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Lucia Pasetti
Un corpo per due.
Il doppio e la grammatica dell’assurdo
1. Ille ego
Certe edepol, quom illum contemplo
et formam cognosco meam, / quem ad modum
ego sum (saepe in speculum inspexi), nimis
similest mei; / itidem habet petasum ac
vestitum: tam consimilest atque ego; / sura,
pes, statura, tonsus, oculi, nasum vel labra,
/ malae, mentum, barba, collus: totus. quid
verbis opust? / si tergum cicatricosum,
nihil hoc similist similius. / sed quom
cogito, equidem certo idem sum qui semper
fui. / novi erum, novi aedis nostras; sane
sapio et sentio. / non ego illi obtempero
quod loquitur; pultabo foris. «Certo,
Per Polluce, quando lo guardo e riconosco
il mio aspetto, come sono fatto io –
spesso mi sono guardato allo specchio –
certo mi assomiglia moltissimo. Ha uguale
il cappello e il vestito: mi assomiglia
come mi assomiglio io. Gamba, piede, statura,
capelli, occhi, naso, labbra, guance, mento,
barba, collo: tutto. Che bisogno c’è
di parole? Se ha la schiena piena di cicatrici,
non c’è una somiglianza più
simile a questa. Ma, quanto più ci
penso, davvero io sono lo stesso che sono
sempre stato: non c’è dubbio.
Conosco il mio padrone, conosco la nostra
casa, ho a posto il senno e i sensi. Non
dò retta a quello che dice lui: busserò
alla porta» (Amph. 441-449).
Così, nell’Anfitrione
di Plauto, lo schiavo Sosia ravvisa
stupefatto la perfetta somiglianza fisica
tra sé e il suo doppio. La vicenda
è nota: mentre il re Anfitrione è
impegnato in una guerra, Giove ne assume
l’identità per sedurne la moglie,
Alcmena; lo assiste nell’inganno Mercurio,
a sua volta calato nei panni di Sosia, lo
schiavo del re. Quando servo e padrone umani
tornano dalla guerra, la loro vita è
sconvolta dalla presenza dei rispettivi
doppi. Uno dei momenti culminanti della
crisi è l’incontro tra il vero
e il falso Sosia,
una scena fino ad allora senza precedenti
nella letteratura occidentale, ma destinata
a conoscere una straordinaria fortuna nei
secoli successivi. Tornando al monologo
di Sosia, è evidente che la percezione
dell’identità passa attraverso
il riconoscimento delle singole parti del
corpo: è il motivo lacaniano del
«corpo frammentato», assai frequentemente
associato al tema del doppio.
L’apparizione di un essere identico
a lui precipita Sosia in una crisi d’identità:
l’effetto prodotto dal doppio è
quello descritto da Freud attraverso la
categoria del perturbante.
Inquieto e spaesato, lo schiavo cerca in
tutti i modi di razionalizzare l’accaduto
e di riconfermare la propria identità.
Il travaglio di Sosia ha trovato un attento
interprete in Bettini,
che ha mostrato come lo schiavo tenti di
ricondurre l’assurda situazione nell’alveo
della propria esperienza: la vista di una
figura identica alla sua non può
che ricordargli l’immagine riflessa
nello specchio, «un paradigma antropologico
di lunga durata» e come tale pressoché
onnipresente nella letteratura sul doppio.
Ma, nel tentativo di spiegare l’altro,
Sosia ricorre anche a modelli di riferimento
tipici della sua cultura, ad esempio, ponendosi
la domanda ubi immutatus sum? «Dove
mi sono trasformato?» (v. 456), esprime
il sospetto di essere stato vittima di uno
stregone che si è impossessato del
suo aspetto (nam hicquidem omnem imaginem
meam, quae antehac fuerat, possidet
«Perché, di certo, costui possiede
tutto il mio aspetto, quello che era mio»
v. 458). Chiarisce Bettini (2000, 170):
«per l’immutatus Sosia esiste
infatti un reciproco, o meglio un complementare:
si tratta di quell’essere pauroso
che, anche lui, è specificamente
evocato nell’Anfitrione, il
versipellis»; il termine versipellis
«cambia pelle» ricorre infatti
nel prologo della commedia, là dove
si dice di Giove ita vorsipellem se facit
quando lubet «tanto è bravo
a mutar pelle quando gli piace» (v.
123). Immutatus e versipellis
identificano dunque due diversi
modi di vivere lo sdoppiamento, che converrà
tenere presenti.
Ma quali conseguenze comporta
il turbamento di Sosia sul piano della lingua?
Pensato come immagine riflessa o come furto
di identità,
«lo sdoppiamento» – osserva
Fusillo (1998, 64) – «è
un fenomeno che attacca sempre le categorie
della logica e del linguaggio»; ne
risente in primo luogo l’uso dei pronomi
personali,
di cui offre un esempio efficace l’ingarbugliato
resoconto che Sosia fa ad Anfitrione sulla
propria incredibile esperienza: neque,
ita me di ament, credebam primo mihimet
Sosiae, / donec Sosia ille egomet<me>
fecit sibi uti crederem. / ordine omne,
uti quicque actum est, dum apud hostis sedimus,
/ edissertavit. tum formam una abstulit
cum nomine. / neque lac lactis magis est
simile quam ille ego similest mei. «Da
principio – gli dei mi proteggano
– neanch’io riuscivo a credere
a me stesso Sosia, finché quell’io
là, Sosia, mi ha costretto a credergli.
Mi ha raccontato per filo e per segno tutto
ciò che è accaduto mentre
eravamo alle prese con il nemico: e inoltre
mi ha rubato l’aspetto assieme al
nome. Due gocce d’acqua non si somigliano
più di quanto quell’io là
somiglia a me» (597-601).
La confusione è generata
dal fatto che il pronome di prima persona,
ego, si applica a due referenti:
situazione assurda, in contrasto con le
leggi della logica e della grammatica. L’intento
di Sosia, che sta raccontando ad Anfitrione
ciò che gli è capitato, è
quello di distinguere i due termini in questione:
se stesso e il suo doppio. Risponde allo
scopo l’abbinamento «paradossale»
di ille a ego, («quell’io»),
con cui Sosia riesce effettivamente a “marcare”
il doppio, distanziandolo da sé;
è invece assolutamente fallimentare
– e proprio per questo comico –
l’insistito impiego del rafforzativo
–met (egomet, «proprio
io») che accresce addirittura l’ambiguità
del pronome di prima persona. La confusione
raggiunge il culmine quando Sosia, alla
domanda di Anfitrione, quis te verberavit?
«chi ti ha picchiato?», risponde
egomet memet, qui nunc sum domi «io
stesso ho picchiato me stesso, io che ora
sono a casa» (607): qui il pronome
di prima persona è soggetto e oggetto
della stessa azione e il rafforzativo si
applica indistintamente a entrambi. Il dilagare
della prima persona corrisponde, in termini
jackobsoniani, al dominio della funzione
emotiva: sopraffatto dal turbamento,
Sosia rinuncia a spiegare ciò che
lui stesso non riesce a comprendere, cedendo
a un uso indifferenziato del pronome e attribuendo
a sé le azioni dell’altro (qui
nunc sum domi).
2.
Est ego qui loquitur
Il
gioco con i pronomi, felicemente inaugurato
da Plauto,
prosegue con uno dei suoi numerosi epigoni:
Vitale di Blois, autore del Geta,
una commedia
elegiaca del XII secolo che ripropone
il soggetto plautino, con alcune importanti
variazioni, attribuibili alla differenza
di genere e alla fruizione indiretta del
modello.
Innanzitutto Anfitrione non è più
un valoroso comandante reduce dalla guerra,
ma uno studente di filosofia che rientra
in patria dopo un lungo soggiorno di studi
ad Atene. Altri significativi cambiamenti
intervengono nel sistema dei personaggi,
in cui Sosia è sostituito da Geta,
un servo vizioso dai tratti spiccatamente
plautini. Nel complesso, tuttavia, la vicenda
segue lo schema consueto: Giove approfitta
dell’assenza del marito per sostituirsi
a lui e infilarsi nel letto di Alcmena,
mentre il suo aiutante Arcade (l’equivalente
del Mercurio plautino) assume le sembianze
di Geta. L’incontro tra il vero e
il falso Geta, che occupa tutta la parte
centrale del testo (vv. 255-394), avviene
senza che i due si vedano: Arcade parla
a Geta da dietro la porta di casa, ostinandosi
a non aprire. L’effetto perturbante
è dato dal fatto che Geta riconosce
la sua stessa voce e, in seguito, riceve
da Arcade una dettagliata descrizione del
suo aspetto fisico e delle sue (riprovevoli)
abitudini. Per affrontare l’inevitabile
crisi di identità, Geta ricorre agli
strumenti della dialettica, da lui appresa
durante il soggiorno ad Atene: fin dal primo
momento, riconoscendo la propria voce al
di là della porta, egli fa ricorso
alle sue nozioni di logica per spiegare
il fenomeno: qui loquitur mecum voce
est et corpore Geta: / voce loqui Gete quis
nisi Geta potest? / Sed logici memorant
quod vox erit una duorum / atque duos nomen
significabit idem; «Colui che
parla con me ha la voce e il nome di Geta.
Chi, se non Geta, può parlare con
la voce di Geta? Ma i logici affermano che
una sola ‘voce’ può riferisi
a due cose e che un solo ‘nome’
potrà indicare due persone»
(257-260); il maldestro tentativo, che sfrutta
l’ambiguità di vox (sia
“voce” che “nome”),
è solo il primo di una serie di razionalizzazioni
destinate a concludersi con la disfatta
di Geta
e il conseguente ripudio dello strumento
dialettico: Sic sum, sic non sum. Pereat
dialectica per quam / sic perii penitus!
Nunc scio: scire nocet «Ragionando
in un modo esisto, nell’altro non
esisto. Al diavolo la dialettica, per colpa
della quale al diavolo ho finito con l’andare
io! Ora lo so: il sapere è nocivo»
(409-410). Uno dei principî che orientano
le riflessioni di Geta è, come ha
mostrato Bertini, la formula boeziana
quidquid est, ideo est quia unum est,
«qualsiasi cosa esista esiste proprio
in quanto è unica»,
contraddetta dalla presenza del doppio:
(277-278) est ego qui mecum loquitur;
sed nescio fiat / qua ratione duo qui prius
unus erat, «Sono io stesso che
parlo con me stesso, ma non riesco a capire
come possa sdoppiarsi chi prima era uno
solo». Oltre al principio boeziano,
va in crisi anche la grammatica: est
ego qui mecum loquitur ripropone la
concordanza paradossale di prima (ego)
e terza persona (est) riflettendo
sul piano linguistico il corto circuito
logico scatenato dallo sdoppiamento. A ben
guardare, la forzatura grammaticale è
ancora maggiore che nel plautino ille
ego, tanto da far presumere l’influenza
di un diverso codice linguistico: dietro
est ego si intravede il francese
c’est moi. La commedia offre
altri esempi di concordanza anomala di ego
con il verbo: ai vv. 355-356 Geta si
scaglia contro Arcade Dic, age, quo pacto,
quibus artibus Amphitrionem / fallis ut
et factis sis ego simque nichil! «Avanti,
dimmi in che modo, con quali trucchi, inganni
Anfitrione perché anche dalle sue
azioni risulti che tu sei me e che io non
esisto!»; lo scontro verbale con il
doppio si conclude così (v. 393)
«sis ego», respondit, «ego
sum nichil!» «“E allora
sii pure me”, risponde, “io
non esisto!”».
3. qui fuerim liber, eum
nunc potivit pater servitutis
Ma torniamo a Plauto. L’Anfitrione
non restituisce solo il punto di vista
degli umani immutati, ma anche, se
pure in misura più limitata, degli
dèi artefici dello sdoppiamento.
Mercurio è il responsabile delle
disgrazie di Sosia, a cui ha sottratto l’identità:
è dunque un versipellis, un
essere capace di trasformarsi a suo piacimento;
d’altra parte è a sua volta
vittima di Giove, che gli ha imposto di
abbandonare le vesti del dio per indossare
quelle sgradevolissime dello schiavo.
Quando, al suo primo apparire in scena,
Sosia, ancora ignaro di tutto, si lamenta
della sua condizione di servo, Mercurio,
non visto, commenta in un ‘a parte’:
Satiust me queri illo modo servitutem:
/ hodie qui fuerim liber, / eum nunc potivit
pater servitutis «Sarebbe più
giusto che fossi io a lamentarmi in quel
modo della schiavitù: io che fino
ad oggi ero libero, sono stato ridotto in
schiavitù da mio padre» (177-178).
La traduzione perde un aspetto importante
del testo plautino, in cui è presente
un forte anacoluto,
non facile da restituire in italiano. Una
resa più vicina all’originale
potrebbe essere: «io che sono stato
libero fino ad oggi, quella persona (eum),
mio padre l’ha ora ridotta in schiavitù».
La prima persona, spia della partecipazione
emotiva, è grammaticalizzata nel
verbo (qui fuerim) ed è riservata
alla rievocazione del passato, la terza
(eum) serve a distanziare l’identità
servile, che Mercurio subisce nel presente.
Il brusco passaggio dall’una all’altra
genera l’anacoluto, il segno linguistico
del disagio che la metamorfosi ha prodotto
nel dio.
4. si anumque hanc…audire
voles , quae te… amo.
Insieme allo sdoppiamento, la metamorfosi
è una delle fondamentali varianti
del tema del doppio realizzate dalla letteratura
antica. In entrambi i casi entrano in gioco
due corpi associati a un’unica identità,
ma, mentre nello sdoppiamento i corpi sussistono
contemporaneamente (i doppi possono incontrarsi),
nella metamorfosi non sono compresenti:
l’io migra da un corpo all’altro,
conservando talora intatti pensieri e sentimenti.
La trasformazione fisica, quando è
imposta da una forza superiore, non può
che risultare traumatica e perturbante;
ma anche se avviene sotto il pieno controllo
del soggetto, anche se equivale a un semplice
travestimento,
può dare luogo a conflitti tra l’io
e la sua maschera, conflitti di cui la lingua
conserva le tracce. Un esempio interessante
si incontra nelle Metamorfosi ovidiane:
si tratta dell’episodio del dio Vertumno
(14, 622-771), che, come rivela il nome
(da vertor, mi trasformo),
è un versipellis, capace di
assumere qualsiasi figura. Innamorato di
Pomona, che lo respinge, Vertumno si trasforma
in una anus – la vecchia ruffiana
ben nota alla commedia
– proponendo se stesso alla ragazza
come il migliore tra tutti i pretendenti:
sed tu, si sapies, si te bene iungere
anumque / hanc audire voles, quae te plus
omnibus illis, / plus quam credis, amo,
vulgares reice taedas. «ma tu,
se sarai saggia, se vorrai sposarti bene
e ascoltare questa vecchia, io che ti amo
più di tutti quelli, più di
quanto tu creda, rifiuta le nozze volgari»
(met. 14, 675-677). Anche in questo
caso la persona loquens si riferisce
a se stessa, o meglio alla sua facies
fittizia – la vecchia –
impiegando la terza persona (hanc anum),
ma torna repentinamente a dire «io»,
quando, pur nella finzione del travestimento,
si trova ad esprimere i suoi sentimenti
(quae te… amo). Emerge qui
una sorta di “ironia comica”,
evidente nella precisazione plus quam
credis: il lettore sa che nei panni
della vecchia si cela in realtà Vertumno
ed è pertanto in grado di cogliere
– a differenza di Pomona – l’ambiguità
delle sue parole.
Anche l’anacoluto fa parte del gioco
ironico: l’improvviso ritorno alla
prima persona (amo), che contravviene
alle regole della concordanza (l’antecedente
del relativo è hanc anum),
appare al lettore come una sorta di lapsus,
non privo di effetti comici. Con il brusco
cambio di soggetto, l’io dell’innamorato
fa capolino dal travestimento. Il discorso
persuasivo dell’anus, sostenuto
da una robusta struttura logica (la doppia
ipotetica) e tutto proiettato sull’interlocutrice
(tu… te), lascia improvvisamente
spazio all’espressione diretta dei
sentimenti di Vertumno.
L’interruzione viene ricomposta nel
segmento finale (vulgares reice taedas),
che chiude la struttura logica e sintattica
del periodo riportando in primo piano l’esortazione;
ma intanto, anche se solo per un momento,
il dominio della funzione conativa si è
interrotto e l’urgenza emotiva dell’io
ha conquistato l’evidenza.
6. Meus Lucius, meus asinus
Tornando alla metamorfosi vera e propria,
è ormai inevitabile il confronto
con Apuleio. La narrazione apuleiana elabora
il tema della trasformazione indesiderata
e pertanto traumatica. Il protagonista,
Lucio, assumendo un filtro magico che avrebbe
dovuto trasformarlo in uccello, si è
ritrovato per errore mutato in asino, un
animale da più punti di vista sgradevole,
il simbolo stesso della bestialità.
Prigioniero nel corpo dell’asino,
Lucio affronterà molteplici peripezie:
solo l’intervento divino potrà
liberarlo dalla sua disagevole condizione
restituendolo alla comunità umana.
La metamorfosi non manca di produrre conseguenze
sul linguaggio di Lucio, che è insieme
protagonista e voce narrante. Per misurare
tali conseguenze basterà richiamare
l’accorata preghiera che l’immutatus
rivolge a Iside per recuperare la forma
umana. Dopo aver invocato la dea secondo
le formule di rito, il supplice esprime
finalmente la sua richiesta: depelle
quadripedis diram faciem, redde me conspectui
meorum, redde me meo Lucio «scaccia
le orribili sembianze del quadrupede, restituiscimi
alla vista dei miei, restituiscimi al mio
Lucio» (met.11,2). Che
Lucio, persona loquens, presenti
la forma animale come un elemento estraneo
a sé, designandola sprezzantemente
come quadripedis diram faciem, non
suscita stupore: si tratta infatti di un’identità
mostruosa, precepita come innaturalee
in quanto tale contrapposta alla forma umana,
che Lucio rivendica invece come propria.
Ci si aspetterebbe quindi che egli, chiedendo
ad Iside di poter ritornare uomo, dicesse
redde me mihi «restituiscimi
a me stesso»;
invece l’atteso pronome è sostituito
dal nome proprio (meo Lucio).
Simili casi di “rimozione” del
riflessivo sono disseminati, del resto,
in tutto il romanzo, a partire dal momento
in cui il protagonista, prima ancora di
essere mutato in asino, chiede preoccupato
a Fotide: sed, quod sciscitari paene
praeterivi, quo dicto factove rursum exutis
pinnulis illis ad meum redibo Lucium?
«Ma, mi sono quasi scordato di chiedertelo:
con quali parole o azioni mi spoglierò
di quelle penne e tornerò ad essere
il Lucio di prima?» (3,23). Anche
qui è chiaro che ad meum Lucium
redibo, propriamente «tornerò
al mio Lucio», sostituisce ad me
redibo «tornerò a me».
Solo l’aggettivo possessivo attenua
parzialmente l’assenza del pronome,
sottolineando un legame con l’io.
L’opposizione tra «io»
«Lucio» e «asino»
è poi evidente nella rievocazione
nostalgica del passato umano a cui il narratore
si abbandona in met. 7,2: veteris
fortunae et illius beati Lucii praesentisque
aerumnae et infelicis asini facta comparatione,
medullitus ingemebam «io, paragonando
la felicità passata e quel beato
Lucio di allora con la presente miseria
e l’infelice asino di adesso, mi affliggevo
nel più profondo dell’anima»;
qui Lucius e asinus sono termini
autonomi e reciprocamente distanziati nel
tempo.
Ne deriva una scissione linguistica dell’individuo
(ego / Lucius / asinus) che non ha
mancato di scatenare letture di tipo psicoanalitico:
basterà ricordare quella junghiana
della von Franz,
che individua nella metamorfosi di Lucio
«una scissione nevrotica della personalità»
(p. 58). Più vicini alla cultura
di Apuleio sono altri modelli ermeneutici:
ad esempio, sul piano della fabula,
risulta interessante la proposta della Zimmerman,
che ha paragonato la scissione del protagonista
in ego e Lucius alla topica
separazione degli innamorati nel romanzo
greco: in entrambi i casi le due parti (dell’io
e della coppia) vengono divise per poi ricongiungersi
alla fine, dopo innumerevoli peripezie:
a livello linguistico l’ipotesi trova
una conferma nel frequente impiego del possessivo
affettivo (meus Lucius).
Un modello interpretativo forse scontato,
ma pur sempre efficace,
è poi quello del viaggio: dopo la
metamorfosi, l’io compie un percorso
che lo riconduce dall’asino a Lucio.
La metafora odissiaca è esplicita
in una delle tante riflessioni del protagonista:
nec inmerito priscae poeticae divinus
auctor apud Graios summae prudentiae virum
monstrare cupiens multarum civitatium obitu
et variorum populorum cognitu summas adeptum
virtutes cecinit. Nam et ipse gratas gratias
asino meo memini, quod me suo celatum tegmine
variisque fortunis exercitatum, etsi minus
prudentem, multiscium reddidit «Non
senza ragione il divino autore dell’antica
poesia presso i Greci volendo descrivere
un uomo di grande saggezza disse che egli
si era acquistato le più grandi virtù
visitando molte città e conoscendo
vari popoli. Pertanto anch’io ricordo
il mio vecchio asino con molta gratitudine,
perché, tenendomi nascosto sotto
la sua pelle e facendomi provare varie vicissitudini,
mi ha reso, se non saggio, almeno esperto
di tante cose» (9,13); qui l’io
narrante istituisce un paragone tra se stesso
e Odisseo, arrivando a rivalutare l’esperienza
della metamorfosi perché gli ha consentito
di ampliare la conoscenza del mondo.
Anche tale lettura trova giustificazioni
sul piano lessicale: nella già menzionata
opposizione tra presente respinto e passato
rievocato con nostalgia (il prior Lucius
di cui parla Gianotti)
si può facilmente riconoscere una
«retorica del ritorno» tipica
del modello odissiaco.
Il discorso interpretativo
rimane comunque aperto. Certo, la tripartizione
dell’individuo suscita un fascino
che sopravvive, intatto, nel linguaggio
moderno della metamorfosi: basterà
ricordare le pagine finali del romanzo di
Stevenson,
la lettera a cui uno sconvolto Dr. Jekyll,
ormai alla vigilia del suicidio, affida
la confessione della sua tragica esperienza
di sdoppiamento: «Ero ancora immerso
in queste congetture, allorché, in
un attimo di maggiore lucidità, mi
cadde lo sguardo sulla mano. Come tu stesso
hai avuto modo di osservare, la mano di
Henry Jekyll aveva un che di professionale
per forma e dimensioni: grande, ferma, bianca
e ben modellata. Ma quella che ora mi appariva
nella luce giallognola del mattino londinese,
abbandonata e dischiusa sulle coltri, era
striminzita, tutta tendini e nocche, di
un pallore da clorosi, ombreggiata da una
densa villosità. Era la mano di Edward
Hyde».
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