La consapevolezza del rilievo che gli strumenti informatici e telematici hanno assunto anche nel mondo della cultura umanistica è ormai - superate le resistenze iniziali - largamente diffusa. Nel corso degli anni '80, la maggior parte degli studiosi di scienze umane guardava al computer con sospetto o con fastidio, dando per scontato che nessuna tecnologia elettronica avrebbe potuto affiancare (e men che mai sostituire!) i propri strumenti tradizionali di lavoro: carta e penna, libro, biblioteca, le preziose schede in cartoncino Bristol… Meno di vent'anni dopo, le stesse persone si muovono ormai con una certa disinvoltura fra word processor, e-mail, CD-ROM e cataloghi on-line.
E tuttavia non ogni resistenza è stata superata. Spesso, le nuove tecnologie vengono sì utilizzate, ma con una sorta di implicita riserva mentale: il computer e la rete sono solo strumenti, ausili pratici per un lavoro che, si tiene a sottolineare, resta comunque fondamentalmente inalterato. L'edizione critica di un testo può essere preparata utilizzando un programma di videoscrittura al posto di carta e penna (o macchina da scrivere), ma l'obiettivo finale è produrre - in maniera magari più comoda - lo stesso volume a stampa che si sarebbe realizzato con metodi più tradizionali. Un articolo - o un'intera rivista - possono essere pubblicati su Web, ma la loro struttura resta quella, tranquillizzante, alla quale ci hanno abituato le riviste cartacee (accompagnata magari da un certo disagio dell'autore per l'esse diminutum che la comunità accademica sembra ancora attribuire alle pubblicazioni elettroniche). Un messaggio veloce può essere affidato alla posta elettronica, ma per una lettera più impegnativa o formale si ricorre comunque alla solidità e sicurezza del supporto cartaceo.
Molte fra le riserve mentali che accompagnano l'uso in ambito umanistico degli strumenti informatici e telematici sono comprensibili. E qualcuna è, credo, anche condivisibile. Ma nella continua riaffermazione del carattere meramente strumentale delle nuove tecnologie, e nel rifiuto di riconoscerne il rilievo metodologico e talvolta addirittura fondazionale, si cela una singolare cecità teorica. Proprio chi ha studiato - e anzi teorizzato - la non neutralità degli strumenti materiali di produzione della cultura rispetto alle forme della cultura stessa, chi ha messo in rilievo la portata dei cambiamenti introdotti dalla rivoluzione Gutenberghiana nelle forme della testualità, sembra oggi in molti casi sorprendentemente insensibile davanti allo studio delle caratteristiche e delle potenzialità della testualità elettronica, dell'interattività, dell'integrazione multimediale. L'interesse, quando si manifesta, è accompagnato da riserve o preoccupazioni più o meno esplicite: i nuovi modi di produzione, organizzazione, diffusione dell'informazione sono visti come fattori di ribaltamento o cancellazione di valori culturali acquisiti, più che come momenti di un cammino culturale non necessariamente lineare ma comunque nel solco di una tradizione consolidata, marcato da problemi ed esigenze largamente costanti e condivise.
Lo status teorico e lo stesso riconoscimento di una disciplina come l'informatica umanistica risentono di questa situazione. Se le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione sono da considerare meri strumenti di lavoro, privi di uno specifico rilievo teorico, qual è il senso di un'espressone come informatica umanistica? Non ci si dovrebbe semmai limitare a parlare di (singole, specifiche, limitate) applicazioni informatiche in campo umanistico? Se invece l'informatica e la telematica sono viste come una minaccia, uno strumento di potenziale sovvertimento per molti fra i valori riconosciuti della cultura umanistica, il termine informatica umanistica non rischia di denotare, se non un ossimoro, una sorta di composto chimico instabile e potenzialmente esplosivo, con il quale sarebbe preferibile non fare troppi esperimenti?
Le due posizioni che abbiamo appena delineato - quella che potremmo definire 'riduzionista' e quella di più radicale ed esplicito rifiuto - sono naturalmente diverse, ma il loro effetto combinato rischia di produrre conseguenze nefaste non solo a livello teorico ma anche sul sistema dell'università e della ricerca. Certo, qualche competenza informatica si dovrà ben dare anche ai laureandi di discipline umanistiche (ed ecco comparire corsi di fondamenti dell'informatica o esercitazioni pratiche spesso modellate sui programmi ECDL - la cosiddetta patente europea del computer). Ma a farlo dovranno essere delle rassicuranti figure 'tecniche', comunque marginali rispetto al corpo docente 'umanista': esercitatori, o docenti di informatica. Certo, molti progetti di ricerca prevedono ormai l'uso di strumenti informatici: dalla realizzazione di banche dati o siti Web all'analisi quantitativa dei testi, dall'uso della posta elettronica per i contatti all'interno della comunità dei ricercatori allo sviluppo di strumenti per la didattica a distanza. Ma l'ideazione, la realizzazione e la gestione di questi strumenti è spesso e volentieri demandata ad 'esperti' esterni: non di rado, aziende informatiche interessate ad ampliare il proprio parco clienti oltre i confini del mondo industriale privato, e naturalmente portate a proporre - con minimi adattamenti - piattaforme e soluzioni sviluppate in ambito aziendale, di norma assolutamente inadatte alle esigenze specifiche della ricerca e della didattica in ambito umanistico.
Dal canto loro gli informatici di professione, depositari della specificità di un sapere informatico considerato unico e non articolabile disciplinarmente, e giustamente poco preoccupati dalla scarsa considerazione (spesso cordialmente ricambiata) loro riservata dal corpo docente delle facoltà umanistiche, si mostrano più che disponibili a tappare questi buchi, che rappresentano comunque sbocchi accademici e occasioni per espandere l'influenza della corporazione. L'apparente 'integrazione dei due saperi' diventa così solo un'occasione - rassicurante tanto per l'informatico quanto per l'umanista - per ribadirne la rispettiva specificità e dunque, a ben vedere, l'irriducibile eterogeneità.
Fortunatamente, esistono anche importanti fattori in grado di impedire questo tipo di involuzione. Da un lato, le applicazioni dell'informatica e della telematica in ambito umanistico sono ormai così numerose e rilevanti, e spesso dotate di così alta specificità tecnica e teorica, da richiedere necessariamente qualcosa di più di una semplice collaborazione strumentale fra i due ambiti disciplinari. E, su un fronte e sull'altro, la consapevolezza di questa realtà comincia a diffondersi. Dall'altro, se una minima 'manualità' informatica costituisce ormai un prerequisito per qualsivoglia sbocco occupazionale, è lo stesso mercato del lavoro a mostrare una decisa preferenza per le figure in grado di integrare questa manualità con la capacità di selezionare e organizzare informazione - capacità da sempre connaturata a una buona formazione umanistica - e con una specifica consapevolezza della natura, delle caratteristiche, delle potenzialità degli strumenti informatici utilizzati a questo fine.
Nonostante la diffidenza presente tanto fra gli informatici quanto fra gli umanisti, l'informatica umanistica tende dunque a crescere e svilupparsi 'sul campo', anche sfruttando il provvidenziale volano rappresentato dalla insopprimibile curiosità pratica e teorica dell'umanista per i propri strumenti di lavoro. Questo tipo di sviluppo, tuttavia, se testimonia i preziosi anticorpi presenti in ogni buon ricercatore per i ruoli troppo rigidi e i confini disciplinari troppo marcati, rende difficile una riflessione consapevole sulla specificità teorica dell'informatica umanistica, sul suo status disciplinare, sulle sue basi metodologiche, sulle forme del suo insegnamento curricolare. Cos'è, dunque, l'informatica umanistica, e quale ruolo dovrebbe avere nel sistema universitario italiano?
Su natura, oggetto, metodologie dell'informatica umanistica, nonostante le difficoltà sopra ricordate, esiste ormai una letteratura abbastanza ampia. Una letteratura che deve moltissimo al lavoro pionieristico di molti fra i primi 'esploratori' di quest'ambito disciplinare. In Italia dello status teorico e della collocazione istituzionale dell'informatica umanistica si è occupato in particolare Tito Orlandi, in numerosi articoli e interventi[1]; ma spunti e riflessioni di grande interesse sono venuti anche, in sedi talvolta 'formali' (articoli o convegni) e talvolta informali (discussioni attraverso mailing list, tavole rotonde ecc.[2]), da Guido Abbattista, Padre Roberto Busa S.J., Dino Buzzetti, Fabio Ciotti, Domenico Fiormonte, Giuseppe Gigliozzi, Maurizio Lana, Massimo Parodi, Antonio Zampolli, Andrea Zorzi e molti altri: su alcuni di questi interventi, orientati ovviamente spesso in direzioni fra loro diverse, avremo occasione di soffermarci in seguito. Solo raramente (e soprattutto grazie ad Orlandi) la discussione ha tuttavia assunto un carattere esplicitamente fondazionale; ancor meno - i due elementi sono forse collegati? - è riuscita a far breccia all'esterno della ristretta comunità degli 'addetti ai lavori'. Così come limitata agli addetti ai lavori sembra essere la consapevolezza del fatto che il dibattito italiano sull'informatica umanistica non è fenomeno locale e di bassa cucina accademica, legato all'assegnazione di qualche cattedra o prebenda, ma è parte integrante del più vasto dibattito internazionale sullo status della disciplina spesso designata con le etichette anglosassoni di Humanities Computing o Computers and the Humanities[3]. Un dibattito che, come si ricorda in un recente documento in difesa della dignità accademica e disciplinare dell'informatica umanistica sul quale pure avremo occasione di tornare[4], ha prodotto negli ultimi decenni un cospicuo patrimonio di studi specialistici (ricordiamo fra gli altri i nomi di Willard McCarty, Manfred Thaller, Espen Aarseth, Lou Burnard, Susan Hockey, Jean_claude Gardin, Jan Christoph Meister, John Lavagnino, John Nerbonne, Geoffrey Rockwell, Harold Short, Roland Sussex)[5], e una letteratura periodica ormai affermata, con testate come "Literary and Linguistic Computing", "Computing and Humanities", "Journal of the Association for History and Computing". E tuttavia, pur se su scala diversa, anche il dibattito internazionale - soprattutto quando tocca direttamente il problema dello status disciplinare dell'informatica umanistica - sembra spesso soffrire di una certa difficoltà di comunicazione verso l'esterno, e in particolare verso le due vastissime comunità che sarebbe più importante coinvolgere: quella degli studiosi di scienze umane che tendono a (o credono di) utilizzare il computer come mero ausilio strumentale e poco si preoccupano delle conseguenze teoriche e delle potenzialità di tale uso, e quella degli informatici. Non sarà, ancora una volta e almeno in parte, conseguenza della mancanza di un effettivo e visibile consenso (teorico[6] ma anche pratico, costruito dunque anche attraverso manuali di larga diffusione, curricula di insegnamento ragionevolmente uniformi, ecc.) su temi e metodologie che dovrebbero caratterizzare la nuova disciplina[7]?
Lou Burnard, nel sostenere la tesi (volutamente provocatoria e a mio avviso non condivisibile) secondo cui "una cosa come l'«informatica umanistica» non esiste", propone un'osservazione sulla quale ritengo dovremmo riflettere: "trovo degna di nota la frequenza con cui essa [l'informatica umanistica] si definisce in negativo, come qualcosa di diverso da un'infinità di altre cose che essa potrebbe, presumibilmente, essere"[8]. Non penso si tratti di un caso: la ricerca di una definizione 'per distinctiones' rappresenta infatti una tendenza sin troppo naturale - forse addirittura necessaria - per una disciplina che, come si è accennato, è nata e si è sviluppata in primo luogo 'sul campo' e in un contesto in rapidissima evoluzione, anziché attraverso un'esplicita e matura riflessione teorica. Non v'è dubbio, d'altro canto, che il tentativo di delimitare i confini dell'ambito di indagine proprio dell'informatica umanistica possa essere coronato da successo solo se accompagnato dallo sforzo di individuarne - in positivo - le specificità tematiche e metodologiche. Credo che per chiarire in maniera soddisfacente (il che significa anche: suscettibile di accoglimento al di fuori della comunità degli addetti ai lavori) cosa sia l'informatica umanistica occorra affrontare almeno cinque compiti, fra loro strettamente interrelati:
L'ordine nel quale questi compiti sono stati qui elencati non corrisponde al loro rilievo teorico o alla loro connessione logica, ma piuttosto a considerazioni pragmatiche. Ovviamente, la delimitazione del campo di indagine proprio dell'informatica umanistica - per essere fondata - deve essere conseguenza e non premessa dell'individuazione delle specificità tematiche e metodologiche della disciplina. E tuttavia, dal punto di vista operativo, piantare subito alcuni paletti di confine può aiutare - nello sforzo di comprendere in positivo cosa sia l'informatica umanistica e quali ne siano i metodi - a concentrarsi su un ambito di lavoro più specifico ed omogeneo.
In occasione di un incontro dedicato nel novembre 2000 a questi temi dall'università di Trieste per iniziativa di Guido Abbattista, avevo provato ad affrontare - sia sulla scorta della mia esperienza didattica sia su quella, ben più importante, delle osservazioni e indicazioni già disponibili in letteratura - proprio questo compito. Il primo paletto che può essere utile piantare riguarda il fatto che l'informatica umanistica e il suo insegnamento in abito universitario non possono identificarsi con la mera 'informatizzazione di base' degli studenti delle facoltà umanistiche. Si tratta del resto di una osservazione già avanzata nel citato rapporto del 1999 prodotto dal progetto Socrates Advanced Computing in the Humanities[9]. Condivido dunque le parole con le quali Guido Abbattista introduceva l'incontro triestino: "l'area dell'informatica umanistica (…) deve essere accuratamente distinta dall'informatica di base. La cosiddetta informatizzazione di base esula dai nostri interessi, che riguardano piuttosto l'individuazione di specifiche applicazioni metodologicamente rilevanti nei diversi campi disciplinari"[10]. Ovviamente, questo nulla toglie alla necessità dell'informatizzazione di base, che deve articolarsi in almeno due direzioni (o meglio, deve tener presenti almeno due dimensioni): quella della competenza pratica nell'uso dei principali sistemi operativi e delle più diffuse tipologie di programmi applicativi (con un'ovvia e particolare attenzione verso i programmi orientati alla produzione e gestione di testi e basi di dati e all'uso degli strumenti di rete), e quella della conoscenza delle basi teoriche fondamentali della rivoluzione informatica e telematica (a partire dai concetti di informazione in formato digitale, di codifica e di algoritmo, dalle componenti principali dell'architettura di un computer, dai fondamenti della comunicazione telematica, dalle principali tipologie di rete, dalle caratteristiche e funzionalità di Internet[11]). Ma queste competenze - che fanno o dovrebbero fare ormai parte della formazione di base di qualunque cittadino consapevole - saranno sempre più spesso fornite dall'istruzione scolastica[12], nonché, essendo il computer strumento ormai diffusissimo in mille aspetti della vita quotidiana dei giovani (a cominciare dai giochi), anche da naturali processi di autoapprendimento individuale. L'istruzione universitaria dovrà certo richiamarle, integrarle e approfondirle; soprattutto, dovrà collegarle operativamente alle necessità specifiche dei vari indirizzi di insegnamento. Ma la specificità disciplinare dell'informatica umanistica risiede, credo, altrove.
C'è un secondo - e assai rilevante - settore di ricerca che viene talvolta[13] ricordato come punto di convergenza fra informatica e discipline umanistiche (ma in questo caso più che alle discipline umanistiche nel loro complesso il riferimento è in primo luogo al campo logico-filosofico): la riflessione sui fondamenti teorici dell'informatica. Non vi è dubbio che tale riflessione sia nata, e si sia in parte sviluppata, in ambito logico-filosofico. Così come non vi è dubbio che molte considerazioni legate alla natura della comunicazione e allo sviluppo di modelli dei fenomeni comunicativi, o al concetto di informazione, abbiano avuto un ruolo importante nell'orientare e indirizzare lo sviluppo dell'informatica, soprattutto nelle prime fasi della storia di questa disciplina. E tuttavia tenderei a non considerare il campo dei fondamenti dell'informatica come principale e precipuo interesse dell'informatica umanistica: come ha giustamente osservato al riguardo Dino Buzzetti, "la riflessione sui fondamenti teorici dell'informatica (…) riguarda piuttosto la filosofia, o l'informatica, o entrambe"[14]. In altri termini, nonostante la sua estrema rilevanza teorica, questa riflessione non mette di per sé in discussione gli strumenti, i metodi e le pratiche di lavoro dello studioso di scienze umane.
Un terzo ambito che pure sarà seguito con estremo interesse dallo specialista di informatica umanistica, ma che credo faccia parte solo parzialmente della sfera di diretta pertinenza della disciplina[15], è rappresentato dall'insieme di tematiche che potremmo provare a raggruppare sotto l'etichetta di 'authoring multimediale'. Argomenti come lo sviluppo di siti web e di prodotti multimediali, i relativi criteri di usabilità e accessibilità, le caratteristiche degli strumenti software di gestione e sviluppo disponibili, hanno certo un preciso rilievo anche teorico, e sono collegati a complessi problemi di psicologia e ingegneria della conoscenza: problemi che l'esperto di informatica umanistica non dovrà ignorare, e alla cui soluzione potrà spesso contribuire. Ma a mio avviso l'informatica umanistica dovrà occuparsi a pieno titolo di queste tematiche solo quando e nella misura in cui esse si applichino a informazioni di diretto interesse per lo studioso di discipline umanistiche. Progettare l'interfaccia per un sito di commercio elettronico, e interrogarsi sulla sua usabilità, è dunque compito certo dotato anche di una propria e precipua dimensione teorica, ma esterno agli interessi diretti di chi si occupa di informatica umanistica. Mentre costui potrà e dovrà porsi, a pieno titolo, problemi per certi versi analoghi di interfaccia e usabilità nella progettazione - ad esempio - di una biblioteca digitale, di una edizione elettronica, di una rivista in rete. E' dunque auspicabile che un curriculum di studi di informatica umanistica possa prevedere anche insegnamenti relativi all'authoring multimediale e alla progettazione delle interfacce. Insegnamenti che tuttavia faranno in primo luogo riferimento a principi e riflessioni generali sviluppati nel contesto degli studi di teoria e scienze della comunicazione. Ma per l'informatica umanistica tali insegnamenti ausiliari risulteranno rilevanti nella misura in cui saranno utilizzati in maniera mirata, applicandoli ai dati e alle tipologie di informazione per essa rilevanti.
In quarto luogo, anche se il compito non è sempre facile, credo debba essere distinto dall'informatica umanistica in senso stretto l'ampio settore di indagine rappresentato dallo studio dell'impatto sociale, economico e politico delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Settore che ovviamente interessa tutti noi, come cittadini chiamati a comprendere le caratteristiche della società che ci circonda, a indirizzarne le scelte, a garantire diritti come quelli all'accesso e alla libera circolazione dell'informazione. Ma anche questi temi, che sono del resto ampiamente presenti nelle nuove discipline di scienze e sociologia della comunicazione e nei relativi corsi di laurea e curricula di studio, interesseranno direttamente l'informatica umanistica solo quando e nella misura in cui risulterà di diretta pertinenza dell'umanista la particolare tipologia di comunicazione analizzata. Rientreranno così nella sfera di interesse dell'informatica umanistica - come argomenteremo fra breve - temi come l'evoluzione del libro o della scrittura, le nuove forme di comunicazione all'interno della comunità accademica (e in particolare della comunità umanistica), i mutamenti negli strumenti e nelle pratiche didattiche delle proprie discipline; mentre non vi rientreranno direttamente temi come i mutamenti introdotti dalle nuove tecnologie nelle forme della politica, le caratteristiche della New Economy, gli aspetti sociologici, psicologici, pedagogici[16] di carattere generale legati all'uso delle nuove tecnologie nella comunicazione interpersonale.
Sappiamo bene che le distinzioni in questi ambiti non sono sempre facili, e i confini risultano spesso incerti e fluttuanti. Anche per questo, è ovviamente necessario passare dalla pura delimitazione 'in negativo' del settore d'indagine alla individuazione concreta della sfera d'interesse, dei compiti, delle caratteristiche, della metodologia proprie dell'informatica umanistica.
Per avviare questo lavoro, una prima strategia può essere rappresentata dal tentativo di enumerare alcuni fra i settori di ricerca che sono stati al centro della riflessione (e del lavoro concreto) di quelli fra gli studiosi di discipline umanistiche che negli ultimi decenni hanno più consapevolmente assunto gli strumenti informatici come componente essenziale del proprio lavoro quotidiano. Adottando questa strategia, risulterà credo indubbio che al centro dell'interesse dell'informatica umanistica debba essere la riflessione
A questi ambiti di riflessione si ricollegano, direttamente o indirettamente, settori ed esperienze di lavoro di grande rilievo; proviamo ad elencarne qualcuno (si tratta ovviamente di settori fra loro strettamente interconnessi e talvolta parzialmente sovrapposti):
Si noterà come tutti questi ambiti di lavoro rappresentino interessi largamente comuni e trasversali rispetto alle diverse discipline nelle quali si articola la ricerca di ambito umanistico: un letterato, uno storico, un filosofo avranno certo bisogno anche di strumenti specifici, così come di una specifica riflessione sulla ricaduta nel loro particolare ambito disciplinare degli strumenti e delle tematiche 'trasversali' che abbiamo cercato di delineare; ma avranno altrettanto bisogno di principi, metodologie, strumenti teorici (e pratici) comuni, e dunque di una disciplina comune che aiuti ad elaborarli. Così come, del resto, uno storico, un letterato, uno storico della filosofia utilizzeranno ciascuno nel proprio ambito disciplinare strumenti e metodologie ricavate da discipline autonome e in questo senso trasversali, come la filologia o la paleografia.
Ma su questo tema torneremo fra breve. Prima, credo possa essere opportuno ricordare altri due settori di lavoro che, pur se in qualche misura 'ancillari' rispetto al nucleo tematico fondamentale sopra indicato, interessano direttamente, sia dal punto di vista pratico sia da quello teorico, il lavoro dello studioso di scienze umane.
Il primo di tali settori è costituito dalla riflessione sui nuovi strumenti per la circolazione dell'informazione all'interno della comunità umanistica. Riviste e pubblicazioni elettroniche, liste di discussione, convegni on-line, e anche il semplice uso delle e-mail stanno profondamente mutando i canali di comunicazione che la comunità degli studiosi utilizza nel proprio lavoro quotidiano, e questi mutamenti non mancano a loro volta di influenzare le caratteristiche della ricerca e della didattica. Basti pensare, per fare solo un esempio, all'aumento del lavoro collaborativo in un settore - quello delle discipline umanistiche - che era stato spesso (e a torto) considerato appannaggio pressoché esclusivo del lavoro solitario e dello 'splendido isolamento' dello studioso. Anche se ovviamente non tutti i mutamenti ai quali assistiamo nel contesto della produzione materiale della cultura umanistica sono direttamente o unicamente determinati dai mutamenti tecnologici, l'area di interazione fra queste due sfere è sicuramente notevole, e credo rientri in maniera abbastanza naturale nel campo d'interesse dell'informatica umanistica.
Il secondo settore al quale vorrei fare riferimento è quello dei mutamenti nella didattica delle discipline umanistiche. I mutamenti che le nuove tecnologie stanno determinando nelle forme e nei mezzi della didattica - nelle università così come nelle scuole di ogni ordine e grado e nella formazione permanente - sono sotto gli occhi di tutti, e sono oggetto di un acceso dibattito anche al di fuori della comunità umanistica. Come ho già avuto modo di accennare, non credo che l'informatica umanistica debba rivendicare la pertinenza esclusiva di questa discussione, che riguarda anche altre discipline e - nei suoi aspetti generali - è probabilmente di diretta pertinenza della pedagogia. Credo tuttavia che, in una sorta di gerarchia a tre livelli nella quale la pedagogia si occupa degli aspetti metodologici più generali, l'informatica umanistica debba occuparsi della 'sfera intermedia' costituita dai cambiamenti introdotti dall'uso dell'informatica e della rete nelle metodologie e nelle pratiche didattiche comuni all'insieme delle discipline umanistiche, lasciando a sua volta alle discipline specifiche - dalla letteratura alla storia, dalla filosofia alla storia dell'arte, dall'insegnamento delle lingue alla geografia - la riflessione su strumenti e metodologie ad esse peculiari.
Si è parlato sin qui delle aree di interesse che possono essere fatte rientrare nella sfera di diretta pertinenza dell'informatica umanistica. Perché tuttavia questo elenco non risulti una mera enumerazione estrinseca di semplici 'contesti d'uso' delle nuove tecnologie in ambito umanistico, occorre domandarsi se la disciplina della quale stiamo cercando di individuare la natura sia anche caratterizzata da una propria e specifica identità metodologica. Tito Orlandi sottolinea a questo riguardo, credo giustamente, l'importanza che ha per l'informatica umanistica l'uso di procedure computazionali basate su formalizzazioni rigorose, elaborate a partire dalla costruzione di modelli simbolici dei propri oggetti di studio. A suo avviso occorre "vedere nei simboli lo strumento per mettere in atto una computazione che riproduca in modo formale, per quanto e fino a quanto ciò sia possibile, i ragionamenti (che chiamerei storicisti) finora attuati nell'ambito delle discipline umanistiche"[17].
Credo che i due aspetti, convergenti, della modellizzazione e del rigore formale rappresentino effettivamente il principale comun denominatore metodologico di tutti i lavori più interessanti del settore, e - come già sostenuto da Orlandi - permettano di riconoscere fra quelli che possono essere considerati gli ascendenti diretti dell'informatica umanistica le ricerche influenzate dallo strutturalismo e dalla semiologia[18]. L'informatica umanistica dunque
Se si accettano queste premesse, credo ne derivino alcune conseguenze che è bene esplicitare:
Quello del rapporto fra informatica umanistica e le altre discipline (in particolare le discipline umanistiche) è tema delicato e dibattuto. Anche fra gli studiosi di scienze umane che utilizzano con maggior impegno e consapevolezza - e con migliori risultati - gli strumenti informatici nell'ambito del proprio lavoro disciplinare, è diffusa l'idea che l'informatica umanistica non debba essere considerata come una disciplina autonoma, ma piuttosto come etichetta generica per indicare l'esigenza di una particolare attenzione verso l'influsso delle nuove tecnologie sulle singole discipline umanistiche, sole ad essere provviste di autentico status disciplinare. Non vi sarebbe posto, insomma, per uno studioso di informatica umanistica, ma solo per uno storico, un letterato, un filosofo, un geografo, un archeologo, capaci di riflettere sui cambiamenti introdotti dai nuovi strumenti di lavoro e di ricerca nel proprio ambito disciplinare e di padroneggiarne - per quanto metodologicamente rilevante e praticamente utile - le relative tecnologie. Le modificazioni introdotte dall'informatica nel lavoro dei vari settori disciplinari nei quali si articola la ricerca umanistica sarebbero sì rilevanti (anche metodologicamente), ma per così dire 'locali': più e prima che di informatica umanistica si dovrebbe dunque parlare di informatica per la storia, informatica per gli studi filologici e letterari, e così via.
Naturalmente, i sostenitori di questa tesi non sono tanto sprovveduti da negare interesse al confronto fra le esperienze di lavoro di studiosi impegnati nell'affrontare, in ambiti disciplinari diversi, questioni (e resistenze!) in parte simili. Ecco dunque che l'informatica umanistica diventa, più che una disciplina, una sorta di comoda 'casa comune' per questo confronto.
Credo che alla base di questa posizione - che, come risulterà chiaro da quanto fin qui sostenuto, ritengo sbagliata - siano due considerazioni assolutamente condivisibili, ma dalle quali dovrebbero essere a mio avviso derivate altre e ben diverse conclusioni. La prima di tali considerazioni è che l'uso dei nuovi strumenti informatici e telematici introduce modificazioni rilevanti (pratiche, teoriche, metodologiche) anche a livello delle singole discipline umanistiche. E' perfettamente naturale, ad esempio, che un letterato consideri almeno in prima istanza di sua pertinenza la questione della possibilità, delle potenzialità, dei limiti della narrativa ipertestuale; così come è naturale che uno storico riconosca lo specifico interesse per la propria disciplina di questioni come il cambiamento dei concetti di documento e di fonte, o un filosofo sia particolarmente sensibile - oltre che alle questioni generali di filosofia dell'informatica alle quali si è già fatto cenno - a temi come le implicazioni filosofiche delle ricerche su realtà virtuale o intelligenza artificiale. Sono convinto che l'informatica umanistica non possa e non debba proporsi come mera somma di questi interessi disciplinari specifici[21]; tanto più che, come si è visto, credo che alcuni di essi - pur perfettamente legittimi dal punto di vista della singola disciplina umanistica interessata - non riguardino l'informatica umanistica in quanto tale. L'informatica umanistica non nasce cercando di 'rubare' alle altre discipline umanistiche settori di loro pertinenza. Nasce piuttosto dal riconoscimento di un insieme di problemi e di metodologie che sono trasversali, comuni all'insieme delle discipline umanistiche in quanto discipline umanistiche, nel loro incontro con le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione.
Pensiamo ad esempio ai problemi posti dalla marcatura dei testi. I testi sono oggetto per eccellenza dell'attenzione dello studioso di discipline umanistiche: è davvero pensabile affrontare il problema degli standard per la loro marcatura, delle ontologie di metadati, dei relativi strumenti di visualizzazione e ricerca, in maniera indipendente e separata per ogni disciplina? O non risulterà invece anche intuitivamente chiaro che si tratta di un tema che, prima di essere rilevante per le singole discipline, è dotato di una propria dimensione, insieme specifica (per la tipologia degli strumenti, delle soluzioni e delle metodologie) e trasversale (per la generalità delle tipologie di testi da considerare)? Lo stesso potrebbe dirsi, ad esempio, per quanto riguarda lo studio di forme e caratteristiche delle edizioni elettroniche, o per quanto riguarda la natura e lo sviluppo degli strumenti (riviste elettroniche, libri elettronici, liste di discussione, ecc.) per la circolazione dell'informazione all'interno della comunità umanistica. Più in generale, credo che lo stesso possa dirsi per tutti gli argomenti che ho cercato di individuare nella quarta sezione di questo articolo. Si tratta certo di argomenti che hanno anche rilevanti ricadute specifiche e disciplinari. E sicuramente orientamenti, metodologie, soluzioni sviluppate nell'ambito dell'informatica umanistica dovranno essere riprese, approfondite, per così dire 'localizzate' all'interno dei singoli settori disciplinari. Ma almeno nei casi sopra ricordati - anche per garantire il miglior livello tecnico e l'adeguatezza teorica delle soluzioni adottate - questo lavoro più specifico non può prescindere da una fase di elaborazione 'centrale' e comune, che veda impegnati studiosi dotati delle necessarie competenze pratiche, teoriche e metodologiche.
D'altro canto, credo che la strada della 'dispersione disciplinare' sia controproducente anche rispetto al riconoscimento della piena dignità teorica delle riflessioni sui cambiamenti introdotti dalle nuove tecnologie nelle singole discipline. Willard McCarty ha a mio avviso espresso molto bene questi rischi, e portato un forte argomento anche pragmatico a favore della dignità disciplinare dell'informatica umanistica, sostenendo che
Evidence for it [the transformation of knowledge due to new electronic media] in the humanities, the Geisteswissenschaften, often goes unobserved because those engaged in the affected research are pursuing specific disciplinary questions and tend not to notice how the computer is altering their work cognitively and methodologically. When they do, their observations tend to be desultory and to be published in the journals and books of the fields within which the primary research questions were framed. Thus isolated, the scattered bits of evidence for the effects of computing tend to be inconclusive or even seem trivial in themselves.
Thus the curiously persistent though obviously absurd statement that the computer is "just a tool" - as if the means of knowing had nothing whatever to do with what is known. From my perspective, as an observer and practitioner of humanities computing - that is, the application of the computer to the arts and letters - it is as if the bits and pieces of a potentially coherent activity were going on independently in numerous scattered mountain villages, each isolated from the other, with little communication among them.[22]
Si accennava a un secondo argomento portato dai sostenitori delle informatiche disciplinari contro l'autonomia teorica dell'informatica umanistica; l'argomento è ben riassunto in questa osservazione di Andrea Zorzi:
è giusto puntare a formare dei generici 'informatici umanisti' (che rischiano di saperne più di software che di contenuti specialistici tradizionali) o è meglio (come si suggerisce di fare a Pavia) puntare a formare degli storici, degli archeologi, degli italianisti, etc. con solide competenze informatiche specifiche e specialistiche?[23]
A mio avviso alla base di questo interrogativo, pur legittimo, vi è un duplice fraintendimento: da un lato, l'idea che l'informatica umanistica - così come viene proposta dai suoi sostenitori - sia una disciplina insieme troppo generica (dal punto di vista del suo contenuto 'umanistico') e troppo specialistica (dal punto di vista del suo contenuto 'informatico') per poter essere di serio aiuto a chi lavora all'interno di un contesto disciplinare specifico; dall'altro, l'idea che la formazione di studiosi di informatica umanistica sia in conflitto con la formazione di storici, archeologi, italianisti "con solide competenze informatiche e specialistiche". Per quanto riguarda il primo aspetto, nelle sezioni quarta e quinta di questo intervento ho cercato di mostrare come il campo d'indagine dell'informatica umanistica non sia né generico, né specificamente o unicamente 'orientato al software': le tematiche che ne fanno parte rientrano a pieno titolo nella sfera di interesse di chi si occupa di discipline umanistiche. Per quanto riguarda il secondo aspetto, mi sembra che l'esistenza di studiosi di informatica umanistica non solo non possa essere d'ostacolo, ma debba essere anzi una precondizione (non certo l'unica) per la formazione - da tutti auspicata - di storici, archeologi, filosofi, italianisti, geografi, dotati di solide competenze informatiche e specialistiche. Così come, riprendendo un esempio già proposto, il riconoscimento disciplinare della filologia e la presenza di buoni filologi rappresentano precondizioni per avere storici, storici della filosofia, critici letterari ecc. dotati delle competenze filologiche necessarie nei rispettivi ambiti disciplinari, e capaci di specializzarle e focalizzarle applicandole ai loro specifici ambiti di ricerca.
Ritengo dunque che l'esistenza dell'informatica umanistica considerata come disciplina autonoma, dotata di solide basi teoriche e metodologiche, non solo non sia in contrasto ma sia una precondizione per lo sviluppo di quelle che ho altrove chiamato 'informatiche umanistiche specifiche'. Che dal canto loro conservano intatta la loro specifica rilevanza interna ai settori scientifico-disciplinari di rispettiva pertinenza.
Tema delicato è anche quello del rapporto dell'informatica umanistica con l'informatica e - più in generale - con la complessa e variegata galassia disciplinare che ruota attorno alle scienze dell'informazione e della comunicazione. Credo risulterà chiaro dalle osservazioni fin qui svolte che l'informatica umanistica non rappresenta e non può rappresentare una sorta di 'strumento di colonizzazione' delle discipline umanistiche da parte di quelle informatiche. Lo studioso di informatica umanistica è e resta prima di tutto un umanista. E tuttavia il richiamo all'informatica presente nell'intitolazione stessa della disciplina non è gratuito: corrisponde all'idea che in quanto scienza del trattamento automatico dell'informazione l'informatica abbia anche a che fare con informazione di diretta pertinenza umanistica. Il terreno dell'informatica umanistica, e la figura dello studioso che se ne occupa, rappresentano dunque il punto d'incontro e di collaborazione fra due tradizioni disciplinari che devono incontrarsi e collaborare, perché la necessità di questa collaborazione è inscritta nel genoma di entrambe. Chi si occupa di informatica umanistica avrà quindi bisogno non solo di un discreto bagaglio di conoscenze informatiche (che non rappresenteranno un corpo di conoscenze estraneo o meramente strumentale, ma saranno piuttosto parte integrante dei suoi interessi di lavoro), ma anche dello stimolo, delle idee, degli strumenti elaborati nel campo delle scienze dell'informazione. Il suo lavoro sarà per molti versi interno al campo delle scienze dell'informazione, senza per questo dover minimamente abdicare alla propria natura di lavoro umanistico. Se gli studiosi di scienze umane e quelli di informatica si renderanno conto che fra le rispettive aree di interesse esiste un'intersezione non vuota, e che tale intersezione - a patto di riconoscerne e valorizzarne una specificità che è anche disciplinare - rappresenta terreno fecondo di collaborazione e di scambio, sarà stato compiuto un passo prezioso per tutti, anche nell'ottica (per molti versi un po' miope, ma comunque comprensibile) del rafforzamento delle rispettive posizioni accademiche.
Una speciale attenzione merita infine il ruolo che possono avere nel quadro fin qui delineato le discipline della documentazione, e in particolare archivistica e biblioteconomia. Credo sia qui in gioco una duplice questione: quella - più generale - del rapporto fra tali discipline e l'insieme delle discipline umanistiche, e quella - più specifica, ma utile occasione per un ripensamento complessivo anche della prima questione - del loro rapporto con l'informatica umanistica in particolare. Una discussione articolata di tali questioni supera sia i limiti delle mie competenze, sia quelli di questo articolo. Mi limito dunque a partire da un'osservazione credo difficilmente contestabile: molti fra i lavori più interessanti per l'informatica umanistica sono nati e si sono sviluppati nell'ambito delle discipline della documentazione. Archivistica e biblioteconomia hanno accolto e utilizzato gli strumenti informatici rendendosi conto - spesso prima e meglio di altre discipline umanistiche - delle profonde conseguenze che lo sviluppo e l'uso di tali strumenti comportavano non solo a livello pratico, ma anche a livello metodologico. L'attenzione verso la standardizzazione e quella verso le ontologie dei metadati, componenti essenziali del bagaglio culturale di archivisti e bibliotecari, hanno contribuito a innalzare la qualità e l'interesse dei risultati da loro raggiunti attraverso l'impiego di strumenti informatici.
In passato, il lavoro svolto dagli studiosi di discipline della documentazione ha ricevuto un'attenzione credo insufficiente da parte dei loro colleghi umanisti. La stessa presenza accademica di tali discipline, concentrata soprattutto nelle facoltà di Beni culturali, risulta solo in alcuni casi adeguata nelle facoltà di Lettere e filosofia. La mia impressione è che lo sviluppo e il rilievo assunto dagli strumenti informatici e telematici in ambito umanistico impongano un ripensamento anche del ruolo delle discipline della documentazione, che proprio in questo settore si rivelano fondamentali dal punto di vista metodologico. Il settore dell'informatica umanistica può essere il luogo teorico di tale ripensamento, e il rilievo che possono assumere al suo interno esperti di formazione archivistica e bibliotecaria è a mio avviso notevolissimo.
Il problema delle forme e dei modi di insegnamento dell'informatica umanistica e le connesse questioni del suo riconoscimento accademico e della determinazione dei relativi curricula sono stati al centro di un dibattito piuttosto ampio, sia a livello internazionale[24] sia a livello nazionale[25]. In particolare, per quanto riguarda la situazione italiana, il fattore più rilevante nello sviluppo del dibattito è indubbiamente rappresentato dall'istituzione, nel novembre 2000, della classe delle lauree specialistiche in informatica per le discipline umanistiche.
Una ricostruzione di questo dibattito, e un esame del curriculum previsto per la laurea specialistica, richiederebbero molto più spazio di quello disponibile in questa sede. Non vi è dubbio, tuttavia, che l'istituzione della classe di lauree specialistiche rappresenti un passo di grande importanza per il riconoscimento del ruolo dell'informatica umanistica, sia a livello istituzionale sia nella percezione della comunità degli studiosi. Diverse università hanno avviato o sono sul punto di avviare corsi di laurea specialistica ricompresi in tale classe, ed è ragionevole ritenere che con l'attivazione di tali corsi l'informatica umanistica possa finalmente conquistare un proprio ruolo specifico nel sistema universitario italiano.
Tuttavia, a quanto pare, questo passo non è bastato a produrre tutti gli effetti desiderati. Nell'estate 2002 si è infatti sviluppato un acceso dibattito su alcune dichiarazioni attribuite al Ministro dell'Istruzione Letizia Moratti. In tali dichiarazioni, il Ministro avrebbe inserito la laurea in informatica umanistica fra quelle considerate 'inutili' e delle quali si auspicava la soppressione. La reazione della comunità degli studiosi non si è fatta attendere, ed ha assunto la forma di un documento che, ricostruendo la storia e difendendo il ruolo della disciplina, ne ribadisce l'importanza nel quadro degli studi umanistici. Tale documento ha raccolto numerose adesioni[26], non solo all'interno del mondo accademico, ed è auspicabile che l'occasione venga sfruttata per costituire legami più stretti fra persone e indirizzi di ricerca che - pur essendo inevitabilmente fra loro diversi e diversamente orientati - condividono l'obiettivo comune di una crescita sia della visibilità sia del ruolo istituzionale dell'informatica umanistica.
Anche se questa reazione sembra aver scongiurato il rischio di una radicale delegittimazione della disciplina, la vicenda è - credo - sintomatica delle difficoltà 'di immagine' e di collocazione istituzionale che essa deve affrontare. Il superamento di tali difficoltà non si prospetta né facile né indolore: a mio avviso, esso richiede che siano perseguiti almeno i quattro obiettivi seguenti:
Le tesi fin qui proposte, e la strada delineata per arrivare a un pieno riconoscimento della dignità disciplinare dell'informatica umanistica, sia a livello teorico sia a livello accademico-istituzionale, sono certo passibili di correzioni, integrazioni, dibattito. Tale dibattito ha tuttavia, e credo non possa che avere, un presupposto ineludibile: il riconoscimento del ruolo dell'informatica umanistica è importante non solo e non tanto per la soddisfazione personale e accademica di chi se ne occupa. E' importante perché anche da esso dipende la capacità della cultura umanistica di affrontare, e vincere, le sfide che l'attendono nel nuovo secolo: senza rinunciare alla propria natura, e nel contempo proponendosi come tradizione culturale viva e vitale.
NOTE
[1]
La relativa
bibliografia è raccolta nella pagina
http://rmcisadu.let.
uniroma1.it/
~orlandi/; dalla stessa pagina è anche possibile l'accesso
diretto al testo di molti fra gli interventi più significativi.
La data di ultima consultazione di questa e delle altre pagine Web citate
in questo intervento è - ove non diversamente indicato - il 18
settembre 2002. Come è noto, non esiste una garanzia assoluta
di permanenza nel tempo delle risorse Web: qualora alcune fra le pagine
da noi menzionate risultassero non più disponibili al momento
della consultazione da parte del lettore, se ne consiglia la ricerca
attraverso il servizio Internet Archive
http://
www.archive.org/.
[2] Un rilievo particolare ha qui il singolare ambito di 'letteratura grigia' costituito dalle proposte di istituzione di insegnamenti e corsi di laurea in informatica umanistica, e dalle proposte di declaratoria per la costituzione di un corrispondente raggruppamento o settore scientifico-disciplinare. Per vari e comprensibili motivi non sempre questi materiali - spesso provvisori e comunque influenzati anche da considerazioni politico-accademiche e/o dalla necessità di adattarsi a modelli o indicazioni esterne - possono essere citati o richiamati direttamente, ma sarebbe importante conservarne comunque traccia.
[3]
Con significato in parte simile è stata usata anche la denominazione
Humanistic Informatics (cfr. E. Aarseth, From Humanities Computing
to Humanistic Informatics: Creating a Field of Our Own, intervento
al seminario interdisciplinare Is Humanities Computing a discipline?
organizzato nell'autunno-inverno 1999 dall'Institute for Advanced Technology
in the Humanities (IATH) presso la University of Virginia; il testo
è disponibile in rete all'indirizzo http://
jefferson.village.
virginia.edu
/hcs/aarseth.html). In ambito tedesco, la denominazione Computerphilologie,
pur designando in senso proprio "ein Teilbereich des Arbeitsfeldes 'Humanities
Computing'" (cfr. Jan Christoph Meister,"Think Big": Disziplinarität
als wissenschaftstheoretische Benchmark der Computerphilologie,
in Jahrbuch für Computerphilologie - online, 2002,
http://
computerphilologie.
uni-muenchen.de/
jg02/
meister2.html), ha portato, soprattutto grazie all'esistenza della
rivista Jahrbuch für Computerphilologie
(http://
computerphilologie.
uni-muenchen.de/
ejournal.html),
a un dibattito sicuramente rilevante per le tematiche qui affrontate
(di Jan Christoph Meister si veda anche, oltre all'articolo appena citato,
Computer Philology: 'Wissenschaft' or 'Hilfswissenschaft'?, presentato
alla conferenza New Directions in Humanities Computing, ALLC
/ ACH 2002, University of Tübingen 24 - 28 July, 2002, abstract
alla pagina
http://www.uni-tuebingen.de/cgi-bin
/abs/abs?propid=22
Sullo status della Computerphilologie cfr. anche Ad fontes!
Quellen erfassen - lesen - deuten. Was ist Computerphilologie? Ansatzpunkte
und Methodologie - Instrumente und Praxis, Contributions to the
Conference "Computerphilologie", November 5-8, 1998, Ernst-Moritz-Arndt-Universität
Greifswald, Amsterdam, VU University Press, 2000). Sulla distinzione
fra Humanities Computing e Humanities Computer Science
proposta in Computing in Humanities Education. A European
Perspective, frutto del Socrates/Erasmus thematic network project
on Advanced Computing in the Humanities, University of Bergen 1999,
http://helmer.hit.
uib.no/
AcoHum/book/ , torneremo in seguito, ma osserviamo subito che entrambi
i settori, come distinti nel par. 2.3.2 del testo appena citato, rientrano
nel senso generale di Humanities Computing prevalente in letteratura.
[5]
Nel seguito faremo riferimento diretto ad alcuni fra questi interventi;
per un quadro bibliografico più generale rimandiamo ai riferimenti
in Tito Orlandi, Is Humanities Computing a Discipline?, in Jahrbuch
für Computerphilologie - online (2002), http://
computerphilologie.
uni-muenchen.de/
jg02/orlandi.html, in particolare note 4-8, e a quelli in Willard
McCarty, Humanities Computing. Preliminary draft entry for The Enciclopedia
of Library and Information Science, New York, Dekker, 2003 (la versione
consultata è del 4 maggio 2002 ed è disponibile in rete
all'indirizzo http://
www.kcl.ac.uk/
humanities/cch/
wlm/essays/encyc/). Alle indicazioni bibliografiche ricavabili da
questi due interventi si possono ora aggiungere i recentissimi lavori
di Christoph Meister citati nella nota 2, e Domenico Fiormonte, Il
dibattito internazionale sull'informatica umanistica: formazione, tecnologia
e primato delle lingue, in corso di pubblicazione in Raul Mordenti
(ed.), Giuseppe Gigliozzi: la fondazione dell'informatica applicata
al testo letterario, in Testo & Senso, nn. 4-5 (numero
monografico), 2001-2002.
[6] Cfr. Christoph Meister, "Think Big"… cit.: "Aber auch die Propagandisten der Computerphilologie selbst scheinen noch weit davon entfernt, sich auf eine eindeutige Selbstdefinition zu einigen. Die Debatte, die unter der Generalüberschrift »Was ist Computerphilologie?« beziehungsweise »What is Humanities Computing?« geführt wird, hält vielmehr ungemindert an."
[7] Willard McCarty sembra di diverso avviso, e riprende al riguardo l'opinione formulata da Jonathan Culler a proposito dell'anglistica: "the considerable variety in how humanities computing is evidently conceived is a sign of health rather than decay. Consensus, he [Culler] notes, is often falsely supposed to characterise the foundational period of a discipline, hence the 'myth of foundationalism' he is at pains to deconstruct. On the contrary: vigorous disagreement in as wide a conversation as can be engaged is the goal. Only silence is to be feared" (Willard McCarty, Humanities Computing. Preliminary draft entry cit.). Trovo questa tesi molto suggestiva sul piano teorico, ma meno convincente su quello pratico: il riconoscimento di una disciplina - specie se fortemente innovativa e per qualche verso 'scomoda', capace di minare almeno in parte i delicati equilibri accademici esistenti - richiede non solo vivacità intellettuale e lavoro di ricerca, ma anche capacità di influire sulle scelte di politica accademica, sull'assegnazione di cattedre e finanziamenti, sulla costituzione di scuole e gruppi di lavoro. E tutto ciò presuppone a sua volta una 'autorità disciplinare', una capacità di intervento e orientamento, che l'eccessiva frammentazione e contrapposizione delle varie posizioni rischia di minare alla base.
[8]
Lou Burnard, Dalle 'due culture' alla cultura digitale: la nascita
del demotico digitale, trad. it. di Federico Pellizzi, in Bollettino
'900, giugno 2001, n. 1,
http://www.unibo.it/
boll900/numeri/
2001-i/W-bol/
Burnard/
Burnardtesto.html.
[9] Computing in Humanities Education cit., par. 2.3.1 - 2.3.2.
[10]
L'intervento di Abbattista è consultabile alla pagina
http://lastoria.
unipv.it/
infoumanistica-introduzione.htm.
[11] A scanso di possibili equivoci, vorrei sottolineare che è soprattutto a queste tematiche - e dunque ai concetti e agli strumenti di base della rivoluzione digitale - che Fabio Ciotti ed io abbiamo dedicato il volume Il mondo digitale (Laterza, Roma-Bari, 2000). Volume che non voleva e non vuole quindi in alcun modo proporsi come un'introduzione all'informatica umanistica, ma piuttosto come strumento manualistico e divulgativo nel (diverso) settore dell'alfabetizzazione informatica di base. In particolare, nostro obiettivo era quello di affrontare la seconda delle dimensioni sopra ricordate, fornendo al lettore alcune basi teoriche e concettuali a nostro avviso trascurate da molte iniziative di alfabetizzazione informatica, prevalentemente rivolte alla pura e occasionale 'manualità pratica' nell'uso dei principali programmi applicativi.
[12] E' comunque da auspicare un riequilibrio delle competenze fornite dalla scuola in quest'ambito: come si è accennato nella nota precedente, obiettivo prioritario dei vari corsi di 'alfabetizzazione informatica' forniti nelle scuole di ogni ordine e grado e in molte iniziative di formazione permanente sembra essere in molti casi esclusivamente quello di fornire agli allievi la capacità pratica di utilizzare un piccolo gruppo di programmi e sistemi operativi, mentre - purtroppo - un'attenzione assai minore sembra dedicata alla comprensione dei principi teorici e delle caratteristiche culturali e sociali della rivoluzione digitale.
[13]
Cfr. Massimo Parodi, messaggio a Tito Orlandi del 17 aprile 2001, in
rete all'indirizzo http://rmcisadu.let.
uniroma1.it/
~orlandi/parodi/
002.html.
[14]
Il testo del messaggio di Buzzetti alla lista Idulist dal quale
è tratta questa considerazione è disponibile in rete all'indirizzo
http://linux.lettere.
unige.it/
pipermail/idulist/
2001-April/
000013.html.
[15] La mia opinione è dunque su questo punto diversa da quella di chi, come Espen Aarseth (From Humanities computing to Humanistic Informatics cit.), inserisce a pieno titolo fra le principali aree di ricerca dell'informatica umanistica "understanding and development of multimedia applications, distributed multimedia plataforms and network communication, WWW-programming".
[16] Anche a questo proposito tenderei dunque a limitare l'area di interesse dell'informatica umanistica più di quanto non faccia Espen Aarseth (From Humanities computing to Humanistic Informatics cit.), che vi include lo studio di ogni tipologia di software pedagogico e "the development and use of network communication for pedagogical purposes, such as distance learning".
[17]
Tito Orlandi, Informatica, formalizzazione e discipline umanistiche,
in: T. Orlandi (ed.), Discipline umanistiche e informatica. Il
problema della formalizzazione, Roma, 1997, pp. 7-17, disponibile
in rete all'indirizzo http://rmcisadu.let.uniroma1.it/
~orlandi/formaliz.html.
[18]
Cfr. Tito Orlandi, Ripartiamo dai diasistemi, in Atti dei
convegni lincei 151, Convegno internazionale 'I nuovi orizzonti
della filologia', Roma, 27-29 maggio 1998, Roma, Accademia Nazionale
dei Lincei, 1999, pp. 87-101, in particolare pp. 95-96. Disponibile
in rete all'indirizzo http://rmcisadu.let.uniroma1.it/
~orlandi/branca.html.
[19] Cfr. in particolare George P. Landow, Hypertext. The convergence of contemporary critical theory and technology, Baltimore & London: Johns Hopkins University Press, 1992; trad. it. Ipertesto. Il futuro della scrittura, Bologna: Baskerville, 1993, seconda edizione (largamente modificata): Hypertext 2.0, The convergence of contemporary critical theory and technology, Baltimore & London: Johns Hopkins University Press, 1997, trad. it. L'ipertesto. Tecnologie digitali e critica letteraria, a cura di Paolo Ferri, Milano: Bruno Mondadori, 1998.
[20] Gli ipertesti non sono dunque 'testi destrutturati', ma al contrario testi dotati di strutture complesse, nella cui organizzazione il ruolo dell'autore non scompare ma risulta semmai in molti casi potenziato. E nello studiare natura e caratteristiche degli ipertesti, siano essi letterari o di altro genere, lo studioso di informatica umanistica non potrà fare a meno di partire proprio dallo studio delle caratteristiche di tali strutture. Su questi temi cfr. Gino Roncaglia, Ipertesti e argomentazione, in Le comunità virtuali e i saperi umanistici, a cura di Paola Carbone e Paolo Ferri, Mimesis, Milano, 1999, pp. 219-242; sui rischi di quella che è stata chiamata la French connection cfr. anche Espen Aarseth, Cybertext: Perspectives on Ergotic Literature, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1997, in particolare pp. 76-86.
[21]
E' questa la tesi che ho cercato di sostenere - differenziando l'informatica
umanistica come disciplina trasversale dalle molte 'informatiche umanistiche'
specifiche e di pertinenza delle singole discipline - nello scambio
di messaggi svoltosi nell'aprile 2001 nell'ambito della lista Idulist
(
http://linux.lettere.unige.it/
pipermail/idulist/2001-April/date.html).
[24]
Un'ampia e analitica rassegna delle esperienze esistenti era già
presente nel citato Computing in Humanities Education. A European
Perspective, mentre la recente conferenza The Humanities Computing
Curriculum /The Computing Curriculum in the Arts and Humanities,
tenutasi nel novembre 2001 presso il Malaspina University College
in Canada (http://web.mala.bc.ca/
siemensr/HCCurriculum/) ha fornito una panoramica assai ricca
- anche se, come osserva Domenico Fiormonte (Il dibattito internazionale…
cit.), prevalentemente centrata sulla situazione nell'area nordamericana
- in particolare per quanto riguarda il problema della definizione
dei curricula.
[25]
Un'ampia selezione di materiali rilevanti è stata raccolta
da Tito Orlandi (Dossier riguardante la tabella del Corso di Laurea
Specialistica in Informatica per le Discipline Umanistiche) ed
è disponibile all'indirizzo http://rmcisadu.let.uniroma1.it/
~orlandi/parodi/indice.html
[26]
Il testo dell'appello e le relative adesioni, assieme a una rassegna
stampa che ricostruisce la vicenda e a una serie di documenti di corredo,
sono consultabili alla pagina http://www.unitus.it/lingue/
docenti/informatica/appello/ .
[27]
Recuperando, fra l'altro, gli studenti provenienti da corsi di laurea
in filosofia, per i quali l'accesso alla laurea specialistica in informatica
umanistica risulta al momento fortemente penalizzato. In tal senso
si muove ad esempio una proposta sviluppata nel maggio 2001 da Massimo
Parodi e da un gruppo di altri docenti in materie filosofiche, che
propongono l'intitolazione Teoria, critica e applicazioni dell'informatica
umanistica. Il relativo documento è disponibile in rete
all'indirizzo http://rmcisadu.let.uniroma1.it/
~orlandi/parodi/nuovo.pdf.
[28] Nell'assenza di tale settore risulta impossibile prevedere un meccanismo di reclutamento basato su competenze disciplinari specifiche, e le uniche strade disponibili risultano quelle del trasferimento o dell'affidamento: meccanismi inevitabili e anzi meritori in una prima fase pionieristica, ma difficilmente compatibili con la crescita di lungo periodo e il radicamento accademico della disciplina.