Jan Christoph Meister,"Think Big": Disziplinarität
als wissenschafts - theoretische Benchmark der Computerphilologie,
in Jahrbuch für Computerphilologie - online,
2002, http://
computer
philologie.
uni-muenchen.de/
jg02/
meister2.html), ha portato, soprattutto grazie all'esistenza
della rivista Jahrbuch für Computerphilologie
(http://
computer
philologie.
uni-muenchen.de/
ejournal.html),
a un dibattito sicuramente rilevante per le tematiche
qui affrontate (di Jan Christoph Meister si veda anche,
oltre all'articolo appena citato, Computer Philology:
'Wissenschaft' or 'Hilfswissenschaft'?, presentato
alla conferenza New Directions in Humanities Computing,
ALLC / ACH 2002, University of Tübingen 24 - 28 July,
2002, abstract alla pagina
http://www.uni-tuebingen.de/
cgi-bin
/abs/abs?propid=22
Sullo status della Computerphilologie cfr. anche
Ad fontes! Quellen erfassen - lesen - deuten.
Was ist Computer philologie? Ansatzpunkte und Methodologie
- Instrumente und Praxis, Contributions to the Conference
"Computerphilologie", November 5-8, 1998, Ernst-Moritz-
Arndt- Universität Greifswald, Amsterdam, VU University
Press, 2000). Sulla distinzione fra Humanities Computing
e Humanities Computer Science proposta in Computing
in Humanities Education. A European Perspective,
frutto del Socrates/Erasmus thematic network project
on Advanced Computing in the Humanities, University
of Bergen 1999, http://helmer.hit.
uib.no/
AcoHum/book/ , torneremo in seguito, ma osserviamo
subito che entrambi i settori, come distinti nel par.
2.3.2 del testo appena citato, rientrano nel senso generale
di Humanities Computing prevalente in letteratura.
[5]
Nel seguito faremo riferimento diretto ad alcuni fra questi
interventi; per un quadro bibliografico più generale
rimandiamo ai riferimenti in Tito Orlandi, Is Humanities
Computing a Discipline?, in Jahrbuch für Computer
philologie - online (2002), http://
computer
philologie.
uni-muenchen.de/
jg02/orlandi.html, in particolare note 4-8, e a quelli
in Willard McCarty, Humanities Computing. Preliminary
draft entry for The Enciclopedia of Library and Information
Science, New York, Dekker, 2003 (la versione consultata
è del 4 maggio 2002 ed è disponibile in
rete all'indirizzo http://
www.kcl.ac.uk/
humanities/cch/
wlm/essays/encyc). Alle indicazioni bibliografiche
ricavabili da questi due interventi si possono ora aggiungere
i recentissimi lavori di Christoph Meister citati nella
nota 2, e Domenico Fiormonte, Il dibattito internazionale
sull'informatica umanistica: formazione, tecnologia e
primato delle lingue, in corso di pubblicazione in
Raul Mordenti (ed.), Giuseppe Gigliozzi: la fondazione
dell'informatica applicata al testo letterario, in
Testo & Senso, nn. 4-5 (numero monografico),
2001-2002.
[6]
Cfr. Christoph Meister, "Think Big"…
cit.: "Aber auch die Propagandisten der Computerphilologie
selbst scheinen noch weit davon entfernt, sich
auf eine eindeutige Selbstdefinition zu einigen.
Die Debatte, die unter der Generalüberschrift
»Was ist Computerphilologie?« beziehungsweise
»What is Humanities Computing?« geführt
wird, hält vielmehr ungemindert an."
[7]
Willard McCarty sembra di diverso avviso, e riprende
al riguardo l'opinione formulata da Jonathan Culler
a proposito dell'anglistica: "the considerable
variety in how humanities computing is evidently
conceived is a sign of health rather than decay.
Consensus, he [Culler] notes, is often falsely
supposed to characterise the foundational period
of a discipline, hence the 'myth of foundationalism'
he is at pains to deconstruct. On the contrary:
vigorous disagreement in as wide a conversation
as can be engaged is the goal. Only silence is
to be feared" (Willard McCarty, Humanities
Computing. Preliminary draft entry
cit.). Trovo questa tesi molto suggestiva sul
piano teorico, ma meno convincente su quello pratico:
il riconoscimento di una disciplina - specie se
fortemente innovativa e per qualche verso 'scomoda',
capace di minare almeno in parte i delicati equilibri
accademici esistenti - richiede non solo vivacità
intellettuale e lavoro di ricerca, ma anche capacità
di influire sulle scelte di politica accademica,
sull'assegnazione di cattedre e finanziamenti,
sulla costituzione di scuole e gruppi di lavoro.
E tutto ciò presuppone a sua volta una
'autorità disciplinare', una capacità
di intervento e orientamento, che l'eccessiva
frammentazione e contrapposizione delle varie
posizioni rischia di minare alla base.
[9]
Computing in Humanities Education cit.,
par. 2.3.1 - 2.3.2.
[11]
A scanso di possibili equivoci, vorrei sottolineare
che è soprattutto a queste tematiche -
e dunque ai concetti e agli strumenti di base
della rivoluzione digitale - che Fabio Ciotti
ed io abbiamo dedicato il volume Il mondo digitale
(Laterza, Roma-Bari, 2000). Volume che non voleva
e non vuole quindi in alcun modo proporsi come
un'introduzione all'informatica umanistica, ma
piuttosto come strumento manualistico e divulgativo
nel (diverso) settore dell'alfabetizzazione informatica
di base. In particolare, nostro obiettivo era
quello di affrontare la seconda delle dimensioni
sopra ricordate, fornendo al lettore alcune basi
teoriche e concettuali a nostro avviso trascurate
da molte iniziative di alfabetizzazione informatica,
prevalentemente rivolte alla pura e occasionale
'manualità pratica' nell'uso dei principali
programmi applicativi.
[12]
E' comunque da auspicare un riequilibrio delle
competenze fornite dalla scuola in quest'ambito:
come si è accennato nella nota precedente,
obiettivo prioritario dei vari corsi di 'alfabetizzazione
informatica' forniti nelle scuole di ogni ordine
e grado e in molte iniziative di formazione permanente
sembra essere in molti casi esclusivamente quello
di fornire agli allievi la capacità pratica
di utilizzare un piccolo gruppo di programmi e
sistemi operativi, mentre - purtroppo - un'attenzione
assai minore sembra dedicata alla comprensione
dei principi teorici e delle caratteristiche culturali
e sociali della rivoluzione digitale.
[15]
La mia opinione è dunque su questo punto
diversa da quella di chi, come Espen Aarseth (From
Humanities computing to Humanistic Informatics
cit.), inserisce a pieno titolo fra le principali
aree di ricerca dell'informatica umanistica "understanding
and development of multimedia applications, distributed
multimedia plataforms and network communication,
WWW-programming".
[16]
Anche a questo proposito tenderei dunque a limitare
l'area di interesse dell'informatica umanistica
più di quanto non faccia Espen Aarseth
(From Humanities computing to Humanistic Informatics
cit.), che vi include lo studio di ogni tipologia
di software pedagogico e "the development and
use of network communication for pedagogical purposes,
such as distance learning".
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