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Federico
Condello
Corpus loquens.
Marchi, ferite, tatuaggi (e altri promemoria)
in Grecia antica
1. Corpo che scrive,
corpo inscritto
«Una sorta di risalita al
corporeo» confessava il Barthes delle
Variations sur lécriture: e
il termine «risalita» [remontée]
non è senza rilievo può suscitare
nel semiologo unimprovvisa diversione
teoretica, che lo conduce dallaccezione
metaforica della scrittura verso
«laspetto manuale del
termine [
], la scription (latto
muscolare darticolare scrittura, di
tracciare delle lettere) [
]: quel
gesto con il quale la mano impugna uno strumento
punzone, calamo, penna, lappoggia
su una superficie, vi avanza premendo o
carezzando, e traccia forme regolari, ricorrenti,
ritmate (non occorre dir di più: non si
parla necessariamente di segni)» [1] .
Dovrà stupire, una simile
diversione? Che lo stile non sia solo affare
di gusto o questione lato sensu intellettuale
che lo stile, a conti fatti, punga
o per lo meno interpunga
è assunto cui non guida tanto la facile
etimologia (stilum, stilettata: «punzone,
calamo, penna») quanto la riflessione che,
sulla scorta di Nietzsche, hanno condotto
fra gli altri gli Sproni di Derrida
[2] : lo stile o se vogliamo
lécriture del primo
Barthes, quella metafora che
ancora non conosceva «risalita al corporeo»
[3] apre in questo senso il
campo della pura differenza, della spaziatura
che fonda (senza fondamenti) il campo della
segnicità: tematiche note, dacché
vige il postmoderno, e non è il caso di
insistervi troppo. Stupisce allora che una
simile diversione coinvolga il corpo, lo
invochi dappresso come unentità che
trascende la stessa nozione (ormai notoriamente
esposta alla taccia di spiritualità
[4] ) che va sotto il nome di segno?
Lungi dal costituire una tardiva concessione
alle ragioni del corporeo, inteso
come asemantico o presemantico, la riflessione
dellultimo Barthes configura piuttosto
ben più che in filigrana una
radicale simbolizzazione del corpo (scrivente
o meno) che va di pari passo con una marcata
declinazione sensuale della stessa écriture;
e se questultima sembra perdere la
sua identità metaforica, è solo per recuperarla,
a un livello ancor più fondamentale, quale
marca o traccia simbolica che segna il corporeo
sin dalla sua stessa costituzione: cadenza
della mano scrivente, interpunzione del
ritmo, corporeità dello stilum e
dei supporti che vi oppongono una variabile,
ma tangibile, resistenza.
Il corpo che Barthes eleva
a soggetto dellécriture è evidentemente
un corpo che il simbolico ha già assoggettato:
un corpo sul quale il simbolico ha già iscritto
in termini di regole, misure, tempi
la sua traccia indelebile. È questo
il corpo della riflessione lacaniana, il
corps morcelé («corpo a frammenti»)
che la storia tortuosa del soggetto
prima per via immaginaria, poi
per via simbolica conduce
a precaria unità: frutto di una «anatomia
fantasmatica»
[5] , di una mappatura immaginaria e
di una lenta costruzione simbolica
[6] ; e proprio del corpo scrivente
Barthes sottolinea il fondamento disciplinare
e coercitivo («dal momento che prolunga
il corpo, la scrittura comporta inevitabilmente
unetica» [7] ), sicché esso è ancora, se si vuole,
il corpo degli amanuensi, la cui testimonianza
si affida alle querimonie non di rado registrate
nelle antiche subscriptiones
[8] : tres digiti scribunt, totum
corpus laborat (motivo ricorrente, per
cui cfr. e.g. British Library, ms.
Harley 3013 [ASMMF 272], f. 96r).
Il corpo che scrive è dunque,
sin dal principio, un corpo iscritto: un
corpo marchiato dalla lettera
del simbolico
[9] . Che dire, dunque, di un corpo
che a tale iscrizione a tale lettera
dia una parvenza di realtà, al punto
di prendere la lettera alla lettera? Solo
qualche spunto, nelle pagine a seguire,
su un tema che attende ancora una trattazione
organica; e che qui si inquadra provvisoriamente
a partire da uno sguardo privilegiato: lo
sguardo dei Greci, che del corpo
e della scrittura come noi la intendiamo
passano spesso per inventori.
2. Totem e Tattoo:
il corpo dei barbari.
«Il miglior modo di testimoniare
a se stessi e agli altri che si fa parte
del medesimo gruppo, è di imprimersi sul
corpo una medesima marca di distinzione»
osservava il Durkheim delle Formes
élémentaires [10] . I paralleli etnologici, inutile dirlo,
si sprecano: e per i cultori dellanthropologie
du proche, una cospicua letteratura
psicologica e sociologica non di
rado sospesa fra paternalismo e giovanilismo
sopperisce al bisogno di documenti
contemporanei
[11] . Il tatuaggio, il branding,
il body-painting non si perde
occasione di ribadire sono innanzitutto
marchi didentità, crismi dappartenenza,
in ogni senso iscrizioni: a un gruppo
(magari ideale) e sulla propria pelle (per
convenzione reale)
[12] . Ma ciò che allinterno del
gruppo è segno di adesione e di coesione,
non potrebbe che essere, agli occhi dellestraneo,
marca di estraneità: ecco allora che la
cultura europea moderna quella cultura
che sulla bella semplicità del
corpo nudo ha costruito, e ben prima di
Winckelmann, uno dei suoi più saldi idola
estetici
[13] individua nella pelle iscritta
e tatuata dei selvaggi un discrimine (un
crimen) dei più vistosi. È limmagine
che restituisce, per esempio, lo sguardo
del Ramusio, quando nei suoi Viaggi di
Marco Polo (II 46) descrive gli abitanti
della «provincia di Cangigù» precisando
che essi, «così uomini come donne, hanno
tutto il corpo dipinto di diverse sorti
danimali e uccelli, perché vi sono
maestri che non fanno altrarte se
non con unagucchia di designarle,
o sopra il volto, mani, gambe e ventre,
e vi mettono color negro, che mai per acqua
over altro può levarsi via: e quella femina
overo uomo che nha più di dette figure
è riputato più bello». Era del resto già
lo sguardo dei viaggiatori europei che nel
XV sec. visitarono la Birmania (in primis
Nicolò
de Conti), e sarà ancora quello
di James Cook reduce da Tahiti nel
1771
[14] quello attribuito da Melville
al suo Ismaele il ritratto indimenticabile
di Quiqueg
quello di Cesare Lombroso
inflessibile esploratore delle carceri italiane
sul finire dellOttocento
[15] e finanche quello di alcuni
ispirati censori contemporanei
[16] .
Ma qual era lo sguardo delluomo
greco, preteso inventor del corpo
naturale
[17] , spettatore di unepifania
irripetibile che avrebbe palesato allOccidente,
in un abbaglio dai riverberi secolari, la
nuda bellezza corporale? Le testimonianze
antiche sono univoche e unanimi: il tatuaggio
il corpo iscritto è cosa da
Barbari; ovunque sia questione di segni
tratti sulla pelle nuda, siano essi incisi
o dipinti, delebili o indelebili, vergati
a pennello, ad ago o a fuoco, si tratta
sempre di Barbari: ossia, semplicemente,
di non-Greci, senza che qualche ulteriore
coordinata etnica o geografica aiuti a precisare,
in senso diverso dalla semplice contrapposizione
binaria, la matrice culturale o la funzione
particolare del fenomeno. Ecco allora letnologo
Erodoto osservare per primo, tra le fonti
a noi note, che presso i Traci «lessere
tatuato [estíchthai] è giudicato
segno di nobiltà, mentre è ignobile il non
esserlo» (V 6,2)
[18] ; ed ecco Senofonte, poco più tardi,
testimoniare della stessa pratica presso
il popolo dei Mossineci (Xen.
Anab. V 4,32), residente sulla
costa sud-orientale del Mar Nero
[19] , mentre già Aristofane ne aveva
parlato come di un tratto antonomastico
dei generici Istrianoí (fr. 90 K.-A.)
[20] e qualche secolo più tardi Strabone
ne attribuirà luso agli Illiri (Strab.
VII 5,4), Plinio ai Daci (Plin.
NH XXII 2,1), Pomponio Mela agli
Agatirsi
(Pomp. Mel. II 10)
[21] , Luciano agli Assiri (Lucian.
De Syr. Dea 59) [22] e lo storico Erodiano
ai ben più remoti Britanni (Hdn.
III 14, 7). Che in tanta varietà geografica
(e in tanta monotonia etnologica) i Traci
mantengano comunque un ruolo principe, dimostra
non solo la relativa frequenza delle testimonianze
antiche [23] , ma anche il fatto che
un notevole professionista tatuatore
(stiktés) sia il Kosis menzionato
in un mimo di Eronda (Herond.
5,65s.): il suo nome ha puntualizzato
Headlam rinvia appunto allarea
bitino-trace
[24] . Sarà appena il caso di ricordare
che pochi popoli come Traci e Sciti si sono
prestati, nellimmaginario greco, al
gioco identitario del Verkehrte Welt,
fornendo per quasi ogni tratto culturale
ellenico una puntuale e paradossale assiologia
a rovescio, facilmente inquadrabile in termini
lotmaniani [25] : sicché, anche a proposito del barbarico
corpo iscritto, i commentatori
hanno opportunamente sottolineato il sovvertimento
assiologico che presiede a tali rappresentazioni [26] ; né un simile effetto di rovesciamento dellimago
corporea e della sua funzione segnica si
limita, per ciò che concerne i Barbari,
ai soli tatuaggi: come ha osservato Hartog,
nel descrivere i riti funerari che gli Sciti
tributano al sovrano morto, Erodoto
(Hdt.
IV 71) stabilisce uninevitabile
complementarità fra il silenzio impenetrabile
degli astanti e la consuetudine che impone
loro di graffiare e mutilare i propri corpi:
«gli Sciti, benché non elevino voce e non
articolino parola, in realtà parlano, ma
parlano a modo loro, sul loro corpo e attraverso
il loro corpo. Mutilandosi, essi iscrivono
sul proprio corpo la legge scita e fanno
del corpo la celebrazione e lorazione
funebre del re morto. Il loro corpo, attraverso
le sue cicatrici, diventerà memoria»
[27] . Se la eusebéia greca dètta
prolissi epitaffi agli oratori convocati
sulla pubblica tribuna
[28] , e vieta al contempo, almeno sin
da Solone, dincidere sul proprio corpo
i segni del lutto [29] ma più di una traccia resterà nella pratica del
kopetós, ampiamente testimoniata
per via letteraria e iconografica
la religiosità dei Barbari si esprime proprio
attraverso una scandalosa scrittura corporale,
fatta dincisioni e recisioni cruente,
che hanno del resto ampio riscontro nella
pratica funeraria dei nomadi eurasiatici [30] .
A tale forma di scrittura
corporale tatuaggio se non autentico
scaring si oppone dunque limago
illibata del corpo ellenico: illibata
sino allesibizione, semplice e orgogliosa,
di quella nudità
maschile che per i Greci di età classica
fu segno di prestanza atletica e di eroica
virilità: un tratto eminentemente aristocratico,
che le nostre fonti, non a caso, si compiacciono
di contrapporre proprio agli usi dei Barbari [31] . Ma il motivo del sovvertimento assiologico,
comunque esso si declini, è davvero uno
schema concettuale sufficiente a chiarire
lattenzione che i Greci di ogni epoca
hanno mostrato verso la scrittura
corporale dei Barbari? Lindicazione
rischia di suonare vaga o sbrigativa, se
non si precisa che in questo come in altri
casi appare evidente come la cultura
intesa in una prospettiva identitaria
e quindi, a fortiori, discriminante
non si costituisca sempre e comunque
in opposizione globale a unalterità
concepita quale non-cultura (i.e.
natura): la definizione
che la cultura dà a se stessa di
se stessa sembra piuttosto il risultato
di una precisa segmentazione identitaria
condotta entro uno spettro continuo di alterità
germinali, che dal minimum della
natura sale per gradi sino al
maximum di una iper-cultura
incontrollata e paradossale; è qui che trova
fondamento la possibilità, tante volte esplorata,
di una doppia e simultanea antitesi, che
segna il luogo immaginario della cultura
allo snodo fra le opposte estremità del
proprio annullamento (la natura)
e della propria corruzione (liper-cultura)
[32] . È qui che si articola, fra i
tanti, il discorso ideologico dellesotismo,
semplice rovescio di unalterità che
si dà tanto per difetto quanto per eccesso
[33] : nel caso della scrittura corporale
barbarica come poi avverrà per quella
forma legalizzata di body painting
che è la cosmesi femminile [34] siamo evidentemente dinanzi
a un soggetto ibrido, che da un lato sembra
opporsi allintatta simplicitas
del corpo ellenico, dallaltra
per il suo carattere cruento mantiene
comunque forti legami con la sfera della
più tradizionale sauvagerie dei Barbari,
rinnovando il fantasma del corpo a
frammenti secondo unambiguità
che Lacan, meglio di altri, evidenzia: «abbiamo
qui un rapporto specifico delluomo
col proprio corpo, che si manifesta anche
nella generalità di una serie di pratiche
sociali, dai riti del tatuaggio, dellincisione,
della circoncisione nelle società primitive,
fino a quella che potremmo chiamare arbitrarietà
procustea della moda, in quanto smentisce
nelle società avanzate quel rispetto delle
forme naturali del corpo umano la cui idea
nella cultura è tardiva» [35] .
Motivo polisemico, il corpo
iscritto che i Greci osservano con malcelato
raccapriccio sortisce per questa via un
effetto ideologico di cui sarebbe errato
sottovalutare la portata: accanto ad altri
temi ricorrenti della rappresentazione barbarica,
esso innesca un meccanismo che ricorda da
vicino quello descritto da Barthes per ogni
impiego di messaggi connotati: un segno
secondo (o parassitario) che si dia
chiaramente per tale, esibendo o denunciando
il proprio artificio, mira innanzitutto
a suggerire la pretesa naturalità del segno
primo (presunto ma impossibile grado
zero) su cui esso si sostiene [36] ; è un miraggio che ha rimarcato, pur en passant e
con accenti diversi, Galimberti: «da sempre
il corpo è superficie di scrittura, superficie
atta a ricevere il testo visibile della
legge che la società detta ai propri membri
marchiandoli [
]; marchiando il corpo,
[le società arcaiche] lo de-signavano come
lunico spazio degno a portare il segno
del gruppo [
]; quelle almeno scrivevano
la legge sul corpo, e con quel marchio scongiuravano
la legge separata, lontana, dispotica, la
legge che, articolandosi nel rapporto comando-obbedienza,
conosce solo il potere coercitivo [
].
Il suo modo di dominare, infatti, non è
nellimporre un segno, come facevano
i primitivi col marchio, ma nello svuotare
di senso tutti i simboli a cui il corpo,
nella sua originaria ambivalenza, potrebbe
dare espressione»
[37] .
Il corpo iscritto dei Barbari,
secondo questa prospettiva, mira innanzitutto,
in un processo di riflessione per contrasto,
a sancire la naturalità del corpo ellenico,
a celarne il carattere di prodotto
culturale, a promuoverne lapparente
feticistica, diremmo
con Marx originarietà; intendiamo
quel corpo ellenico (soma)
di cui Vegetti ha evidenziato meglio di
altri la laboriosa elevazione a concetto,
fra V e IV sec. a.C., mostrando come esso
si dia in un doppio processo ideologico
che da una parte somatizza la
psuché, dallaltra, appunto,
psicologizza il soma [38] . È un corpo la cui naturalezza appare già ampiamente
manipolata dalla riflessione psicologica,
biologica, estetica: un corpo che come tale,
nella sua ostentata integrità, può opporsi
inter alia al corpo iscritto dei
Barbari, sancendo così, e perentoriamente,
il suo effetto di feticcio.

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Note
[1] R. Barthes, Variazioni sulla scrittura,
seguite da Il piacere del testo, trad. it. Torino,
Einaudi, 1999, p. 5. Riproduco loriginale
scription, dove lottima traduzione
di C. Ossola preferisce tentare unaudace «impennatura».
Quanto a «risalita» (remontée), nella scelta
terminologica Barthes sembra evocare un autentico
mito della caverna a rovescio; il che
si spiega con il sostrato lacaniano della riflessione
qui condotta: cfr. infra.
[2] J. Derrida, Sproni. Gli stili di Nietzsche,
trad. it. Milano, Adelphi, 1991. Sul tema si veda
anche la solenne ouverture di J. Lacan, Scritti,
trad. it. Torino, Einaudi, 1974, pp. 6s., a commento
del buffoniano «lo stile è luomo».
[3] Cfr. R. Barthes, Il grado zero della
scrittura, trad. it. Torino, Einaudi, 1982;
sui rapporti fra il primo Barthes (la stagione semiologica)
e le più tarde tematiche relative al plaisir
e alla jouissance testuali che
danno per assimilata la lezione lacaniana
cfr. per es. S. Heath, Vertige du déplacement.
Lecture de Barthes, Paris, Fayard, 1974, in
part. pp. 149-176; si veda inoltre A. Lavers, Roland
Barthes. Structuralism and After, London, Methuen,
1982.
[4] Cfr. per es. J. Derrida, Della grammatologia,
trad. it. Milano, Jaka Book, 1969, pp. 49-108; la
più netta esposizione del tema è in Id., Posizioni.
Scene, atti, figure della disseminazione, trad.
it. Verona, Ombre Corte, 1999, pp. 27-34; ma nellàmbito
della stessa deconstruction si può vedere
lormai classico J. Culler, Sulla decostruzione,
trad. it. Milano, Bompiani, 1988, pp. 81-100.
[5] J. Lacan, Scritti cit., p. 91.
[6] Su questi temi cfr. da ultimo A. Zenoni,
Il corpo e il linguaggio nella psicoanalisi,
trad. it. Milano, B. Mondadori, 1999, in part. pp.
102-137; si veda anche M. Combi, Corpo e tecnologie.
Simbolismi, rappresentazioni e immaginari, Roma,
Meltemi, 2000, pp. 47-61. Una sintesi originale
della posizione lacaniana si può leggere in J.-D.
Nasio, Cinque lezioni sulla teoria di Lacan,
trad. it. Roma, Editori Riuniti, 1998, pp. 127-134.
[7] R. Barthes, Variazioni cit., p. 54
(e più ampiamente pp. 53-55).
[8] In generale sulle subscriptiones
e sulle loro forme, si può vedere ora la ricca raccolta
di contributi offerti da Scribi e colofoni. Le
sottoscrizioni di copisti dalle origini allavvento
della stampa. Atti del seminario di Erice.
X Colloquio del Comité international de paléographie
latine (23-28 ottobre 1993), a c. di E. Condello
e G. De Gregorio, Spoleto, Centro Studi sullAlto
Medioevo, 1995.
[9] Su lettera e simbolico,
cfr. ancora J. Lacan, Scritti cit., pp. 29s.,
57s., 265-269 e index s.v. «ordine simbolico».
[10] E. Durkheim, Le forme elementari della
vita religiosa, trad. it. Milano 19823,
p. 380.
[11] Per unantropologia del tatuaggio,
si veda la sistemazione fornita da J.T. Maertens,
Le dessin sur la peau, Paris, Aubier, 1978,
e più recentemente C.R. Sanders, Customizing
the Body. The Art and Culture of Tattooing,
Philadelphia, Temple University Press, 1989 (con
particolare attenzione alle sub-culture contemporanee),
e A. Gell, Wrapping the Images. Tattooing in
Polynesia, Oxford, University Press, 1993, pp.
1-39; per un approccio psico-sociologico al fenomeno
del tatuaggio nelle società occidentali contemporanee,
si possono consultare per es. A. Castellani, Ribelli
per la pelle. Storia e cultura dei tatuaggi,
Genova, Costa & Nolan, 1995; A.M. Casadei, Psicologia
del tatuaggio, Imola, La Mandragora, 1997; M.
Castellano-S. Della Giovanpaola, Il tatuaggio:
moda o bisogno di identità?, «Attualità in psicologia»
II (1998), pp. 209-218; G. Pietropoli Chermet-A.
Marcazzan, Piercing e tatuaggio: manipolazioni
del corpo in adolescenza, Milano, Franco Angeli,
2000. Per una riflessione critica sulla cosiddetta
anthropologie du proche, cfr. M. Augé, Nonluoghi.
Introduzione a una antropologia della surmodernità,
trad. it. Milano 1993, pp. 13-42.
[12] Tale prospettiva rischia però di appiattire
su una facile vulgata sociologica la ricca fenomenologia
(e la probabile sovradeterminazione)
che emerge invece, per il fenomeno del tatuaggio
e di altre manipolazioni cutanee, dalla letteratura
antropologica: cfr. per es. O. Konig, Pelle,
in Cosmo, corpo, cultura. Enciclopedia antropologica,
a c. di C. Wulf, ed. italiana a c. di A. Borsari,
Milano, B. Mondadori, 2002, pp. 438-447.
[13] Sul tema è da vedere M. Warnke, Il
bello e il naturale. Un incontro letale, in
I Greci. Storia, cultura, arte, società,
I. Noi e i Greci, Torino, Einaudi, 1996,
pp. 343-368. Per un pagina winckelmanniana esemplare,
cfr. Storia dellarte nellantichità,
trad. it. Milano, SE, 1990, pp. 118s. Per un caricaturale
ribaltamento del canone, R. Strassoldo, Sade
trionfante o il corpo nellarte contemporanea,
in Corpo futuro. Il corpo umano fra tecnologie,
comunicazione e moda, a c. di L. Fortunati et
al., Milano, Franco Angeli, 1997, pp. 74-86, con
bibliografia.
[14] Su Cook è ora da vedere M. Sahlins, Capitan
Cook, per esempio. Le Hawaii, gli antropologi, i
nativi, trad. it. Roma, Donzelli, 1997, con
importanti riflessioni su colonialismo, esotismo
e antropologia.
[15] C. Lombroso, Luomo delinquente,
Milano, Fratelli Bocca, 1896 (rist. Roma, Napoleone,
1971).
[16] «Tätowieren war früher ein Markenzeichen
der Halb- und Unter-welt [
] heute sollte nachdenklich
stimmen, daß der Tätowierungsboom einhergeht mit
dem Aufblühen einerseits heidnischer, andererseits
esoterischer, okkulter Strömungen [
]. Deshalb
sollten Christen von jeglicher Form der Tätowierung
Abstand nehmen»: cito dallilluministico scritto
di A. Seibel, Zeichen der Sklaverei, in «Idea
Spektrum» 29, 1998, pp. 7s., disponibile on line
(http://www.idea
.de/html/spektrum
/1998/
s2998s01.pdf
; un riadattamento italiano nel non meno lungimirante
http://www.
apocalypsesoon.org
/I/i-xfile-17.html ).
[17] La prospettiva resa celebre da B. Snell,
La cultura greca e le origini del pensiero europeo,
trad. it. Torino, Einaudi, 1963, pp. 19-47, che
data ad età postomerica lidea di corpo
come intero organico e coeso, è stata recentemente
ribadita da G. Reale, Corpo, anima, salute. Il
concetto di uomo da Omero a Platone, Milano,
Cortina, 1999, pp. 15-40. È difficile, tuttavia,
sottrarsi alla sensazione che tale approccio presupponga
una concezione ancora teleologica e idealistica
(ovvero, per dirla con Gramsci, partenogenetica):
se si parte dallidea di una fondamentale costituzione
simbolica del corpo (cfr. supra, n. 5, 6,
7 e 9), non si vede ragione di attribuire maggiore
o minore dignità simbolica a questa
o a quella forma del corporeo, disposte lungo la
linea di uno sviluppo, o di una Entdeckung,
segretamente e forzatamente gerarchica.
[18] Traduzione di G. Nenci in Erodoto.
Le storie, V. La rivolta della Ionia,
Milano, Fond. L. Valla-Mondadori, 1994, p. 15.
[19] Sui Mossineci e sul loro mondo a
rovescio (specie per quanto concerne le abitudini
sessuali), cfr. anche Ap. Rh. II 1019ss.
[20] Lespressione tà métopa Istrianá
è attribuita ad Aristofane lessicografo Esichio,
s.v. Istrianá (i 1033 Latte), che
la riferisce, con verosimiglianza, al tatuaggio
come uso caratteristico delle popolazioni Danubiane
(quindi afferenti pur nella genericità del
rinvio al mondo trace: cfr. Kassel-Austin,
ad l.).
[21] Si vedano gli ulteriori paralleli citati
da P. Parroni in Pomponii Melae de Chorographia
libri tres, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,
1984, p. 282.
[22] Si veda in proposito la ricchissima nota
ad l. di J.L. Lightfoot, Lucian. On the
Syrian Goddess, Oxford, University Press, 2003,
pp. 529-531.
[23] Oltre al citato Erodoto, cfr. Clearch.
ap. Athen. XII 524d = fr. 46 Wehrli, che
attribuisce lusanza del tatuaggio alloriginaria
marchiatura subita dalle donne di Tracia per opera
degli Sciti, Cic. De off. II 7, 25, Artemid.
I 8 e Dio Chrys. Or. 14,19. Si veda inoltre
A Commentary on Herodotus, by W.W. How and
J. Wells, II, Oxford, Clarendon Press, 19282,
pp. 2s, cui aggiungerei almeno Dialex. fr.
2,13 D.-K.
[24] Herodas. The Mimes and Fragments,
with notes by W. Headlam, ed. by A.D. Knox, Cambridge,
University Press, 1922 = London, Bristol Classical
Press, 2001, p. 256.
[25] Si veda in proposito F. Hartog, Lo
specchio di Erodoto, trad. it. Milano, Il Saggiatore,
1992, e più recentemente C. Marcaccini, Il ruolo
dei Traci nellimmaginario greco di IV-V sec.
a.C. tra storiografia ed iconografia, «RSA»
XXV (1995) 7-53, con ampia documentazione; unutile
panoramica in A. Corcella, Erodoto e lanalogia,
Palermo, Sellerio, 1984, pp. 69-91. Per il tema
del mondo alla rovescia nella cultura
antica, cfr. H. Kenner, Das Phänomen der verkehrten
Welt in der griechisch-römischen Antike, Klagenfurt-Bonn,
Kärnten & Habelt, 1970; per lopposizione
cultura / non cultura, cfr. il classico J.M.
Lotman, Testo e contesto, trad. it. Roma-Bari,
Laterza, 1980, pp. 14ss.
[26] Cfr. per es. G. Nenci in Erodoto
cit., p. 161.
[27] F. Hartog, o.c., p. 135.
[28] Sul lógos epitáphios ateniese cfr.
N. Loraux, Linvention dAthènes. Histoire
de loraison funèbre dans la Cité classique,
Paris, Mouton, 1981.
[29] Sulle presunte leggi funerarie di Solone
si vedano le osservazioni di C. Ampolo, Il lusso
funerario e la città arcaica, «AION(archeol)»
VI (1984) 71-102.
[30] Cfr. per es. G. Dumézil, Storie degli
Sciti, trad. it. Milano, Rizzoli, 1980, p. 245,
nonché il materiale citato da A. Corcella in Erodoto.
Le storie, IV, Milano, Fond. L. Valla-Mondadori,
1993, p. 290.
[31] Si veda per es. Hdt. I 10,3: «presso i
Lidi, così come presso quasi tutti i Barbari, farsi
vedere nudi comporta una grande vergogna, anche
per un uomo», con le precisazioni di G. Burzacchini,
Nudità e vergogna presso Lidi e barbari (Hdt.
I 10,3), «Eikasmós» XII (2001) 85-88, di cui
si seguono qui le scelte critico-testuali. Per altri
luoghi e per le relative discussioni critiche, cfr.
per es. J.A. Arieti, Nudity in Greek Athletics,
«CW» LXVIII (1975) 431-436; N.B. Crowther, Athletic
Dress and Nudity in Greek Athletics, «Eranos»
LXXX (1982) 163-168; da ultima P.A. Hannah, The
Reality of Greek Male Nudity. Looking to African
Parallels, «Scholia» VII (1998) 17-40, con acute
rettifiche sul tema della nudità eroica
o idealizzata: ma se davvero il corpo
nudo fu realtà quotidiana prima o più spesso che
Idealtypus iconografico, ciò non toglie che,
varcata la soglia della rappresentazione, lo stesso
corpo nudo si espone al gioco della
differenza segnica e si assume lonere (semiotico)
della sua interpretabilità; le osservazioni
della Hannah, utili contro la pruderie di
certa critica idealistica, non devono perciò fomentare
una forma di riduttivo razionalismo. Per il corpo
femminile e per la sua concettualizzazione il discorso
è naturalmente diverso: si vedano per es. S. Campese-P.
Manuli-G. Sissa, Madre materia. Sociologia e
biologia della donna in Grecia, Torino, Boringhieri,
1983.
[32] Sul valore iper-culturale
della scrittura corporea, cfr. per es. M.C. Taylor,
Skinscapes, in Pierced Hearts and True
Love, New York, Handy Marks Publications, 1995;
T. Maldonado, Corpo: artificializzazione e trasparenza,
in Corpo futuro cit., pp. 25-34. Sulle tecniche
antiche per la pratica del tatuaggio, e soprattutto
per la sua cancellazione, qualche informazione si
può reperire in Aet. Iatr. lib. VIII 12.
[33] Sul mito della semplicità
selvaggia e in generale sulla fascinazione del Barbaro,
si può vedere in sintesi F. Turato, La crisi
della città e lideologia del selvaggio nellAtene
del V sec. a.C., Roma, Edizioni dellAteneo,
1979; per lambivalenza del selvaggio nel teatro
classico, cfr. P. Ceccarelli, Le monde sauvage
et la cité dans la comédie ancienne, «EL» I
(1992) 23-37; C. Mauduit, Le sauvage et le sacré
dans la tragédie grecque, «BAGB» (1988) 303-317.
[34] Un orientamento generale sul tema della
cosmesi nella cultura classica (e sul dibattito
ideologico da essa suscitato), fornisce la brillante
Introduzione di G. Rosati a Ovidio. I
cosmetici delle donne, Venezia 19882,
pp. 9-38.
[35] J. Lacan, Scritti cit., pp. 98s.
(corsivo mio).
[36] R. Barthes, Lavventura semiologica,
trad. it. Torino, Einaudi, 1991, pp. 27-35, in part.
p. 30. In generale per il tema della connotazione
(in prospettiva barthesiana) cfr. Id., Miti doggi,
trad. it. Torino, Einaudi, 1974, pp. 191ss.; Elementi
di semiologia, trad. it. Torino, Einaudi, 1966,
pp. 79-83.
[37] U. Galimberti, Il corpo, Milano,
Feltrinelli, 1983, pp. 185s. Lopposizione
potrebbe forse essere meglio chiarita in termini
di biopolitica foucaultiana: dove il
potere non svuota il senso (del corpo
o di altra pretesa origine), bensì lo
produce e lo determina (su questo punto cfr. M.
Foucault, Lordine del discorso. I meccanismi
sociali di controllo e di esclusione della parola,
trad. it. Milano, Feltrinelli, 1972).
[38] M. Vegetti, Anima e corpo, in Il
sapere degli antichi, Torino, Boringhieri, 1985,
pp. 201-228, in part. p. 214. Sul corpo
politico e politicizzato dellideologia greca
classica, al di fuori dellàmbito specialistico
si possono vedere le riflessioni non di rado
spericolate di A. Cavarero, Corpo in figure.
Filosofia e politica della corporeità, Milano,
Feltrinelli, 20002, in part. pp. 17-110;
più salutare, quanto al rapporto corpo ~ potere,
la lettura del classico M. Foucault, Sorvegliare
e punire, trad. it. Torino, Einaudi, 1976, la
cui prospettiva è ora ripresa (con qualche fumosità)
da D. Kamper, Corpo, in Cosmo, corpo cit.,
pp. 409-418. Sul tema limitrofo del corpo
(politico) del re, cfr. da ultimo G. Agamben,
Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita,
Torino, Einaudi, 1995, pp. 102-115.
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