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Federica G. Pedriali
L’Olona
e il Lambro delle genti.
Sulla decidibilità del corpo in Gadda
Il
dio seduto sulla riva
La lezione è semplice,
tutto scorre, e la metafora è quella
del fiume, anche se per ben usarla occorre
saper vincere le tentazioni della fissità
dell’osservazione dalla sponda. Ma
anche a sentirsi del fiume e nel fiume,
ecco subito emergere, dal flusso bio-psichico,
l’immagine dell’io natante e
battello, partecipe, sì, della promiscua
fluidità esterna e immerso in una
sua non meno paurosa liquidità interna,
eppure paradossalmente garantito, protetto,
confermato, entro i confini magici del corpo
e della mente. La lezione è semplice,
ma le strategie per sopravviverle si fanno
presto azzardate.
Gadda lascia subito tracce
di fiumi nei suoi scritti. L’Isonzo,
dopo il crollo del fronte italiano a Caporetto,
non si fa attraversare, e il Giornale
di guerra, con schizzo sommario, mette
anche quella impossibilità agli atti
della cattura. Questioni di portata e di
impoverimento delle defluenze imbrifere
patrie suggeriscono al neo-ingegnere, nel
’21, il primo intervento tecnico,
la prima pubblicazione saggistica; questioni
di chiamata imperiosa dell’io categorizzante
rammentano all’aspirante filosofo,
nel ’28, tra le molte metafore aventi
a che fare con l’acqua, un tecnicismo
fluviale, la chiamata della cateratta, anche
lì con schizzo. Un fiume, nel ’24,
ossia ai primi seri abbozzi di romanzo,
assume il violento straparlare di chi è
impedito nella fantasia di potenza; mentre
una nave, ancora con disegno, conferma,
in una lettera del ’22, l’instabile
navigazione mentale del mittente. Tra le
due date, del resto, l’esperienza
delle turpe risacca dei sargassi umani –
la traversata atlantica, il periodo argentino
– e la scoperta della diluviale broda
biblica – gli immensi fiumi sudamericani.
Del ’27, invece, il costituirsi in
motivo poetico ufficialmente gaddiano dell’immagine
del battello ebbro e alla deriva tra le
parvenze; e di nuovo del ’28, anno
sempre degno di nota per Gadda, il primo
configurarsi, nel proemio della Meccanica,
della metafora infine completa:
Ma per piani aridi e illuni
o nell’aggrovigliata paura delle
giungle immense udrà forse taluno
di là da ogni voce de’ viventi
come segui il torbido fiume delle generazioni
a devolversi e penserà che sciabordi
contro sue prode le rame e li steli dalle
selve divelti; e verdastre, con i quattro
piffari all’aria, le carogne pallonate
de’ più fetidi e malvagi
animali, quali furono in vita e saran
pecore, jene, sanguinolenti sciacalli,
saltabeccanti scimie, asini con crine
de’ lioni e gran baffi: e il branco
lurido e tronfio arriverà nelli
approdi lutulenti a travolgersi, dove
è soltanto la vanità buia
della morte.
Ma la sacra corrente seguiterà
defluendo, con una mormorazione delle
tenebre, verso lontane stelle. E resupino
sulla cóltrice nera del flutto
e come adagiato nel silenzio e nella solitudine
della sua morte, trapasserà segno
o corpo che parerà fatto di cerea
luce: greve per tutte le membra della
fatica mortale, di che solo avrà
voluto vestir il fulgore di sua giovinezza:
e avrà il capo stancamente nel
flutto, il viso rivolto verso i cieli
gelidi. Così composto nella sua
morte parerà un fiore pallido della
eternità.
Ma è meglio cambiare discorso [1].
Tutto scorre,
non si sfugge. Ma la lezione, a manometterla
con accortezza, predicherà durata,
valore, essenza (è la chiamata dell’io
categorizzante), ovvero contrapporrà
un’eternità corporea, in perpetuo
disfacimento, ad un’altra, non meno
materiale, ma traguardata, tramite la forma,
sui traguardi di permanenza dell’infinito.
Così, cioè, l’io si
costruisce un mondo, lo organizza e si organizza,
pur non facendo mostra di ascriversi tra
gli aventi valore, tra i portatori di corpo-segno
sublimato: un mondo-fiume chiamato agli
incredibili approdi dal comando sin troppo
temuto di una Biologia e dal potere fittizio
di un Sé in ascolto dalla riva (vede
ciò che ode, e decide, così
crede, gli esiti dei decorsi). Non è
generoso né divino, questo osservatore
apparentemente all’asciutto, e azzarda
mosse, è chiaro, che non gli competono.
Com’è chiaro, nonostante l’oscurità
a tratti del dettato, che il discorso, appena
impostato all’altezza del ’28,
non cambierà.
Una
meccanica latrice di prosciutti
I corpi a Gadda germinano di carnevale,
spuntano in primavera, tant’è
vero che la loro stagione si chiude, puntualmente,
ritualisticamente, e con trapasso violento,
d’autunno. Ma è una violenta
lotta tra forze anche la primavera, per
quanto, poi, le forze battaglianti si rivelino
dello stesso segno in entrambe stagioni,
nel segno unico del corporeo, ossia del
corporeo puro, che è tuttavia pur
sempre segno, perché non esistono
corpi non iscritti nell’ordine dei
segni, o meglio, non si danno manifestazioni
del corpo, e dunque della realtà,
in assenza di una gestione di segni; questo
per lo meno nell’ambito delle faccende
umane, di altri più funzionali ambiti
non è possibile dire.
Anche il corpo dei corpi, pertanto, quello
privo o quasi di vita, e più ancora
quello la cui vita è stata violentemente
intermessa dai riti di stagione –
il corpo violato, quaresimale ed osservatissimo
di Liliana nel Pasticciaccio (lo
osserva il testo, lo osserva voyeuristicamente
l’inchiodato lettore), o quello ferito,
autunnale, già al trapasso, già
lambito da lingue di tenebra della madre
nella Cognizione (tecnicamente ancora
vivo, già si offre all’ossessione
dei viventi per il Sé definitivamente
restituito alla Materia) – anche quel
corpo-corpo risulta deciso e consegnato,
dalla codifica, ai registri di stato della
specie: anche, cioè, l’orrore
aperto, che isola nel testo e dal testo
il corpo ferito, oltraggiato, quasi non
fosse mai appartenuto alla propria storia,
costituisce un preciso sistema di segni,
un giudizio bene impresso su carni [2].
Tanto più iscritti, allora, se il
grado comparativo è ammissibile,
i corpi vivi e guizzanti dei viventi: vivi
per evoluzione, germinazione, cognazione,
tutti vocaboli prettamente gaddiani: per
emersione dalle acque, resurrezione alla
forma, elezione della vita. Per desiderio,
insomma, ed esibizione del desiderio. E
senza scarto tra corpo e segno, nonostante
le insaziabili proposizioni vive dell’essere:
nonostante, cioè, il corpo chieda
o creda di chiedere più vita, più
guizzo, meno segno.
Quelli di Gadda, si vuol dire, sono corpi-persona,
materia scritta e individuata, generata
dal luogo, dalla stagione, dalla congiunzione
astronomico-liturgica, dalla banalità
della Storia. Vivono, se ciò è
possibile, per metà dell’anno
soltanto, schiusi alla più scontata
corporeità, quella sessuale, dalla
promiscuità del carnevale, dall’aequo
pede dell’equinozio, dalla crudeltà
dell’aprile, dalla lancia penetrante
del San Giorgio, dall’esuberanza passionale
del maggio, le sere più belle! Tendono,
nel loro breve arco, al fuoco fermo del
luglio, alla terra vestita d’agosto,
agli uragani punitivi di fine estate, alla
posa imperdonabile dell’Addolorata,
alla seconda ed ultima chance di
equinozio, al diavolìo dell’autunno,
nome sempre utile, quello del diavolo, in
un calendario del corpo sensibilissimo ad
una particolare nozione di sacro [3].
Esiste, cioè,
il male. E si manifesta, si incarna nel
ciclo manifesto del corpo, nella metà
dell’anno in cui i viventi sono osservabili:
e conoscono oggetti del desiderio, hanno
antagonisti da eliminare, amano terribilmente
la propria immagine, tanto da esibirsi come
immagini di potenza sessuale e fondare su
quella altri simulacri, la famiglia, la
città, la nazione, la cultura. È
quello, ovviamente, il tempo del Duce, fallo
massimo, iscrizione ed esibizione massime
di fertilità, modello supremo per
i falli minimi raccolti a fare da oceano
in piazza: coglione massimo, perché
altro era il compito della nazione o la
missione vitale della famiglia, perché
il fiume doveva esser reso sacro col lavoro,
con l’utilizzo dell’eleborante
plasma della specie a scopi di costruzione
civile.
Non diversamente, in questo tempo e decorso
del corpo, si esibiscono le donne, splendide.
Ed ecco di nuovo trascorrere e farsi notare,
nella corrente, Liliana, nobile, melancolica,
appassionata, bellissima; o la Tina, viva,
imperiosa, negli occhi due fieri lampi,
bellissima; o la Ines, sdrucita, bugiarda,
profumo caldo di viscere, pure lei bellissima;
o la Virginia, procace, prepotente, come
diavola fasciata in pelle d’avorio,
sì, come corpo in combutta col diavolo
di cui sopra. Troppo splendide, queste donne
del Pasticciaccio, e non solo di
quello – troppo vivo segno. Troppo,
cioè, prese da una loro vividezza:
e vendute, per quel tramite, al regime dei
segni e delle iscrizioni. Sono tutte, difatti,
a lor modo, figlie, spose e madri del Fallo.
Le smascherano, tra gli altri, a seconda
dei casi, la stessa bellezza – formulare,
a tratti relativamente fissi, pur nella
grandiosa inventività espressiva
del giudice fuori campo –, o le ipersessuate
consorelle, le megere – la Zamira,
osceno fornice sdentato, la maga Circia,
laida ubriacatura, laido sesso-trappola
–, o il carnefice, che espone, appunto,
la carne di Liliana, carne fina, carne scritta:
prosciutto dei migliori tra quelli usciti
dalla meccanica, ben tetra, di corpo e linguaggio,
corpo e potere. Gadda, gran studioso di
meccanica, oltre che impietoso giudice non
divino, non cessa di denunciare l’inutilità,
il peccato di tali corpi, e il suo è
elegiaco, satirico elogio:
Oh!, lungo
il cammino delle generazioni, la luce!….
che recede, recede…. opaca….
dell’immutato divenire. Ma nei giorni,
nelle anime, quale elaborante speranza!….
e l’astratta fede, la pertinace
carità. Ogni prassi è un’immagine,….
zenzado, impresa, nel vento bandiera….
La luce, la luce recedeva…. e l’impresa
chiamava avanti, avanti i suoi quartati:
a voler raggiungere il fuggitivo occidente….
E dolorava il respiro delle generazioni,
de semine in semen, di arme in arme. Fino
allo incredibile approdo […].
[…]
Oh confortevole aura, salubre terra e
clima dell’Olona e del Lambro! oh,
Sèveso! Oh, pioppi! Oh! plasma
germinativo della gente! Dove tu, per
quanto minchione te tu sia, o anzi proprio
e precisamente per quello, che ci hai
nella testa un bel turàcciolo,
te tu ti senti tenuto a galla come un
papa senza neanche darti pena nuotare:
da un clima unto e fraterno, da una pégola
vivificatrice. Come una sagace broda:
o lardo sfriggente, che si strugga nelle
opere, e nella padella de’ civili
soccorsi. Come feeders (barre alimentatrici)
da cui ogni derivato circuito ripeta il
flusso metallopermeante dell’elettrico.
[…] Oh, vada, vada la nera Olona
delle tintorie gallaratesi a intrefolarsi
nel fiotto decumano della Vettabbia, cui
rugginosi pitali decorano, alle due sponde,
d’un fiore: il verde e tenero fiore
del basilico. Vada il Sèveso color
caffè a scolarsi in trincera, nella
fossa buia e profonda del Redefossus,
più profonda del riposo dei morti:
il ri-scavato, il re-de’-fossi.
Vada, deceda lungo il settembre l’elegia
lenta del Lambro, con guardia de’
suoi pioppi su specchianti ambagi, verso
i pascoli rintronati di Marignano. Qui
è il groppo, il nodo, qui è
il plasma valido e vitale della gente,
come un coàgulo di peccati [4].
Viti
destrogire, sinistrogire
Tutto scorre,
e il romanzo, broda sagace, sospinge allineate
di corpi verso esiti che chiama decreti
divini. Scorrono, cioè, le storie,
banalissime. Ma c’è qualcosa
di più e di più grave della
bischeraggine grassa del mondo. C’è
un giudizio, difatti, che riguarda il giudice,
lui solo. È anzi proprio questo a
renderlo giudice severo: un giudizio inappellabile,
intollerabile, sulla sua persona.
Al parco, in
una sera di maggio dell’Adalgisa,
due che ancora non sono amanti, quasi s’incontrano.
La passione, non ammessa, dà fiamme,
con banale metafora innestata per comando
antropologico. Fiamma è lui, Bruno:
il giudice ne cova la figura da tempo. Fiamma
è lei, nelle definizioni di lui –
lei, Elsa, con invariato paradigma di bellezza,
nobiltà, eleganza: con occhi dilatati
che inseguono lui che giravolta e ripassa,
sulla sua bicicletta, come un pensiero inesorabile
e fulgido. Sono fiamme, in tale ora di fulgore,
anche l’aria della sera, pura, liquida,
e le fronde alte dei pioppi. Il tutto si
nota appena; è il poco che sopravvive
dell’avantesto, il romanzo abbandonato
del garzone del macellaio dei primi anni
Trenta [5].
Nel rinato romanzo
continua però ad osservarli l’agenzia
che ostina a pensarsi giudice e dio del
proprio minimo mondo, facendo scorrere,
attorno ai due, per meglio osservarli, un’intera
città-corpo centro-gravitata sul
giardino pubblico, luogo deputato dalla
specie alle perdizioni della materia. In
questo modo il giudice fuori campo si manifesta,
prende forma a sua volta, entra nella storia:
è il commento salace, il racconto-diversione
e nuovo romanzo-nel-romanzo che non intende
cedere all’incanto, al trionfo della
vita – ed ostacola gli amanti, consegna
la coppia ai consueti approdi mortiferi
per il tramite di un irresistibile memento
mori, la scena al Monumentale, la pagina
conclusiva dei disegni milanesi, consegna
che permette, tra l’altro, di evitare
la banalità, davvero ineseguibile,
di un’accidentale retribuzione per
incendio.
Ed è più
ancora il corpo-porcheria privo di parola
del reietto, il nero figuro di disgraziato
vagolante sulla scena sin dagli abbozzi
del Fulmine sul 220 e meglio noto
come l’uomo del sacco: l’intrigante
correlativo oggettivo di un’esclusione
sancita a partire dal dato fisiologico,
e forse, da un dato di destino; la risibile
emanazione figurale di un’enorme stanchezza,
la stanchezza del dover essere stati, troppo
a lungo, cattivi. Sul quel corpo gli astanti
esercitano, a turno, il proprio rifiuto,
rifiutandosi di registrarne l’esistenza,
mentre il narratore, parimenti non accolto
tra i vivi, si ritaglia per l’occasione
un plurale majestatis di marca straordinariamente
singolare, autoriale, la classica, per quanto
strategicamente dissimulata posizione del
soggetto gaddiano:
Il risultato
complessivo era, in noi, nell’animo
nostro, e in quel declino dell’ora,
un disperato sgomento: un male sconosciuto
e remoto: presagi, rimpianti: come il
ricordo d’una irripetibile gioia
del vivere, d’una luce, che giorni
crudeli ne avessero allontanata per sempre:
poiché tutto, di lei, pareva significare
senza nostra speranza, dopo bruni alberi:
«son io, sì! Quella che avete
veduta e sognata: ancora per un poco,
oggi, sono con voi!» [6].
Il male esiste,
origina dall’esclusione. Suggerisce
la cernita malevola dell’Olona e del
Lambro delle genti; fa respingere, contraffacendolo,
il giudizio, altrettanto inappellabile,
di chi è nella pienezza della vita.
Provoca domande sulla gestione, sulla costituzione
dei corpi. È un problema, quello
della meccanica e della differenziazione
di ciò che è vivo, su cui
Gadda non smette di interrogarsi, specie
da quando, e si ritorna sempre al ’28,
la riflessione gli ha dato il trattato filosofico,
e la prima struttura compiuta di romanzo
in un quadro:
Appariva allora
la Purissima con il Bambino, sopra un
plinto magnifico, che aveva i colori del
diaspro e della malachite, del porfido,
del lapislàzuli: ed era vista,
dagli archi del sontuoso tempietto, sui
sereni colli e sfondo dei lor alberi e
cielo: ma il demonio subsannante dell’educandato,
la Gemma Nuttis, avida, perfida, con i
labbri contratti in un ghigno, aveva suggerito
a Zoraide, un pensiero diabolico. Così,
mentre le monache la facevan segnare e
poi ripetere basso il nome del dipintore,
Barbarelli Giorgio, Barbarelli Giorgio,
gloria di Castelfranco, ella pensava «l’amante»:
una misteriosa e torbida felicità,
un peccato atroce e meraviglioso, l’amante,
l’amante. A destra della Vergine,
San Francesco la andava pochissimo a genio:
ma a sinistra San Giorgio, un giovanetto
biondo e chiuso tutta la persona nell’arme,
le piaceva immensamente: seppe che era
un ragazzo de’ tempi di allora,
morto in una guerra di allora: e il padre,
un nobile, non s’era dato più
pace; finché il Giorgione glie
lo dipinse per i secoli e santificò
nella pala. Zoraide lo sognò di
notte [7].
La
vicenda è, come al solito, banale.
Ma anche la banalità impone domande:
domande partite dall’osservazione
minuta dei corpi nella tela del Giorgione,
dal dato anagrafico-ritmico ribattutto,
Barbarelli Giorgio, Barbarelli Giorgio,
dalla licenza con cui il ghigno diabolico
attribuisce, dopo l’effetto di ribattuto,
a San Giorgio le spoglie mortali di San
Liberale – Gadda, da buon meccanico,
si intestardisce a ritenerle tecniche. Perché
i corpi, quelli del Giorgione inclusi, si
assomigliano terribilmente.
Ma,
allora, se le cose stanno davvero così,
se l’occhio non s’inganna, com’è
che funziona la vita, matrice di ogni somiglianza,
com’è che opera dal suo plinto
magnifico? Com’è, sì,
che si sceglie il santo, e perché
si dà all’uno e non all’altro?
È una questione di mere apparenze?
di superfici? di stagione? San Francesco,
certo, chiuso nel saio e nell’autunno
della rinuncia alla carne, non può
certo competere con l’irresistibile
annuncio di primavera e forze vive, in lotta,
fatto da una lucida armatura.
O
è una questione invece di sostanza,
di minute, di impercettibili differenze?
Nemmeno alla Ford, dopo tutto, vengono due
macchine uguali. È una questione,
supponiamo, di materia uguale all’origine,
ma che poi ha preso, come a dire, due pieghe
diverse? distribuendosi, cioè, come
accade ai cristalli, in due strutture molecolari
simmetriche: ossia metricamente eguali,
ma non sovrapponibili? Destrogiri, sinistrogiri.
Ecco il termine tecnico che fa al caso.
Vite destra e vite sinistra. I santi, come
i corpi, come le viti. Giorgione non ne
fa mistero [8].
Ci
si consola così del lungo buio francescano,
dei lunghi semestri di inesistenza che ci
è toccata per vita?
Edizioni
delle opere e sigle
Gadda C.E., Azoto e altri scritti di
divulgazione scientifica, Milano, Scheiwiller,
1986 (abbrev. Az).
–
L’ingegner fantasia. Lettere a
Ugo Betti 1919-1930. A cura di G. Ungarelli.
Milano, Rizzoli, 1984 (abbrev. IF).
–
Romanzi e racconti I. A cura di R.
Rodondi, G. Lucchini, E. Manzotti. Milano,
Garzanti, 1988 (abbrev. RR I).
–
Romanzi e racconti II. A cura di
G. Pinotti, D. Isella, R. Rodondi. Milano,
Garzanti, 1989 (abbrev. RR II).
–
Saggi giornali favole e altri scritti
I. A cura di L. Orlando, C. Martignoni,
D. Isella. Milano, Garzanti, 1991 (abbrev.
SGF I).
–
Saggi giornali favole e altri scritti
II. A cura di C. Vela, G. Gaspari, G. Pinotti,
F. Gavazzeni, D. Isella, M.A. Terzoli. Milano,
Garzanti, 1992 (abbrev. SGF II).
–
Scritti vari e postumi. A cura di
A. Silvestri, C. Vela, D. Isella, P. Italia,
G. Pinotti. Milano:, Garzanti, 1993 (abbrev.
SVP).
–
Un fulmine sul 220. A cura di D.
Isella. Milano, Garzanti, 2000 (abbrev.
F220).
Pagina
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