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Segue
Federico Condello
Corpus loquens
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3. Marchi, merce
e mercature: il corpo degli schiavi
Che i tratti culturali attribuiti
ai Barbari siano destinati a un puntuale
travaso metonimico che ne fa
altrettante caratteristiche degli schiavi,
è un processo che non può sorprendere, fondato
comè su unidentificazione
quella fra non-cultura barbarica
e non-cultura servile destinata
a secolare fortuna [39] , e non priva di concreti fondamenti nella realtà dello
schiavismo antico, almeno per quanto concerne
la chattel-slavery
[40] . La regola vale anche per il tema
della scrittura corporale.
In un documentato lavoro del
1976, che costituisce a oggi uno dei pochi
contributi sul tatuaggio in Grecia antica,
U. Fantasia mostrava come luso degli
stígmata corporali si situi allincrocio
fra àmbito barbarico e àmbito schiavile:
«luso di tatuare il corpo a scopo
ornamentale o come segno di uno status
particolare non è assolutamente praticato
dai Greci [
]; e agli occhi di un greco,
segni e figure impressi sulla pelle denotano
quanto meno lorigine barbara. In secondo
luogo, è impossibile separare i termini
che fanno perno su stízein [«tatuare»,
«marchiare»] da fatti e situazioni inerenti
alla condizione servile» [41] .
Un termine nodale, in questa
prospettiva, è il sostantivo stigmatías,
impiegato a indicare lo schiavo che il padrone
marchia a titolo punitivo
[42] , in genere per la tentata fuga,
come ritiene Fantasia, ma forse anche per
motivi più generici, come suggerisce linterpretazione
dellEtymologicum Magnum, s.v.
stigmatías (p. 727 Kall.: «chiamano
così gli schiavi marchiati perché improduttivi
[achresímous]»), e come mostrano
alcuni luoghi menandrei [43] . Illuminano tali usi alcuni passi di
particolare chiarezza. Negli Uccelli
di Aristofane, il Corifeo illustra i vantaggi
dei costumi vigenti nella nuova città di
Nefelococcugìa (vv. 755ss.):
«Le cose che giù sono sconce e perseguite dalla legge, da
noi, fra gli uccelli, sono bellissime [
].
Uno di voi è per caso uno servo fuggitivo,
lo bollano [drapétes estigménos]:
da noi passa per un francolino striato» [44]
Nella stessa direzione vanno
luoghi come Aeschin. De fals. leg. 79
(«tu hai tutto dello schiavo tranne il marchio
del fuggitivo»), Pl. Leg. IX 854d
(«chi è colto nellatto di compiere
un furto sacrilego, se schiavo o straniero
sia marchiato sulle mani e sul volto con
un segno che ricordi il suo delitto [grapheìs
tèn sumphorán]» [45] ), Lucian. Timon.
17 («[il dio Pluto] da alcuni preso a calci,
ridotto in pezzi, consumato, da altri tenuto
in ceppi come uno schiavo fuggitivo segnato
col marchio [hósper stigmatías drapétes]» [46] ), Cl. Alex. Paed.
III 10, 4 («i marchi [stígmata] indicano
lo schiavo fuggitivo [drapéten]»).
La pena designata con il termine di stígma
che può denotare tanto il marchio
a fuoco o il branding, quanto il
tatuaggio [47] doveva essere particolarmente
frequente e temuta: il termine stigmatías
ricorre non di rado in concomitanza con
il semplice doûlos (per es. Hermipp.
fr. 63,19 K.-A.; cfr. anche Ar. Lys.
330s.) e Cassio Dione registra con una certa
sorpresa il caso di uno schiavo, marchiato
dal suo proprietario perché fuggitivo, che
al momento del bisogno nel bel mezzo
delle stragi perpetrate dal secondo
triumvirato non solo non serba
rancore al padrone, ma si prodiga per metterlo
in salvo (HR XLVII 10,4).
Dalle nostre fonti si ricava
qualche utile notizia anche circa la natura
dei segni tatuati o impressi sulla pelle
dei servi: se non si tratta del semplice
sigillo del proprietario (Diog. Laert. IV
7,46), lo stigma può consistere in
un vero e proprio messaggio verbale, come
lordine inciso da Istieo sul cranio
raso di un servo, secondo un celebre racconto
erodoteo (Hdt.
V 35) [48] , o come quello presupposto
dal citato Pl. Leg. IX 854d, o come
la frase evidentemente stereotipata
che dobbiamo allo scoliaste del già
richiamato Eschine (schol. Aeschin.
2,79, p. 56 Dind.: «gli schiavi fuggitivi
venivano marchiati sulla fronte, cioè venivano
segnati con la frase prendimi, sto
fuggendo»); nota in latino, per analoghi
scopi, è la sigla FHE (Fugitivus
hic est)
[49] . Evidentemente un accorgimento
di carattere precauzionale operato
a scanso di recidive, e magari corroborato
da pubblici annunci o denunce araldiche
[50] che tuttavia non fa passare
in secondo piano la pura e semplice degradazione
del corpo schiavile a supporto di unumiliante,
dolorosa (e rischiosa
[51] ) pratica scrittoria: un fenomeno
ben noto, del resto, nella storia secolare
del tatuaggio [52] , che chiama a illustrazione il trattamento che i prigionieri
di guerra ricevettero durante il conflitto
fra Ateniesi e Samii: marchiati gli uni
con il simbolo della nave sámaina,
gli altri con quello della civetta (emblemi
monetari delle due città), a titolo di scorno
e di infamia servile
[53] . Un uso analogo sembra presupposto
dalla cosiddetta Elegia del tatuaggio
(Adesp. SH 970) [54] . Non è un caso del resto
se la violenza degli stígmata si
è prestata ben presto a usi metaforici assai
eloquenti: con estrema frequenza i verbi
del tatuaggio o del body painting
alludono, nei comici, al puro e semplice
effetto di lividi corporali, quasi che due
realtà concrete e abituali della vita servile
(lo stigma e la bastonatura) fossero
destinati a convergere in ununica
raffigurazione dai confini indistinti. Così
lascia intuire Aristofane (Vesp.
1296: «Io sono finito, marchiato [stizómenos]
dal bastone», si lamenta lo schiavo Santia)
e così conferma a più riprese Plauto (cfr.
per es. Poen. 25s., dove lattore
del Prologo avverte gli schiavi perché «se
ne vadano a casa ed evitino un doppio guaio:
farsi ricamare la schiena [varientur]
qui dalle verghe e a casa dalle sferze»;
Epid. 625s., dove il servo di Stratippocle
pronostica: «il mio groppone sarà una bella
tela, che un Apelle e uno Zeusi dipingeranno
a pennellate dolmo [pigmentis ulmeis,
con allusione al legno della verga]»).
Siamo dunque dinanzi a un
corpo degradato, umiliato, privato della
sua umanità? Il corpo dello schiavo, per
potersi prestare a supporto di penosi e
indelebili stígmata, deve forse perdere
la sua natura di corpo? Considerazioni di
carattere umanitario, ispirate a una prospettiva
cristiana che del corpo seppe valorizzare
lessenza sacrale e creaturale
[55] , sono in questo frangente così
poco vere che lo schiavo, disponibile alla
marchiatura, è tale proprio in quanto puro
corpo: sôma come anima
nella Russia di Gogol sarà antonomasia
usitata, in epoca ellenistica, per indicare
il servo. Tutto fa credere che proprio la
semplice e nuda corporeità connessa allidea
del sôma schiavile renda disponibile
e praticabile la forma di umiliante e paradossale
scrittura di cui abbiamo tratteggiato
alcuni esempi: se, come si è suggerito sopra,
è un corpo profondamente psicologizzato
quello che si oppone, nella sua ostentata
illibatezza, al corpo iscritto dei Barbari,
non sorprende che la riduzione di un corpo
a semplice e inanimato sôma
che gli schiavi condividono del resto con
gli animali, ugualmente sottoposti allimpressione
di marchi simbolici [56] produca, per
contraccolpo, quel processo di iper-culturalizzazione
in cui sembra consistere la pratica della
scrittura corporale
[57] . Per farsi corpo parlante,
il corpo deve innanzitutto essere ridotto
al silenzio. O, in altri termini, un corpo
ridotto al silenzio, disanimato, disappropriato,
non potrà che esporsi a forme di riappropriazione
segnica di cui il tatuaggio, la marchiatura
e ogni sorta di ferita simbolica
costituiscono altrettanti conati [58] , sospesi fra il valore simbolico e
il puro e semplice acting out.
Pur nel rischio di over-interpretation
che comporta tale lettura di una pratica
che resta complessivamente oscura, come
molto di ciò che concerne il rapporto dei
Greci con i propri schiavi, non può essere
escluso che le testimonianze relative allo
sguardo ellenico sui corpi iscritti
di servi e Barbari possano incontrare, su
questo punto, le riflessioni che la psicoanalisi
specialmente di matrice lacaniana
ha svolto sullo statuto liminare
del corpo, fra proprietà e radicale
estraneità, sulla sua difficoltosa
costruzione simbolica [59] e sulle pratiche di manipolazione che
tale statuto provoca per fatale e necessario
contraccolpo [60] .
4. Ferite, cicatrici e
promemoria.
Non cè dubbio che la
più famosa, fra le cicatrici della letteratura
occidentale, sia ancora quella che la serva
Euriclea, esterrefatta sino alle lacrime,
scopre praticando a un oscuro viandante
il bagno prescritto dalluso ospitale;
ed è il segno che le svela dopo un
lungo itinerario di raggiri e di travestimenti
[61] lidentità del reduce
Odisseo (Od.
XIX 467-475).
Lepisodio, dopo aver
ispirato ad Auerbach la ben nota teoria
sullanti-realismo classico
[62] , ha offerto il destro per una
recente riflessione sullo statuto degli
idionimi personali in età antica: con lipotesi,
alquanto sorprendente, secondo cui la teoria
kripkiana dei designatori rigidi
di cui lo stesso creatore sottolineava
del resto il carattere spontaneo e diffuso
[63] dovrebbe essere retrodatata
almeno allalto arcaismo
[64] ; e ciò proprio grazie a un caso
conclamato di scrittura corporale, sul cui
carattere univoco e risolutivo (un sêma
ariphradés, un «segno chiarissimo»:
cfr. Od. XXI 217) la reazione della
vecchia serva non lascia dubbio alcuno.
La suggestione è avvincente,
ed è un peccato che ad essa ostino troppe
e troppo valide ragioni: dallo stesso carattere
non verbale del sêma
[65] , sino allaccezione pericolosamente
generica cui il concetto di designatore
rigido si trova così confinato [66] e soprattutto allindebito sostanzialismo
che per questa via sinsinua surrettiziamente
nella teoria kripkiana [67] ; se lunica definizione
corretta di «designatore rigido» è quella
che ne rileva linvarianza semantica
entro enunciati controfattuali
[68] , e se il principale idolo polemico
della trattazione kripkiana va individuato
proprio nella teoria della descrizione
elaborata da Frege e da Russel, quindi perfezionata
da Searle [69] , appare curiosa labusio
che ne estende la validità sino a quello
che pare piuttosto il dominio delle connotazioni
anche in questo caso la toccante
agnizione di Euriclea lascia adito a pochi
dubbi e che fa coincidere il palesarsi
dellidentità non con una fredda prova
di commutazione logica, bensì con un excursus
che riassume il passato delleroe
e con unakmé narrativa che
annuncia il fatale seguito degli eventi.
Se davvero la cicatrice denota Odisseo,
«Odisseo» connota insieme il proprio passato
e il proprio futuro narrativo: il segno
indelebile, la scrittura corporale, genera
qui unintera storia o se vogliamo,
per paradosso, una singolare descrizione
definita alla maniera di Russel. Nessuna
ipotetica trasparenza, dunque,
fra il segno e il suo referente
[70] , né alcuna resistenza alla prova
dei mondi possibili, ché un
mondo narrativo dove le robuste ginocchia
di Odisseo non serbino segni di cacce giovanili,
è senzaltro controfattuale,
ma non logicamente illegittimo
[71] : la oulé genera qui la
storia di un individuo, e solo per suo tramite
denota lindividuo che in tale storia,
a ben vedere, si risolve.
Qual è dunque lo statuto di
tali semata, iscritti sul corpo di
personaggi che le fonti classiche
purtroppo con avarizia consegnano
alla nostra memoria? La cicatrice è per
essenza un segno che rimane (cf. e.g.
Plut. Mor. 65d), il suo colore scuro
staglia sulla pelle (cf. Aristot. Probl.
889b-890b), in particolare su quella del
volto (Plut. Mor. 800e) e la medicina
antica non è aliena, a questo proposito,
da preoccupazioni di carattere estetico
(cf. e.g. Gal. vol. XVIIIa p. 378
Kuhn); da un punto di vista semiotico, la
cicatrice va ovviamente rubricata fra i
segni indicali: essa è tecnicamente
un sêma hypomnestikón (cf. Sext.
Emp. Pyrrh. hypoth. II 102, che la
cita accanto allesempio canonico del
fumo [kapnós] quale indice
del fuoco). Ma se tale hypómnema,
anziché trovarsi rubricato a puro segno
di una passata ferita come il fumo
lo è di un fuoco presente si lascia
coinvolgere nel gioco inevitabile dei messaggi
connotati? Ecco allora che la cicatrice
diviene, prima che il marchio di unidentità,
il segno evocativo di una storia. Così è
per Odisseo, come si è visto, e così sembra
essere anche per le volontarie cicatrici
che costituiscono lessenza dei riti
funerari scitici (cf. supra); ma
così è anche per Filottete il morso
della serpe è descritto da Sofocle quale
permanente cháragma (Phil.
266s.) e per Oreste, riconosciuto
da Elettra grazie a una cicatrice che rinvia
a un episodio della comune fanciullezza
(non a caso una battuta di caccia: Eur.
El. 571-575), e così sarà, ad
esempio, per il Clitofonte di Achille Tazio
(VIII 5,1), finanche per le lucertole di
Eliano (NA II 23) e naturalmente
per il Cristo giovanneo dinanzi a Tommaso
(cf. Nonn. Paraphr. XX 127). Un segno
corporale può addirittura essere lindizio
dei propri legami parentali (cfr. (cfr.
Aristot. De gen. an. 721b), rimandando
la storia del soggetto alle sue origini
più remote; essa può essere titolo donore
per un combattente (cf. e.g. Lucian.
Navig. 37), ma non mancano stígmata
corporali che siano segno di più umili
vicende: una lite amorosa o un barbiere
incapace (cf. il dolente Mart.
XI 84,13-16 ); non sorprende che si
dispongano a una vera e propria lettura
ermeneutica le cicatrici sognate, non meno
di quelle reali (Artemid. III 40); per questa
via, lo stesso termine oulé può divenire
sinonimo di evento passato o colpa pregressa
(Philostr. VA II 30): un «morso che
fa sanguinare la memoria» e che per sempre
è destinato a ravvivarla, «come una cicatrice
permanente» (Plut. Mor. 126f).
Di qualsiasi storia, vicenda
o peripezia sia la traccia, il segno corporeo
cicatrice o ferita tradisce
con la sua iscrizione il passato recente
o remoto del soggetto: ne rinvia la presenza
a una trama di accadimenti che condizionano
la sua identità, che complicano la sua apparente
datità. Lungi dallessere
il segno di unipotetica trasparenza
dellindividuo a se stesso, loulé
connota e non denota, marchia prima che
identificare secondo la placida convenzionalità
di un designatore rigido. A
suo modo, violando lideale o idealizzata
semplicità del corpo, restituisce ad esso
tutto il suo peso e il suo spessore: siamo
ancora nellàmbito di un segno sovrimpresso,
che continua a offrirsi come occasionale
accidente di un corpo che conserva la sua
pretesa naturalezza e nasconde la sua essenza
di costrutto storico-sociale, sottraendosi
se non per occasionali sovrimpressioni
al gioco dei segni e alla sua fuga,
potenzialmente infinita. Ma non è lontana,
a ben vedere, la prospettiva che del corpo
stesso, e della sua naturale
conformazione, farà un segno da interpretare:
la téchne fisiognomica, con il suo
complesso ed enigmatico cifrario, ambientata
in Grecia almeno dal V sec. a.C. La fisiognomica
stessa, del resto, affonda le sue radici
in antiche tecniche di ermeneutica corporale
che prestavano attenzione, innanzitutto,
alla presenza di sovrimpressioni
superficiali che poco hanno da spartire
con unautentica semantica
del corpo (la umsatu dei testi cuneiformi
mesopotamici, per esempio
[72] ); e resta da vedere, a proposito
della fisiognomica greca, se i segni
incarnati in tratti tipologici più
o meno canonizzati non costituiscano, piuttosto
che una rivelazione, un ulteriore mascheramento
del corpo e della sua precaria costituzione
in feticcio ideale (non a caso, resterà
centrale per la fisiognomica lidea
del giusto mezzo [73] ); un ulteriore passo,
insomma, sulla via della psicologizzazione
(inconsapevole) del corpo: una più profonda
discesa, piuttosto che unimprovvisa
ma non necessariamente liberatoria
«risalita»
[74].
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Note
[39] Cfr. per es. M. Vegetti, Il coltello
e lo stilo. Animali, schiavi, barbari, donne, alle
origini della razionalità scientifica, Milano,
Il Saggiatore, 1979; W. Nippel, La costruzione
dell«altro», in I Greci cit., I,
165-196.
[40] Per la chattel-slavery (la schiavitù-merce),
alimentata in gran parte da barbari, cfr. per es.
le riflessioni di P. Vidal-Naquet, in Actes du
Colloque 1971 sur lesclavage, Paris, Les
Belles Lettres, 1972, pp. 25-44, nonché i contributi
raccolti in Schiavi e dipendenti nellambito
delloikos e della familia. «Atti
del XIII Colloquio GIREA (Pontignano, Siena, 19-20
novembre 1995)», a c. di M. Moggi e G. Cordiano,
Pisa, ETS, 1997. Per il duplice concorso di elementi
materiali e immaginari in ogni logica di carattere
razzistico, cfr. M. Wieviorka, Lo spazio del
razzismo, trad. it. Milano, Il Saggiatore, 1993,
pp. 165-168.
[41] U. Fantasia, Astikton Chorion,
«ASNP» s. III, VI/4 (1976) 1165-1175, in part. p.
1169. Prima di tale studio, occorre far uso del
vecchio (ma ricchissimo) P. Wolters, Elaphostiktos,
«Hermes» XXXIII (1903) 265-273. Più recentemente
sul tema è tornato, con dovizia di esempi, C.P.
Jones, Stigma. Tattooing and Branding in Graeco-Roman
Antiquity, «JRS» LXXVII (1987) 139-155. Si devono
invece allimmaginazione dellautrice
tutti i presunti casi di scrittura corporale
analizzati da Laura Faranda, De-scrivere la sofferenza,
patire la scrittura. Metafore del corpo nelluniverso
femminile greco, in «Il mio nome è sofferenza».
Le forme e la rappresentazione del dolore, a
c. di Fabio Rosa, Trento, Università degli Studi,
1993, pp. 59-78.
[42] La prima occorrenza del sostantivo è in
Asio (VI sec. a.C.?), fr. 1,1 W.2 = G.-P.2
[43] In part. Sam. 323, con il commento
di A.W. Gomme e F.H. Sandbach, Menander. A Commentary,
Oxford, University Press, 1973, p. 577. Anche Luc.
Catapl. 24 dove Radamante spiega a
Cinisco come ogni cattiva azione imprima sullanima
uno stigma qual è quello degli «schiavi marchiati»
fa pensare a un uso alquanto generalizzato
della pratica punitiva. Cfr. inoltre leloquente
Plut. Mor. 463a-b. e Ps.-Phocyl. Sent.
225.
[44] Trad. di B. Marzullo, Aristofane. Le
commedie, II, Roma-Bari, Laterza, 1989, p. 382.
Sul passo si veda N. Dunbar, Aristophanes. Birds,
Oxford, Clarendon Press, 1995, p. 470, ad vv.
760s., con utili precisazioni sul fenomeno della
fuga servile.
[45] Trad. di G. Reale, Platone. Tutti gli
scritti, Milano, Rusconi, 1991, p. 1647.
[46] Trad. di V. Longo, Luciano. Dialoghi,
I, Torino, UTET, p. 153.
[47] Per i diversi usi si veda Jones, o.c.,
pp. 151-154: la prevalenza del tatuaggio
sul branding sembra però assodata.
[48] Erodoto non precisa né il contenuto né
la natura (verbale o iconica) del messaggio; ma
Polyaen. I 24,1, riprendendo lepisodio, attribuisce
a Istieo un micro-lettera con tanto dintestazione.
[49] Da cui lingiurioso homo trium
litterarum, «uomo dalle tre lettere» (Plaut.
Aul. 325). Petronio (103), da parte sua,
menziona il notum fugitivorum epigramma per totam
faciem; altri passi latini in Fantasia, o.c.
1172 e in G.T. Haneveld, On the Early History
of Tattooing, «Janus» LVII (1970) 150-155.
[50] Su questultimo uso si veda K.J.
Dover, Greek and the Greeks. Collected Papers,
I. Language, Poetry, Drama, Oxford, Blackwell,
1987, pp. 187s. Per il marchio sugli schiavi come
garanzia contro il furto, cfr. invece Xen. De
vect. IV 21: ma la testimonianza non va generalizzata
(cfr. Fantasia, o.c., p. 1173 n. 19).
[51] Su questultimo punto cfr. Jones,
o.c., p. 143.
[52] Sul tema è da vedere ora il documentato
lavoro di M. Gustafson, Inscripta in fronte.
Penal Tattooing in Late Antiquity, «ClAnt» XVI
(1997) 79-105, con ampia bibliografia (esso è disponibile
anche allindirizzo <http://www.ucpress.
edu/scan/ca-free/161/gustafson.
161.pdf[22]>).
[53] La vicenda è testimoniata da Duride (FGrHist
76 F 66), da Plutarco (Vita di Pericle,
26,4) e da Eliano (VH II 19) e cinicamente
allusa da Aristofane (fr. 71 K.-A.), che parla appunto
dei Samii come di un dêmos polugrámmatos
(letterato nel doppio senso di colto
e marchiato con segni grafici): cfr.
Wolters, o.c., pp. 265s.; Fantasia, o.c.,
pp. 1172s. Identico trattamento riservarono i Persiani
ai Tebani secondo Hdt. VII 233. Ne fa un segno di
dolorosa umiliazione, da applicarsi ai nobili, il
feroce Caligola: cfr. Svet. Cal. 27,3.
[54] Qui la voce narrante si rivolge evidentemente
a un nemico, minacciandolo di imprimergli infamanti
stígmata, probabilmente su ogni parte del
corpo: cfr. la nota ad l. di H. Lloyd-JonesP.
Parsons, Supplementum Hellenisticum, Berlin-New
York, De Gruyter, 1983, p. 479.
[55] Sulla rivalutazione del corpo
da parte del cristianesimo tema di notoria
complessità si veda recentemente la presa
di posizione di G. Reale, o.c. Il termine
creaturale è ovviamente sottratto a
E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella cultura
occidentale, trad. it. Torino, Einaudi, 1956,
passim. La rivalutazione cristiana della
corporeità non va confusa, naturalmente, con una
rivalutazione della sessualità: cfr. recentemente
Leros difficile: amore e sessualità nellantico
cristianesimo, a c. di S. Pricoco, Soveria Mannelli
(CZ), Rubettino, 1998, con bibliografia.
[56] Cfr. per es. Ar. Nub. 23, con il
commento di K.J. Dover, Aristophanes. Clouds,
Oxford, Clarendon Press, 1968, pp. 95s.
[57] Sulla scrittura corporale come tentativo
di controllare e irreggimentare (culturalizzare)
il sôma, cfr. P. Du Bois, Il corpo come
metafora. Rappresentazioni della donna nella Grecia
antica, trad. it. Roma-Bari, Laterza, 1990,
pp. 181s.
[58] Per una riflessione psicoanalitica sul
tema che qui si evoca, cfr. B. Bettelheim, Le
ferite simboliche: uninterpretazione psicoanalitica
dei riti puberali, trad. it. Firenze, Sansoni,
1973.
[59] Oltre a quanto abbiamo citato più sopra
(n. 6), cfr. per es. F. Dolto, Limmagine
inconscia del corpo. Come il bambino costruisce
la propria immagine corporea, trad. it. Milano,
Bompiani, 1998, passim e in part. pp. 31-37.
[60] Cfr. per es. le considerazioni che sul
corpo anoressico e sulla sua manipolazione
conduce, in chiave lacaniana, M. Recalcati, Lultima
cena. Anoressia e bulimia, Milano, Bruno Mondadori,
1997.
[61] Per i giochi didentità cui Odisseo
si sottopone nel corso del suo viaggio, cfr. per
es. S. Murnagham, Disguise and Recognition in
the Odyssey, Princeton, Princeton UP, 1987;
P. Pucci, Odysseus Polytropos. Intertestual Readings
in the Odyssey and the Iliad, Ithaca
(NY), Cornell UP, 19992.
[62] Dopo la celebre analisi di Auerbach, o.c.,
pp. 3-29, secondo la quale lo stile omerico, con
il suo primo piano perpetuo, sarebbe
incapace di autentici effetti realistici, la scena
centrale del libro XIX e in particolare il
lungo excursus che precede la commossa agnizione
è stato sottoposto ad analisi che ribaltano
i presupposti e le conclusioni del romanista: cfr.
per es. A. Köhnken, Die Narbe des Odysseus. Ein
Beitrag zur homerisch-episch Erzähltechnik,
«A&A» XXII (1976) 101-114; I.J.F. De Jong, Narrators
and Focalizers, Amsterdam, Grüner, 1987, pp.
22s.
[63] Cfr. S. Kripke, Nome e necessità,
trad. it. Torino, Boringhieri, 1982, p. 10.
[64] In questa direzione M. Salvadore, Il
nome e la persona. Saggio sulletimologia antica,
Genova, Università di Genova, 1987, pp. 9s., e soprattutto
G. Lombardo, Il nome di Odisseo e la orthotes
antroponomastica in Omero, «Helikon» XXXIII-XXXIV
(1993/1994), pp. 73-119, in part. p. 91-94.
[65] Si veda Lombardo, o.c. 91, secondo
il quale il gusto antico per i nomi parlanti «sembra
anticipare il moderno statuto semantico del nome
proprio. Esso anzi in qualche modo lo rafforza e
lo integra. In quanto contrassegno individualizzante,
il nome proprio aderisce al suo referente oggettivo,
senza la mediazione del significato [
].
Che Omero abbia chiaramente intuito quella che i
logici chiamerebbero oggi la funzione di designatore
rigido del nome proprio, ci viene confermato da
un particolare decisivo [
]: lanalogia
con la cicatrice» (corsivo mio); ma su questa via,
gli unici designatori rigidi rischiano
di trovarsi nella teoria semiotica dello swiftiano
Balnibarbi (cfr. in proposito R. Jakobson, Saggi
di linguistica generale, trad. it. Milano, Feltrinelli,
p. 21).
[66] Su tale slittamento semantico, foriero
di numerosi equivoci, si veda in sintesi J. Molino,
Le nom propre dans la langue, «Langages»
LXVI (1982) 5-20, in part. p. 15.
[67] J.-C. Pariente, Le nom propre et la
prédication dans les langues naturelles, «Langages»
LXVI (1982) 37-65, in part. p. 60. Ma si veda lo
stesso Kripke, o.c., p. 24.
[68] Kripke, o.c., passim e soprattutto
pp. 11-13, 42-54 (cfr. in part. p. 50: «chiameremo
qualcosa un designatore rigido se in ogni
mondo possibile esso designa lo stesso oggetto»),
76.
[69] Sullapporto di J.R. Searle (Nomi
propri, in La struttura logica del linguaggio,
a c. di A. Bonomi, Milano, Bompiani, 1973, pp. 249-258)
alla teoria delle descrizioni, si può vedere per
es. D. Silvestrini, in Individui e mondi possibili.
Problemi di semantica modale, a c. di D. S.,
Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 17-87 e in part.
pp. 76s.
[70] Essa sarebbe poi del tutto vanificata
se si credesse come sembra fare Lombardo,
o.c., p. 94 n. 57 alla suggestione
di K. Marót, Odysseus-Ulixes, «Acta Antiqua»
VIII (1960) 1-6, che ipotizza un calembour
fra il termine oulé e lidionimo extraomerico
Oulusseús.
[71] Per lapplicazione agli universi
narrativi della teoria dei mondi possibili,
dobbligo il rinvio a U. Eco, Lector in
fabula, Milano, Bompiani, 1979.
[72] Su tali marchi innati della
pelle (nei o voglie), indagati dai più
antichi testi di fisiognomica mediorientale, cfr.
G. Raina, Introduzione a Pseudo Aristotele.
Fisiognomica, Milano, Rizzoli, 1993, pp. 7s.,
e più in generale J. Bottero, Sintomi, segni,
scritture nellantica Mesopotamia, in Divinazione
e razionalità, a c. di J.-P. Vernant, trad.
it. Torino, Einaudi, 1974, pp. 73ss.
[74] Sulla fisiognomica antica cfr. J. Schmidt,
Physiognomik, in RE XX/1, coll. 1064-1074;
M.H. Marganne, De la physiognomie dans lAntiquité
Gréco-Romaine, in Rhétorique du corps,
ed. par P. Dubois et Y. Winkin, Bruxelles, De Boeck-Wesmael,
1988, pp. 13-24; per una storia della fisiognomica
e delle sue alterne fortune, si possono vedere P.
Magli, Il volto e lanima. Fisiognomica
e passioni, Milano, Bompiani, 1996; L. Rodler,
Il corpo specchio dellanima. Teoria e storia
della fisiognomica, Milano, B. Mondadori, 2000;
F. Caroli, Storia della fisiognomica. Arte e
psicologia da Leonardo a Freud, Milano, Electa,
2002; e in questo stesso numero di «Griseldaonline»
il contributo di Lucia Rodler.
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