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Bibliografia essenziale
F. Caroli (a cura di), L'anima e il volto.
Ritratto e fisiognomica da Leonardo a Freud (Milano, Palazzo
Reale, 30 ottobre 1998-14 marzo 1999), Electa, Milano
1998;
J-J. Courtine, C. Haroche, Histoire du
visage (XVIe-début XIXe siècle), Rivages/Histoire, Paris
1988, trad. it. Storia del volto, Sellerio, Palermo
1992;
P. Getrevi, Le scritture del volto. Fisiognomica
e modelli culturali dal Medioevo ad oggi, Franco Angeli,
Milano 1991;
M. Giuffredi, Fisiognomica, arte e psicologia
tra Ottocento e Novecento, CLUEB, Bologna 2001;
P. Magli, Il volto e l'anima. Fisiognomica
e passioni, Bompiani, Milano 1995;
L. Rodler, Il corpo specchio dell'anima.
Teoria e storia della fisiognomica, Bruno Mondadori,
Milano 2000;
M.M. Sassi, La scienza dell'uomo nella
Grecia antica, Bollati Boringhieri, Torino 1988.
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Lucia Rodler
Le funzioni della fisiognomica
da Della Porta a Lombroso
L'interesse per la fisiognomica
nasce da una curiosità per così dire filosofica
circa il nesso tra corpo e anima, esteriorità
e interiorità, che costituisce uno dei processi
di tematizzazione più complessi della cultura
occidentale. Bisogna anzitutto prestare
attenzione alla teoria della percezione,
così come suggerito tra gli altri da Rudolph
Arnheim e Ernst Gombrich
[1] . Si comprende allora che l'occhio
non registra tutti i dati visivi, ma ne
seleziona alcuni sulla base di uno schema
mentale che riconosce gli elementi più semplici
(nel senso di marcati, che risaltano con
evidenza) e stabili (uno sbadiglio mi sfugge,
una serie di sbadigli no). Questo per un'esigenza
di economia percettiva. La percezione infatti
ha bisogno di organizzarsi subito in comprensione
utile alla sopravvivenza. Perciò ognuno
interpreta i dati che ha selezionato partendo
da sé: non per caso nelle Lezioni americane,
alla voce Visibilità, Italo Calvino
si diceva convinto che «la nostra immaginazione
non può che essere antropomorfa» [2] . Ecco allora che la selezione operata
dall'occhio sul corpo di una persona che
sta di fronte risponde al bisogno di attribuire
un senso coerente a ciò che circonda. E
poiché difficilmente si accetta di avere
sbagliato, Gombrich ha parlato di un vero
e proprio «pregiudizio fisiognomico».
Con questa base teorica diviene
possibile individuare una serie di funzioni
che la fisiognomica ha svolto nel corso
della sua storia plurisecolare e che rispondono
al bisogno di economia e coerenza, nel senso
di un dominio sulla complessità del reale
che riporti l'ignoto al noto (è economico
che ogni fisionomia nuova venga ricondotta
entro schemi precostituiti), e l'invisibile
al visibile (è coerente che ogni carattere-anima
possa essere conosciuto attraverso i segni
del corpo). Si cerca così in ogni modo di
evitare lo spaesamento dinanzi al nuovo,
reso inoffensivo attraverso una serie di
schemi di riconoscimento ben collaudati.
Per illustrare quanto detto
conviene fare riferimento al trattato che
Giambattista Della Porta ha edito nel 1586
e ampliato nel primo Seicento. Si tratta
di un testo di letteratura comparata, anche
per quanto riguarda la ricezione europea
dell'opera. Il titolo latino è De humana
physiognomonia, quello italiano Della
fisonomia dell'uomo
[3] . E' un'opera di sintesi del pensiero
classico-medievale sull'uomo, il suo aspetto
fisico e il carattere, che comprende anche
la chiromanzia e l'astrologia. Rispetto
alle fonti, non ci sono elementi nuovi,
se non una certa preoccupazione circa l'affidabilità
della fisiognomica: se l'uomo finge - si
chiede Della Porta che è anche autore di
testi teatrali - la fisiognomica è in grado
di smascherarlo? Anche di là dalla simulazione,
per Della Porta resta vero che un carattere
può cambiare nel tempo, con l'età. Come
Socrate del quale si diceva che aveva saputo
modificare un temperamento predisposto al
vizio (che corrispondeva al suo aspetto
fisico deforme) attraverso l'esercizio quotidiano
della virtù. Non sempre perciò i belli sono
buoni, e i brutti cattivi.
Questi problemi (la finzione
del comportamento, la trasformazione del
carattere) non incidono sul successo della
fisiognomica che risponde a un bisogno innato
di orientamento nel mondo, soddisfatto a
mio avviso sotto quattro punti di vista
che corrispondono alle quattro funzioni
della fisiognomica aristotelico-dellaportiana:
1. Chiamo la prima funzione
previsionale
o temporale, perché la lettura del corporeo
utilizza le competenze della medicina prognostica
e dell'astrologia per dominare il tempo.
Già i babilonesi, gli arabi e poi Pitagora
e Tolomeo cercavano di indovinare il futuro;
Della Porta propone anche delle terapie
alchemiche e dunque scientifiche per sanare
i difetti psicofisici, a garanzia di un
futuro eticamente migliore.
2. La seconda funzione è quella
topografica
o spaziale, perché la lettura del corporeo
tenta di connettere ordinatamente ogni presenza
terrena entro il sistema degli elementi-umori-temperamenti
per semplificare la comprensione del reale.
Anche in questo caso Della Porta prende
le mosse dal mondo greco, in cui la fisiognomica
era legata alla medicina degli "umori"
e dei "temperamenti", nata con
Ippocrate (un medico un poco più vecchio
di Aristotele). E' noto che la sistemazione
della materia avvenne nel II secolo d.C.,
grazie a Galeno che definì lo schema dei
temperamenti sulla base dei quattro elementi
che si credeva costituissero la realtà (acqua,
aria, terra, fuoco). Galeno assicurava di
avere derivato questi dati dall'osservazione,
dall'esperienza medica. Questo schema più
o meno identico restò valido sino alla fine
del Cinquecento. E anche chi manifestò qualche
perplessità verso la fisiognomica (ad esempio
Leonardo da Vinci) finì poi con accettarla
perché questo schema medico-fisiognomico
permise di ordinare le forme visibili, evitando
la sensazione di spaesamento dinanzi a corpi
nuovi e sconosciuti.
3. Chiamo la terza funzione
simbolica
o paradigmatica, volendo usare una categoria
linguistica, perché la congettura sul corpo-carattere
diviene giudizio di valore secondo alcuni
paradigmi che caratterizzano la cultura
occidentale. E' una funzione assai importante
dal punto di vista letterario: la fisiognomica
studia il rapporto tra esterno e interno,
tra corpo e carattere. Si muove dunque tra
valori estetici (bellezza) e valori etici
(bontà), cercando di organizzare un discorso
coerente che colleghi questi fattori. Come
spiega Della Porta, sin dal mondo antico,
in ambito platonico e poi stoico, il corpo
viene sottoposto a giudizio: alcune parti
vengono giudicate migliori di altre, in
particolare - attraverso un'analisi di tipo
simbolico - ciò che sta in alto sarebbe
più nobile di ciò che sta in basso. Così
nel corpo umano la testa e il volto (e in
esso soprattutto gli occhi) esprimerebbero
l'anima. Tra un bel volto e un bel corpo,
bisognerebbe preferire dunque il primo caso,
perché mostrerebbe un buon carattere. A
questo proposito - passo dunque a considerare
l'interiorità - l'ideale greco, e poi occidentale,
è basato sul concetto di medietà, di ragionevolezza.
Ciò significa che il carattere migliore
è quello che vince l'irrazionalità dell'istinto,
evita gli eccessi, e si comporta in modo
equilibrato. Questa è la kalokagathia
greca che ritroviamo nello studio caratterologico
di Teofrasto e, dopo molti secoli, in quello
di La Bruyère. Per meglio definire un modello
di medietà psico-fisica la fisiognomica
ha elaborato un criterio di confronto fra
uomo e animale (che a mio avviso definisce
la quarta funzione): quando un uomo presenta
un aspetto simile, troppo simile, a un animale,
sembrando deforme, significa che in lui
prevale l'aspetto irrazionale del comportamento,
quello più lontano dalla medietà. Questo
tipo di uomo è da evitare.
4. E dunque si può definire
la quarta funzione analogica
o sintagmatica, perché la congettura sul
corpo-carattere combina giudizi su uomini
e animali, differenziati solo da un grado
diverso di complessità psicologica (solo
gli uomini infatti possono fingere). Jurgis
Baltrusaitis ha parlato in questo caso di
aberrazione, analizzandone gli sviluppi
nell'ambito figurativo della caricatura [4] . Ma anche la letteratura si avvale di
questa funzione analogica, ad esempio nel
genere letterario della favola esopica che,
nella teoria di Gotthold Eprhaim Lessing,
risulta strettamente legata alla fisiognomica
zoomorfica.
Queste quattro funzioni a
volte sono presenti in uno stesso autore
(è il caso del Della Porta); a volte una
prevale sull'altra (basta pensare a Lessing
teorico della favola). Spesso la letteratura
registra la prevalenza della funzione simbolica
in base alla quale il corpo viene considerato
un ostacolo che copre la scoperta dell'interiorità.
Conoscere sé significa rimuovere il soma
a favore della psiche. Conoscere
gli altri significa osservare la loro anima
attraverso una «finestra sul cuore» (secondo
il topos attribuito a Socrate da
Vitruvio) allestita appunto dalla fisiognomica
che però su questa strada entra decisamente
in crisi. Non per caso nell'Italia seicentesca
si scrivono solo semplici rifacimenti di
Della Porta. Certo, l'accento sull'interiorità
posto dalla religione controriformista non
rende facile un'indagine naturalistica sul
corporeo. E così occorre attendere Cesare
Lombroso per avere un dibattito sulla leggibilità
del corporeo a livello europeo, mentre nel
XVIII secolo il centro della riflessione
si sposta in Germania.
I protagonisti sono il pastore
protestante zurighese Kaspar Lavater e il
docente di fisica dell'Università di Göttingen
Georg Lichtenberg: il primo scrive un'opera
sulla fisiognomica tradizionale, recuperando
Aristotele e Della Porta, intitolata Frammenti
fisiognomici (1775), apprezzata tra
gli altri da Balzac; il secondo attacca
il pensiero di Lavater in numerosi scritti
nei quali nega alla fisiognomica la possibilità
di conoscere l'interiorità dell'uomo attraverso
l'analisi dell'aspetto esteriore
[5] : come ricorda Hans Blumenberg,
per Lichtenberg la fisiognomica è una disciplina
fondata sul pregiudizio: a seguire le regole
di Lavater, si rischia di impiccare i bambini
prima che abbiano commesso qualsiasi colpa,
solo sulla base del loro aspetto fisico [6] .
Colpisce il fatto che, con
Lavater, la fisiognomica sia divenuta un
vero fenomeno sociale, anche grazie all'uso
delle silhouettes,
i profili del corpo su sfondo bianco, per
i quali Lavater inventa anche una macchina,
una sorta di strumento fotografico che permette
di fissare i profili delle persone. Da tutta
Europa gli giungono disegni, silhouettes,
incisioni, di persone che vogliono conoscere
il loro carattere. Filosofi e scrittori
lo vanno a trovare ammirati (Goethe, ad
esempio). Ma proprio questo entuasismo preoccupa
Lichtenberg che sottolinea il fatto che
l'uomo finge, si maschera, nasconde le sue
deformità fisiche e psichiche. E questi
meccanismi di finzione dovrebbero essere
analizzati. Così Lichtenberg propone di
sostituire la fisiognomica con la patognomica,
cioé lo studio delle passioni transitorie
che deformano i corpi nelle varie circostanze
della vita. E' un sogno antico (già Aristotele,
poi Della Porta ne avevano parlato). Il
fatto è che la complessità della patognomica
impedisce di giungere a regole chiare e
semplici come quelle della fisiognomica.
Lichtenberg ha un'abbondante produzione
critica nei confronti di Lavater, mentre
risulta meno ricca a sua parte costruttiva.
Sembra facile dire che Lichtenberg
ha ragione. Bisogna però rinunciare a intepretare
ciò che vediamo. E ciò non è possibile.
Abbiamo infatti bisogno della fisiognomica
come orientamento nel nostro essere uomini
sociali. La patognomica
è faticosissima: presuppone un'attenzione
capillare ai dettagli che un volto presenta
in tutti gli attimi in cui lo osserviamo.
E non ci fornisce alcun sistema di riferimento
sicuro: non ci sono misure del cranio, non
c'è proporzione del volto e del corpo, cui
fare riferimento. Tutto si gioca sull'interazione,
sull'incontro tra me e un altro che devo
analizzare presuppondendo anche la sua finzione.
Se la fisiognomica si basa
sul risparmio della fatica percettiva e
garantisce uno schema di riferimento sicuro,
la patognomica moltiplica il dispendio psichico
e giunge al relativismo (perché l'occhio
dell'osservatore è sempre in qualche modo
affetto da pregiudizi, mentre il corpo dell'osservato
è in contnuo cambiamento). Lo scontro tra
Lavater e Lichtenberg è molto importante
anche per il discorso sulle funzioni della
fisiognomica. In questo caso propongo di
adottare il punto di vista della critica
letteraria. Lavater
sostiene infatti che il fisionomo è un poeta
perché è capace di esprimere attraverso
le parole la verità del carattere e l'armonia
del cosmo, che sfuggono alla vista della
maggior parte delle persone. Lichtenberg
condivide questa opinione, ma la condanna
in nome della scienza: accusa infatti Lavater
di scambiare dei ritratti inventati con
delle descrizioni vere, di costruire dei
personaggi adatti alla letteratura senza
osservare chi gli sta a fronte. Per Lichtenberg
bisogna distinguere quella che, sulle orme
di Freud, il critico italiano Giovanni Bottiroli
ha di recente definito «rappresentazione
di parola» (un reale stereotipato, veicolato
dai luoghi comuni del linguaggio) e la «rappresentazione
di cosa» (un reale altro, inatteso, non
etichettabile con parole abituali) [7] . Lichtenberg accusa perciò
Lavater di proporre una teoria della rappresentazione
che svolge una funzione diegetica (per parlare
in termini di critica letteraria), raccontando
ciò che un uomo può diventare; ad essa Lichtenberg
vuole sostituire una teoria dell'espressione,
che si occupa solo di ciò che un uomo è
in ogni determinata situazione, sulla base
funzione mimetica della patognomica.
Il romanzo ottocentesco che
nasce proprio per raccontare storie compiute
con un inizio e una fine, con personaggi
riconoscibili perché semplificati, utilizza
la fisiognomica lavateriana. Balzac ne è
un esempio, anche se non semplice. Sembra
infatti di capire che dal punto di vista
della teoria letteraria Balzac sostenga
la capacità mimetica della patognomica (mi
riferisco all'introduzione a Facino
Cane, 1836) per poi applicare invece
gli schemi fisiognomici nella descrizione
dei personaggi. E anche qui non sempre in
modo meccanico: il romanzo La
vieille fille (1836) è una vera
discussione sulla fisiognomica
[8] .
Ma nell'Ottocento si sviluppa
anche una settima funzione della fisiognomica,
quella sociale, a proposito della quale
risultano utili i suggerimenti di Jean Baudrillard
sul «delitto perfetto» che il linguaggio
avrebbe compiuto ai danni del corporeo [9] . Essa interessa soprattutto i secoli della moderna sensibilità,
dal Sette al Novecento, nei quali il discorso
psicofisico ha teso alla sovrapposizione
di analisi naturale e culturale, codice
descrittivo e normativo, ai fini di un controllo
collettivo del comportamento. Il caso italiano
più importante da questo punto di vista
si trova verso gli anni Ottanta dell'Ottocento
con l'antropologia criminale di Cesare
Lombroso, un medico militare che comprese
la necessità dell'analisi fisiognomica dei
corpi durante le visite di leva fatte ai
giovani soldati. Nel suo testo più famoso,
L'uomo delinquente (1876) lo studio
dell'aspetto esteriore dell'uomo permette
di riconoscere la predisposizione a commettere
crimini
[10] . E' evidente l'importanza sociale
di questo pensiero: sostenendo che il corpo
condiziona l'anima, si limita la libertà
dell'uomo e si discrimina una parte della
società, quella degli esseri fisicamente
sfortunati. Questo pericolo era già stato
segnalato da Lichtenberg.
La ricerca lombrosiana risulta
particolarmente interessante perché è nata
dall'incontro di un uomo del nord Italia
(Lombroso è nato a Verona) con la realtà
arretrata del sud, dove era appunto medico
militare. Il mondo criminale si confonde
dunque con quello delle fisionomie altre,
selvagge, straniere. E questo pregiudizio
di natura etnica può essere verificato
anche oggi, dal momento che viviamo per
la prima volta in un mondo "multifacciale",
per il quale non abbiamo strumenti adeguati
di interpretazione. Basta pensare alla difficoltà
di leggere i tratti somatici delle altre
razze, distinguendo ad esempio i volti dei
cinesi da quelli dei giapponesi; o le fisionomie
dei neri. Non solo in Italia, da qualche
decennio questa incapacità provoca un crescente
disagio, perché genera insicurezza, almeno
ad ascoltare illustri sociologi come Zygmunt
Bauman o Alessandro Dal Lago
[11] . Sappiamo o crediamo di sapere
interpretare lo sguardo di simpatia o minaccia
di un europeo, ma ci sentiamo impauriti
dinanzi a volti che parlano un altro linguaggio.
Vorremmo dunque uno schema semplice come
quello della fisiognomica dei temperamenti.
Dimentichiamo però che lo sguardo fisiognomico
è fatto di pregiudizi (parola di Gombrich),
e che non ci permette mai di conoscere qualcosa
di nuovo, ma ci costringe a riconoscere
gli schemi nei quali siamo cresciuti. Da
tempo l'argomento ha interessato gli studi
postcoloniali e interculturali e l'imagologia
di Hugo Dyserinck, Daniel-Henri Pageaux,
Benedict Anderson e Joep Leerssen [12] . Ma c'è ancora spazio per l'approfondimento della questione
sotto il profilo fisiognomico.
Questa ricerca permetterebbe
tra l'altro di verificare la permanenza
della fisiognomica nel mondo contemporaneo.
Sembra di capire che a livello alto
la nascita della psicoanalisi ha determinato
la crisi della fisiognomica come scienza.
Fisiognomica e psicoanalisi considerano
infatti fondamentale il rapporto tra esterno
e interno, ma in modo quasi opposto, almeno
per tre motivi. 1. La fisiognomica osserva
e giudica attraverso lo sguardo, l'occhio
indiziario che osserva alcune tracce e ricostruisce
un'identità psicosomatica; la psicoanalisi
è fondata sull'ascolto, sulla comprensione
delle parole; 2. La fisiognomica, anche
nella più recente versione lombrosiana,
afferma che il corpo condiziona l'anima,
cioé che un uomo fatto in un certo modo
ha molto probabilmente un dato carattere;
per la psicoanalisi invece i turbamenti
psichici si impongono al corpo, e non per
caso si parla nel linguaggio comune di somatizzazione,
cioé di incarnazione dei problemi della
psiche. 3. La fisiognomica azzarda previsioni
psicofisiche, affermando che un dato corpo
avrà un dato destino (anche se tanto l'antica
astrologia quanto la moderna antropologia
criminale parlano solo di inclinazione);
la psicoanalisi è fondata invece su un metodo
regressivo, guarda all'indietro, sino all'infanzia.
Naturalmente il fallimento
della fisiognomica è legato anche allo sviluppo
delle scienze naturali, sempre più specialistiche,
contro la natura enciclopedica della fisiognomica.
Basta pensare alla scoperta dei microbi
della fine dell'Ottocento. Cosa può dire
la fisiognomica a questo proposito? Può
parlare di carattere?
Ma nell'immaginario collettivo,
cioé a livello medio-basso le cose sono
diverse. Direi che fino agli anni Cinquanta
del Novecento resta vera l'idea che il corpo
condiziona il comportamento, essendo entrambi
fattori legati alla natura. Proprio questa
ipotesi ha giustificato tra l'altro i pregiudizi
razziali. Dopo la seconda guerra mondiale,
si fa lentamente strada l'idea che il corpo
sia modificabile; molti fattori contribuiscono
a questo nuovo modo di concepire il corporeo,
tra cui lo sviluppo degli studi medici;
le migliori condizioni economiche; la volgarizzazione
della psicoanalisi, con cui abbiamo imparato
a non vergognarci della fisicità. Ecco allora
che dedichiamo moltissima attenzione al
corporeo: non solo con la palestra o la
moda, ma con la chirurgia plastica, le diete
possiamo diventare ciò che vogliamo, o crediamo
di volere. Dal punto di vista dell'osservazione,
sembra che abbia avuto ragione Lichtenberg;
nel secondo Novecento la patognomica è stata
più importante della fisiognomica. Il corpo
viene osservato come fattore culturale,
simbolico, più che naturale. Non si giudica
una persona solo per il suo aspetto fisico,
ma anche per la cura che ha di se stessa,
per il modo di fare, insomma per la patognomica.
Questo però ci ha reso più
insofferenti verso le forme di diversità:
dinanzi a un corporeo da plasmare vorremmo
vedere sempre rispettati una serie di pregiudizi
di tipo estetico-culturale elaborati dall'Occidente.
Per trovare una verifica, è sufficiente
leggere i settimanali maschili e femminili
e le brochures dei cosmetici che
costituiscono una sorta di paraletteratura
con molte indicazioni fisiognomiche che
rispondono, a livello divulgativo, al bisogno
di mettere in relazione i dati somatici
con quelli interiori. Concludo rammentando
che questa necessità corrisponde all'esigenza
di dominare ciò che ci circonda, evitando
la sensazione di spaesamento che coglie
dinanzi al nuovo. Lo sguardo fisiognomico
è infatti capace di collocare ogni nuova
fisionomia entro uno schema di interpretazione
e di giudizio che aiuta a riconoscere il
nuovo attraverso il vecchio, ma non a conoscere
il nuovo di per sé stesso. Questa sua funzione
limitata, ma tranquillizzante costituisce
precisamente la ragione della secolare fortuna
della fisiognomica.
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Note
[1] Cfr. R. Arnheim, Visual Thinking
(1969), trad. it. Il pensiero visivo. La
percezione visiva come attività conoscitiva,
Einaudi, Torino 1974; E.H. Gombrich, Meditations
on a Hobby Horse and Other Essays on the Theory
of Art (1963), trad. it. A cavallo di un
manico di scopa. Saggi di teoria dell'arte,
Einaudi, Torino 1971.
[2] Cfr. I. Calvino, Lezioni americane,
Einaudi, Torino 1993, p. 101.
[3] Cfr. G.B. Della Porta, Della
fisonomia dell'uomo, Guanda, Parma 1988.
[4] Cfr. J. Baltrusaitis, Aberrations.
Quatre essais sur la légende des formes (1957),
trad. it. Aberrazioni. Saggio sulla leggenda
delle forme, Adelphi, Milano 1983.
[5] Cfr. J.K. Lavater, La fisiognomica,
Atanor, Roma 1988; Id., Frammenti di fisiognomica,
Theoria, Roma 1989; G.C. Lichtenberg, Osservazioni
e pensieri, Einaudi, Torino 1975; Id., Lo
scandaglio dell'anima. Aforismi e lettere, BUR,
Rizzoli 2002; J.K. Lavater, G.C. Lichtenberg, Lo
specchio dell'anima. Pro e contro la fisiognomica.
Un dibattito settecentesco, il Poligrafo, Padova
1991.
[6] Cfr. H. Blumenberg, Die Lesbarkeit
der Welt (1981), trad. it. La leggibilità
del mondo. Il libro come metafora della natura,
il Mulino, Bologna 1984.
[7] Cfr. G. Bottiroli, Teoria
dello stile, La Nuova Italia, Firenze 1997.
[8] Cfr. H. de Balzac, La Comédie
humaine, Gallimard, Paris 1977, VI, pp. 1019
(Facino Cane), e ivi, IV, pp. 813-935 (La
vieille fille).
[9] Cfr. J. Baudrillard, Le crime
parfait (1995), trad. it. Il delitto perfetto.
La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello
Cortina, Milano 1996.
[10] Cfr. C. Lombroso, Delitto, genio,
follia. Scritti scelti, Bollati Boringhieri,
Torino 1995.
[11] Cfr. Z. Bauman, Ponowoczesnosc.
Jakozrodlo cierpien (2000), trad. it. Il
disagio della postmodernità, B. Mondadori, Milano
2002; A. Dal Lago, Non-persone. L'esclusione
dei migranti in una società globale, Feltrinelli,
Milano 1999.
[12] Cfr. N. Moll, Immagini dell'
"altro". Imagologia e studi interculturali,
in A. Gnisci (a cura di), Letteratura comparata,
B. Mondadori, Milano 2002, pp. 185-208.
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