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Maria Antonietta Saracino

L’India si racconta

Se fisso il paese abbastanza a lungo
riesco a sollevarlo dalla carta
lo alzo come un lembo di pelle.

Talvolta è un calendario dell’avvento
ogni città ha una finestra
che lascio aperta
ogni volta un po’ di più.

L’India è maneggevole, più piccola della
mia mano, il fiume Mahanadi
più sottile della linea della vita.

(Moniza Alvi, Mappa dell’India) [1]

    Tracciare un percorso in grado di abbracciare anche solo a grandi linee la letteratura dell'India o, per meglio dire, delle numeroseespressioni letterarie di questo complesso e affascinante subcontinente, sarebbe impresa  pressoché  impossibile e dunque da abbandonare in partenza: troppo grandi sono infatti la varietà e ricchezza di testimonianze scritte e orali che, nel tempo, da questa parte del mondo ci sono pervenute, a partire dalle più antiche e  note; si pensi solo ad opere quali  il Mahabharata, con il  Ramayana  uno dei più grandi poemi epici dell'India, nonché uno dei più importanti testi sacri della religione induista e della letteratura di tutti i tempi. Opere di migliaia di versi che si fanno risalire al IV secolo a.C., nate e  tramandate per secoli in forma orale. Per non parlare delle letterature scritte, apparse nel tempo in molte delle diverse lingue del paese, oltre all'hindi che ne è la principale;  lingue alle quali, per effetto della colonizzazione britannica, a partire dalla fine del Settecento si  è aggiunto l'inglese,  vera e propria lingua franca a tutt'oggi largamente diffusa sul continente pur essendo un retaggio dell'antico colonizzatore. 
     Idioma  detestato  e osteggiato da molti, amato da altri e tuttavia strumento utile  quanto accessibile per assicurare una rapida ed efficace comunicazione con il resto del mondo, in grado di garantire una diffusa visibilità in un contesto ricco di centinaia di lingue, non tutte scritte, e di migliaia di dialetti; ma soprattutto, ciò che più conta, lingua  non legata a uno specifico credo religioso o politico [1]. Nelle parole di Salman Rushdie, il più famoso e celebrato scrittore indiano contemporaneo, che dell'uso di questo idioma nella sua scrittura fa una scelta precisa: «l'inglese è una lingua essenziale per il paese, non solo per la terminologia tecnica e per i contatti internazionali che rende possibili, ma anche solamente per permettere a due indiani di parlarsi in una lingua che nessuno dei due odia» [2]. Quanto poi alla letteratura inglese, prosegue Rushdie riferendosi qui a quella in lingua inglese, questa  «ha una sua diramazione indiana. La letteratura inglese, quindi, è anche letteratura indiana: non vi sono problemi di incompatibilità. Se la storia crea la complessità, non è nostro compito semplificare. Dunque – conclude lo scrittore - l'inglese è una fra le lingue letterarie indiane e oggi, grazie a scrittori come Tagore, Desani, Chaudhuri, Mulk Raj Anand, Raja Rao, Anita Desai ed altri, possiede un "pedigree" di tutto rispetto» [3].
     Questo scriveva  Salman Rushdie nel 1981, aprendo un dibattito ancora oggi più che mai  attuale nel subcontinente indiano, perché fa questione attorno al tema e al significato profondo del concetto di identità, sempre più sentito in culture – molte anche tra quelle a noi più vicine - che eventi storici, politici o religiosi hanno 'ibridato', per così dire; talvolta con drammatiche fratture con la storia e le tradizioni del passato, imponendo mutamenti repentini e imprevisti, con migrazioni forzate di intere comunità; eventi dei quali gli ultimi centocinquant'anni sono stati spesso testimoni e che hanno toccato direttamente il subcontinente indiano; provocando, in positivo, la fine del colonialismo britannico e la formazione dell'India contemporanea,  al tempo stesso favorendo la nascita di una sempre più ricca e interessante produzione letteraria in lingua inglese che è arrivata fino a noi. A questa va il grande merito di aver fatto conoscere agli occidentali, dalla viva voce dei suoi protagonisti e dei suoi scrittori,  un'India finalmente vicina alla realtà, libera da molti degli stereotipi e degli esotismi che nei secoli l'Occidente le aveva costruito addosso offrendoli come veritieri, come scriveva lo studioso palestinese Edward Said nel celebre saggio  Orientalismo, definendo una simile operazione come "orientalizzare l'Oriente"; cosa che avveniva dopo aver immaginato e proposta come reale «l'esistenza di un ambito teorico riguardante una entità geografica, culturale, linguistica ed etnica chiamata "Oriente", della quale l'India rappresentava un elemento centrale» [4].
     Si deve proprio a questa costruzione di un Oriente interpretato come  'altrove esotico' se per buona parte del Novecento l'idea dell'India continua ad essere associata, nell'immaginario comune, a un universo di favola e sogno: sete preziose intessute di fili dorati e corpi di donne avvolte da  profumi e gioielli, spesso presentate così già dalla cinematografia americana degli anni ʼ50;  e poi maharaja di immense ricchezze e scenografiche tigri congelate nell'atto di aggredire, come nei romanzi di Emilio Salgari, riproposti in Italia nei primi sceneggiati televisivi, sullo sfondo di improbabili quanto lussureggianti foreste; e palazzi dalle mura tempestate di gemme, come quel Taj Mahal che risplende nel buio, ad Agra,  durante le notti di luna piena. Questo sì, autentico,  ma isolato, nella fantasia dei più, dalla mancanza di informazioni sul suo complesso contesto culturale.  
     È su questa India, parziale nel segno dell'iperbole, scaturita dalla fantasia di narratori europei, che in gran parte si costruisce l'immaginario occidentale su un mondo che arriva ai più come frutto della creatività letteraria, come surrogato di un irraggiungibile oriente: una sorta di proiezione fantastica offerta al posto dell'oggetto reale. Salgari accanto a Kipling, Gide e  E. M. Forster, ma anche a George Orwell, Aldous Huxley, Anthony Burgess e molti altri. E come moltiplicato dalla luce di un prisma, più tardi, nel cuore degli anni Sessanta e Settanta, ecco quello stesso mondo farsi meta di viaggi, anzi del viaggio, di iniziazione spirituale e conoscenza. Qui è l'Oriente eletto a meta di un moderno  Grand Tour, universo da cui trarre energia, in cui ritrovare se stessi, ritemprandosi fra gli incensi degli ashram, per poi tornare, rigenerati e senza grandi contatti con l'esterno, a casa propria. Infine, in anni a noi più vicini, ecco un'altra India ancora, quella che affascina intellettuali tra loro diversi, per lingua, provenienza e formazione, come il rumeno Mircea Eliade e il tedesco Herman Hesse, ma anche gli italiani Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia o Giorgio Manganelli, che di quell'incontro, spesso prolungato nel tempo come nel caso di Eliade, ci restituiscono opere a metà fra reportage e narrativa, tra filosofia e saggistica, scritti  che già a partire dai titoli non fanno mistero circa l'intensità dell'esperienza vissuta: La biblioteca del maharaja, Erotismo mistico indiano, Il pellegrinaggio in Oriente, L'odore dell'India, Un'idea dell'India, Esperimento con l'India, e così via.
     Per parte sua, intanto, quel mondo, con la sua complessa realtà sembrava tacere, offrendosi muto, poverissimo e splendente a un tempo, agli occhi dei suoi fantasiosi interpreti. E questo anche se muto non lo era affatto, perché «risale infatti al 1794 il primo libro scritto in inglese da un indiano, Sake Deen Mahomed, collaboratore di vari periodici di Calcutta, al tempo la città culturalmente più vivace dell'Impero, seconda solo alla stessa Londra», scrive Silvia Albertazzi in un seminale saggio sulla letteratura indoinglese [5]. Il testo in questione, The Travels of Dean Mahomed, autobiografia dell'autore corredata da un lungo sottotitolo, è  il primo di una serie di scritti, i cui autori faticano a misurarsi con la difficoltà di mettere insieme mondi linguisticamente e culturalmente diversi, con risultati non sempre felici. Prosegue Albertazzi:
[…] Queste produzioni, nate quasi come esperimenti di laboratorio, lontano dal contatto diretto con la realtà, non hanno un lettore ben identificato cui rivolgersi. E tuttavia, consci del fatto che i loro scritti potranno suscitare qualche interesse in Occidente, piuttosto che in patria, i primi autori indo inglesi prestano maggior attenzione alla proprietà linguistica e al bello stile che non ai contenuti delle loro opere. Ci vorrà più di un secolo perché questo complesso linguistico d'inferiorità scompaia: nel frattempo, lo scrittore angloindiano di lingua inglese continuerà ad essere lacerato fra un mezzo di comunicazione straniero, strumento di un'acculturazione forzata, e la propria ricerca di un'identità nazionale, personale e linguistica, in una realtà culturale e sociale complessa e variegata quant'altre mai [6].
Perché  la situazione  raggiunga  un  punto di  reale cambiamento si dovrà attendere ben più di un secolo, periodo durante il quale gli inglesi arriveranno a dominare tutta l'India, amministrandola in maniera diretta e trasformandola in colonia britannica sotto il mandato di un viceré; al contempo dichiarando l'inglese lingua ufficiale e incoronando la regina Vittoria, nel 1877, "Imperatrice delle Indie". Il tutto - scrive lo storico Michelguglielmo Torri facendo sua una metafora usata dagli studiosi dell'India -  in un clima nel quale  la Storia sembra solo apparentemente sotto controllo, essendo invece più simile a un oceano in tempesta, nel quale
[…] mentre la superficie è sconvolta da venti e marosi, a pochi metri di profondità le acque appaiono perfettamente immobili. Allo stesso modo, mentre la storia politica dell'India appare caratterizzata da continui sconvolgimenti, la storia sociale ed economica non muta, o muta pochissimo e, in ogni caso, quel ridotto mutamento che si verifica, ha origini recenti (la conquista coloniale) e recentissime (l'operato dei governi dell'India indipendente) [7]
Mentre il mondo dorme
È proprio nel cuore della notte, alla mezzanotte del 14 agosto del 1947, che  a Delhi viene convocato il Parlamento, al cui cospetto il Primo ministro Jawaharlal Nerhu pronuncia un famoso discorso per annunciare alla nazione la fine del dominio britannico e la proclamazione dell'indipendenza. Un progetto al quale lo stesso Nehru e Lord Mountbatten, fino a quel momento viceré e da allora governatore generale, lavoravano da tempo. La data, scrive lo storico Dietmar Rothermund, era stata decisa da Mountbatten, ma la scelta dell'ora veniva dagli astrologi indiani, ai quali era stato affidato il compito di individuare il momento più propizio. In questo caso era la mezzanotte, il che avrebbe consentito, nelle parole di Nehru, di avvolgere l'evento di quell'aura di solennità e persino di sacralità, che il momento richiedeva e che avrebbe rappresentato nel tempo un ricordo indelebile, difficile da dimenticare:
Molti anni orsono prendemmo appuntamento col destino, e ora è finalmente venuto il momento di onorare il nostro impegno, se non completamente, almeno nella sua parte essenziale. A mezzanotte, mentre il mondo dorme, l'India si desta alla vita e alla libertà. È questo un momento che solo di rado la  storia concede: ci liberiamo dal vecchio e andiamo incontro al nuovo, un'epoca finisce e l'anima della nazione, a lungo repressa, si esprime liberamente e senza ostacoli. In questo momento solenne dobbiamo impegnarci a servire l'India e il suo popolo, e a servire l'umanità […] Dobbiamo lavorare, lavorare duro, affinché i nostri sogni si possano tramutare in realtà. Sono i sogni dell'India, ma sono anche i sogni del mondo, perché tutti i popoli e le nazioni sono strettamente legati l'uno all'altro e nessuno può più pensare di poter vivere solo per proprio conto. La pace, si dice, è indivisibile, e ciò vale anche per la libertà e il benessere, e anche per le disgrazie, in questo Mondo Unico, che non si lascia più dividere in frammenti isolati [8].
Ma  ecco che di lì a breve,  quasi a smorzare l'euforia dell'evento, scaturita dal sogno di un mondo che "non si lascia più dividere in frammenti", nei giorni nei quali l'India festeggia la conquistata indipendenza, in una parte del paese si scatena la sanguinosa guerra civile tra  mussulmani e indù per la spartizione dei territori, in vista della creazione di un nuovo stato a base confessionale;  guerra che fra lotte e spargimento di sangue farà seguito alla Partition e alla nascita del Pakistan, la "terra dei Puri",  abitata da mussulmani. Tanto doloroso e violento sarà questo momento della Storia – che Gandhi chiamò «la vivisezione dell'India» [9] -  da segnare indelebilmente non solo la vita degli esseri umani che lo avevano subìto, ma anche quella della letteratura indiana  che se ne farà testimone, comparendo da protagonista nelle pagine di molti dei suoi scrittori, a partire dal più famoso, il già citato Salman Rushdie. Sarà lui a consegnare al mondo, in lingua inglese, un romanzo tra i più importanti del Novecento, nel quale la Storia regna sovrana. Si tratta de  I figli della Mezzanotte (1981), narrazione che a partire dall'evento che aveva cambiato la storia del subcontinente indiano, costruirà una narrativa destinata a rivoluzionare la forma stessa del romanzo indiano contemporaneo, ma non solo. L'incipit è folgorante:
Sono nato nella città di Bombay… tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947. E l'ora? Anche l'ora è importante. Be', diciamo di notte. Bisogna essere più precisi… Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arrivai le lancette dell'orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso.[…] nell'istante preciso in cui l'India pervenne all'indipendenza, io fui scaraventato nel mondo […] grazie alle tirannie occulte di quelle lancette dolcemente ossequianti, io ero stato misteriosamente ammanettato alla storia e il mio destino indissolubilmente legato a quello del mio paese. Nei tre decenni successivi non avrei avuto scampo [10].
Testo anomalo per molti versi, affascinante quanto difficile da contenere sul piano dell'intreccio, per la ricchezza e la molteplicità dei racconti che al suo interno si dipanano; racconti che di questo romanzo fanno un unicum nella letteratura contemporanea, per stile e forza immaginativa, per capacità di mescolare linguaggi e registri linguistici; per ricchezza di figure retoriche e ampiezza di riferimenti letterari delle provenienze più disparate; per la capacità di fondere generi diversi e attingere a piene mani dalla Storia, dal cinema, dalla politica e da numerosi altri campi del sapere; con tale fantastica spregiudicatezza da rappresentare un modello non facilmente ripetibile; al tempo stesso capace di proporsi con tale  autorevolezza da segnare un punto di svolta nella narrativa indiana, inducendo molti degli scrittori che sarebbero venuti poi, a mettere in discussione il proprio rapporto con la forma-romanzo, o comunque a confrontarsi con questo modello. Al centro del quale sta un nuovo soggetto  che nasce e vive "ammanettato alla Storia": è l'ibrido, il bastardo, il figlio di più mondi, come Rushdie definisce se stesso; lui che è indiano e pakistano, ma anche americano e figlio dell'ex impero britannico, plurilingue; mussulmano per nascita ma ateo per vocazione e spirito critico; che è vissuto in Inghilterra ma conosce la cultura classica europea; migrante senza patria per vicende della Storia, ma profondamente segnato dalla cultura indiana che porta dentro di sé; cittadino di quella imaginary homeland che è la letteratura, vero luogo di riferimento per uno scrittore come lui che irrompe sulla scena letteraria con un romanzo tra i più premiati (a partire dal Booker Prize del 1981), tradotti e conosciuti.  E riferimento, anche, da allora in poi, per molti altri scrittori indiani che – seguendo l'esempio di Rushdie - interverranno sulla forma narrativa, abbandonando il modello del romanzo borghese ereditato dalla letteratura inglese. I figli della mezzanotte darà loro la spinta a cercare orizzonti narrativi più vasti e variegati, capaci di 'modellare' la forma–romanzo per dar voce alle numerose diverse culture presenti nel subcontinente indiano, creando  narrazioni stilisticamente varie e affascinanti.
     A Midnight's Children e al suo autore dedica parole di grande ammirazione lo scrittore Italo Calvino, che  definisce Salman Rushdie «il rapsodo di un'epopea dell'India moderna in chiave comica e grottesca, dove i cattivi odori e tutta la dimensione fisiologica della vita indiana vengono celebrati con lo sfarzo e i colori d'una festa rituale sul Gange. [Qui] i codici del sapere pratico indiano sono molti, e I figli della mezzanotte tende a farsi enciclopedia». Ma non basta. Affascinato dal susseguirsi di trame fantastiche, dal racconto dei mille bambini dotati di poteri magici venuti al mondo alla mezzanotte del 15 agosto del 1947, attratto da una affabulazione corale che «si dilata, si ramifica, prolifera, si moltiplica in un continuo processo di metamorfosi e teratomorfosi, come sulla facciata di un tempio indù», in questo romanzo-palinsesto Calvino  legge anche, in filigrana, insieme a una dolente meditazione su un trentennio di storia indiana, sconfitta dalla incapacità politica di superare le divisioni, anche l'emblema «del fallimento universale del secolo ventesimo» [11].
A partire da quel primo folgorante inizio Salman Rushdie pubblica una lunga serie di romanzi – a partire da I versi satanici per il quale nel 1989 sarebbe stato colpito dalla condanna a morte per blasfemia dall'ayatollah Khomeini – tra i quali  L'ultimo sospiro del Moro, La terra sotto i suoi piedi, oltre a importanti raccolte di saggi quali Patrie immaginarie o Superate questa linea;e poi racconti, e una autobiografia, Joseph Anton, nella quale ripercorre i lunghi anni passati sotto protezione, a seguito della condanna a morte, poi fortunatamente cancellata [12].
La violenza della Storia, con la guerra civile che esplode all'indomani dell'indipendenza e la dolorosa lacerazione prodotta in intere comunità dalla Partition, con conseguenti  spostamenti incrociati di masse umane in punti diversi del subcontinente, verso gli stati di nuova formazione, entra di prepotenza nel romanzo indiano. Uno dei  più  intensi, su questo tema, è La spartizione del cuore, della scrittrice Bapsi Sidhwa, classe 1940. Qui l'autrice  rielabora in forma narrativa i suoi stessi ricordi di bambina, con i momenti drammatici della Partition, che  di colpo fanno di lei e della sua famiglia - indiani di etnia parsi, e come tali del tutto apolitici - dei  cittadini pakistani, in quanto residenti a Lahore, con le violenze reciproche delle due comunità in lotta, indù e mussulmana, che accompagnano i suoi ricordi. È lei, la piccola Lenny, protagonista e io-narrante del romanzo – successivamente divenuto film con il titolo di Earth per la regia di Deepa Mehta - la bambina di sette anni che, angosciata davanti a qualcosa di troppo grande per lei, si pone domande nel tentativo di capire che cosa significa dividere un paese, e perché lo si faccia:
Corrono molte voci allarmanti. L'India sta per essere spaccata in due. Si può spaccare un paese? E che succede se la spaccatura passa proprio per casa mia?[…] Lo chiedo a Cugino.«Balle», dice lui, «nessuno spaccherà l'India. Mica è fatta di vetro». Lo chiedo ad Ayah.«Scaveranno un canale», dice, azzardando un'ipotesi. «Da questa parte l'Industan, dall'altra parte il Pakistan. Se vogliono tirar fuori due nazioni, questo è quello che devono fare: dividere l'India con un canale lungo lungo» [13].
     Il tema della Storia, in relazione a comunità numericamente minori  come quella dei parsi, discendenti degli antichi rifugiati persiani e di religione zoroastriana, è al centro anche del primo romanzo di Bapsi Sidhwa,  Il talento dei Parsi (1978), mentre con La sposa pakistana (1983), ma soprattutto con Acqua (2006), Sidhwa  conferma la grande finezza nel tratteggiare figure femminili, in particolare le bambine. Acqua, che nasce come soggetto cinematografico per l'omonimo film realizzato con la regista Deepa Mehta e solo successivamente in forma di romanzo, affronta con grande delicatezza di toni il drammatico tema della condizione delle vedove bambine, una realtà purtroppo ancora oggi molto presente in India.
Al tema della storia, qui filtrato dal linguaggio della narrativa, si affianca una saggistica prettamente storica, assai ricca di voci, alla quale si è accennato; e accanto a questa numerosi studi a metà tra lo storico e  l'antropologico-culturale che si propongono di offrire al lettore non indiano una possibile chiave di lettura di un universo complesso e variegato, cercando di catturare, per come possibile, "lo spirito dell'India". È l'obiettivo che si pongono Sudhir e Katharina Kakarcon Gli indiani. Ritratto di un popolo(2007) [14], percorso nel quale i due studiosi toccano temi quali la religione, le caste, la condizione femminile, i conflitti e altri importanti nodi tematici. A questi fa da contraltare il punto di vista opposto, quello del poeta, prosatore e filosofo indiano Rabindranath Tagore (1861-1941), premio Nobel per la Letteratura nel 1913, scrittore prolifico, che in L'anima dell'Occidente. Un giudizio [15], del 1925(2013), mette a confronto i due mondi, successivamente riprendendo alcune di queste tematiche, in forma di racconto, nella raccolta Il vagabondo (2010) [16].
Un viaggio nella letteratura indiana, con una attenzione al tema della storia, non può non tener conto della figura del Mahatma Gandhi, sul quale e del quale numerose  sono le opere disponibili, a partire dagli scritti autobiografici quali – tra i molti - La mia vita per la libertà (2010), Il mio credo, il mio pensiero (2010),  Per la pace. Aforismi (2002) o il saggio Teoria e pratica della nonviolenza (2011) [17], ai quali si affianca il corposo studio dello psicanalista tedesco Erik H. Erikson, La verità di Gandhi. Le origini della nonviolenza militante (2013) [18] e un singolare saggio-racconto del già citato Sudhir Kakar, intitolato Mira e il Mahatma (2005) [19] sulla relazione tra una donna inglese, Madeleine Slade che per nove anni ne fu la più stretta collaboratrice, e il Mahatma, documentata da un fitto carteggio, e che offre un ritratto inedito del padre della nazione indiana.
Un treno di racconti
Chi abbia memoria del film Gandhi, di Richard Attenborough, del 1982, che molto ha contribuito a creare in occidente un immaginario cinematografico sull'India, ne ricorderà forse la scena iniziale, nella quale il futuro Mahatma, qui giovane avvocato del Foro di Londra inviato a patrocinare una causa in Sudafrica, viene letteralmente afferrato e buttato giù dal treno, dalla carrozza di prima classe nella quale lui, indiano, aveva osato sedersi. È da quel gesto di sopraffazione che in questo racconto tutto ha inizio, segnando un percorso di resistenza nonviolenta che di lì a qualche decennio avrebbe portato al crollo dell'Impero britannico in quella che l'Inghilterra considerava la sua roccaforte più sicura e prestigiosa. E più avanti si vedrà Gandhi con i suoi seguaci distesi sui binari della ferrovia, a protestare perché il governo conceda il voto agli intoccabili. In treno il Mahatma percorrerà in lungo e in largo il paese predicando il verbo della resistenza nonviolenta. Se la strada è lo spazio nel quale la libertà simbolicamente comincia, il treno, elemento reale ma anche dell'immaginario, mezzo di trasporto e veicolo di Storia, sta all'India come l'automobile sta all'America.
         Sarà certo per questo che l'immagine del treno abita la geografia del sub-continente, così come  la cinematografia e le pagine di parecchi romanzi , facendo di questo mezzo di trasporto un potente elemento simbolico. Tristemente noti, in questo senso, i cosiddetti treni-fantasma, che nell'estate del 1947, nelle settimane successive alla Partition, arrivano a destinazione pieni unicamente di cadaveri; ed è difficile trovare un romanzo che affrontando tematiche legate a quel momento della storia dell'India, non ne parli, mentre sono numerosi gli scritti nei quali questo tema è in vario modo affrontato. Tra questi,  Quel treno per il Pakistan (1988), di Khushwant Singh, (1915-2014) [20] una delle voci più importanti della sua generazione. Qui la Partition è raccontata dal punto di vista delle comunità mussulmana e sikh, quest'ultima alla quale Singh appartiene, ed è ambientato in un villaggio lungo la ferrovia dove le due comunità, originariamente pacifiche, cominciano a scannarsi per l'improvviso esplodere del reciproco odio etnico; il tutto scandito dal passaggio dei treni e dal loro sferragliare sulle rotaie.  Così pure, nella già citata La spartizione del cuore, di Bapsi Sidhwa,è presente il drammatico racconto di uno dei treni che una volta arrivati alla stazione si scoprono pieni di corpi massacrati; mentre  Acqua, della stessa autrice, si chiude con l'immagine, drammatica e poetica al tempo stesso, di una donna che corre lungo il binario sul quale sosta il treno di Gandhi, faticosamente stringendo tra le braccia Chuya, la vedova bambina altrimenti destinata alla prostituzione, per affidarla al Mahatma, che viaggia su quel treno, e salvarle la vita. Locomotive che trasportano la storia, nel bene e nel male. Quella con la S maiuscola.
      Al contrario, Il treno di notte (1988) deliziosa raccolta di racconti di Ruskin Bond (1934) [21], decano degli scrittori angloindiani, non trasporta la grande storia, ma piccole storie individuali. Frammenti di vita, di una vita che ha il respiro poetico di un mondo d'altri tempi e d'altro tempo. Il tempo lento dei ricordi, di momenti d'amore vissuti o solo sognati, in un'India come ci piacerebbe che fosse, e come certamente, anche, è. Un mondo di attese, di sguardi, di sorrisi, di incontri fugaci che lasciano intuire più che svelare, ma che della vita dei singoli personaggi costituiscono spesso il centro, il momento attorno al quale anni di ricordi si raccolgono e coagulano. Trenta racconti brevi, composti dall'autore a partire dagli anni Cinquanta. Il tutto tenuto insieme dalla costante presenza del treno. Ed è lo stesso Bond, in una sorta di 'lettera al lettore', così la chiama, e che fa da  prefazione al volume, a spiegarne il perché: «nei miei racconti sentimento e avventura trionfano, spesso associati ai treni. La gente non fa altro che spostarsi in treno e andare in treno dappertutto, ma solo qualche volta succede che due persone si incontrino, che i loro sentieri si incrocino, e anche se presto si dovranno di nuovo separare, le loro vite saranno modificate in qualche indefinibile modo». [22] Quasi sconosciuto in occidente, Bond, che nasce da genitori inglesi in India dove ha trascorso l'intera esistenza, è autore di culto in India, dove i suoi romanzi e racconti – circa ottanta volumi oltre a raccolte di saggi e poesie - sono viceversa  molto letti e comunemente presenti in ogni biblioteca familiare. Di Ruskin Bond è apparsa in italiano anche una seconda raccolta di racconti, La stanza sul tetto (1956) [23], anche qui narrazioni brevi di grande fascino, nelle quali prevalgono il rumore di sguardi e di pensieri, con l'incrociarsi e lo sfiorarsi di vite, spesso in cerca d'amore.
 E ancora: è in una rigida notte di dicembre, in una sala d'aspetto della stazione di Agra, nei pressi del Taj Mahal, dove sono costretti a passare la notte in attesa del treno, che quattro uomini che fino a quel momento non si conoscevano – un imprenditore, un funzionario dell'esercito, un medico e uno scrittore - si ritrovano a raccontarsi le loro singole  storie. Sono i protagonisti di La ragazza del mio cuore (1951), di Buddhadeva Bose, (1908-1974) [24], uno dei maggiori scrittori bengalesi del ventesimo secolo, traduttore in bengali di opere di Baudelaire, Hölderlin e Rilke. Qui la sala d'aspetto fa da cornice al racconto che ciascuno dei quattro uomini, a turno, fa agli altri. Storie d'amore e nostalgia, ricordi lontani mai sopiti, suscitati dall'improvviso ingresso, in sala d'attesa,  di una coppia di novelli sposi,  anch'essi costretti a passare lì la notte nell'attesa che venga ripristinato il traffico ferroviario interrotto a causa di un incidente.  E se il romanzo di Bose mette in scena una narrativa tutta al maschile,  a far da contraltare, ecco Cuccette per signora (2001) di Anita Nair (1966) [25] dove uno scompartimento riservato alle signore, in un treno in partenza da Bangalore, fa da palcoscenico e al tempo stesso da contenitore al racconto di sei narrazioni femminili di altrettante donne di età diverse, tutte in vario modo in fuga da una vita che non le rende felici. In viaggio verso la  stessa destinazione, le donne parlano, di sé e del loro mondo, con  narrazioni  che si intrecciano e si rincorrono sulla pagina in una sorta di autobiografia a più voci. Un racconto avvincente, che si apre con gli odori del binario, del marciapiede di cemento, della umanità che nelle stazioni si accalca, per concludersi con una appendice di ricette di cucina, relative alle pietanze delle quali nel testo si parla. Scrive l'autrice in una nota d'autore che accompagna il testo:
Nella stazione ferroviaria di Bangalore, fino agli inizi del 1998, esisteva uno speciale sportello di biglietteria per "signore, anziani e portatori di handicap"; così pure, sui treni notturni con scompartimenti riservati di seconda classe, esistevano le "cuccette per signora". Dopo d'allora, gli sportelli  per signore sono stati aboliti in tutte le stazioni ferroviarie. Sono stata anche informata, da vari funzionari delle ferrovie, in particolare capistazione e controllori, che le cuccette per signora non esistono più e che nelle carrozze di nuova costruzione sono state del tutto abolite [26].
Narrazioni intense, tutte nell'alveo della forma classica del romanzo, quelle di Anita Nair, che oltre a Cuccette per signora, il suo romanzo di maggior successo,  ha al suo attivo una ricca produzione narrativa che spazia tra generi diversi, dal thriller psicologico di La ferocia del cuore, [27] a racconti di vite che mutano all'improvviso a seguito di un accendersi di consapevolezza, come ne L'arte di dimenticare [28];a individui che hanno il dono di leggere nel cuore degli altri, come in Un uomo migliore [29],o il tema doloroso della scelta d'amore, come nel ponderoso Padrona e amante [30], fino  alla bella raccolta di favole e miti indiani La mia magica India (2007) [31] che l'autrice racconta esserle stati tramandati dalla madre e dalla nonna. Narrazioni che, come in una ideale genealogia al femminile, sembrano raccogliere il testimone da alcune autrici della generazione precedente, prima fra tutte Anita Desai (1937).
La più internazionalmente nota delle scrittrici indiane, molto premiata  in India e in Gran Bretagna, ma anche in Italia dove  riceve  il premio Moravia e il Grinzane Cavour e dove la sua opera è interamente tradotta, Anita Desai, madre tedesca e padre bengalese, è autrice prolifica di narrative segnate da una prosa lucida e intensa, come in  Digiunare, divorare [32];o drammatica come in Fuoco sulla montagna [33], che presenta una indimenticabile figura di bambina; o dolente, come in Notte e nebbia a Bombay [34], che presenta al lettore un'India filtrata dallo sguardo di un ebreo tedesco in fuga dalle persecuzioni naziste. Racconti di complessi rapporti familiari, come in Chiara luce del giorno [35], con la storia di due sorelle, Tara e Bim, segnate da scelte di vita diverse, una intellettuale e indipendente e l'altra che vive nel solco di una femminilità tradizionale, tra la fine del dominio britannico e i primi decenni dell'indipendenza. E se è vero, come scrive Anna Nadotti, che il punto di forza della ricerca della scrittrice è «quasi mezzo secolo di meticolosa ricerca di senso che l'autrice compie attraverso una scrittura che ha nel dettaglio il suo motivo ispiratore», [36] vero è anche che Desai è maestra nella costruzione di personaggi femminili, di diversa età e condizione sociale. Così fa anche ne L'artista della sparizione (2013) [37], un 'retablo a tre ante' incentrato su figure marginali che cercano di compensare il dolore di esistenze che si vorrebbero diverse inventandosi un presente destinato a rivelarsi illusorio. Malinconico e struggente il racconto intitolato Tradurre, tradursi, incentrato sulla figura di una oscura insegnante di letteratura inglese che si cimenta con la versione in  inglese di un romanzo in oriya, sua lingua madre, e che nell'entusiasmo del sentirsi creativa ne modifica l'originale facendone una cosa diversa e  tutta sua, che non verrà accettata dall'editore, costringendo la donna a ritirarsi nell'ombra.

In tema di traduzione varrà ricordare il triplo passaggio che  ci  consente di accedere ad alcune opere di autori e autrici che hanno scelto di non scrivere in inglese, ma nella propria lingua-madre come fa  Mahasweta Devi, nata a Dacca, nel Bengala orientale (oggi Bangladesh) nel 1926, la più importante autrice bengalese dopo Tagore, del quale Devi era stata allieva. Docente di letteratura inglese, attivista in difesa dei diritti dell'ambiente e delle donne, Devi ha al suo attivo una sterminata produzione letteraria fatta di articoli, romanzi, racconti «di un'India che si conosce poco, che si preferisce non vedere e che non viene neppure sfiorata dagli agenti letterari del primo mondo, in cerca di immagini e storie volte a preservare e aggiornare un tranquillizzante esotismo», scrive Nadotti nella postfazione alla raccolta  La preda,   cui fanno seguito, per l'editrice Filema, La trilogia del seno e Invisibili [38], racconti accompagnati da importanti saggi critici di Gayatri Spivak, una delle massime voci degli studi postcoloniali e di genere, bengalese lei stessa e traduttrice di Devi in inglese.
     Nell'alveo di una letteratura segnata da una riflessione di genere merita segnalare Migritude: un viaggio epico in quattro movimenti [39], raccolta bilingue inglese-italiano di poesie, teatro e reportage, di Shailja Patel, indiana residente in Kenya, sul tema della migrazione e della condizione femminile in quattro continenti: testi incentrati sul  sari, inteso come elemento culturale ed emblema di genere.  Più marcato l'impegno di Arundhati Roy, originaria del Kerala, che, dopo il grande successo del romanzo Il dio delle piccole cose (1997) [40] – una intensa storia  sull'amore di una donna per un paria, narrata dal punto di vista dei due figli gemelli di lei -  ha infatti deciso di mettere la sua scrittura al servizio di un impegno civile e politico a tutto campo, declinato in saggi quali Guida all'impero per la gente comune (2006),  Guerra è pace (2002), Ahisma. Scritti su impero e guerra (2003), In marcia con i ribelli (2012) [41]
       Tra  gli autori  più interessanti, sul piano narrativo ma anche stilistico,  degli ultimi  anni, va ricordato Vikram Chandra, nato a Delhi nel 1961 ma vissuto in Rajasthan in una famiglia di donne, madre e sorelle sceneggiatrici cinematografiche. Ed è certo l'influenza del cinema, presente  nei racconti di Amore e nostalgia a Bombay [42], come nell'esperienza di ogni autore indiano d'oggi, unita alla cultura americana assorbita negli anni dell'università, a fare di Terra rossa e pioggia scrosciante [43], suo primo romanzo,  una narrativa insolita e affascinante, con un intreccio di grande  originalità; qui, il tema del racconto che sconfigge la morte, come ne Le mille e una notte, viene rielaborato dall'autore che al centro del racconto mette una scimmia sapiente, nel cui corpo è intrappolato lo spirito di un antico poeta, Parasher. Non potendo comunicare a parole, la scimmia, seduta  su un letto, batterà a macchina i racconti suggeriti dal poeta, su fogli di carta che a turno qualcuno degli astanti leggerà agli altri, man mano traducendoli nelle diverse lingue indiane dei convenuti, così tenendo desto l'uditorio e guadagnandosi il diritto a non morire; una corposa narrazione che fa di Vickram Chandra, che con la raccolta Amore e nostalgia a Bombay e il successivo, corposo, Giochi sacri [44] ci consegna un magistrale affresco della città di Bombay, l'erede naturale de I figli della mezzanotte di  Salman Rushdie. 
Poco maggiore per età, lo scrittore Vikram Seth (1952) ha un percorso narrativo dissimile ma altrettanto interessante perché composto di opere tutte diverse tra loro per tipologia e linguaggio. Seth esordisce nel 1993 con l'avvincente Il ragazzo giusto [45], romanzo-monstre per lunghezza con le sue milleseicento pagine, che gli regala una fama immediata; da lì passa a cimentarsi con il resoconto di viaggio con Autostop per l'Himalaya. Viaggio dallo Xinjiang al Tibet [46], poi a un romanzo in versi, Golden Gate, 590 sonetti in rima ispirati all'Evgenij Onegin di Puskin, [47] e da questo a Una musica costante [48], romanzo interamente britannico, anzi londinese, incentrato su una delicata e tormentata relazione d'amore tra due musicisti, venata di qualche elemento di mistero. E Amitav Ghosh (1956), uno fra i grandi autori indiani contemporanei e anche tra i più prolifici, che in uno dei saggi della raccolta Estremi orienti, del 1993, di se stesso scrive: «Come molti indiani sono cresciuto nutrendomi di storie di altri paesi: luoghi in cui i miei genitori e parenti avevano vissuto o viaggiato prima della Repubblica indiana, nel 1947» [49]. E questa molteplicità di sguardi e di luoghi, che hanno contribuito alla sua formazione, è molto presente nei suoi scritti. È, il suo, un incessante fermare sulla carta mondi in rapido e tumultuoso mutamento, non necessariamente in meglio. Storia e geografia si intrecciano e si confrontano, in dialogo tra loro senza soluzione di continuità, mentre lo spazio interagisce con il tempo. Dalla Cambogia alla Birmania, da New York a Calcutta,  con racconti che alternano piccole storie intimiste e  computer interattivi  divenuti personaggi: un viaggio che va dai primi titoli, Il cromosoma Calcutta [50]e  Lo Schiavo del manoscritto [51], fino alle opere più recenti, i primi due ponderosi romanzi della 'trilogia dell'oppio', Mare di papaveri e Il fiume dell'oppio [52].
Il racconto della storia continua,  una storia narrata dal basso, dalle miserie di un mondo dove la corruzione impera sovrana, i codici morali sbiadiscono e a fare da contraltare allo scintillio dell'India da rotocalco è la miseria di milioni di individui stremati dalla vita: La tigre bianca, [53] viaggio  in forma di lettera attraverso l'altra faccia di un'India che vorremmo non vedere, è la straordinaria opera prima di Aravind Adiga, classe 1974, che con questo romanzo ottiene il prestigioso Booker Prize, e con Fra due omicidi e L'ultimo uomo nella torre [54] si è confermato come uno degli autori più interessanti della letteratura indiana di oggi.
Ma continua, questo racconto, anche attraverso forme  narrative e scelte tematiche non convenzionali, come dimostra un nutrito drappello di autori con racconti che affrontano tematiche che rappresentano uno scarto dalla tradizione consolidata del romanzo indiano, come Il mio ragazzo, di R. Raj Rao [55], narrazione a tema omosessuale ambientata a Bombay, una città «che ha più omosessuali di Londra e Parigi», con storie ambientate in luoghi d'incontro spesso fatiscenti, o negli anfratti delle stazioni - ecco il tema che ritorna - dove non contano  casta di appartenenza, ricchezza o cultura, ma solo l'identità di genere, nel nome della quale brahmani e intoccabili possono incontrarsi, amarsi, e diventare amici per la vita. O come in  Nel cuore di Smog City, prima graphic novel indiana, di grande bellezza, anch'essa con venature omosessuali  cui si fa cenno con levità,  della scrittrice e illustratrice Amruta Patil [56]. O ancora, Il basso ventre dell'Impero, raccolta di racconti di Ambarish Satwik [57], chirurgo vascolare e scrittore, che compie una sorta di viaggio nella storia dell'Impero britannico usando come metafora le malattie del basso ventre, quelle coperte, innominabili, talvolta frutto di vizi, in alcune figure-chiave dell'India coloniale. Uno sguardo che da un "basso", per l'appunto, osserva e giudica un "alto" – il potere coloniale, dal quale non si escludono nemmeno religiosi e missionari sbarcati in India per salvare l'anima dei più derelitti;  potere osservato nella oscenità, in senso proprio, etimologico, di funzioni corporali rese dolorose da infezioni e patologie.
L'India, si è detto all'inizio, è un subcontinente  difficile da contenere e raccontare altro che nella forma di una minuscola carta geografica da tenere sul palmo della mano, come ci dicono i delicati versi della poetessa Moniza Alvi posti in esergo a questo scritto. E come ci suggeriscono le migliaia di romanzi, racconti, reportage, film, saggi, che sull'India e dall'India arrivano sino a noi. Perché «dell'India è facilissimo innamorarsi» scrive Shobbaa  Dé [58], giornalista, narratrice, icona culturale con molto seguito personale in patria, in un lungo scritto a metà tra il saggio e l'autobiografia, intitolato India superstar. Da incredibile a inarrestabile (2010), nel quale, in un fluire discorsivo incalzante, l'autrice passa in rassegna gran parte  delle questioni storiche, sociali  e culturali che ancora fanno del suo paese una terra di estremi, sul piano sociale e umano; un paese, scrive, nel quale le donne, se vogliono sopravvivere, ancora oggi debbono farsi invisibili e mute, ma dove, al tempo stesso «la grande famiglia indiana, nei secoli, ha fornito il filo della continuità per il tessuto sociale della nostra complessa società. Noi, in diecimila anni di storia, non abbiamo mai invaso nessuno», sottolinea con fierezza [59]. E per mettere in evidenza quanto l'impegno individuale nei confronti della comunità non debba mai venir meno, soprattutto da parte di quanti, come lei più fortunati per nascita, possono permetterselo, conclude Shobbaa Dé:
Questo libro è la lettera d'amore che scrivo al mio Paese. Voglio che il mondo si innamori dell'India.[…] Ero nel ventre di mia madre quando l'India ha conquistato l'indipendenza. Sono nata esattamente un anno e diciannove giorni prima della proclamazione della repubblica. Quando ci penso mi sento estremamente privilegiata: sono nata nell'India libera, quarta e ultima figlia. Ho l'età del mio paese, mese più, mese meno. E per molti aspetti ho la sensazione di non avere semplicemente assistito, in questi sessant'anni, a un mutamento straordinario, ma in un modo semplice, strano quanto dolce, di essere io stessa il mutamento. Io sono l'India [60].

Pubblicato il 20/04/2014
Note:


[1] Moniza Alvi, Mappa dell'India, in Andrea Sirotti (a cura di), L'India dell'anima, Firenze, Le Lettere, 2000, pp.84-85.

[2] Il numero di lingue parlate in India è di circa 180, solo 21 delle quali riconosciute ufficialmente come lingue usate in atti pubblici. 1652 sono i dialetti. La Costituzione non riconosce una lingua nazionale; l'hindi è la lingua ufficiale del governo e la più diffusa nel paese. Con l'avvento del colonialismo britannico l'inglese diviene lingua di comunicazione parlata e scritta in gran parte del subcontinente. cfr. Dietmar Rothermund, Storia dell'India, Bologna, Il Mulino, 2007; Domenico Amirante, India, Bologna, Il Mulino, 2007; Stanley Wolpert, Storia dell'India. Dalle origini della cultura dell'Indo alla storia di oggi, Milano, Bompiani, 2000.

[3] Salman Rushdie, "Non esiste una letteratura del Commonwealth", in Patrie immaginarie,Milano, Mondadori, 1994, p.73 [Imaginary Homelands, London, Granta, 1981].

[4] Ibid., p.74.

[5] Edward Said, Orientalismo, Torino, Bollati Boringhieri, p.53 [Orientalism, N.Y., Pantheon,1978].

[6] Silvia Albertazzi, "La letteratura indoinglese", in Agostino Lombardo (a cura di), Verso gli Antipodi. Le nuove letterature di lingua inglese:India, Australia, Nuova Zelanda, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1995, pp. 15-57. Cfr. anche, di S. Albertazzi, La letteratura postcoloniale. Dall'Impero alla World Literature, Roma, Carocci, 2013.

[7] Ibid.,p17

[8] Michelguglielmo Torri, Storia dell'India, Bari, Laterza, 2000, p. VIII.

[9] Cit. in Dietmar Rothermund, Delhi, 15 agosto 1947. La fine del colonialismo, Bologna, Il Mulino, 2000.

[10] Ibid., pag.10.

[11] Salman Rushdie, I figli della mezzanotte, Milano, Garzanti,2002, p.11 [Midnight's Children, London, Cape, 1981].

[12] Italo Calvino, L'India nel lenzuolo, "La Repubblica", 8.5.1984.

[13] Salman Rushdie, I versi satanici, Oscar Mondadori,1989 [The Satanic Verses, 1988]; L'ultimo sospiro del Moro, Milano, Mondadori, 1995 [ The Moor's Last Sigh,1995]; La terra sotto i suoi piedi, Milano, Mondadori,1999 [ The Ground Beneath Her Feet,1999];  Patrie immaginarie, Milano Mondadori,1991 [Londra,Granta,1991; Superate questa linea, Milano, Mondadori,2007 [Step Across this Line, New York, The Modern Library,2002]; Joseph Anton, Milano, Mondadori, 2012, [Joseph Anton, London, Vintage,2012].

[14] Bapsi Sidhwa, La spartizione del cuore,Milano, Neri Pozza, 1999, pp. 105-106 [Cracking  India, Minneapolis, Milkweed, 1991]; Il talento dei Parsi, Vicenza, Neri Pozza, 2000 [The Crow Eaters, London, Cape1978];  La sposa pakistana, Vicenza, Neri Pozza, 2002 [The Bride, London, Cape,1983]; Acqua, Vicenza, Neri Pozza, 2006 [Water, London, Cape, 2006].

[15] Sudhir & Katharina Kakar, Gli Indiani. Ritratto di un popolo, Vicenza, Neri Pozza, 2007 [The Indians.Portrait of a People, 2007].

[16] Rabindranath Tagore, L'anima dell'occidente. Un giudizio, Roma, Castelvecchi, 2013 [Judgement, in Visba Barathi Quarterly,  vol. III, 1925].

[17] Rabindranath Tagore, Il vagabondo, Parma, Guanda, 2010.

[18] Gandhi, Per la pace. Aforismi, Milano, Feltrinelli, 2002 [Gandhi on Non-Violence, New Directions,1964].

[19] Erik H.Erikson, La verità di Gandhi. Le origini della nonviolenza militante, Roma, Castelvecchi, 2013 [Gandhi's Truth.On the Origins of Militant Nonviolence, Norton,1969].

[20] Sudhir Kakar, Mira e il Mahatma, Vicenza, Neri Pozza, 2005 [Mira and the Mahatma, 2004].

[21] Khushwant Singh, Quel treno per il Pakistan,Venezia, Marsilio, 1996 [Train to Pakistan,1988].

[22] Ruskin Bond, Il treno di notte. Storie e racconti dall'India,Roma, Donzelli, 2006, pp. 3-5 [The Night Train at Deoli,Penguin Books, India, 1988].

[23] Ibid., pp.3-5

[24] Ruskin Bond, La stanza sul tetto, Roma, Donzelli, 2006.

[25] Buddhadeva Bose, La ragazza del mio cuore,Vicenza, Neri Pozza, 2010.

[26] Anita Nair, Cuccette per signore, Vicenza, Neri Pozza, 2002 [Ladies Coupé, Penguin Books India, 2001].

[27] Ibid., p.6

[28] Anita Nair, La ferocia del cuore,Parma, Guanda, 2012 [A Cut-like Wound, 2012].

[29] Anita nair, L'arte di dimenticare, Parma, Guanda, 2010  [Lessons in Forgetting, HarperCollins 2010].

[30] Anita Nair, Un uomo migliore, Parma, Guanda, 2011 [The Better Man, Penguin, India,1999].

[31] Anita Nair, Padrona e amante, Vicenza, Neri Pozza, 2006 [Mistress,2005]

[32] Anita Nair, La mia magica India,Roma, Donzelli, 2008 [Magical Indian Myths, Penguin India, 2007].

[33] Anita Desai, Digiunare, divorare, Torino, Einaudi, 2001 [Fasting,Feasting,1999].

[34] Anita Desai, Fuoco sulla montagna,Torino,Einaudi, 2006 [Fire on the Mountain,.1993].

[35] Anita Desai, Notte e nebbia a Bombay, Milano, La Tartaruga,1992 [Baumgartner's Bombay,1988].

[36] Anita Desai, Chiara luce del giorno, Torino, Einaudi,1998 [Clear Light of Day,1980].

[37] A. Nadotti, Nota della curatrice a Anita Desai,Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2009. La Nadotti è la curatrice e traduttrice di tutta l'opera di Anita Desai, come di un amplissimo numero di opere di autori e autrici indiani apparsi in traduzione sul mercato italiano.

[38] Anita Desai, L'artista della sparizione, Torino, Einaudi, 2013 [The Artist of Disappearance, 2011].

[39] Mahasweta Devi, La preda e altri racconti, Torino, Einaudi,2004; La trilogia del seno, Napoli, Filema, 2005 [Breast Stories,Seagull Books,1997], Invisibili, Napoli, Filema,2007 [Seagull Books,1999]

[40] Shailja Patel, Migritude: un viaggio epico in quattro movimenti, a/c di Marta Matteini e Pina Piccolo, Faloppio, LietoColle, 2008.

[41] Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose, Parma, Guanda, 1997 [The God of Small Things,1997]

[42] Arundhati Roy Guida all'impero per la gente comune (2006),  Guerra è pace (2002), Ahisma. Scritti su impero e guerra (2003), In marcia con i ribelli (2012).

[43] Vickram Chandra, Amore e nostalgia a Bombay, Torino, Instar, 1998 [Love and Longing in Bombay, London, Faber, 1997].

[44] Vickram Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante,Torino, Instar,1998 [Red Earth and Pouring Rain, London, Faber,1995].

[45] Vickram Chandra, Giochi sacri, Milano,Mondadori, 2007 [Sacred Games, London, Faber,2006].

[46] Vickram Seth, Il ragazzo giusto, Milano, Corbaccio,1996 [A Suitable Boy,1993].

[47] Vickram Seth, Autostop per l'Himalaya. Viaggio dallo Xinjiang al Tibet,Torino, EDT, 1992 [From Heaven Lake,1983].

[48] Vickram Seth, Golden Gate, Parma, Guanda, 2012 [The Golden Gate,London, Faber,1986].

[49] Vickram Seth, Una musica costante, TEA, 2006 [An Equal Music, Orion,1999].

[50] Amitav Ghosh, Estremi Orienti,Torino, Einaudi,1998, p.85 [Dancing in Cambodia and Burma, London,1993].

[51] Amitav Ghosh, Il Cromosoma Calcutta, Torino, Einaudi, 1996 [The Calcutta Chromosome,1995].

[52] Amitav Ghosh, Lo schiavo nel manoscritto, Torino, Einaudi,1993 [In an Antique Land, London,2002].

[53] Amitav Ghosh, Mare di papaveri, Vicenza, Neri Pozza, 2008 [Sea of Poppies,2008]; Il fiume dell'oppio, Neri Pozza, 2008  [River of Smoke,2011].

[54] Aravind Adiga, La tigre bianca,Torino,Einaudi,2008 [The White Tiger, London, 2008].

[55] Aravind Adiga, Fra due omicidi, [Between the Assassinations, Picador, 2008] L'ultimo uomo nella torre [Last Man in Tower, 2011].

[56] R.Raj Rao, Il mio ragazzo, Milano, Metropoli d'Asia, 2010 [The Boyfriend, Penguin, 2003].

[57] Amruta Patil, Nel cuore di smog city.Graphic novel, Milano, Metropoli d'Asia,2010 [Kari, HarperCollins India,2008].

[58] Ambarish Satwick, Il basso ventre dell'Impero, Milano, Metropoli d'Asia,2010 [Perineum.Nether Parts of the Empire, Penguin, India,2007].

[59] Shobbaa Dé, India superstar. Da incredibile a inarrestabile, Milano, TEA, 2010 [Superstar India, Penguin Books,2008].

[60] Ibid., p.314.

[61] Ibid., p.23.
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