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Gianni Celati
Angelica
che fugge.
Una lettura dellOrlando Furioso
... ma seguitiamo Angelica
che fugge.
Fugge tra selve spaventose e oscure...
Orlando furioso, I, 32-33.
1. Eroi che girano
a vuoto
All'inizio del poema ariostesco,
Angelica che fugge nella selva ci trascina
subito in un mondo dove tutti agiscono in
stati di incantamento o di fissazione prodotti
dal gioco della sorte. La bella Angelica
fugge sul suo palafreno dal campo cristiano
e incontra il paladino Rinaldo, che lei
detesta fin dal poema di Boiardo perché
ha bevuto alla fontana del disamore, mentre
Rinaldo l'ama e l'insegue perché ha bevuto
l'acqua dell'amore. E' l'inverso dell'inizio
boiardesco, dove Angelica inseguiva Rinaldo
avendo bevuto alla fontana dell'amore, e
Rinaldo la fuggiva avendo bevuto a quella
del disamore. Tutto sboccia di qui, su uno
sfondo di vita vegetale, dove ci sono solo
percorsi erratici, gesti iperbolici, meraviglie
dell'amore e dell'odio, e dove ognuno si
perde correndo dietro alle proprie fissazioni.
Subito, con Angelica che fugge
e i suoi spasimanti che l'inseguono, duellano,
ansimano per possederla, ma poi non combinano
niente, c'è il senso d'un girare a vuoto
che pare insensato, vano e mattoide. Questi
eroi che girano a vuoto sembra che non sappiano
cosa stiano facendo, trascinati dai furori
maniacali dell'amore e dell'odio, da moti
di attrazione e repulsione, secondo lo schema
delle due fontane. In loro non c'è parvenza
d'una libera volontà di agire, nessuna traccia
di quella disgrazia che chiamiamo psicologia
- solo teatrali sussulti, con risposte fisse
in conseguenza di eccitazioni esterne che
li colpiscono. Poi, che gli eroi cavallereschi
siano colpiti da una spada, da una minaccia,
da un grido di sfida o da un viso di donna
(come "l'angelico sembiante" della
nostra eroina), la loro reazione è sempre
uguale; è un furioso e automatico slancio
verso la fonte dello stimolo, verso lo scontro
o l'inseguimento, dove la massima esaltazione
è legata alla gioia bambinesca del cozzare
e del percuotere.
Con tanti sfrenati slanci,
si direbbe che girare a vuoto sia il loro
destino naturale, per eccesso di ardori.
Angelica fugge da Rinaldo e incontra Ferraù,
il quale inizia un duello con Rinaldo per
amore di Angelica, che però è già fuggita
di nuovo; nel frattempo, in questa selva
dove tutti si perdono e si ritrovano, Sacripante
sta lamentandosi perché teme che un altro
abbia colto il fiore verginale di Angelica
prima di lui; così appena lei appare si
dispone al "dolce assalto". Figuriamoci
se combina qualcosa - è interrotto dall'arrivo
della guerriera Bradamante, con cui inizia
un duello; lei lo butta a terra con un colpo
di lancia, e via che parte alla ricerca
del suo amato Ruggero, mentre arriva il
sudato Rinaldo che inizia un altro duello
con Sacripante, e Angelica fugge di nuovo,
etc.
Tutti ripetono le stesse mosse,
e ogni incontro non fa che distrarci dal
precedente; le azioni rimangono sempre sospese,
e gli eroi si disperdono verso altre gesta
che saranno interrotte da nuove distrazioni.
Ciò che fa germinare le trame non è il
significato o lo scopo delle azioni in corso,
bensì le distrazioni che la rilanciano
verso altre imprese e altri tragitti. Questa
è una specie di regola nei poemi cavallereschi,
dove c'è sempre l'arrivo d'un messaggero
che richiama l'eroe da un'altra parte, o
d'un altro cavaliere con cui ha inizio un
nuovo duello, o d'una dama da soccorrere
correndo verso altre avventure. Non c'è
mai un duello, un incontro o uno scontro
che vada in porto, salvo rari casi che servono
a concludere un ciclo di episodi. Il principio
attivo del narrare qui è l'arte del distrarsi
da ciò che si sta narrando, come per una
smemoratezza che ci devia verso nuove fantasie,
ossia verso altri giri a vuoto. Ogni linea
d'azione ci porta sempre verso nuove trame,
su tragitti divaganti per distrazione da
una meta; e ciò che conta alla fine, non
è il senso delle imprese cavalleresche,
ma il disegno delle linee che tracciano,
con cui le peregrinazioni eroiche prendono
la forma di intrichi o di arabeschi.
2. Eroi come maniaci selvatici
Nei poemi cavallereschi c'è
una riduzione d'ogni fantasia a puri moti
fisici, dove anche i sentimenti si manifestano
come azione materiale di corpi che si scontrano
- dall'amore inteso come "assalto",
fino ai pensieri che turbano la mente, spesso
indicati da Ariosto come l'azione fisica
di qualcosa che "rode e lima"
il cervello (I, 3; I,31; I,41). E' questa
passione per la meccanica degli urti, delle
spinte inerziali dei corpi, che crea le
meraviglie iperboliche delle gesta, sempre
come moti fisici irrefrenabili e maniacali
maniacali perchè danno il senso dellidea
fissa, della reazione automatica in rapporto
a uno stimolo.
Gli eroi cavallereschi sembrano
tutti dei monomaniaci, che ispirano una
forma di divertita simpatia o di riconoscimento
familiare, come chi torna sempre alle proprie
idee fisse e non riesce a vedere altro.
Ognuno ha la sua idea fissa che decide del
suo destino, e Orlando va dietro alla fissazione
di raggiungere Angelica, Rodomonte di ergersi
come il flagello del mondo, Marfisa di dimostrare
il proprio grande valore, Bradamante di
ricongiungersi con l'amato Ruggero, Mandricardo
di mostrarsi il guerriero più spavaldo che
ci sia, Gradasso di conquistare la spada
Durindana, Angelica di sfuggire ai suoi
spasimanti, etc. Questo è l'unico senso
e scopo dei loro comportamenti, la freccia
che definisce la direzione dei loro vagabondaggi
da perpetui agitati, senza soste, senza
riposo.
Ariosto non usa mai il termine
"mania", ma tutto il suo poema
è pervaso dal gusto di narrare l'eterno
ritorno di moti bradi, di reazioni selvatiche,
con la riconoscibilità di manie tipiche
e proverbiali. Non è la mania ispirata da
un dio, di cui parla Platone, e neanche
una nozione patologica come nella psicologia
moderna. Le furie di Orlando, di Rinaldo,
di Rodomonte, degli altri sono qualcosa
come l'incaponimento d'un animale per montare
la femmina, o per scornare i rivali, o per
dominare il gregge, la mandria, il gruppo.
Rispetto al gregge umano generico, l'eroe
cavalleresco ha lo stesso ruolo del montone
tra le pecore, del toro nella mandria bovina,
o del gallo nel pollaio; e le sue turbolenze
sono come quelle d'un montone o d'un toro
che si lancia a testa bassa guidato da stimoli
beluini.
Non è un caso se il mondo
selvatico della foresta è il teatro naturale
degli eroi maniaci, lo sfondo d'ogni duello
e sperdimento, dove appena s'annuncia uno
scontro scattano similitudini plurime ad
amplificare l'azione con metafore animali
e vegetali. Così, se due eroi combattono,
tutta la foresta trema o geme ai loro colpi;
se si attaccano, sono come cani che si mordono,
o montoni che cozzano l'un con l'altro;
se il nemico arretra davanti alla furia
di Ruggero, è sempre come una lepre in fuga;
se Rodomonte impazza per le vie di Parigi,
è come un toro che carica la folla; se Mandricardo
agita la spada, è come un vento alpino che
scuote la frondosa selva di marzo.
E' la similitudine a definire
la tempra d'ogni eroe, come un emblema appeso
alle sue azioni. Rispetto a Boiardo e Pulci,
in Ariosto c'è una straordinaria crescita
di similitudini a grappoli; soprattutto
con la vita vegetale e animale, pastorale
o silvestre - similitudini che rimandano
alla vita fuori dalle mura cittadine, e
danno ai furori eroici il senso di fenomeni
naturali o di proverbiali tropismi d'un
mondo selvatico. D'altronde un eroe cavalleresco
in una città non ci sta a far niente; è
una comparsa rara che viene a mettere tutto
in subbuglio, come se fosse totalmente inadatto
a quella vita. Selvatica è Angelica che
fugge "tra selve spaventose e scure",
lanciando spesso alte grida; selvatico è
il gentile Ruggero quando si lancia tra
i nemici; non parliamo del bestiale Rodomonte
e del feroce Mandricardo; e quanto a Orlando,
che vaga impazzito d'amore, nudo e villoso,
incarna precisamente la figura popolare
dell'uomo selvatico.
Ma la selvatichezza maniacale
si vede soprattutto quando la furia d'un
eroe s'abbatte su masse di corpi anonimi,
chiamate "populazzo vile", "sciocca
folla", sciocca turba,
sterminando eserciti o folle che incontra
sul suo cammino. Ed è l'apice della gioia
dei cozzi e delle percosse, quando il poeta
può raccontare un massacro di folle in fuga,
con pezzi di corpi scaraventati in aria,
teste rotte e ossa sbriciolate - immagine
della mandria schiacciata dall'animale dominatore.
Qui si nota la differenza tra destino eroico
e non eroico: dove il destino eroico corrisponde
a un invasamento selvaggio incontenibile,
mentre il destino non eroico è quello del
gregge umano generico, fifone e sciocco.
E tanto le masse umane generiche sono volubili,
pronte all'attacco o alla fuga secondo come
tira il vento (è la regola anche in Boiardo),
altrettanto fissati sono gli eroi nei loro
furori, nell'incaponimento dei cozzi e
percosse.
3. Schema paradossale della
mania
Nella tradizione del romanzo
cavalleresco, la mania specchio di
moti selvatici proverbiali finisce
per collegarsi all'idea d'una follia fantastica
che viene dalla tradizione lirica. Si può
pensare al farnetico visionario di Dante
nella Vita nova; ma ci si avvicina
di più pensando allincanto amoroso
in Petrarca, figurato come una trappola
dove il pensiero si impania. Nelle liriche
di Petrarca, come in quelle molto petrarchesche
di Ariosto, abbondano le metafore della
trappola amorosa, definita "rete",
"nodo", "laccio", che
è sempre tessuta con chiome d'oro, come
quelle della bionda Angelica. Questo è lemblema
della mania amorosa in cui il poeta si incanta
- ad esempio nei sonetti ariosteschi: "La
rete fu di quelle fila d'oro/ in che 'l
mio pensier vago intricò l'ale..."(sonetto
IX). E chi cade nella trappola di quella
bionda malia, si trova non tanto a inseguire
una donna quanto unimmagine verso
cui volano sempre i suoi pensieri: Non
sarei di vedervi già sì vago/ sio
sentissi giovar, come la vista,/ laver
di voi nel cor sempre limago
(sonetto XVII).
Linseguimento a volte
è figurato come una cavalcata, una corsa
sul sentiero dellerrore, dove loggetto
del desiderio fugge. E uno scenario
petrarchesco che dà alla passione amorosa
il senso dun incantamento destinato
a restare unidea fissa e insensata.
Perchè limmagine inseguita sfugge
a ogni cattura, a ogni richiamo, mostrando
il paradossale schema dinamico della mania:
quanto più x linsegue, tanto
più y sfugge, per cui x e
y resteranno sempre alla stessa distanza,
e la trappola damore è appunto questa
incolmabile distanza di fuga dellimmagine.
Schema petrarchesco che si può applicare
a tutti gli incantati cavalieri di Ariosto,
innamorati o no, perpetuamente vaganti dietro
a unidea fissa. E il loro destino
derranza è figurato in epitome dai
vagabondaggi di Orlando che insegue Angelica
fino all'impazzimento bestiale, dove la
storia d'Orlando non fa che portare a dimensione
epica alcune metafore di Petrarca, come
ad esempio: "Sì traviato è 'l folle
mio desio/ a seguitar costei che 'n fuga
è volta...".
Angelica è chiaramante un calco
dell'immagine amorosa petrarchesca; e il
suo nome non è che l'antonomasia della donna
come "angelico sembiante", figura
centrale della lirica amorosa. Ora, la mossa
narrativa nuova e strabiliante è di paracadutare
tale delicata figurina nel mondo selvatico,
tutto fisico, degli eroi maniaci che agiscono
solo per incaponimenti beluini. Ed è una
novità che fin dalla sua apparizione (in
apertura del poema di Boiardo) mette in
subbuglio tutto luniverso cavalleresco.
Perché, con la sua perpetua sfuggenza, Angelica
è subito come il motore, il primum
mobile dei giri a vuoto; è la spinta
inerziale dei moti maniacali; è la traccia
da cui nascono tutti gli inseguimenti, tutte
le trame. Lei incarna le proiezioni su cui
lincantamento si fissa, il filo
doro con cui si ordiscono i
nodi, le reti del
desiderio.
Per questo Angelica è la grande
invenzione che rivoluziona il romanzo cavalleresco.
Grande invenzione di Boiardo, il quale la
presenta come una maga che scatena invasamenti
maniacali con le proprie malie (Orlando
innamorato, libro primo, 1,37). Ariosto
la cita come "angelico sembiante",
"sembianza", parvenza che scompare
(XI,8), "imago" (XII, 26); tutte
metafore di un desiderio puntato non tanto
sulla donna quanto sulla sua immagine, come
nelle liriche amorose del nostro poeta:
"l'aver nel cor di voi sempre l'imago".
Ma nel nostro poema "imago" indica
anche le figure magiche con cui suscitare
un incantesimo, come nel caso del mago Atlante
che crea un castello dal nulla per incanto
(XXII, 23). E unaccezione diffusa
del termine, riferita ai libri di magia,
che ricorre già in Dante: "fecer malie
con erbe e con imago" (Inferno,
XX,123).
Come figura della malia e dell'incanto
amoroso, Angelica è un'inafferrabile "imago",
che produce i suoi effetti magici a distanza.
Non un carattere con una sostanza psicologica,
ma una traccia che crea un intrico di inseguimenti
a vuoto; romanzesco simulacro per suscitare
il film dei desideri. Di lei sappiamo solo
che è bionda, giovinetta di bellezza assoluta,
e detentrice di un anello magico che ha
il potere di dissolvere gli incanti e di
farla sparire. L'anello riassume la sua
potenza di figura che fuggendo o svanendo
produce effetti di invasamento insensato:
"donde lor sparve subito agli occhi,/
e li lasciò come insensati e sciocchi"
(XII,34). E già da una delle prime scene
nel poema di Boiardo, quando svanisce nell'aria
agli occhi dello strabiliato Ferraù, è fissata
questa sua specialità di mostrarci l'incanto
dei desideri come potenza di immagini vane
e sfuggenti.
4. Lincatturabile
oggetto dei desideri
Si capisce perché questi eroi
siano destinati a girare a vuoto in preda
a una follia fantastica. Neanche uno dei
loro inseguimenti e desideri va in porto,
nè quello di Orlando e di tutti gli altri
che spasimano per Angelica, nè quello di
Gradasso che sogna di conquistar la spada
Durindana, nè quello di Rodomonte di ergersi
come il flagello del mondo. Neanche gli
innamorati si ricongiugono mai felicemente,
né Zerbino e Isabella, né Brandimarte e
Fiordiligi, né Olimpia col suo sposo traditore.
Lo schema paradossale della mania, dove
il desiderio non può mai raggiungere la
cosa inseguita, tiene in piedi tutte le
trame del poema, senza eccezioni. (Quanto
a Ruggero e Bradamante, ci vuole il destino
scritto nelle stelle, annunciato nel poema
boiardesco, per trasgredir questa regola
e farli convolare a nozze).
Nel XII e XXII canto c'è una
spiegazione del moto errabondo a cui portano
le idee fisse, spiegazione in termini esemplari,
da imparare a memoria. Qui si parla del
palazzo incantato del mago Atlante, il quale
tiene prigionieri molti eroi con il trucco
magico di far apparire a ognuno il simulacro
della cosa o della persona che va inseguendo.
La mania è un gioco di simulacri in cui
ognuno vede la propria fissazione, e "a
tutti par che quella cosa sia/ che più ciascun
per sé brama e desia" (XII, 20). Così
ognuno corre dietro a una pura proiezione
dei propri desideri, dei propri amori o
odî, suscitata dal mago Atlante con la visione
della sua idea fissa: "fingendo la
sua imago" (XXII,26).
Da notare la funzione della
"imago", delle immagini, che sono
schermi vuoti in cui ciascuno proietta il
film dei propri desideri. Sicché, inseguendo
la stessa vana "imago", Orlando
crede di correre dietro ad Angelica, Ruggero
crede di inseguire Brandamante, etc. Come
nelle figure magiche degli incantesimi,
"l'imago" è potente proprio perché
non ha sostanza, è solo una "finzion
d'incanto", che suscita mobilità del
corpo o dei pensieri. Ma è anche il segno
che l'inseguimento dei desideri è un continuo
girare a vuoto "per vani sentieri",
e che l'oggetto d'ogni desiderio è irraggiungibile.
Poi, dato che ognuno vede nel vuoto schermo
delle immagini "quel che più brama
e desia", la mania risulta un incantamento
di cui ognuno è prigioniero durante il suo
peregrinare nel mondo; come Orlando in cerca
di "colei che nel carcere d'Amor lo
tenea chiuso" (XII,66). E le idee fisse
degli eroi ariosteschi funzionano sempre
come quelle della mania amorosa, che è l'epitome
di tutte le manie - sono un richiamo che
si segue senza poter fare altro, l'incaponimento
dei cavalieri votati al perpetuo errore
dei desideri.
Nello stesso tempo, la contentezza
che il poema ariostesco riesce a darci subito,
con la fuga di Angelica, è appunto quella
della mobilità continua, del perdere la
meta per "vani sentieri", nel
dedalo di vagabondaggi in cui si sperdono
i maggiori eroi. L'effetto dello sperdimento
crea uno stato di sospensione, in cui la
lettura prende il senso dell'incanto: l'incanto
di quando si va dietro a qualcosa senza
una meta, ma trascinati da un richiamo.
Ed è come se un segnale si muovesse davanti
ai nostri occhi, ipnotizzandoci con la sua
mobilità, in un disegno labirintico - in
una fuga di linee che non hanno alcun valore
specifico se non quello di stabilire relazioni
con altre linee, con altri percorsi, che
ci portano da un intreccio all'altro, da
uno sperdimento all'altro, per varianti
delle stesse mosse e delle stesse trame.
continua

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