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Nicolò Maldina

Letteratura inglese e irlandese

   Lo stretto legame che avvince, nell'attuale panorama editoriale italiano, il diffuso interesse per talune letterature straniere tradizionalmente meno esplorate a più o meno scontati grimaldelli di genere, siano essi commerciali o di altra natura, orientandone e delimitandone il senso e i confini, impone un importante discrimine a chiunque voglia tracciare un quadro della più recente ricezione italiana di letterature, come quelle anglosassoni, a cui una lunga consuetudine ha da tempo assicurato una circolazione ben altrimenti solida e organica: la facile equazione che sembra favorire, ad esempio, un'associazione quasi esclusiva tra la più recente letteratura dell'Europa del Nord e un'inquieta rivisitazione del genere giallistico risulta, infatti, improponibile a fronte dell'oceanico esercizio di traduzione degli esiti più recenti e attuali delle letterature anglosassoni, a tal punto pervasivo da restituirne un'immagine complessa e articolata, se non addirittura eterodossa. Pare quasi scontato, del resto, rilevare come si ricavi un'idea ben diversa della letteratura d'oltremanica a seconda che si considerino, per non citare che due esempi di vasta risonanza commerciale, le opere di John Le Carré, erede di Ian Flemming nell'offrire alcuni tra gli esiti più felici della cosiddetta letteratura di spionaggio, oppure l'essenziale ruolo giocato proprio da un autore inglese, Alan Moore, nella migliore definizione di un fenomeno letterario, la graphic novel, che, irrompendo con grande successo commerciale nel panorama editoriale degli ultimi decenni, ha contribuito a scompaginare significativamente la nozione stessa di genere letterario, svincolando, nella serie Whatchmen pubblicata tra il 1986 e il 1987, i tradizionali super-eroi dei fumetti dal manto di eccezionale straordinarietà per consegnarli a una quotidianità nevrotica e problematica degna dei migliori romanzi psicologici. In quest'ottica quindi, sebbene alla luce del fatto che praticamente tutte le opere principali degli autori menzionati nell'elenco dei cinquanta migliori scrittori inglesi dal 1945 a oggi pubblicato sul Times del 5 gennaio 2008 figurino da anni nei cataloghi degli editori italiani non paia lecito dubitare del vivo interesse editoriale per la letteratura inglese contemporanea, rimane tuttavia legittimo e doveroso interrogarsi circa l'effettiva natura di tale interesse e, quindi, sull'immagine che della letteratura inglese degli ultimi trent'anni l'editoria italiana restituisce al lettore.

Infatti, se da un lato la recente pubblicazione nei "Meridiani" Mondadori dell'opera poetica di Ted Hughes ha contribuito a consolidarne anche in Italia la statura di classico contemporaneo, dall'altro può di contro apparire un singolare paradosso il fatto che quello che si può a buon diritto considerare il maggior successo editoriale inglese degli ultimi anni, la saga di Harry Potter di Joanne Rowling (1997-2007), pur godendo ora di un vasto consenso commerciale e critico, non fu in origine accolto, né in Inghilterra né in Italia, da un grande editore, facendo anzi la fortuna di una casa editrice indipendente e sino ad allora minore del Regno Unito, la Bloomsbury, e in Italia di un editore storico ma settoriale come la Salani, che ha così riconfermato un'attenzione per la ricca letteratura per l'infanzia in lingua inglese, praticamente ininterrotta dai tempi della pubblicazione della Fabbrica di cioccolato di Roald Dahl sino a quelli, recentissimi, della traduzione italiana della trilogia fantastica di Philip Pullman, Queste oscure materie (1995-2000). Si tratta, infatti, di una sede editoriale che favorisce, anche solo implicitamente, un'associazione tra tali opere e una dimensione infantile e fiabesca non pienamente coincidente con quelli che paiono essere gli intenti e i contenuti loro propri. La trilogia di Pullman, infatti, rappresentando, nel tentativo di Lyra Belacqua di contrastare la volontà del Magisterium di assoggettare l'individualità umana scindendola dalla propria origine astrale, uno scontro tra potenze metafisiche votato alla critica a ogni dittatoriale teocrazia, sembra volgere il discorso fiabesco a una dimensione allegorica non del tutto estranea a una venatura latamente teologica e polemicamente affine a quella che sorregge la trilogia fantastica dell'irlandese Clive S. Lewis, Le cronache di Narnia (1950-56), di modo che la declinazione, di tolkieniana memoria, del modello del Bildungsroman in veste fantasy si rivela funzionale alla trattazione di tematiche ben altrimenti profonde. Allo stesso modo l'universo fantastico ideato dalla Rowling, pur facendo perno su alcune strutture elementari del racconto fiabesco, risulta in ultima analisi tramato da istanze di natura verrebbe da dire filosofica, anch'esse declinate nella forma dello scontro diametrale tra entità benigne e maligne, il cui progressivo sviluppo contribuisce a far slittare il tono fiabesco dei primi volumi della serie non solo verso intonazioni più propriamente gotiche, ma anche verso una maggiore consapevolezza e profondità delle implicazioni concettuali della trama narrativa. In questo culmina la ripresa dell'ideale tolkieniano di costruire un mondo fantastico in sé chiuso e coerente, dotato di una propria vicenda autonoma anche al di là della contingenza romanzesca, evidente non solo nell'attenzione con cui negli ultimi anni la Rowling ha dato alle stampe diversi tra gli pseudobiblia citati nel corso della saga potteriana, dal manuale su Gli animali fantastici, ricordato in Harry Potter e la pietra filosofale, alle Fiabe di Beda il bardo citate nell'epilogo Harry Potter e i doni della morte, ma anche nell'annunciata intenzione di compilare di un'enciclopedia genealogica di Hogwarts che in un certo senso funga da introduzione cosmogonica al mondo di Harry così come l'incompiuto Silmarillion (1977, postumo) doveva esserlo per l'universo di Tolkien.

A ben vedere, quindi, tanto gli universi paralleli di Pullman quanto l'Inghilterra magica della Rowling perdono l'apparente venatura di occasionale divertissement, fomentata tra l'altro da certa mitologia relativa alla concezione e alla stesura di Harry Potter e la pietra filosofale, assurgendo invece al rango di rappresentanti per eccellenza, nell'attuale panorama letterario inglese, del più ampio movimento di rivisitazione di un ben precisa linea della tradizione letteraria anglosassone che rimonta, in ultima analisi, alla codificazione del genere fantasy da parte di Tolkien e Lewis e che, in un'ottica commerciale allargata a comprendere non solo l'editoria ma anche il cinema e gli altri media, s'impone tra i tratti più caratteristici della letteratura inglese contemporanea. In questo senso i cicli di Pullman e della Rowling sembrano inserirsi, oltre che nel solco di una solida tradizione novecentesca, anche nel contesto, questa volta contemporaneo, dell'attenzione votata dagli scrittori inglesi degli ultimi trent'anni alla possibilità di svolgere tematiche dalle profonde implicazioni filosofiche e politiche facendo leva sullo schermo che la dislocazione paradigmatica delle vicende narrate in un mondo immaginario, magari collocato in un futuro più o meno remoto, garantisce alla finzione narrativa. Un'impostazione che, declinando la medesima dimensione, se non proprio allegorica, almeno emblematica della narrazione fittiva in maniera prossima piuttosto al magistero, pur diversissimo, di autori come Huxley, Orwell, Golding e Burgess che a quello di Tolkjen e Lewis, offre, pur traendo un'impostazione affine, uno stridente controcanto alla coeva produzione fantasy. Si tratta di un filone tutt'altro che secondario nell'attuale panorama letterario inglese, anzi percorso da un autore di prima grandezza quale Martin Amis in un'opera, London fields (1989), in cui le soglie del XXI secolo fanno da sfondo al basso continuo negativo della vita distopica di un'amorale società bilicata tra un'aria catastrofica e un grigio torpore mediatico, ma non del tutto benedetto da un'adeguata circolazione italiana, almeno a giudicare dalle sorti editoriali dello scozzese Alasdair Gray, autore di un libro, Lanark (1981), nella cui complessa e articolata struttura l'intrecciarsi simbolico delle vicende del protagonista eponimo e del suo alter-ego reale vanno a comporre un vasto affresco distopico della Glasgow novecentesca. Eppure, la vitalità di una simile vena narrativa giunge a lambire, almeno in parte, anche opere non del tutto ascrivibili al suo interno, come nel caso di England, England di Julian Barnes (1998), in cui l'incrocio di ambientazione futuristica e ironica assurdità nella vicenda paradossale del progetto di Sir Pitman di costruire sull'isola di Wrigth un parco a tema che riproduca in vitro una quintessenza stereotipata e commerciale della britishness destinata a sostituirsi nell'immaginario collettivo e negli equilibri geopolitici delle isole britanniche alla vera Inghilterra, sembra tradursi non solo in occasione di riflessione analitica sugli elementi più tradizionali e caratteristici della cultura anglosassone ma anche in aperta denuncia delle idiosincrasie della contemporanea società dell'immagine e del turismo di massa. Così, il tono apparentemente giocoso e ironico dell'inventio si rivela, di contro, veicolo di ben altrimenti profonde e articolate istanze filosofiche e socio-politiche, tradendo una particolare attenzione per il problema della specificità storica e culturale dell'Inghilterra nel contesto del multiculturalismo postcoloniale del secondo ʼ900 nel convogliare una stereotipata memoria culturale britannica nel poderoso monumento al capitalismo commerciale di Sir Pitman.

Tuttavia, nella controluce della ricca semantica del romanzo di Barnes traspaiono anche le fila di un ironico postmodernismo che costituisce una delle cifre essenziali della più recente letteratura anglosassone, a partire da quel Pappagallo di Flaubert dello stesso Barnes (1984), in cui il tentativo di ricuperare nell'atomismo di un presente ipersoggettivo una memoria storica salda e certa passa attraverso la paradossale ricerca del volatile ispiratore del racconto Un coeur simple, sino al recente Il petalo cremisi e il bianco di Michael Faber (2002), in cui l'ambientazione vittoriana determina sia il tono mimetico, da pastiche, di una scrittura allusiva sin dal titolo (Now Sleeps the Crimson Petal titolava, infatti, una poesia di Tennison) a precisi stilemi della letteratura inglese dell'Ottocento. D'altronde, proprio la declinazione del gusto postmoderno per la riscrittura nella chiave del rapporto con la tradizione, storica e letteraria, anglosassone sembra accomunare a quelle citate tanto le prove di un autore come Patrick McGrath, nei cui romanzi (Grottesco del 1989 e Spider del 1990 su tutti) il tema dominante del disfacimento fisico e psichico dell'individuo si sostanzia della rielaborazione degli stilemi della tradizione gotica inglese, quanto la singolare trasposizione del Gray di Wilde in un'edonistica Londra anni '80  nel Dorian di Will Self (2002).

A vario titolo, in questi ultimi casi l'impianto distopico e postmoderno della narrazione si accompagna a una problematica attenzione per l'immagine della società inglese contemporanea e per le sue attuali declinazioni che accomuna, anche al di là del generale impianto fantastico delle opere, un cospicuo manipolo di scrittori inglesi contemporanei. Da tale interpretazione, infatti, non uscirebbe inficiata la validità della citazione da Hanif Kureishi che, estrapolata dal contesto e consegnata all'icastica allusività degli slogan, l'editore Guanda ha trascritto sulla copertina della traduzione italiana del primo romanzo di Irvine Welsh, Trainspotting (1993): «Se c'è un autore rappresentativo della Gran Bretagna di oggi, questo è Irvine Welsh». Oggetto del romanzo è il perpetuo ciclo di redenzione, ricaduta, degrado e violenza di un gruppo di tossici scozzesi, il punto dei vista dei quali si alterna confusamente non solo a formare una sorta di affresco pluriprospettico della stagione di maggior diffusione dell'eroina in Gran Bretagna ma anche a definire un distorto senso di appartenenza alla Scozia, efficacemente compendiato nelle parole con cui Renton sancisce un atavico legame tra gli scozzesi e una degradata debolezza. L'opera di Welsh pare in grado di tradurre in forma romanzesca gli aspetti più vivamente avvertiti e peculiari della società britannica, come del resto conferma l'adozione di un titolo a tal punto vincolato a una moda specificamente inglese come quella di cogliere la matricola e la destinazione dei treni al loro passaggio da risultare intraducibile in qualsiasi altra lingua al di fuori del prestito linguistico, sia in quello di costruire una peculiare rappresentazione della scozzesità fin de siècle.

Sebbene il profondo radicamento, anche linguistico, del romanzo di Welsh nella cultura anglosassone contemporanea sembri inficiare, almeno in parte, la validità dell'assunto di Kureishi agli occhi del lettore italiano, fatalmente incapace di coglierne determinati aspetti, l'effettiva rappresentatività di Welsh coglie comunque una conferma alla luce del fatto che non occorre andar lontano per trovare un concreto referente allo stile e ai temi di Traispotting in opere come Ianto (2001) e Kelly + Victor (2002) del gallese Niall Griffiths, oppure nell'importante affresco della Lad Culture degli hooligans offerta da John King in Fedeli alla tribù (1997) e una altrettanto viva crudezza dei contenuti e dei toni nelle prove più importanti del teatro inglese degli ultimi decenni, da quelle della ben nota Sarah Kane a quelle, ancora in attesa di un'adeguata traduzione italiana, di Mark Ravenhill, Martin Crimp e Phil Ridley. Non sempre però al centro della narrazione stanno alcuni degli aspetti più degradati della società inglese della fine del secolo scorso come la diffusione dell'eroina e il fenomeno della violenza negli stadi, né una simile attenzione s'appunta sempre su tali brutali sub-culture assumendo la medesima crudezza di toni e stile presente in queste opere. Diversissimo è, ad esempio, lo sguardo rivolto allo stesso universo calcistico oggetto dei romanzi di King da parte di Nick Hornby, impegnato in Febbre a ʼ90 (1992) ad offrire, attraverso il resoconto diaristico ventennale da tifoso dell'Arsenal, uno scorcio delle tifoserie inglesi che, pur facendo quasi perno sulla diffusione della violenza negli stadi, assume però i toni divertiti e ironici dell'autobiografia di un appassionato incapace di scindere le proprie sorti da quelle della squadra per cui tifa.

Se in questi casi l'attenzione s'appunta prevalentemente su alcuni aspetti della società inglese a tal punto peculiari da definire un senso identitario dei protagonisti, in altri casi sono invece gli aspetti più universali della società contemporanea a dar materia a un cospicuo numero di romanzi interessati a drammatizzarne le ricadute sulla vita privata e psicologica dei personaggi, tagliando i propri contorni sul problema, verrebbe da dire generazionale, della vita quotidiana nell'Inghilterra a cavallo tra i due millenni. Un aspetto che, se da un lato sembra accomunare, pur con le dovute cautele, altri due romanzi dello stesso Hornby, Alta fedeltà (1995) e Un ragazzo (1998), a opere come Il diario di Bridget Jones di Hellen Fielding (1995) nell'offrire dissacranti e sarcastiche cronache di solitudini e monomanie nella Londra anni ʼ90, dall'altro giunge però a lambire anche toni più problematici e psicologici in alcuni degli esiti più alti della letteratura inglese degli ultimi anni, a cominciare dalle ben altrimenti impegnate prove della Doris Lessing del Taccuino d'oro (1962). È il caso, ad esempio, del romanzo Sabato di Ian McEwan (2005), dove, sulla scorta di autorevoli modelli joyciani e woolfiani, lo svolgimento dell'intera materia romanzesca in una giornata di vita del neurochirurgo londinese Henry Perowne, il 15 febbraio 2003, favorisce l'intreccio narrativo delle ansie private personali del protagonista con quelle sociali e pubbliche del post-11 settembre, oppure di alcuni romanzi di David Mitchell, in particolare Nove gradi di libertà (1999), la cui franta struttura a episodi rispecchia l'atomistica rete di legami umani inconsapevoli nell'era della globalizzazzione. Si potrebbero poi accomunare a questi anche alcuni romanzi di Zadie Smith come Denti bianchi (2000) e, almeno in parte, L'uomo autografo (2002), nei quali appare evidente un interesse per l'arduo tema del rapporto tra individuo e società nel mutato contesto dell'universo metropolitano e cosmopolita della Londra post-coloniale comune, seppur diversamente declinato, a tanta parte della letteratura inglese degli ultimi decenni. Emblematica in questo senso l'opera prima di Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie (1990), incentrata sulla vita dell'almost Englishman Karim Amir – così, infatti, Karim si presenta sin da subito al lettore: «I am an Englishman born and bred, almost» - a contatto con la varia umanità della Londra degli anni ʼ70 e votata a comporre un affresco a tutto tondo della City pre-tatcheriana particolarmente sensibile al problema non solo del multiculturalismo etnico ma anche del confronto tra differenti classi sociali che sembra quasi porsi in parallelo con l'ambientazione nel 1975 del primo romanzo della Smith.

La rinuncia a un'ambientazione contemporanea della vicenda nei romanzi di Kureishi e della Smith, se da un lato sancisce una profonda differenza rispetto alla risoluta attenzione per la più viva attualità nelle opere di Welsh, Hornby e McEwan, dall'altro lascia intravedere una ben precisa tendenza, tutt'altro che episodica nella narrativa inglese contemporanea, a declinare, grazie alla dislocazione storica della trama, il problema dell'impatto della vita sociale su quella privata dei personaggi, nel senso della ricostruzione di una stagione culturale in una sorta di romanzo storico votato alla rimeditazione narrativa del più recente passato nazionale, entro i cui orizzonti sembra muoversi buona parte della produzione di Mc Ewan, dai Cani neri del 1992 sino a Espiazione del 2001, spesso incentrata sul nodo del rapporto tra passato e presente tanto in una dimensione latamente sociale quanto in una intimamente privata. Si tratta di una sensibilità viva sin nell'impianto generale del più recente romanzo di Martin Amis, La vedova incinta (2010), dove a fare da sfondo all'iniziazione sessuale dei protagonisti sta la generale rivoluzione dei costumi degli anni ʼ60 e ʼ70: tuttavia l'ambientazione italiana della vicenda sembra distanziare sensibilmente un simile esito dal profondo radicamento nella cultura inglese di questo genere di opere, rappresentata al meglio, nell'attenzione per i nessi tra i grandi snodi della storia nazionale e la vita privata degli individui, dal Paese dell'acqua di Graham Swift (1983). Nel complesso, però, si tratta di una vena della letteratura inglese degli ultimi decenni che trova nella terna di romanzi dedicata da Jonathan Coe rispettivamente alle vicende dell'Inghilterra degli anni ʼ80 (La famiglia Winshaw, 1994), degli anni ʼ70 (La banda dei brocchi, 2001) e agli anni ʼ90 (Il circolo chiuso, 2004) la sua più nota realizzazione. Se nel primo romanzo è l'intrecciarsi delle vicende della famiglia eponima e del protagonista Michael Owen a puntare i riflettori su taluni aspetti dell'Inghilterra tatcheriana, negli altri due sono, da un lato, le agitazioni sociali e politiche del decennio pre-tatcheriano, e l'ultimo scorcio del secolo scorso dall'altro a offrire, a vent'anni di distanza, un solido contesto di riferimento all'evoluzione, umana e psicologica, di Benjamin Trotter e del suo gruppo di amici, di modo che l'irruzione di una decisa attenzione per le vicende storiche e sociali dell'Inghilterra nella trama dei romanzi di Coe, lungi dall'esaurirsi in analisi storico-sociologica in sé conclusa, passa invece attraverso il filtro della storia personale e privata dei personaggi, prima ancora che dello scrittore. In questo senso, la saga di Coe offre una sorta di, pur diversissimo, controcanto al ciclo dedicato da Antonia Byatt alle vicende di Federica Potter e della sua famiglia nel quadro dell'Inghilterra degli anni ʼ50 e ʼ60 nei romanzi La vergine nel giardino (1978), Natura morta (1985), La torre di Babele (1997) e Una donna che fischia (2002). Due istanze, quella reale del romanziere e quella fittiva del personaggio, che convivono invece nell'autobiografia infantile dell'irlandese Frank McCourt, Le ceneri di Angela (1996); tra le pieghe della rievocazione di un'esistenza segnata dai principali eventi della storia novecentesca d'Irlanda, dal problema religioso al fenomeno dell'emigrazione in America, il romanzo offre un significativo esempio, oltre che della sensibilità alla rielaborazione letteraria della società inglese mediata dai rapporti dei personaggi con la storia del Novecento, anche degli arguti toni ironici e sarcastici propri di altri autori, come per esempio lo stesso Coe.

Non pare un caso che sia proprio uno scrittore irlandese come McCourt ad offrire uno tra gli esempi più emblematici di questa istanza pervasiva a rileggere la storia recente del Paese. Proprio un'accentuata sensibilità per le problematiche storiche e sociali della propria terra sembra essere una delle cifre essenziali della letteratura irlandese più recente e il denominatore comune, pur nelle notevoli difformità degli esiti, dello squarcio pluriprospettico e immaginifico sui rapidi mutamenti della società irlandese offerto da Patrick McCabe o sulla rappresentazione della working class suburbanadi certi romanzi di Roddy Doyle, entrambi a vario titolo parte integrante di quella problematizzazione narrativa della storia irlandese recente e contemporanea che è parte essenziale e costitutiva della cosiddetta New Irish Renaissance. Una sensibilità non di rado sperimentata nel suo rapporto con le tradizioni e i miti d'Irlanda o nel ricupero problematico di una specificità culturale a partire dal mutato contesto del post-1949, secondo una prospettiva che trova forse la sua miglior definizione nella parabola poetica di Séamus Heaney. La maggior parte delle sue raccolte - da North (1975) a Disrict and Circle (2009) – si costruiscono attorno a una riflessione poetica sull'Irish Question, e sull'impatto nella cultura irlandese della violenza (post-)coloniale, sostenuta dal costante tentativo di ricondurne il senso in un quadro storico ad ampie arcate volto a comprendere le tradizioni e le vicende più antiche e ancestrali d'Irlanda, in un equilibrio tra filogenesi e ontogenesi  nel segno di una medesima parola poetica, come sembra rimarcare la sezione centrale dell'importante raccolta Station Island (1984). Una sensibilità, tuttavia, con la quale sarebbe però senz'altro riduttivo identificare la coeva letteratura irlandese, come sembra confermare l'articolato impianto dell'altrettanto importante Eureka Street di Robert McLiam Wilson (1996), dove Belfast, la politica e l'IRA entrano a far parte di un quadro assai complesso e problematico.

Tuttavia, è, assieme all'attenzione votata alla propria specificità storica e culturale, proprio il ricupero, verrebbe da dire polemicamente postcoloniale, degli aspetti più peculiari della cultura celtica ad accomunare la letteratura irlandese a un cospicuo manipolo di opere scritte in inglese da autori che affondano le proprie radici culturali lontano dall'Inghilterra, spesso nelle ex-colonie britanniche, le cui opere risentono fortemente dell'influenza di tradizioni culturali diverse da quella inglese e veicolano entro un'intelaiatura romanzesca d'impianto anglosassone suggestioni allotrie in grado di modificarne il senso e la struttura. Si tratta di due tendenze che sembrano convivere nel rapporto a distanza tra due romanzi dello scrittore nipponico naturalizzato inglese Kazuo Ishiguro: Un artista del mondo fluttuante (1984), dedicato al Giappone post-atomico, e Quel che resta del giorno (1989), impegnato a ripercorrere il declino di un'ideale britishness durante il nazismo.  D'altronde, dopo che la polemica religiosa internazionale suscitata intorno ai suoi Versi satanici (1988) ha contribuito a fare di Salman Rushdie, indiano formatosi a Cambridge e ora cittadino britannico, uno tra gli scrittori in lingua inglese più rappresentativi, non mette quasi in conto di rilevare l'importanza dell'elemento post-coloniale nel contesto della narrativa inglese più recente, confermata, del resto, dalla recente assegnazione del Nobel per la letteratura a Vidiadhar Surajprasad Naipaul, naturalizzato inglese ma trinidadiano di nascita, nel 2001. Due autori, Naipaul e Rushdie, la cui produzione lascia ben intravedere, pur nella difformità degli esiti, i proteiformi orizzonti dischiusi alla letteratura inglese dalla sua componente post-coloniale. Infatti i Versi satanici di Rushdie, collocandosi a ideale conclusione di un percorso di scrittura più che decennale iniziato con I figli della mezzanotte (1980) e proseguito da La vergogna (1983), vanno a coronare un trittico di opere dedicato alla storia del sub-continente indiano del XXI secolo, idealmente compendiata, nei Figli della mezzanotte, dalla figura di Saleem Sinai che, nato in coincidenza con la fine del colonialismo inglese in India la mezzanotte del 15 agosto 1947, sembra assommarne in sé tutte le contraddizioni e le fratture, diventando quasi un simbolo magico e icastico della condizione post-coloniale dell'India, allo stesso modo in cui nelle pieghe della vicenda di Omar Khayyám, protagonista de La vergogna, è possibile scorgere, accanto al riflesso di alcuni problemi universali, la storia più recente del Pakistan; così pure, nella contrapposizione (di cui trattano i capitoli dispari dei Versi satanici) tra Gibreel Farishta, attrice bollywoodiana, e Saladin Chamcha, artista indiana inglesizzata, sembrano compendiati quegli stessi paradossi a cui la de-colonizzazione inglese costringe i nativi delle ex-colonie al centro delle riflessioni di Naipaul, da L'enigma degli arrivi (1987) sino al recentissimo La metà di una vita (2001), incentrati proprio sui problemi di integrazione e straniamento che necessariamente conseguono all'emigrazione in Inghilterra dalle ex-colonie. Sebbene, in questo senso, l'intento di Rusdhie di esprimere in veste anglosassone ansie e preoccupazioni del proprio paese di origine sia per certi versi assimilabile al progetto del romanzo giapponese di Ishiguro e l'attenzione di Naipaul per le dinamiche psicologiche e relazionali dell'odierna società multietnica faccia quasi da eco a opere come quelle di Hureishi e della Smith - non a caso di origine pakistana il primo e per metà giamaicana la seconda -, gli acquisti della letteratura inglese post-coloniale non si limitano a questi, pur importanti, aspetti, ma interessano anche la cospicua serie di elementi e temi tradizionali delle ex-colonie veicolata in seno alla cultura non solo letteraria anglosassone, pienamente evidente non solo nell'attenzione di Rushdie per problemi e ansie piuttosto indiane che inglesi, ma anche nella ricca imagery mediorientale che sorregge la sua particolare interpretazione del cosiddetto realismo magico. Un aspetto, quest'ultimo, che va via via assumendo maggiore importanza alla luce della valorizzazione degli elementi più caratteristici delle proprie culture d'origine da parte di alcuni giovani scrittori, inglesi a tutti gli effetti ma provenienti da diversi backgrounds, impegnati a dar voce alle diverse enclaves culturali presenti nell'attuale contesto transnazionale a base britannica in una serie di opere, come la raccolta Thirteen Fairy Negro Tales del nigeriano Inua Ellams, che attende ancora un'auspicabile traduzione italiana.

Traduzione tanto più auspicabile in ragione del fatto che non solo colmerebbe una lacuna nella ricezione degli esiti di quella che si potrebbe definire una nuova generazione di scrittori postcoloniali, ma contribuirebbe anche a garantire una miglior circolazione a una branca, quella poetica, sinora solo parzialmente esplorata dagli editori italiani, apparentemente interessati alle letterature anglosassoni innanzi tutto in quanto letterature di narrazione romanzesca. Eppure del rinnovato fervore che ha investito la poesia in lingua inglese degli ultimi decenni, anche al di là delle già citate prove di Hughes e Heaney, assicurano le diverse antologie di nuovi poeti che, a cominciare almeno da The Penguin Book of Contemporary British Poetry (1982), si sono fittamente succedute nel corso degli ultimi decenni, raccogliendo quello che probabilmente rimane un orizzonte, frastagliato e poliedrico, della letteratura inglese ancora da esplorare compiutamente. Non pare un caso, infatti, che, eccezion fatta per talune opere di Tony Harrison edite da Einaudi (su tutte, V e altre poesie del 1996), manchino ancora traduzioni accessibili di poeti del calibro di James Fenton e Fleur Adcock, oggi favorite dalla pubblicazione inglese di due summae della loro produzione: rispettivamente  Selcted poems editi dalla Penguin nel 2006 e Poems 1960-2000, editi da Bloodaxe nel 2000.

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Pubblicato il 20/04/2014
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