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Attori soli, corpi narranti e una mano che si muove
nell'aria
Conversazione con Marco Baliani
Sei d'accordo con quanti parlano
del teatro di narrazione come di un "genere"?
Teatro di narrazione è solo una definizione,
non credo che esista un "genere". Alcuni attori
si sono trovati a essere solitari in scena con l'oralità,
ognuno con i suoi motivi e le sue scelte poetiche. Mi piacerebbe
poter continuare a chiamarli attori: la definizione di "narratore"
mi inquieta, perché il racconto è un campo
di esplorazione. C'è l'attore che narra, il personaggio
che racconta, l'autobiografia, il teatro civile... Sono
tante le cose che si possono fare con questo linguaggio,
ma a patto ci considerarlo un linguaggio, di non interessarsi
solo ai contenuti. C'è poi il rischio del gioco facile
sulla memoria, le radici, la nostalgia, tutte cose che mi
interessano poco. Se vedessi i "narratori" continuare
con il racconto per tutta la loro vita artistica comincerei
a soffrire un po', vorrebbe dire che è prevalso un
cliché. La domanda vera è un'altra: perché
certi attori hanno scelto questo tipo di teatro? Credo che
la narrazione sia prima di tutto un segno di crisi, dell'incapacità
di raccontare drammaturgicamente, coralmente, le cose che
abbiamo a cuore. Ma è una crisi che deriva anche
da problemi economici, produttivi, dalla fatiscenza del
nostro sistema teatrale, che non permette l'innovazione
artistica e ostacola una nuova drammaturgia (specie se pensiamo
a quel teatro in cui l'autore va in scena insieme agli attori).
Quelli che hanno qualcosa da dire, allora, pur di dirla
si mettono lì, soli con una sedia, e la raccontano.
Il tuo passaggio alla narrazione, alla
fine degli anni '80, è venuto in un momento molto
particolare: la scrittura scenica era molto formalizzata,
la drammaturgia taceva. Si può leggere quel passaggio
come il tentativo di restituire centralità ai contenuti
drammaturgici del teatro e alla comunicazione con il pubblico
senza tornare a forme rappresentative scontate?
C'era l'idea di restituire il potere all'orecchio
invece che all'occhio. Di risvegliare lo spettatore nella
sua immaginazione, in una società che, al contrario,
fa vedere troppo. E questa è una ragione politica
per cui ho scelto di raccontare. Ma ritengo, lo ripeto,
di dover fare anche altre cose e continuo a battermi per
le regie con tanti attori, le drammaturgie con tanti personaggi.
L'obiettivo è riportare il teatro a una dimensione
corale, di comunità.
Veniamo ora alla fisicità del narratore.
Osservando i tuoi spettacoli, ma anche leggendo il Diario
di lavoro che hai inserito in Corpo di stato, si capisce
che il corpo non è solo "strumento" di
narrazione, ma anche luogo di una memoria recitativa, che
alla fine è anche scrittura...
Nel mio lavoro di regista, io parlo agli attori
di corpi narranti. La drammaturgia, il testo, le battute,
le parole vanno inscritte nel corpo, anzi è il corpo
che le scrive, non la testa. I miei spettacoli, sia che
nascano da una scrittura, sia che nascano performativamente,
sono work in progress che si definiscono grazie a continui
aggiustamenti corporei. È un lavoro di tipo stanislavskijano:
il corpo prende degli ancoraggi nella storia, nelle parole,
e genera il testo che sarà pronunciato. Una mano
che si muove nell'aria è qualcosa di molto preciso.
Nel racconto il solitario, poi, lo spettatore si trova a
focalizzare uno spazio molto circoscritto: su una scena
di otto metri per otto ogni gesto, ogni dettaglio acquista
una grande potenza visiva. Ogni elemento corporeo è
fondamentale ed è qualcosa che nasce con il lavoro
di scena, non può essere pre-scritto, è qualcosa
che devi fare, agire. Kohlhaas è l'esempio più
forte di questo tipo di corpo, mentre in Corpo di stato
la fisicità è più asciutta, circoscritta,
brechtiana.
Nel tuo spettacolo sul caso Moro il corpo
è tematizzato, diventa oggetto di narrazione... Come
hai rappresentato il corpo di Moro nel tuo lavoro, come
ne hai tenuto conto?
Quello di Moro è un corpo tragico,
è il corpo di Polinice. Non racconta di per sé,
ma scatena tutto ciò che gli accade intorno. È
la metafora di un cambiamento epocale. Ho letto la vicenda
Moro come uno spartiacque generazionale, terribile e allo
stesso tempo salutare. Da allora in poi abbiamo cominciato
a fare i conti con la violenza, le pistole, il terrorismo:
problemi che ci portiamo dietro ancora oggi. E nello spettacolo
c'è il mio corpo autobiografico che, per raccontare
di me trent'anni fa, si misura con il corpo fantasma di
Aldo Moro. È stato più che altro un lavoro
di sincerità, lo sforzo di aderire a quei tempi e
non rileggerli con il senno di poi, non dare giudizi a posteriori.
Per questo ho cercato di essere aderente alla sensorialità
di quei giorni. Sono partito dal mio ricordo, da cosa mi
accadeva, da odori, sensazioni, cose udite o viste, sentite
sulla pelle di fronte alla violenza, ai posti di blocco.
Non ho voluto fare un lavoro di tipo giornalistico o raccontare
"come sono andate le cose", ma riferire di me,
attore, in quel conflitto. Per questo le domande, nello
spettacolo, restano sospese.
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Nicola Zuccherini
Fisico da narratore
Il corpo
nel teatro degli “attori che raccontano”
Dire di uno scrittore che
è un "narratore", oggi,
è dirne poco. Vorrà dire al
massimo che produce romanzi o racconti (novelle
no, quelle non si scrivono più),
ma a quel punto tutti vorranno sapere a
quale genere o a quale culto letterario
appartengano queste opere (e nessun lettore,
se non l'avrà saputo, andrà
avanti di una riga) e la definizione non
significherà ancora niente. Dirlo
di un attore, invece, è già
assegnarlo a un territorio preciso: di un
"teatro di narrazione" si parla
ormai, anche autorevolmente, come di un
genere con le sue regole, i suoi filoni
ben distinti, i suoi capiscuola.1
I narratori sono quegli attori che recitano
soli, che firmano i loro spettacoli dal
testo alla regia (però con importanti
collaborazioni), che raccontano storie vere
o immaginarie o tradizionali ma sempre ben
sedimentate in una memoria collettiva, che
costruiscono i loro testi sulla base di
lunghe indagini di tipo antropologico o
giornalistico o sociologico, che con i loro
spettacoli svolgono una funzione di denuncia,
di rivelazione, di protesta o di educazione
e memoria civile. I nomi sono ben noti agli
spettatori di teatro: Marco Paolini, Laura
Curino, Marco Baliani, Ascanio Celestini,
Davide Enia.
Un "genere" che
si è definito, alla fine degli anni
'80, attraverso un processo inventivo originario,
una spezzatura morbida, non del tutto avvertita,
nella trasmissione del sapere e delle pratiche
di palcoscenico. La narrazione è
stata la soluzione trovata da alcuni talenti
di fronte a problemi nuovi della scena,
ai quali le risposte "classiche"
del teatro di sperimentazione più
avanzato non corrispondevano. Marco Baliani,
che con il suo Kohlhaas (1989) ha
fissato l'atto di fondazione del genere,
trovava nel racconto di un "attore
solo" la strada per abbandonare le
pratiche tradizionali della scena e rifiutare
il teatro di rappresentazione senza perdere
il contatto con i contenuti forti e la comunicazione
con il pubblico.2
Intorno alla compagnia Teatro Settimo c'erano
Marco Paolini e Laura Curino, che hanno
formato gli strumenti del teatro di racconto
a partire da modelli compositivi autobiografici
che, soprattutto in Paolini, prendevano
avvio dal teatro comico.3
Il "genere", dunque,
ha una robusta radice nelle esperienze teatral-sperimentali
degli anni '70, ma fin da subito si è
allontanato da quella temperie e dagli stili
della ricerca teatrale. I narratori richiamano
punti di riferimento diversi: poeti, scrittori,
mestieri, persone che al mondo del teatro
sono forse vicine ma non ne fanno parte.
Intorno a queste esperienze è nato
un rapporto con gli spettatori di un'intensità
che, nel teatro italiano, sembrava scomparsa
per sempre: vicinanza, complicità
e passione ma senza l'odore di chiuso di
tante esperienze nuoviste; grandi numeri
ma senza la passività degli spettacoli
per il vasto pubblico. Del nuovo teatro
degli anni '70 i narratori conservano alcuni
modi di operare: la quasi coincidenza di
scrittura letteraria e regia, l'elaborazione
lenta e complessa dello spettacolo, il laboratorio.
Il risultato è però tutto
diverso: è "l'estrema unificazione
tra scrittura teatrale e scrittura scenica",
di cui ha scritto Paolo Puppa.4
La parola è centrale, l'allestimento
è funzionale al racconto, le sottigliezze
formali e stilistiche, anziché esibite,
sono integrate fino a sparire nella narrazione,
si afferma un primato dei fatti narrati
sull'evento rappresentativo.
E il corpo, allora? Solo un
veicolo, pur potentissimo, del racconto,
solo un pantin posseduto dalla forza
della narrazione? Solo strumento recitativo?
Mica vero. Anzi, se osservare la recitazione
dei narratori è un punto di partenza
indispensabile per capire come funziona
la fisicità del loro teatro, limitarsi
a quest'aspetto ci farebbe perdere la strada.
È evidente: proprio la particolare
forma di questi testi, destinati alla narrazione
in pubblico, rende la fisicità del
narratore un elemento indispensabile della
scrittura. Il rapporto che conta è
quello del corpo con la parola: ma con la
parola scritta, non quella detta.
Partiamo - come promesso -
dalla recitazione, anzi dalla costruzione
del racconto che sarà recitato, scegliendo
due esempi che emblematicamente si possono
ricondurre a due fasi diverse del "genere"
teatrale narrativo: Marco Paolini e Ascanio
Celestini. Marco Paolini porta in scena
spettacoli di narrazione dalla fine degli
anni '80. Una produzione che, alla grossa,
può essere divisa in due filoni:
quello in prima persona degli Album
e dei Bestiari, fondati sull'intreccio
di autobiografia, osservazione del presente
e memoria collettiva (e nati come spettacoli
di teatro comico) e il teatro d'impegno
civile, narrato in terza persona. Nascono
tutti da elaborazioni complesse, processi
che mettono in campo non solo l'attore-autore
e i suoi collaboratori di scena (e di pagina,
si vedano le lunghe liste dei contributi
alla drammaturgia che ne accompagnano le
locandine) ma anche vere e proprie redazioni
con tanto di cronisti, operatori video e
fotografi. Per andare in scena bisogna poi
rivedere i materiali, selezionarli, tagliare,
stringere.5
Scegliere quello che si può dire
e quello che non si potrà raccontare.
Di qui viene il testo, che potremo dire
davvero scritto solo quando l'attore lo
porterà in scena per recitarlo. Con
la recitazione prendono vita non solo personaggi
ed eventi narrati: Paolini ha scritto Marchiori,
"ha cominciato a moltiplicare il punto
di vista e ha imparato ad assumere [...]
anche quello delle bestie, delle cose inanimate,
del paesaggio inerme. Infine è giunto
a dare voce al paesaggio".6
Paolini è un attore tecnicamente
preparato e abile. Il corpo dell'attore
è forte, ma non imponente; mobile,
ma non tutto agilità; soprattutto
le mani disegnano luoghi, cose e spazi,
li posizionano, li additano per richiamarli.
Dunque una recitazione che non è
solo descrittiva, ma serve a trasformare
la presenza dell'attore in carne ed ossa
in un corpo-paesaggio.
Tutto diverso il caso di Ascanio
Celestini, attore assai meno tecnico e nato
artisticamente quando il teatro di narrazione
era già diventato un genere. Sulla
scena ridotta all'osso dei suoi spettacoli
più compiuti (in tutto una sedia
e una lampadina, pochi altri elementi, niente
oggetti da manipolare, minimo impegno dello
spazio di palcoscenico) 7
Celestini pratica una scrittura composita
in cui entrano le tecniche recitative e
i metodi dell'etnologia e della storia orale.
Sull'argomento è tornato più
volte: "Al centro del mio lavoro non
c'è la messa in scena dello spettacolo,
ma quello che viene prima: una ricerca sul
campo. [...] La mia scrittura e il mio modo
di operare sono debitori soprattutto dell'antropologia
di Ernesto De Martino, Gianni Bosio e, oggi,
Alessandro Portelli".8
C'è soprattutto una particolare capacità
di cogliere l'attitudine al racconto delle
persone (imparata in casa, dice) e di comprendere
la formazione delle memorie personali e
collettive.9
È noto che i suoi spettacoli emblematici
sono nati da ricerche, esperimenti e laboratori
di carattere antropologico e teatrale. Esperienze
tanto complesse, a volte, da svincolarsi
dalla preparazione dello spettacolo e avere
una vita propria. Un materiale tanto abbondante
e stratificato viene restituito con una
tecnica di palcoscenico che, anziché
enfatizzarne la varietà, riconduce
tutto ad un'economia estrema di mezzi scenici
e soprattutto recitativi. Celestini è
tutto concentrazione: resta molto seduto,
si sposta di rado, affida la recitazione
a brevi moti delle mani e del volto, se
accenna un gesto è perché
quel gesto serve a farci vedere ciò
che ha visto il narratore o il suo testimone.
I personaggi e i luoghi non sono recitati,
ma vivono nel testo.
Il corpo-paesaggio di Marco
Paolini - che delimita e contiene il racconto
- e la concentrazione di Ascanio Celestini,
garantita dall'estrema economia di risorse
recitative fisiche: due indizi del legame
stretto tra corpo e scrittura nel teatro
di narrazione. Leggiamo anche questa osservazione
di Marco Baliani: "Poi scatta il segnale
e il mio corpo va avanti, sa cosa deve fare,
dove deve guardare, ha una buona memoria,
lui. Ha proprio ragione il vecchio Beckett,
'il mio corpo farà del suo meglio
anche senza di me'".10
I testi stratificati, compressi e dilatati
del teatro di narrazione trovano la loro
definizione solo nel corpo narrante. Al
termine dei processi di scrittura ed elaborazione
linguistica, a disegnare e delimitare ciò
che sarà raccontato è la presenza
fisica dell'attore: un materiale scrittorio
molto speciale per spettacoli che sono concepiti
come libri, ma scritti sul corpo.
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Note
1
Sul teatro di narrazione e sulla sua definizione
sono da vedere numerosi interventi di Oliviero Ponte
di Pino: Il racconto. Conversazione con Marco
Baliani, Il Patalogo 18, a cura di Franco
Quadri, Ubulibri, Milano 1999; Sei spettacoli
su Raidue, Il Patalogo 19, ivi 2000";
Sulla narrazione e sui narratori, "Diario
della settimana", 14 aprile 1999. Interventi
ora tutti raccolti, con integrazioni, sulle pagine
della rivista online "ateatro" (www.ateatro.it).
Della stessa rivista si veda il numero monografico
dedicato a La narrazione e la voce (n. 56,
agosto 2003). Altrettanto importanti alcuni libri
"dottrinali" scritti dai narratori o a
loro dedicati: Oliviero Ponte Di Pino - Marco Paolini,
Quaderno del Vajont, Einaudi, Torino 1999;
Fernando Marchiori, Mappa mondo. Il teatro di
Marco Paolini, Einaudi, Torino 2003; Marco Baliani,
Corpo di Stato. Il delitto Moro. Rizzoli,
Milano 2003; Ascanio Celestini, Cecafumo. Storie
da leggere ad alta voce, Donzelli, Roma 2002;
Ascanio Celestini, Fabbrica. Racconto teatrale
in forma di lettura, Donzelli, Roma 2003. Una
prospettiva critica più meditata in Paolo
Puppa, Il teatro dei testi. La drammaturgia italiana
nel Novecento, Utet libreria, Torino 2003. pp.
200-209.
2
Lo ha raccontato ad esempio nell'intervista raccolta
da Oliviero Ponte di Pino Il racconto. Conversazione
con Marco Baliani, cit.
3
Il passaggio di Paolini dal teatro di rappresentazione
alla narrazione è raccontato da Fernando
Marchiori, Mappa mondo, cit., pp. 82-88.
.
4
Il teatro dei testi, cit., p. 200.
5
Per una documentazione di queste attività
il film Questo radichio non si toca. Diario di
un'estate , di Giuseppe Baresi e Marco Paolini,
prod. Jolefilm - Stilo 2003 (distribuito in videocassetta
allegata a Fernando Marchiori, Mappa mondo,
cit.).
6
Mappa mondo, cit. p. 40.
7
Pensiamo a Radio Clandestina (2000) e Fabbrica
(2002); va osservato che nel più recente
Le nozze di Antigone la scrittura di Celestini
si è aperta ad una forma di racconto a più
voci.
8
Ascoltate! Arriva Ascanio Celestini, intervista
di Nicola Zuccherini, "Zero in condotta",
6 dicembre 2002. Cfr. anche l'intervista raccolta
da Tiziano Fratus, Lo spazio aperto. Il teatro
ad uso delle giovani generazioni, Editoria e
spettacolo, Roma 2002, p. 38 e passim.
9
Cfr. ancora quanto ha detto a Tiziano Fratus, Lo
spazio aperto, cit., p. 33.
10
Corpo di Stato, cit. p. 109.
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