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Simone Rambaldi
La rappresentazione
del corpo nel mondo romano. Opera darte
ed elemento della vita quotidiana
I corpi in pietra rappresentati
dalle numerosissime sculture antiche che
popolano i nostri musei (fig.
1), nella maggior parte dei casi, ispirano
impressioni di tipo estetico in coloro che
li osservano: si è portati ad ammirare la
perizia degli artisti che li hanno scolpiti,
ad apprezzarne la fattura e le proporzioni,
a confrontarli fra loro e con altre immagini
presenti nella memoria di ciascuno. Solitamente,
però, i visitatori non archeologi non si
soffermano a pensare al concreto utilizzo
cui queste opere erano adibite negli spazi
e negli ambienti abitualmente frequentati
dagli uomini antichi, come anche non si
interrogano sullimpatto che simili
sculture dovevano esercitare nella vita
di tutti i giorni
[1] .
Innanzi tutto, una differenza
fondamentale nella percezione della figura
umana ricreata dallarte, tra lantichità
e i nostri tempi, consiste in questo. Mentre
è essenzialmente per ragioni di studio,
di interesse personale o di semplice curiosità,
che noi entriamo nei musei per osservare
da vicino le sculture, o le guardiamo sulle
pagine dei libri, dal punto di vista degli
antichi la vicinanza di tali manufatti faceva
parte delle attese e delle abitudini quotidiane,
era una presenza si può dire scontata, che
non meravigliava nessuno
[2] . Non che mancassero, già allora,
veri e propri musei e pinacoteche, dove
ci si recava appositamente per ammirare
le opere famose di celebri maestri del passato
che vi erano conservate [3] , ma i prodotti artistici che replicavano
forme umane, con maggiore o minore abilità,
si trovavano ovunque.
I luoghi pubblici, soprattutto
quelli più frequentati nella vita di ogni
giorno, come le piazze dei fori, erano letteralmente
popolati da una folla silenziosa di statue.
Immagini onorarie di cittadini benemeriti,
di personaggi famosi delle epoche precedenti,
di membri della casa regnante (naturalmente
in età imperiale) gremivano le aree dove
si esercitavano tutte le attività a dimensione
pubblica delle città antiche. Gli affari,
le transazioni commerciali, gli incontri
e anche il semplice passeggio avevano luogo
in spazi animati da tutte queste presenze
immote, immerse nel viavai dei cittadini
in carne e ossa. Purtroppo, però, di queste
sculture è giunto fino a noi solo un piccolo
numero, a causa delle travagliate vicende
attraversate dai manufatti del passato,
che in grandissima parte, nel corso del
tempo, sono stati reimpiegati in maniera
tale da causarne, perlopiù, la totale distruzione.
Le sculture in bronzo o in altri metalli,
infatti, sono state successivamente fuse
per recuperarne il prezioso materiale, mentre
quelle in pietra sono state molto spesso
calcinate, al fine di produrre la malta
necessaria alle murature di nuove costruzioni.
Per la città di Roma siamo comunque abbastanza
bene informati grazie alle fonti scritte,
che ci fanno sapere come, già in età mediorepubblicana
(IV-III sec. a.C.), lerezione di statue
in luoghi pubblici fosse ormai divenuta
un fenomeno normale [4] . La famosa testa nota come Bruto
Capitolino (fig.
2) potrebbe, verosimilmente, avere fatto
parte di uno di questi monumenti [5] .
La situazione che, attraverso
la documentazione letteraria, si può delineare
per Roma è attestata per via archeologica
anche in altri centri più o meno importanti.
Così, infatti, grazie agli scavi si è potuto
accertare come il foro di Pompei si fosse
progressivamente affollato di statue, sebbene
di esse siano state ritrovate soltanto le
basi, perché queste sculture furono rimosse
probabilmente durante i restauri successivi
al grave terremoto del 62 d.C., precedente
la terribile eruzione del Vesuvio del 79.
Dopo una serie di statue equestri dedicate
ai magistrati più importanti della colonia
sillana, dedotta a Pompei nell80 a.C.,
i più significativi interventi furono effettuati
in età augustea. Sul lato meridionale della
piazza forense, in una zona occupata già
in precedenza da sculture, fu elevato un
monumento ad arco che forse reggeva una
quadriga con la statua-ritratto di Augusto,
al quale vennero poi accostati altri due
grandi basamenti, forse destinati anchessi
a ricevere quadrighe; una
grande statua equestre (fig.
3) fu inoltre disposta sullasse
principale della piazza
[6]. Unidea delleffetto
esercitato da questi monumenti, presso i
quali circolavano gli abitanti di Pompei
quando frequentavano il foro, è suggerita
da un affresco, dipinto
nellatrio di un bel complesso residenziale
risalente agli ultimi anni di vita della
città (fig.
4), i Praedia di Iulia Felix
[7].
Anche allinterno degli
edifici pubblici non mancavano corpi inanimati,
i quali tramandavano non solo le fattezze
dei notabili cittadini che erano personalmente
intervenuti nella monumentalizzazione dei
centri urbani, finanziando la costruzione
e la decorazione di impianti destinati alle
esigenze civiche, ma anche, naturalmente,
quelle dellimperatore e dei suoi famigliari,
come se in questo modo si fosse voluta sottintendere
una loro virtuale partecipazione alle attività
che vi venivano svolte. Così un ciclo statuario
come quello che, in fasi successive, fu
offerto alla dinastia giulio-claudia nella
basilica di Veleia, nellAppennino
piacentino (fig.
5), oltre a costituire un atto di lealismo
verso la casa imperiale da parte del dedicante,
il Lucio Calpurnio Pisone che aggiunse la
propria immagine al gruppo, finiva anche
per simboleggiare lideale presenza
dellimperatore allattività giudiziaria
che si teneva nelledificio, quasi
a garantirne la validità e la conformità
alle leggi [8] .
Il corpo riprodotto in scultura,
come si vede, non era perciò finalizzato
soltanto alla mera celebrazione delle individualità
più illustri, sia a livello locale sia a
quello più elevato del potere centrale (un
po come avviene ancora ai nostri tempi
con le statue poste su piedistalli nelle
piazze), ma fungeva spesso da indispensabile
completamento degli spazi nei quali si collocava,
valorizzandone le funzioni.
In ambito pubblico, il corpo
esaltato e moltiplicato dallarte trovava
una sua importante destinazione anche in
ambienti completamente diversi, ad esempio
negli impianti termali. I complessi più
grandi e sontuosi, come le enormi terme
realizzate a Roma da Traiano sullEsquilino,
o quelle di Caracalla e di Diocleziano,
erano infatti arricchiti da abbondanti decorazioni
scultoree, allinterno delle sale,
in certi casi vastissime, riservate alle
attività balneari
[9] . Alcune delle più rinomate sculture
giunte fino a noi dallantichità facevano
parte proprio delle raccolte contenute negli
edifici termali: furono recuperati nelle
aree occupate dai suddetti stabilimenti
lErcole e il Toro
Farnese
[10] , oggi al Museo
Archeologico Nazionale di Napoli
(fig.
6 e fig.
7), e il famosissimo gruppo del Laocoonte [11] , ora ai Musei Vaticani
(fig. 8).
La familiarità che tutti avevano con le
immagini mitologiche incarnate da simili
figure scolpite è confermata dal fatto che
evidentemente nessuno, in luoghi deputati
al rilassamento e allo svago, doveva turbarsi
trovando vicino a sé scene anche molto crude,
con membra umane contorte negli spasimi
dellagonia, come quelle appunto rappresentate
nei supplizi di Laocoonte e di Dirce (questultimo
è il soggetto del Toro Farnese). I corpi
inanimati delle sculture, negli ambienti
termali, si mescolavano perciò con naturalezza
ai corpi nudi dei bagnanti che vi camminavano
intorno, col risultato che potevano certo
servire anche come modelli ai quali ispirarsi
nella cura e nellallenamento del fisico,
almeno nel caso delle statue atletiche.
Fra queste va ricordato il celeberrimo Apoxyomenos
di Lisippo [12] , del quale è giunta
a noi una sola copia ma il cui originale
sappiamo che era stato collocato da Agrippa
nelle terme da lui stesso edificate a Roma
nel Campo Marzio
[13] .
Ma anche nei grandi monumenti
celebrativi, espressamente innalzati da
Roma per la glorificazione del proprio potere
e delle proprie vittorie sui popoli nemici,
la figura umana occupava sempre un posto
fondamentale, anche se in modi differenti.
Poteva trattarsi, infatti, dellimmagine
colossale del vincitore, come la statua
di Augusto sulla sommità del Trophée
des Alpes a La Turbie, oppure dei rilievi
realizzati per decorare monumenti di diversa
tipologia, come le colonne coclidi di Traiano
e di Marco Aurelio a Roma
[14] , dove una moltitudine di figure
esalta ancora oggi le imprese degli eserciti
romani, riproducendo non solo gli scontri
bellici, ma anche gli altri episodi che
caratterizzarono landamento delle
campagne di guerra qui immortalate.
Gli scenari finora rievocati
sfruttavano limmagine umana in una
dimensione pubblica, fruibile da tutti i
cittadini indifferentemente. Ma anche allinterno
delle case private erano impiegate in abbondanza
raffigurazioni di corpi. I più lussuosi
impianti domestici, infatti, erano analogamente
abitati da una folla muta di figure che
tenevano compagnia ai proprietari e a tutti
coloro che frequentavano la casa, cioè gli
amici, i visitatori e i clientes.
Non mancavano interi cicli scultorei che
popolavano le dimore, un po alla maniera
di ciò che si è visto per gli spazi pubblici.
Lesempio più sontuoso in questo senso
è offerto dalla Villa dei Papiri di Ercolano,
dove, nel corso del 700, è stato riportato
alla luce un cospicuo complesso di sculture,
oggi custodite al Museo Archeologico Nazionale
di Napoli. In questo ampio corredo figurativo,
in origine disseminato negli spazi più importanti
della villa (soprattutto nei due peristili
e negli ambienti a essi adiacenti), si possono
riconoscere differenti nuclei tematici,
i quali, con varie sfumature e suggestioni
culturali, possono essere sostanzialmente
ricondotti alla contrapposizione tra humanitas
e feritas, unantitesi cara
alla cultura tardorepubblicana (ma non sono
mancate interpretazioni differenti). Così
i busti e le erme di poeti, oratori e filosofi
rimandano direttamente ai paradigmi culturali
cui gli esponenti delle classi elevate volevano
ispirarsi, mentre i ritratti dei dinasti
ellenistici, in un simile contesto, possono
essere spiegati, oltre che come modelli
più o meno confessati per i politici del
periodo, anche come incarnazione della necessità,
per i governanti, di agire secondo linee
di comportamento guidate dallintelletto
(fig.
9). Le numerose figure appartenenti
alla sfera dionisiaca, come i Sileni con
otri e pantere (fig.
10), e a maggior ragione il noto gruppo
che raffigura il bestiale accoppiamento
tra Pan e una capra, si configurano invece
come simboli della selvatichezza della natura
non disciplinata dalla civilitas,
in voluta contrapposizione con i personaggi,
appena ricordati, che erano chiamati a rappresentare
i valori superiori della cultura greco-romana [15] .
Che i corredi scultorei disposti
allinterno delle dimore private seguissero
spesso programmi pianificati con cura, anche
in rapporto alla funzione degli spazi dove
venivano collocati, è testimoniato, ad esempio,
dallepistolario
di Cicerone
[16] . Anche i giardini, che completavano
le case e le ville più ricche, erano cosparsi
di statue, di norma appartenenti alla cerchia
delle divinità più vicine al mondo naturale
e alla passionalità umana, cioè Bacco e
Venere
[17] . Tra le sculture più largamente
impiegate in questo ambito, particolare
fortuna ebbe lAfrodite di Doidalsas,
artista bitinio del III sec. a.C.; si tratta
di unopera nota da numerose repliche,
che ripetono in marmo le forme delloriginale
bronzeo
[18] . Limmagine della dea, accovacciata
nellatto di bagnarsi, ben si prestava
a essere collocata tra le piante di un giardino,
magari vicino a una fontana
(fig.
11).
Nei contesti privati, però,
un posto importantissimo era occupato anche
dalla decorazione pittorica delle pareti,
dove occhieggiavano figure di ogni genere.
Vi erano infatti i protagonisti dei pinakes,
i quadri che si fingevano inseriti nelle
composizioni parietali [19] e che generalmente rappresentavano
scene desunte dalla mitologia greca. Ma
vi erano anche figure introdotte allinterno
dei sistemi ornamentali nelle maniere più
svariate: personaggi fluttuanti, da soli
o a coppie, al centro di campi uniformi
di colore; minuscole cariatidi che sostenevano
i fusti a volte esilissimi delle architetture
dipinte; corpi talora di fantasia che entravano
in punti diversi delle composizioni pittoriche,
magari combinandosi con altri elementi vegetali
a plasmare bizzarre metamorfosi, lontanissime
dalla realtà
[20] . La decorazione di certe stanze
domestiche, restituita dagli scavi di Pompei,
ricrea in alcuni casi delle vere e proprie
pinacoteche, come le pareti dei due triclini
della Casa dei Vettii, dipinte in
un IV stile particolarmente sfarzoso (soprattutto
quelle del triclinio p, fig.
12) nel corso degli ultimi decenni
vissuti dalla città [21] .
Gli
spazi e gli ambienti che facevano da sfondo
alla vita nel mondo romano erano dunque
popolati da una massa incredibile di corpi
fittizi, o riprodotti a tutto tondo dalla
scultura o rievocati dalla pittura, con
una complessità di suggestioni, e di rimandi
anche ad ambiti esterni ai semplici fatti
artistici, che oggi facciamo fatica a immaginare.
Le attività pubbliche dei magistrati e dei
notabili cittadini, le cerimonie religiose
e i riti del potere, persino lo svago privato
trovavano la propria collocazione in luoghi
che erano animati da una folla di figure
umane di ogni tipo. I modelli per tutte
queste creazioni, che potevano essere sia
rielaborazioni di schemi precedenti sia
riproduzioni fedeli di opere del passato,
sono generalmente greci, ma impiegati e
moltiplicati in una maniera così ampia e
pervasiva come il mondo greco non aveva
probabilmente mai conosciuto. Come già accennato
allinizio di questo lavoro, non era
possibile in questa sede indagare a fondo
le ragioni storiche e culturali che motivarono
il complicato processo di acquisizione,
da parte di Roma, di tipi e forme mutuati
dal mondo figurativo dei Greci, processo
tanto più interessante se si pensa che Roma
finì per rappresentare il proprio potere
e la propria cultura per mezzo di strumenti
che in larga misura non erano nati per lei,
ma coi quali decise che poteva comunque
identificarsi. Siamo però in grado di registrare,
alla luce degli esempi che sono stati riportati,
lincidenza fortissima che la rappresentazione
del corpo umano, maschile e femminile, nudo
e vestito, esercitava allinterno di
questo processo e inevitabilmente anche
nellambito della vita quotidiana.
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