N. Machiavelli, Discorsi ( III, 22 e III, 34)

 

III, 22 [...] e’ furno in Roma in uno medesimo tempo due capitani eccellenti, Manlio Torquato e Valerio Corvino; i quali di pari virtù, di pari trionfi e gloria vissono in Roma; e ciascuno di loro, in quanto si apparteneva al nimico, con pari virtù l’acquistarono, ma, quanto si apparteneva agli eserciti e agl’intrattenimenti de’ soldati, diversissimamante procederono. Perché Manlio con ogni generazione di severità, sanza intermettere a’ suoi soldati o fatica o pena, gli comandava; Valerio, dall’altra parte, con ogni modo e termine umano, e pieno di una familiare domestichezza, gl’intratteneva. Per che si vede che, per avere l’ubbidienza de’ soldati, l’uno ammazzò il figlioulo, e l’altro non offese mai alcuno.

III, 34 [...] Altra volta parlammo come Tito Manlio, che fu poi detto Torquato, salvò Lucio Manlio suo padre da una accusa che gli aveva fatta Marco Pomponio tribuno della plebe. E benché il modo del savarlo fosse alquanto violento e istraordinario, nondimeno quella filiale pietà verso del padre fu tanta grata allo universale che non solamente non ne fu ripreso, ma, avendosi a fare i Tribuni delle legioni, fu fatto Tito Manlio nel secondo luogo [...] E a volere fare questo [mantenere e accrescere la reputazione] bisogna rinnovarle, come per tutto il tempo della sua vita fece Tito Manlio; perché, difeso ch’egli ebbe il padre tanto virtuosamente e istraordinariamente, e per questa azione presa la prima riputazione sua, dopo certi anni combattè con quel Francioso, e morto gli trasse quella collana d’oro che gli dette il nome di Torquato. Non bastò questo, che dipoi già in età matura ammazzò il figliuolo per avere combattuto sanza licenza, ancora ch’egli avesse superato il nimico.