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Claudio Franzoni
Corpo e immagini. Lapparente
ambiguità del gesto
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2. La faticosa ermeneutica
dei gesti
Come abbiamo visto, le raffigurazioni
del corpo a volte ci possono mettere in
difficoltà: non riusciamo bene a capire
che cosa stia facendo il personaggio che
osserviamo. Ma, come vedremo, lambiguità
non è tanto nel gesto in sé, quanto nella
sua resa formale in una scultura,
un dipinto o in un brano letterario
e nella sua ricezione.
Perché mettere una gamba sullaltra
è così spesso fonte di perplessità, se non
di divieti? La distinzione di personaggi
positivi e negativi
ha chiarito le cose fino a un certo punto.
Dovremmo in realtà distinguere le situazioni
a seconda del carattere del gesto: ora ci
appare francamente ambiguo (il brigante
Sinis che attende al varco le sue vittime),
ora segno di apertura al dialogo, ora di
rilassatezza e riposo, ora gesto collegato
al lutto, ma anche alla meditazione. Come
è possibile una così grande oscillazione
di significati per uno stesso gesto? Ma
veramente siamo davanti a un unico gesto?
Possiamo partire dalla definizione
di gestus data da Ugo di San Vittore:
Il gesto è il movimento e la figurazione
delle membra del corpo, adeguati a ogni
azione e ogni atteggiamento [42] . Che assumendo certe
posture e atteggiandosi in un certo modo
si finisca per costruire, col proprio corpo,
unimmagine è una idea che si affaccia
già nel mondo antico (come spiegare altrimenti
i frequentissimi paralleli letterari tra
opere darte e uomini in carne ed ossa?).
Ma anche Roland Barthes (a proposito di
«corpo-spettacolo»), dirà che «il corpo
dellaltro è sempre unimmagine
per me»
[43] . Si potrebbe dire che il corpo
degli altri ci appare prima di tutto tramite
i gesti, le pose, gli atteggiamenti assunti.
Ma, in quanto immagine, il
corpo e i suoi movimenti possono essere
difficili da decifrare. Un aneddoto riferito
a Demostene dallo Pseudo Luciano (Dem.
enc. 49) ci mette davanti a un esempio
di situazione fortemente ambigua: Demostene
inseguito dagli emissari di Antipatro si
rifugia nel tempio di Poseidon e prende
del veleno, ingannando i nemici che credono
che loratore si porti la mano alle
labbra in segno di preghiera (tipico segno
di adorazione del dio nel mondo antico) [44] .
Questa possibile incertezza
nellinterpretare il gesto se già è
presente nella vita quotidiana, a maggior
ragione è frequente quando si ci troviamo
ad affrontare le opere darte. Qualche
esempio tra i tantissimi: il movimento sulla
bocca della mano sinistra del Lorenzo de
Medici di Michelangelo è il signum Harpocraticum
degli antichi [45] , il segno dellesortazione al
silenzio (come riteneva Panofsky), oppure
è il gesto di chi porta la mano al mento
come effetto della concentrazione del pensiero,
come credeva Chastel (e tutti quelli che
compreso Franz Liszt lo vollero
chiamare Pensieroso)
[46] ?
Poi cè una storia che
ancora una volta parte dalla Grecia, passa
per Napoli e arriva in America. Un
cratere
della fine del V secolo, allinizio
dellOttocento appartenente a John
Coghill, raffigurava a destra Dioniso e
dalla parte opposta un satiro che liscrizione
chiama Komos (Festa sfrenata),
seduto tra due menadi designate come Eydia
(Serenità) e Galene (Tranquillità) [47] . Lautore del catalogo della collezione, tutto
sommato correttamente, sosteneva che Cette
composition peut être regardée comme allégorique.
Les festins, la joie, et des plaisirs purs
et sereins, sont considérés comme des bienfaits
procurés par le dieu du vin
[48] . Il dipinto vascolare colpì larcheologo
napoletano Andrea de Jorio, che si era proposto
di dimostrare la persistenza della gestualità
greca in quella dei moderni abitanti di
Napoli
[49] ; nella sua spiegazione dei gesti
del vaso, in particolare lindice puntato
della ragazza di sinistra verso la compagna,
latmosfera dionisiaca lascia il posto
alla freschezza di una contesa amorosa in
un vicolo napoletano. La sorpresa, come
ha raccontato U. Eco [50] , è che lidea di de Jorio venne
ripresa e usata da Garrick Mallery nella
sua ricerca sulla gestualità degli indiani
dAmerica [51] , ed ecco che le due
menadi si affrontano come due ragazze napoletane
(e indiane): Galené! You bad thing!
You are having, or trying to have, an affair
with my Comus!.
I testi non sono meno problematici
delle immagini [52] . Quando Plutarco (Lucullo, 21.5)
descrive i re soggiogati da Tigrane che
dovevano attorniare il trono, atteggiamento
che era ritenuto equivalente a un riconoscimento
di servitù, quasi che essi avessero venduto
la loro libertà e offrissero la loro stessa
persona al padrone, pronti a subire più
che ad agire, che gesto dobbiamo immaginare?
La traduzione con le braccia conserte
fa intravedere un altro gesto rispetto a
quello con les mains jointes avec
les doigts entercroisés [53] : nel primo infatti descrivono
due angoli retti e le mani non si toccano,
nel secondo una sorta di triangolo altro
causato poprio dalle mani che si incontrano
allaltezza del ventre, in una posa
ben documentata nel II sec. d. C., ad esempio
dalle statue di Daci o di altri barbari
prigionieri
[54] .
Un altro esempio di questa
potenziale ambiguità ci presenta un nuovo
gesto, ma anche una variante di quello da
cui siamo partiti. Pausania ci lascia una
dettagliata descrizione dei dipinti di Polignoto
nella lesche dei Cnidi a Delfi [55] ; tra i vari personaggi della Nekyia cera
un Ettore seduto, le due mani
incrociate attorno al ginocchio sinistro.
Parrebbe di riconoscere un atteggiamento
abbastanza consueto nellarte classica,
ben rappresentato dallAres del fregio
ionico del Partenone, dove è stato letto
come indice di rilassatezza e serenità [56] ; il problema è che Pausania considera
quello di Ettore nel dipinto di Polignoto
un atteggiamento di profondo dolore [57] . Come conciliare le
parole di Pausania e il tono dellAres
partenonico? Tentiamo anche qui una rapida
rassegna del motivo nella ceramica attica:
verso il 490-485 a. C. un adulto si siede
in questo modo davanti a un giovane a sua
volta seduto in una probabile situazione
omoerotica; negli stessi anni un altro adulto
e qui che si tratti dellerastes
davanti alleromenos è certo
ascolta un ragazzo che suona il doppio
aulos; verso la metà del secolo un guerriero
assume questa posizione in una scena di
armamento. Stringe il ginocchio con entrambe
le mani una vecchia conoscenza, il brigante
Sinis
[58] e lo fa anche laltro bandito
Skiron. Si mette così anche uno dei personaggi
(Piritoo?) del Cratere dei Niobidi [59] . Verso gli inizi del
IV secolo, Patroclo sembra dondolarsi in
questa posa mentre ascolta Achille che suona
la lira [60] e lo fa persino Elettra sulla tomba
del padre [61] .
E poi ci sono i casi in cui
i personaggi si stringono il ginocchio e
contemporaneamente accavallano le gambe:
Odisseo in alcune scene dellambasceria
ad Achille, una ragazza che accoglie un
giovane, un maestro di scuola, un efebo
tutto avvolto nel suo mantello [62] , una musa, una figura forse di iniziata [63] . Anche questa volta
ci accorgiamo che di per sé il motivo dello
stringersi con le due mani il ginocchio
non basta a dare un tono preciso allimmagine.
Come mai allora Pausania non
ha dubbi sul fatto che quello di Ettore
sia un atteggiamento di profondo dolore?
Se non bastano le mani attorno al ginocchio
per determinare uno stato danimo,
vuol dire che ci dovevano essere altri elementi
per dare alla figura di Ettore questo tono
di forte prostrazione. Un conto è lAres
del Partenone (o anche lo stesso Ares Ludovisi),
un altro, ad esempio, la figura di Fedra
su un cratere apulo: la donna, il velo sul
capo, tiene la testa reclinata in avanti
e, accavallando le gambe, stringe il ginocchio
destro con entrambe le mani
[64] . Solo in apparenza, insomma, siamo
davanti a valenze diverse di un unico gesto:
proprio come per le gambe accavallate anche
il tenersi il ginocchio con le mani ora
è una tecnica del corpo funzionale
al riposo, ora è un mezzo perché la figura
si chiuda ulteriormente su se stessa. Specialmente
quando la situazione espressiva è complessa,
abbiamo sequenze, non gesti singoli e isolabili
[65] ; è vero dunque che il corpo, assumendo
quella posa e facendo quel gesto, compone
una figuratio, ma è altrettanto vero
che se nella vita quotidiana comprendiamo
bene, mettiamo, un atteggiamento di gioia,
non è detto che quando si tratterà di raccontare
a parole o descrivere per immagini quella
figura, i nostri interlocutori siano
del tutto in grado di coglierne il senso.
Da qui la necessità per lartista figurativo
(o il poeta) di orientarne la lettura, chiarendone
il più possibile il contesto.
Divieti come quello di accavallare
le gambe sono in realtà unaltra prova
della difficoltà di tradurre in parole (come
in immagini) la complessità della sfera
gestuale; è chiaro a questo punto che, nel
nostro caso, i divieti rivolti ai giovani
(Aristofane), agli uomini politici (Plinio),
a monaci e laici nel Medioevo, venivano
(vengono?) posti non tanto sul dettaglio
delle gambe, quanto allimpressione
di eccessivo rilassamento e abbandono che
esse, insieme ad altre parti del corpo,
contribuiscono a realizzare. I commessi
della Camera conoscono Plinio e Clemente
dAlessandria, ma non sanno leggere
unimmagine.
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Note
[42] Gestus est modus et figuratio
membrorum corporis, ad omnem agendi et habendi modum,
in Schmitt 1990, pp. 157-58; per linfluenza
di questa idea, cfr. ibidem, pp. 178 e 255.
[43] Barthes, Roland, Scritti. Società,
testo, comunicazione, Torino 1998, pp. 127 e
130.
[44] Sul passo cfr. La Rocca, Eugenio, Silenzio
e compianto dei morti nellAra Pacis, in
MOUSEIO MPENAKH, 1, 2002, p. 298, nota
20.
[45] Che a sua volta è un caso di reinterpretazione,
cfr. La Rocca 2002, cit., p. 298, nota 16: nelliconografia
egiziana Arpocrate, figlio di Iside ed Osiride,
viene infatti raffigurato mentre si succhia un dito;
i Greci reinterpretano questo gesto come un invito
al silenzio perché sia evitata la divulgazione dei
misteri (cfr. Plutarco, Is. et Os., 378 b-c).
[46] A. Chastel, Il gesto nellarte,
Roma-Bari 2002, pp. 33, 74.
[47] A. Kossatz-Deissmann, in LIMC,
VI (1992), s. v. Komos, nr. 15.
[48] J. Millingen, Peintures de vases antiques
de la collection de sir John Coghill Bart, Roma
1817.
[49] La mimica degli antichi investigata
nel gestire napoletano, Napoli, Fibreno 1832
[rist. anast. Bologna 1979]. Cfr. ora A. de Jorio,
Gesture in Naples and Gesture in Classical Antiquity,
with introduction and notes by Adam Kendon, Bloomington
2002.
[50] U. Eco, Considerazioni di un semiologo
(1988), in Il teatro e i suoi doppi,
a cura di A. Ottai, Roma 1994, p. 118.
[51] Sign languange among North American
Indians, Washington 1881 [rist. 1972], pp. 289-290.
Si noti che un confronto tra indiani dAmerica
e Greci antichi è già in Winckelmann (Opere,
VI, Prato 1831, p. 313).
[52] Sugli errori di lettura della gestualità
cfr. anche Eco cit., p. 117 (a proposito della descrizione
manzoniana della peste).
[53] Ed. R. Flacelière, E. Chambry. Su questo
passo cfr. anche P. Zanker, Le donne e i bambini
barbari sui rilievi della Colonna Aureliana
(2000), in Unarte per limpero. Funzione
e intenzione delle immagini nel mondo romano,
Milano 2002, p. 73.
[54] L. de Lachenal, in Museo Nazionale
Romano. Le sculture, I, 6. I marmi Ludovisi
dispersi, Roma 1986, pp. 228-235; per un sarcofago
di battaglia, R. Bianchi Bandinelli, Roma. Larte
romana nel centro del potere, Milano 1969, fig.
346-347. Si tratta peraltro di un gesto legato a
quello della ben nota statua di Demostene, sul quale
cfr. Settis 1975, pp. 6 e sgg.
[55] Pausania, 10.31.5; O. Tochefeu, in LIMC,
IV (1988), s. v. Hector, nr. 131.
[56] Ph. Bruneau, in LIMC, II (1984),
s. v. Ares, nr. 116.
[57] C. Robert (Die Nekyia des Polygnot,
in HallWPr, 16, 1892, pp. 65-68) pensava
ad una congettura di Pausania.
[59] Parigi, Louvre G 431; P. Moreno, La
conquista della spazialità pittorica, in
Storia e civiltà dei Greci. La Grecia nelletà
di Pericle. Le arti figurative, Milano 1979,
p. 649; sul soggetto cfr. J. Mac Niven, Odysseus
on the Niobid Krater, in JHS, 109, 1989,
pp. 191-198.
[60] Cratere, Heidelberg, Univ. 26/87 (Pittore
di Sarpedon, c. 390 a. C.). O. Tochefeu-Meynier,
in LIMC, VIII (1997), Suppl., s. v. Patroklos,
nr. 9 (= Achilleus, nr. 457).
[61] Anfora lucana, Napoli, MAN H1755, 82140
(c. 380 a. C.); LIMC, III (1986), s. v. Elektra
I, nr. 6.
[62] Coppa dellambito del Pittore di
Pentesilea, cfr. W. Kraiker, Katalog der Sammlung
antiker Kleinkunst des Archäologischen Instituts
der Universität Heidelberg. Die rotfigurigen attischen
Vasen, Berlin 1931 [Mainz am Rhein 1978], nr.
149, tav. 27.
[63] Cratere apulo (Pittore della Nascita di
Dioniso), da Ruvo; Napoli , MAN H2411; Trendall
RVAp I 35; Suppl. II 9; Maria-Christina Tzannes,
in Greek Offerings. Essays on Greek Art in honour
of John Boardman, a cura di O. Palagia,
Oxford 1997, pp. 151-152.
[64] Londra, BM F 272; P. Linant de Bellefonds,
in LIMC, VII (1994), s. v. Phaidra,
nr. 11.
[65] P. Magli, Corpo e linguaggio, Roma
1980, p. 78.
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