|
Fabio Giunta
Ammalato? Ammaliato!
Il corpo incantato di Torquato Tasso
E’ possibile parlare
del magismo tassiano, del rapporto che intercorreva
tra il poeta e il sapere magico, demonologico
e superstizioso senza far ricorso o riferimento
alla sua produzione poetica e ai dialoghi?
Nulla lo vieterebbe se non il rischio di
approdare a un’arida, se non inutile,
rassegna di lamenti
del Tasso circa la sua convinzione d’essere
stata ammaliato senza che questa getti la
minima luce di senso sui testi.
Scriveva Angelo Solerti che il
Tasso «credeva nell’arte maga o naturale
o demonica, perché ne aveva tanti esempi
da non poter dubitare. Era forse un principio
di allucinazione1». Questo può essere
per noi il punto di partenza di una breve indagine
circa l’influenza della personale vicenda
magica vissuta dal Tasso, sulla sua produzione
poetica.
A confortarci sulla strada intrapresa ci sono
inoltre le considerazioni di Ezio Raimondi nel
suo memorabile saggio Tra grammatica e magia
nel quale il magico demoniaco, visto come un’allucinazione
che si deve subire, l’angoscia solitaria
che opprime l’animo disarmato del poeta,
diventava «l’assedio minaccioso di
un mondo inafferrabile di fruscii, di voci (“tintinni
di orioli da corda”, ripetono i suoi racconti,
a distanza di anni…), di fantasmi che egli
crede di percepire e di cui si sente vittima,
prigioniero infelice2».
Nella
biografia tassiana, il motivo del corpo
incantato si intreccia con frequenza tale
alla sua vicenda dell’umor nero
e alla sua personalissima relazione con
uno spirito, da diventare crocevia di alcuni
saperi magico-rinascimentali.
Non si tratterà
qui della malinconia di Torquato, la cui
storia ha scarsa rilevanza per la storia
della letteratura. Si vedrà però
anzitutto, fra le lettere del poeta (ed
è ciò che ci riporta nell’alveo
della letteratura), come questo “temperamento”
malato abbia permesso al Tasso di annoverarsi
tra i poeti in preda al “furor”.
Successivamente si potrà evidenziare
quanto, delle disgrazie del poeta, si poteva
attribuire alle sue personali convinzioni
e quanto alle credenze dell’epoca
in cui visse.
Nell’epistolario
tassiano
È ormai
noto come il nesso genio-follia,
associabile all’umore nero dei “saturnini”,
sia stato ricodificato dall’alter
Plato, Marsilio
Ficino, nel De vita:
da quel momento la melanconia sarà
la «malattia dei letterati».
È quindi
il filosofo neoplatonico a rilanciare la
figura dell’uomo moderno che assiste
a un Io minacciato da un’interna .
Il Tasso ha saputo consegnare al mondo e
alla storia, come benissimo ha ricostruito
Bruno Basile,
l’immagine di un artista che, proprio
come Empedocle, Maraco, Socrate, Platone,
Lucrezio, avrebbe elevato il proprio ingegno
e le personali doti artistiche grazie alla
malinconia.
In una lettera
indirizzata al medico Giovann’Antonio
Pisano, è lo stesso poeta infatti,
avanzando la richiesta di veratro, a suggerire
un’analogia fra Democrito (curato
da Ippocrate
appunto con veratro) e se stesso. Tasso
chiede quindi al Pisano del veratro al fine
di accreditare la propria immagine di poeta
affetto di morbus sacer in maniera
non molto dissimile da Democrito, il filosofo
“folle” per eccellenza della
Grecia classica. Si veda allora l’estratto
della lettera
tassiana del 1589:
Ma essendo stata opinione
d’alcuni, che la distillazione del
capo sia la principal cagione de l’infermità,
non posso trapassar con silenzio quel che
scrive Ippocrate a Democrito: «Veratro
helleborato eos, quibus de capite distillat
rheuma.» E benchè ciò
sia detto con alcuni avvertimenti e con
alcune condizioni; a me, nondimeno, molto
piacerebbe l’esser purgato co ’l
veratro, sì perchè questo
è antichissimo medicamento, sì
per gli eroi e per gli filosofi che similmente
furono medicati.
Per conclusione addurrò quel detto
d’Ippocrate ne le Epistole: «Totus
homo est morbus, et sui auxilii servus.»
Io son tutto infermità: e se debbo
esser servo del mio aiuto, di chi sarò
servo? Sinora son di me stesso, ed a me
stesso comando
Il riferimento
all’irrisione democritea ci rimanda
a una precedente lettera tassiana del 1
ottobre 1587 scritta a Scipione
Gonzaga nella quale il Tasso descriveva
la propria condizione:
Io
son poco sano, e tanto maninconico, che
sono riputato matto da gli altri e da me
stesso, quando non potendo tener celati
tanti pensieri noiosi, e tante inquietudini
e sollecitudini d’animo infermo e
perturbato, io prorompo in lunghissimi soliloqui;
li quali se sono da alcuno ascoltati (e
possono esser da molti), a molti son noti
i miei disegni, e quel ch’io speri,
e quel ch’io desideri. La medicina
de l’animo è la filosofia,
con la quale io mi medico assai spesso.
Laonde comincio a rider di tutti
i miei infortuni, e di tutti i disfavori
ch’io ricevo: che più? Rido
ancora de la mala opinione c’hanno
gli uomini di me, e de la mia passata sciocchezza,
con la quale io la confermai: ma questo
riso è così vicino
al furore, ch’ho bisogno di veratro,
o d’altro sì fatto medicamento
che risani il corpo ripieno di cattivi umori,
e purghi lo stomaco, dal quale ascendono
al cervello alcuni vapori che perturbano
il discorso e la ragione
Tasso ride dei
suoi “infortuni” e “disfavori”.
Ride pure della sua “passata sciocchezza”
proprio come il mago d’Ascalona nei
versi: «e di me stesso risi e de le
fole / che già cotanto insuperbir
mi fèro».
Ed è proprio questo riso che ci fa
pensare al filosofo folle che rideva della
stoltezza degli uomini. Proprio questo riso
infine lo porta a quel “furore”
che lo spingerà a richiedere l’ormai
noto “veratro”. In realtà,
nella sua persona, riesce in questo modo
a sintetizzare due personaggi: il Democrito
“ridens” che schernisce la meschina
e presuntuosa incompiutezza dell’umano
agire e l’Eraclito “flens”
divenuto folle lui stesso dopo il pianto
per la follia del mondo.
Ma
veniamo ora alla convinzione che
il Tasso nutriva circa la causa
occulta della sua sofferenza atrabiliare,
della sua malinconia, della sua esperienza
personale del magico.
È nella
famosa lettera
del 18 ottobre 1581 a Maurizio Cataneo che fa
il suo ingresso la componente diabolica
filtrata dall’elemento magico. Qui
il Tasso lamenta due tipi di disturbi. I
disturbi «umani» consistono
in « grida di
uomini, e particolarmente di donne e di
fanciulli, e risa piene di scherni, e varie
voci d’animali» e «strepiti
di cose inanimate». I disturbi «diabolici»
constano invece di «incanti e malìe».
Persino i topi «paiono indemoniati».
Ma soprattutto, dichiara il poeta, «mi
pare d’esser assai certo, ch’io
sono stato ammaliato: e l’operazioni
de la malia sono potentissime».
Così
potenti da risuonargli nelle orecchie «voci»
nelle quali distingue « i nomi di
Pavolo, Giacomo, Girolamo, Francesco, Fulvio
e d’altri, che forse sono maligni
e de la mia quiete invidiosi».
Una lettera
del 1583 al celebre medico Girolamo
Mercuriale mostra come
la sofferenza causata da questi disturbi
sia aumentata. La stessa scrittura sembra
più dettagliata ma allo stesso tempo
disordinata e convulsa. Il Tasso sa di essere
infermo sebbene «l’infermità
mia non è conosciuta da me»
e neppure «la cagione del mio male».
Ma una cosa sa: «io
ho certa opinione di essere stato ammaliato».
E tra gli effetti ci sono i «tintinni
ne gli orecchi e ne la testa, alcuna sì
forti che mi pare di averci un di questi
orioli da corda»; allo stesso tempo
gli pare che molto spesso «parlino
le cose inanimate»
In una lettera
del 16 giugno del 1584 però Torquato,
rivolgendosi a don Angelo Grillo, gli rivela
che Agostino Mosti è il mandante
dei maghi che lo hanno ammaliato:
perciochè
dee sapere, ch’io sono stato ammaliato;
ed egli [Agostino Mosti] ha tenuto mano
co’ maghi
Il rapporto del
Tasso con la magia che ormai abita la sua
vita è divenuto disperatamente routinario
come se si trattasse dell’odiosa e
insofferente convivenza con un compagno
dispettoso. Leggiamo in data 10
novembre 1585, come stanno andando le
cose:
... le cose peggiorano
molto; perciochè il diavolo, co’l
quale io dormiva e passeggiava, non avendo
potuto aver quella pace ch’ei voleva
meco, è divenuto manifesto ladro
de’ miei danari, e me gli toglie da
dosso quand’io dormo, ed apre le casse,
ch’io non me ne posso guardare. [...]
E
prego Vostra Signoria che m’avvisi
d’averli ricevuti, e che faccia ufficio
perch’io esca di mano del diavolo
co’ miei libri e con le scritture,
le quali non sono più sicure de’
danari
Come Armida che
«con gli spirti
anco favella / sovente, e fa con lor lungo
soggiorno»
anche il Tasso passeggia e dorme con un
suo “diavolo”. Dalla
lettera si ricava inoltre che abbiano avuto
un litigio e che per ritorsione, il diavolo,
gli sottrae di notte i “danari”.
E Tasso ormai teme anche per i suoi libri
e le sue carte. La breve descrizione del
diavolo tassiano ha già qualcosa
di quel genio familiare del poeta che sarà
nominato pure dal Manso.
Ma soprattutto questo diavolo è la
prefigurazione del “folletto”
che con i suoi dispetti tanto farà
disperare Torquato il quale, infatti, circa
un mese dopo, ci informa
che nella sua camera «c’è
un folletto c’apre le casse e toglie
i danari, benchè non in gran quantità».
L’agire
di questo folletto si concretizza in qualche
furtarello. Si può allora vedere
in questo caso come giochi la cultura magica
del poeta poiché quella del furto
è operazione che si inscrive coerentemente
nel ruolo e fra le funzioni del folletto
rinascimentale che raramente offende altrimenti.
Il folletto appartiene ancora al folclore
e alla cultura magica del Cinquecento. Si
può leggere nel Palagio de gl’incanti
di Strozzi Cicogna, ad esempio, che i folletti
«molte uolte fanno alcune burle a
gl’uomini senza però nuocerli
od offenderli in conto alcuno».
E in un’altra pagina si legge che:
«ingannano in diversi modi gli spiriti,
et particolarmente i Foletti, et familiari,
la natura humana».
Una descrizione più estesa arriva
da un famoso conoscitore di spiriti ed esorcismi
molto noto a Bologna come Girolamo
Menghi da Viadana che nel suo
Compendio dell’arte essorcistica
scrive che i folletti «pochissimo
possono nuocere, e offendere; ma solo si
pigliano piacere nel tempo di notte in far
alcuni strepiti, e rumori, e alcuna volta
attendono a far burle, e giuochi, e altre
cose da scherzo, le quali spesse volte sono
da alcuni udite, e viste, come appare in
molti luoghi, e case; le quali sono disturbate
da certi romori la notte, e ancho molte
volte il giorno fatti da’ Demoni,
come fanno gettando hora pietre, e travagliando
gli uomini col loro sbattere, e parimente
quando appaiano certi fuochi accesi, e altre
delusorie operationi».
La stessa definizione viene praticamente
assegnata da Ottavio Franceschini: «Le
irrequietezze e le burle dei folletti, per
quanto bizzarre, irritanti, erano in fondo
innocue».
Nella lettera
del 25 dicembre all’amico Maurizio
Cataneo il Tasso torna a lamentarsi ancora
del folletto il quale, oltre a rubargli
i “danari”,
«mi mette tutti i libri sottosopra:
apre le casse: ruba le chiavi, ch’io
non me ne posso guardare».
Nella stessa lettera il poeta confida all’amico
un desiderio o una necessità:
Vostra
Signoria dee sapere ch’io fui ammalato
, nè fui mai risanato; e forse ho
maggior bisogno de l’essorcista che
del medico, perch’il male è
per arte magica.
Non sorprenda
la richiesta: «forse ho maggior bisogno
de l’essorcista che del medico».
Sono ancora tempi, quelli del Tasso, in
cui l’esorcista tende ad confondersi
con il medico poiché entrambi (più
spesso il primo) conoscono il potere e le
virtù delle erbe e delle pozioni
e tutti quei rimedi che permettono di scacciare
uno spirito maligno. È nuovamente
il Tasso, circa un anno dopo, a presentare
la stessa richiesta all’amico Scipione
Gonzaga:
Sono infermo,
e l’infermità non è
da giuoco, né senza pericolo. Lande
avrei bisogno di medico e di confessore,
e forse di chi scongiurasse i spiriti, ed
incantasse la fantasima
Ma torniamo al
dicembre, il 30, del 1585. In una nuova
lettera,
il Tasso fornisce qui altri elementi circa
«que’ miracoli del folletto».
Riferendosi, infatti, alle ultime due lettere
speditegli da Maurizio Cataneo gli scrive
che:
l’una
è sparita da poi ch’io l’ho
letta, e credo che se l’abbia portata
il folletto, perchè è quella
ne la quale si parlava di lui: e questo
è un di que’ miracoli ch’io
ho veduto assai spesso ne lo spedale; laonde
son certo che sian fatti da qualche mago.
Gli viene però
forse il dubbio che tutto questo parlare
di maghi e folletti non possa apparire come
una sua frequentazione illecita e occulta.
È per questo motivo che scrive, nella
stessa lettera, di non avere «alcuna
familiarità» col «diavolo»
o «co’ suoi maghi» i quali
possono agire solo sull’immaginazione
umana. E in questo si fa assistere dalle
citazioni del platonico Ficino e dell’aristotelico
Alessandro
d’Afrodisia. Dopo un accenno alla finzione
poetica dello spirito del Messaggiero,
scritto solamente per «ubidire al
cenno d’un principe», ribadisce
solennemente:
Iddio sa ch’io
non fui né mago né luterano
giamai; né lessi libri eretici o
di negromanzia, né d’altra
arte proibita
Dopo un veloce
accenno ai «miracoli del folletto»
comincia a elencare la serie di «spaventi
notturni» che lo atterriscono. Vede
delle «fiammette ne l’aria»
o addirittura «faville» che
fuoriescono dai suoi stessi occhi, «ombre
de’ topi» e «strepiti
spaventosi». Ecco poi come dalle visioni
si passa alle allucinazioni sonore quando
«ne gli orecchi» sente «fischi»,
«titinni», «campanelle»
e un rumore simile a «orologi da corda».
La descrizione visionaria termina con la
immagine magnifica della «gloriosa
Vergine» con Gesù in braccio,
entrambi avvolti da «un mezzo cerchio
di colori e di vapori». Visione che
Tasso attribuisce agli effetti della frenesia
ma non esclude che sia il diretto intervento
divino ad offrirgli miracolo mariano. Egli
torna però poi a parlare delle «cagioni»
della sua frenesia che individua in quelle
«confezioni» che aveva mangiato
circa tre anni prima. Ricorda inoltre che
la stessa malìa «fu rinnovata
un’altra volta»:
S’io
non m’inganno, de la frenesia furono
cagioni alcune confezioni
ch’io mangiai tre anni sono; da le
quali cominciò questa nuova infermità,
che s’aggiunse a la prima, nata per
simil cagione; […]Da poi la malìa
fu rinnovata un’altra volta: nè
v’hanno fatto alcuna provisione, come
non fecero la prima. […] e la qualità
del male è così maravigliosa,
che potrebbe facilmente ingannare i medici
più diligenti; onde io la stimo operazione
di mago. E sarebbe opera di pieta cavarmi
di questo luogo, dove a gli incantatori
è conceduto di far tanto contra me
senza timor di castigo, o perchè
abbiano molto favor da’ principali,
o perchè il signor duca non creda
ad alcuna mia parola
Anche alla sorella
Cornelia il Tasso non aveva velato di mistero
le azioni magiche da lui subite poiché
il 14
novembre del 1587 la informa circa il proprio
stato di salute:
Signora sorella,
il mio male è veramente incurabile,
e cresciuto con l’età, confermatosi
con l’usanza, e con la simulazione
de gli uomini; i quali non hanno voluto
risanarmi, ma ammaliarmi
Prima di procedere
oltre è necessario ricordare che,
ancora nel Cinquecento, subire un incanto
ed avere frequentazioni con gli spiriti
non erano elementi riconducenti, in sé,
alla fenomenologia del pazzo. Il Tasso era
considerato folle dai suoi contemporanei
semplicemente perché questi ritenevano
che le disgrazie del poeta fossero di natura
fisiologica e non magica. Tutti erano convinti
che Tasso fosse sconvolto da una malinconia
frenetica. Ma solo il Tasso, oltre a ciò,
credeva di essere stato ammaliato. Singolarmente,
nel corpo del poeta convergevano così
e si sovrapponevano, coesistendo, due interpretazioni
della follia corrispondenti a due differenti
eziologie. Da un lato, la nosologia medico-scientifica
intendeva le frenesie, le bili nere e i
deliri come i sintomi della corruzione umorale
di un individuo. Dall’altro, un folclore
magico, largamente penetrato nel tardo Cinquecento
anche nelle classi colte e complicato, nel
caso del Tasso, da una discreta cultura
di demonologia ermetico-platonica, che autenticava
le visioni, l’esistenza di esseri
soprannaturali, gli entusiasmi e gli invasamenti.

|