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Dizionarietto terminologico |
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Riccardo Stracuzzi
Considerazioni sulla 'giovinezza' in
Montale: il caso di Esterina
Tuorli d'un solo uovo entrano
i giovani
nelle palestre della vita. Venere
li conduce, Mercurio li divide,
Marte farà il resto. Non a lungo
brillerà qualche luce sulle Acropoli
di questa primavera ancora timida.[1]
1. Stando all'estensiva partizione
temporale con cui Lonardi ha inquadrato l'itinerario
delle maniere poetiche montaliane,[2] si
può asserire
che le parole-motivo inerenti alla cosmografia
della 'giovinezza', o della 'gioventù',[3]
tendono a polarizzarsi intorno agli estremi
della sua opera, ossia nel poeta giovane (negli Ossi
di seppia, dunque) e nel vecchio (in Satura e
nei libri che lo seguono), mentre raramente
si individuano nelle scritture delle Occasioni e
della Bufera. Su ciò dànno sicuro ragguaglio,
anzitutto, i repertori lessicografici procurati
da Savoca[4],
da cui traggo alcuni lemmi secondo
una selezione che, ovviamente, non si pretende
completa. [vai
al dizionarietto terminologico]
Il repertorio, ancorché imperfetto, è sufficientemente
diffuso per definire i limiti del motivo della 'giovinezza' in
Montale, ovvero per avvertirla sotto il rispetto
di una ripresa di tópoi tradizionali
e di una formulazione tematica che, in termini
rematici, sembra non troppo riformulare il
motivo. Intanto si noterà come la maggiore
frequenza delle parole-motivo nelle compagini
poetiche estreme non sia casuale. Essa verosimilmente
illustra la scarsa presa montaliana sul motivo
in sé, ossia il suo riuso sostanzialmente enfatico
(negli Ossi), di un'enfasi già negativa,
ovviamente, attinta a un nichilismo più o meno
contingentista; e invece ironico o sottovalutativo
(nelle scritture da Satura in poi);
un uso, in altri termini, che è categoricamente
oppositivo in fatto di segno semantico, ma
permanente quanto all'identificazione ideologica.
L'esemplare discorsivo costituito dalla figura
di Esterina varrà ad illustrare meglio questi
appunti.
2. Primo personaggio
nitidamente disegnato a comparire sulla scena
degli Ossi,[5]
l'Esterina di Falsetto (OV p.
12-13),
ossia l'«equorea creatura / che la salsedine
non intacca», è colei che il soggetto enunciante
della lirica osserva, si direbbe a distanza
di sicurezza, avanzare sopra un trampolino
proteso verso il mare, esitare un istante - felice
nella condizione giovanile e nella solare quinta
marina in cui muove - per poi tuffarsi impetuosamente
tra i flutti del proprio dio. La lirica costituisce
il quarto 'pezzo' della sezione Movimenti,
e infatti al vocabolario musicale appartiene
lo stesso titolo, qui evidentemente piegato
a una metaforica più indiretta o più mediata
che non sia, per esempio, nel precedente Corno
inglese (unico residuo della già citata
serie giovanile degli Accordi) o nel
successivo Minstrels[6].
Qui, la 'voce
di testa' che il cantante maschile impiega
per imitare il timbro femminile definirà a
un primo livello di lettura la melodia ironica
e bonaria su cui si modula il ritratto di Esterina:
melodia cui concorrono anche le frequenti assonanze,
consonanze e rime baciate, o almeno assai prossime
(nube:chiude; paventi:vento:violento; uscirai:mai; lontana:Diana; primavere:sfere:sonagliere; rintocca:brocca; brullo:fanciullo; creatura:pura; futuro:oscuro; spalle:ponticello; stride:s'incide; braccia:razza; t'afferra:terra);
ma più puntualmente, o a un secondo livello,
potrà significare il doppio movimento di 'immedesimazione/distanziamento' che
il locutore stabilisce con l'oggetto del suo
discorso.
E infatti la stessa sequenza
argomentativa del discorso che la poesia costituisce
si muove
in una sorta di andare e venire del fuoco;
una discontinuità, cioè, nella quale sono accostati
due tipi di discorso tra loro ben discriminabili:
la descrizione-riflessione e la descrizione-narrazione.
La prima strofe del componimento (vv. 1-21)
fornisce al destinatario del discorso, infatti,
informazioni circa una figura di donna sulla
quale nulla è saputo: si tratta insomma di
una sorta di prolessi definitoria e/o interpretativa
che accompagna una descrizione morale della
donna («Esterina, i vent'anni ti minacciano
/ grigiorosea nube che a poco a poco in sé ti
chiude. / Ciò intendi e non paventi») con una
epitome gnomica («Sommersa ti vedremo / nella
fumea che il vento / lacera e addensa, violento.
/ Poi dal fiotto di cenere uscirai / adusta
più che mai» ecc.) e con un auspicio («Ecco
per te rintocca / un presagio nell'elisie sfere.
/ Un suono non ti renda / qual d'incrinata
brocca» ecc.). La tonalità del discorso è ottenuta
per via di metafore preziose ed ironiche di
derivazione classica o neoclassica, in cui
si rincorrono il registro alto («grigiorosea nube»; «adusta», «l'arciera
Diana», «elisie sfere»), gli écarts nel
linguaggio umile («i vent'anni», «qual d'incrinata brocca»,
ma si noti l'inversione sintattica combinata
con il lessico corsivo; «concerto ineffabile
/ di sonagliere»), l'anfibologia («salgono
i venti autunni, t'avviluppano andate primavere»)
e i rinvii citatòri («l'intento viso che assembra»,
dal topico "occhi intenti", ma vd. p. es. il
leopardiano : «Che gli occhi al suol
tuttora intenti e fissi», in Il primo
amore v.4; e dal d'Annunzio di Maia
XIX vv. 270-271: «E tu m'assempri l'iddia
/ parrasia»).[7]
Al tipo della descrizione
riflessiva, eminentemente povera di valori
denotativi,
che occupa l'intera prima strofe, fa séguito
nella seconda strofe (vv. 22-35) una commistione
dei due tipi: dopo il v. 22 («La dubbia dimane
non t'impaura»), che ha funzione di sintesi
e di rilancio di quanto detto in precedenza,
segue il segmento descrittivo-narrativo dei
soli vv. 23-25 («Leggiadra ti distendi / sullo
scoglio lucente di sale / e al sole bruci le
membra»), dove gli elementi minimi della narrazione
tendono a collimare con il discorso constativo;
da ciò procede - per mediazione di un enunciato
similutidinario («Ricordi la lucertola / ferma
sul masso brullo; te insidia giovinezza, /
quella il lacciòlo d'erba del fanciullo») - un
nuovo segmento riflessivo (vv. 30-35), anch'esso
di raffinata costituzione ironica: gnome fornita
di iterazioni, vale a dire di parallelismi
anaforici e di paronomasia («L'acqua è la
forza che ti tempra, / nell'acqua ti ritrovi e
ti rinnovi»); similitudine sacrale con
voci lessicali umili di contro alle neoclassiche
(«noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo,
/ come un'equorea creatura / che la
salsedine non intacca / ma torna al lito più pura»).
La terza strofe (vv. 36-49), poi, si apre sul
modo in cui chiudeva la precedente, onde l'assenso
anche esclamativo del locutore, non senza retrosenso
ironico e quindi distanziante, nei confronti
dell'istanza morale che abita Esterina, così come
il discorso riflessivo è venuto appurando (vv.
36-41): «Hai ben ragione tu! Non turbare
/ di ubbie il sorridente presente. / La tua
gaiezza impegna già il futuro» ecc.); a ciò segue
un secondo segmento descrittivo-narrativo,
più lungo di quello precedente (vv. 42-49),
e tuttavia piegato come prima a una patente
intenzione ironica, sicché si distingueranno
le nobilitanti perifrasi («ponticello / esiguo» e «tremulo
/ asse» per 'trampolino', «gorgo che stride» per 'mare
che ondeggia rumoroso' e «t'abbatti fra le
braccia / del tuo divino amico che t'afferra» per 'ti
tuffi nel mare e ti ci immergi') e la suspense ecfrastica
ottenuta per via di analogia («il tuo profilo
s'incide / contro uno sfondo di perla») e similitudine
(«e come spiccata da un vento»).
La quarta e terminale strofe
(vv. 50-51), da ultimo, costituisce la massima
sintesi speculare
dell'avvicendamento tipologico che abbiamo
sinora descritto e, in questo modo, si configura
quale chiave anche tonale dell'intero componimento:
a un primo segmento descrittivo narrativo («Ti
guardiamo noi, [.]») che prosegue quello su
cui si chiude la strofa precedente, si congiunge
un segmento descrittivo-riflessivo («[.] della
razza / di chi rimane a terra»), in questo
unico caso qualificativo del locutore e del
mondo cui egli asserisce di appartenere. A
tale virtuosistica binarietà discorsiva, in
due soli versi brevi (novenario + settenario),
fa del resto complemento un preciso abbassamento
di registro («guardare», «razza», «rimanere
a terra») che raddoppia l'effetto brachilogico
e istalla nell'explicit quell'immagine
desublimante, e scabra essa stessa, che funge
da vera somma del discorso. Una volta riprodotta
orizzontalmente la trama enunciativa di cui è costruita Falsetto,
avvertiamo che i due tipi enunciativi isolati,
quello descrittivo-riflessivo e quello descrittivo-narrativo,
possono essere latamente ascrivibili ai componenti
argomentativi del tema e del rema. Il secondo,
nel suo effetto commentante, sarà da identificare
nel tipo riflessivo, il quale ha nella poesia
ruolo preponderante e inaugurale; mentre il
primo, ridotto a posizione subalterna, coinciderà con
il minimo di racconto attraverso cui il personaggio
di Esterina, nella sua topicità di figura giovanile,
ci è offerto. Non dovrà attrarre il nostro
sguardo, in modo particolare, l'inversione
per cui il topic segue al comment con
esito referenziale ridotto al minimo: in ciò,
verosimilmente, si misura la jakobsoniana funzione
poetica del linguaggio.[8] Semmai, è la forma
che il comment acquista nel discorso
a suscitare maggiore interesse: come se la
strategia essenzialmente dilatoria - ovvero
divinatoria, similitudinaria, icastica ecc. - che
il discorso implica tendesse a ruotare su un
solo fulcro constativo («Esterina, i vent'anni
ti minacciano», «te insidia giovinezza») e
sull'atteggiamento di Esterina a ciò connesso
(«Ciò intendi e non paventi», «La dubbia dimane
non t'impaura», «Hai ben ragione tu! Non turbare
/ di ubbie il sorridente presente»).
3. Ha fatto scuola, e non
senza motivo, l'asserzione di Sanguineti secondo
cui Falsetto dovrebbe
collocarsi in puntuale discendenza da Gozzano:
l'Esterina montaliana, dunque, non sarebbe
nulla se non una rilettura dell'audace pattinatrice
di Invernale.[9]. Anche di
là dalla pura ambientazione sportiva (pattinatrice
da un lato, dall'altro nuotatrice), gli accostamenti
possibili sono specifici, anche se sparuti,
in fondo: li dispongo qui uno in séguito all'altro: «". cri.i.i.i.icch". □ l'incrinatura
/ il ghiaccio rabescò, stridula e viva» (Invernale vv.
1-2) «T'alzi e t'avanzi sul ponticello
/ esiguo, sopra il gorgo che stride» (Falsetto vv.
42-43); «"A riva!" Ognuno guadagnò la riva /
disertando la crosta malsicura» e «Le dita
liberai da quelle dita, / e guadagnai la
ripa, ansante, vinto.» (Invernale vv.
3-4 e 29-30) «Ti guardiamo noi, della
razza / di chi rimane a terra» (Falsetto vv.
50-51); «Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;
/ e ridendo approdò, sfatta le
chiome, / e bella ardita palpitante come /
la procellaria che raccoglie il volo» (Invernale vv.
33-36), sequenza da cui procederebbe, previo
processo d'inversione, «Esiti a sommo del tremulo
asse, / poi ridi, e come spiccata
da un vento / t'abbatti fra le braccia /
del tuo divino amico che t'afferra» (Falsetto vv.
46-49).[10]
Non c'è dubbio che la prossimità tra
i due discorsi sia considerevole, e infatti
i recenti commentatori hanno accolto quella
che Sanguineti ha avanzato con presunzione
di evidenza assoluta, ma che rimane, in verità,
una congettura.[11] E tale rimane anche dopo
aver ricordato il pur importante articolo su
Gozzano che Montale pubblicò tre anni prima
di quello sanguinetiano, nel quale è detto,
tra l'altro, che «I suoi versi più belli (e
sono molti) cantano ma non cantano liricamente
come i versi migliori del d'Annunzio e del
Pascoli, e più che cantare raccontano, descrivono,
commentano», giacché «egli era nato per essere
un eccezionale narratore o prosatore in versi»;
nel che è facile scorgere una sorta di volontario
autoritratto, non privo di una presa di distanza
però, se poi vi si aggiunge: «un verso che
sia anche prosa è il sogno di tutti
i poeti moderni da Browning in poi; è il sogno
che torni ad essere possibile quell'integrità di
stile che fa di Dante e Shakespeare i più nuovi
e i più attuali poeti. Ora, il verso di Gozzano
non è di questa natura; è un verso parnassiano,
e tutti i poeti parnassiani (non vedo eccezioni)
sono soprattutto dei prosatori in verso».[12]
Ciò considerato, merita ascoltare anche l'opinione
del più fiero avversatore della congettura
sanguinetiana, e cioè Sergio Solmi, il quale
nel 1957 scrive che «l'Esterina di Falsetto può lontanamente
arieggiare la cardarelliana Adolescente (anche
quest'ultima una sorta di energica ripresa
meditativa e gnomica sul disfacimento della
sensualità dannunziana)»; e, anni dopo, in
una lettera a Caretti, asserisce che Cardarelli «ci
affascinava, direi, in modo sproporzionato
[.]. Basti pensare a Esterina di Montale
e raffrontarla con Adolescente (Montale
non disconosceva il rapporto, mentre non c'entra
nulla il Gozzano dell'Invernale, come
vorrebbe il Sanguineti)».[13]
Ora, accostata Adolescente
[14] a Falsetto, si
rivelano un numero di congiunture tematiche
non minore di quelle viste in Gozzano, e anzi
superiore; a patto, tuttavia, di voler ammettere
nel testo montaliano una specie di trattamento
degli oggetti discorsivi ravvisabili in Cardarelli.
Ecco un succinto elenco di questi punti: «Su
te, vergine adolescente, / sta come
un'ombra sacra» (Adolescente vv.
1-2) «Esterina, i vent'anni ti minacciano,
/ grigiorosea nube / che a poco a poco in
sé ti chiude» (Falsetto vv. 1-2,
e si noti la comune sede incipitaria delle
due immagini); «e abiti lontano / con
la tua grazia / dove non sai chi ti raggiungerà» (Adolescente vv.
7-9) «Ti guardiamo noi, della
razza / di chi rimane a terra» (Falsetto vv.
50-51); «[.] Se ti veggo passare / a tanta
regale distanza, / con la chioma sciolta /
e tutta la persona astata, / la vertigine
mi si porta via» (Adolescente vv.
10-14) «il tuo profilo s'incide /
contro uno sfondo di perla» (Falsetto vv.
44-45, ove la blanda descrizione di altera
bellezza in Cardarelli è tramutata, da Montale,
in un disegno di concisione quasi numismatica); «La
tua pupilla è bruciata / del sole che
dentro vi sta» (Adolescente vv. 23-24) «e
al sole bruci le membra» (Falsetto v.
25); «Gli sarà grazia e fortuna / il
non averti cercata / e non sapere chi sei /
e non poterti godere / con la sottile coscienza
/ che offende il geloso Iddio» (Adolescente vv.
37-42) «t'abbatti fra le braccia / del tuo
divino amico che t'afferra» (Falsetto vv.
48-49; anche qui un procedimento di focalizzazione
tropica: dal generico paganesimo dell'eros
cardarelliano unito all'idea di una appartenenza
tradita, sino all'identificazione montaliana,
sottoposta poi a funzionalizzazione narrativa,
di una speciale divinità marina); «Come fiamma
si perde nella luce / al tocco della realtà /
i misteri che tu prometti / si disciolgono
in nulla» (Adolescente vv. 51-54), che
in blocco riecheggia in «ecco per te rintocca
/ un presagio nell'elisie sfere. / Un suono
non ti renda / qual d'incrinata brocca / percossa!;
io prego sia / per te concerto ineffabile /
di sognagliere» (Falsetto vv. 15-21),
così come la gnóme che conclude il segmento «Tu
ti darai, tu ti perderai, / per il capriccio
che non indovina / mai, col primo
che ti piacerà. / Ama il tempo lo scherzo / che
lo seconda, / non il cauto volere che
indugia» (Adolescente vv. 57-62), è rivalutata
nell'assenso ironico montaliano: «Hai ben
ragione tu! Non turbare / di ubbie il presente.
/ La tua gaiezza impegna già il futuro / ed
un crollar di spalle / dirocca i fortilizi / del
tuo domani oscuro» (Falsetto vv.
36-41).
4. Messi in luce alcuni di quei fatti
testuali che permettono un'approssimazione
di Falsetto tanto a Invernale quanto
ad Adolescente, credo si possa giungere
ad un'identificazione di compromesso: voglio
dire che le osservazioni di Sanguineti e di
Solmi non sono tali da escludersi vicendevolmente;
anzi, giustamente bilanciate, e commisurate
all'analisi di tipologie enunciative abbozzata
sopra, le due segnalazioni possono risultare
fruttuose. E ciò non tanto in vista di una
pretta registrazione degli influssi subìti
dal 'giovane' Montale, il che resterebbe conquista
alquanto estrinseca; bensì per la delineazione
di un certo modo di appropriazione di un motivo
e della conseguente riformulazione tematica.
Dapprima, si potrà confrontare
l'uno
e l'altro antigrafo in rapporto al medio successivo
costituito da Falsetto; e si vedrà così che
gli spunti tratti da Gozzano sono in realtà assai
pochi, ma abbastanza precisi (con qualche specifico
ritorno lessicale), laddove la materia recuperata
da Cardarelli offre una più ampia gamma di
oggetti tematici, ognuno dei quali è però meno
nitido e invece sottoposto a un forte trattamento
(inversione cronologica, specificazione tropica,
sintesi, resa narrativa dello gnomico, ecc.).
D'altro canto, mentre Adolescente è assai
prossima alla lirica di Montale per il tono
meditante, il quale si devolve in quest'ultima
nel tipo enunciativo della descrizione-riflessione
(dipendente da una elaborazione rematica che
occupa quasi l'intero componimento), in sostanza
adibito alla riproposta del motivo canonico
dell'ubi sunt inquadrato nello schema
del tempo umano; Invernale, invece,
risulterà prestare alla poesia montaliana una
specie di occasione narrativa, dotata per giunta
di quel retrotesto ironico che il lettore,
però, deve meno constatarvi che immettervi.
La squadrata novelletta psicologica che Gozzano
offre con Invernale, infatti, è recuperabile
alla poetica anti-dannunziana, ovvero alla
critica della piccola-borghesia che si vuole liberty e à la
page, solo per via di una esteriore posizione
di contiguità con altri versi dei Colloqui,
giacché in sé stessa, la poesia, è priva di
significativi effetti di controdeterminazione
o di antifrasi, [15] a meno di non inquadrare
sotto questo rispetto l'onomatopea dell'incipit - «.cri.i.i.i.icch» o «.cri.i.i.i.i.icch» che
sia - in ragione del suo evidente ammicco a
Dante (Inf. XXXII v. 30). Sicché, finalmente,
lo spunto ironico che da Gozzano giunge a Montale è davvero
parnassiano in senso narrativo, e quest'ultimo
lo riprende soltanto per la facile cornice
discorsiva che offre. L'audace pattinatrice
di Gozzano, per giunta, non è significativamente
attinta dai segni di 'giovinezza'; altro è lo
schema figurale: evidentemente la spericolata
eroina dannunziana, agonistica e assetata di
vita e di morte, del tutto impertinente all'immaginario
montaliano.
Il modello più rilevante
per Falsetto,
dunque, è proprio Adolescente di Cardarelli:
sia riguardo alla questione del motivo della 'giovinezza' in
sé, sia riguardo al modo tematico del riuso,
da trattare tanto più precisamente quanto più esso è rilevante
ideologicamente. Donde la spiegazione del particolare
schema per cui Montale recupera da Cardarelli
un numero maggiore di 'argomenti' che non da
Gozzano, e però li sottopone a una maggiore
manipolazione. Sembra di poter rintracciare
qui, in piccolo e in termini sincronici, qualcosa
di simile a quello che Lonardi sostiene, in
grande e in termini diacronici, quando argomenta
circa la presenza di Leopardi in Montale; e
un possibile diagramma che accosti, funzionalmente,
Cardarelli a Leopardi non è, con tutta evidenza,
fortuito. Tale presenza, infatti, si configura
quale 'basso continuo' e non sempre in termini
di ritagliabile ripresa di luoghi specifici: «per
la funzione-Leopardi bisognerebbe parlare non
di un segmento temporale, ma di una durata abbastanza
continua e diffusa, da riuscire proprio per
questo meno soddisfacentemente esemplificabile
per emersioni esemplari [.]: comunque una durata
meno esposta, meno generalmente visibile nei
segni vivi o di folte presenze di lessico e
rima, o di altri consistenti modi affini di
impaginazione poetica, e insomma più tenace
e continua quanto più, sostanzialmente, coperta».[16]
Nel caso specifico, infatti,
si può asserire
che la pietra angolare ideologica su cui poggia
la declinazione montaliana del motivo della 'giovinezza',
qui e negli altri luoghi di quali si dirà brevemente, è proprio
da Cardarelli estratta o, meglio e con rapida
anticipazione, da altri che Cardarelli a sua
volta riprende e riformula. La constatazione
a partire dalla quale l'intero ritratto morale
di Esterina trova i suoi termini - e anzitutto
l'angolatura da cui Esterina è vista, ossia
quella che, con spedito carrello all'indietro,
il distico finale rivela - coincide con la minaccia e
con l'insidia della 'giovinezza'.[17]
Sotto questo rispetto, l'incipit di Adolescente e
di Falsetto andranno davvero rivisti
in colonna, per apprezzare come l'ombra
sacra che gravita sulla vergine (e
anonima) adolescente di Cardarelli si
trasformino, per effetto di una metafora più riccamente
plasmata, nella grigiorosea nube che minaccia Esterina,
ove i vent'anni di quest'ultima configurano
insomma la soglia climaterica dopo la quale
essa non sarà più giovane: «Tu ti darai, tu
ti perderai», avrebbe detto Cardarelli.
La rilettura quasi membro
a membro si chiude qui, però, giacché in séguito
Montale, a parte una serie di ridotte riprese
di dettaglio,
elabora e attenua ciò che la poesia di Cardarelli,
alquanto querula, predica apertis verbis della minaccia e
dell'insidia.[18] Sicché le strofi seconda
e terza di Adolescente - occupate da
un'estesa profezia circa la perdita della verginità,
e chiuse da una stereotipata sentenza trifrastica: a) «Ama
il tempo lo scherzo / che lo seconda, / non
il cauto volere che indugia»; b) «Così la
fanciullezza / fa ruzzolare il mondo»; c) «e
il saggio non è che un fanciullo / che si duole
di essere cresciuto» - sono riprese in due
luoghi di tenore decisamente antifrastico,
benché in fondo non meno sentenzioso: «Un suono
non ti renda / qual d'incrinata brocca» ecc.,
e «Hai ben ragione tu!» con quello che segue.
5. Falsetto non è l'unica
poesia degli Ossi a fornire materiale
significante per una inquirente lettura del
motivo della 'giovinezza' in
Montale: altri testi potrebbero essere convocati,
ed essi confermerebbero, credo, l'istanza di
una equivalenza rematica fissa: tema 'giovinezza' uguale minaccia,
insidia. Uno sguardo sul Montale da Satura in
poi, invece, condurrebbe soprattutto a equazioni
differenti, del genere di: tema 'giovinezza' uguale 'inganno' o 'derisione'.[19]
È il caso, per esempio,
dello «smarrito
adolescente» di Riviere che inclina
al cupio dissolvi ovvero all'estasi
di reificazione: «Dolce cattività, oggi, riviere
/ di chi s'arrenda per poco / come a rivivere un
antico giuoco / non mai dimenticato. / Rammento
l'acre filtro che porgeste / allo smarrito
adolescente, o rive»; «Oh allora sballottati
/ come l'osso di seppia dalle ondate
/ svanire a poco a poco; / diventare /
un albero rugoso od una pietra /
levigata dal mare [.]» (Riviere vv.
14-19 e 26-31), OV p. 101). Ed è il caso, inoltre,
delle Poesie per Camillo Sbarbaro, collocate
nella sezione Movimenti degli Ossi,
come Falsetto, e da essa separate solo
da Minstrels. Lo Sbarbaro di Montale,
com'è noto, è un «estroso fanciullo»;
ma più ancora che l'apposizione qualificativa,[20]
conterà la precisa opposizione di 'maledettismo' (strofi
prima e seconda) e 'stupor' fanciullesco (strofi
terza, quarta e quinta) su cui è congegnata Caffè a
Rapallo, primo membro delle Poesie per
Camillo Sbarbaro appunto; opposizione
ripresa poi in absentia, per così dire,
da Epigramma, secondo membro, che è tutta
occupata dal tema fanciullesco. E infatti,
dinanzi all'«estroso fanciullo» che «piega
versicolori / carte e ne trae navicelle che
affida alla fanghiglia», il locutore si indirizza
alle cure del «galantuomo che passa»,
perché «col suo bastone raggiunga la
delicata flottiglia» che rischia di perdersi,
e la «guidi a un porticciolo di sassi» (cfr.
OV pp. 15-17). Nel che si rivede appaiata la 'giovinezza' e
la 'minaccia': qui ironicamente incarnate dal
pericoloso destino che corrono i giovani versi
di Sbarbaro.
Né si dovrebbe sottovalutare,
ancora, il tardivo episodio del ritorno di
Annetta,
nell'omonima lirica del Diario del '71 e
del '72, e quindi assai fuori dagli Ossi,
ormai. Vi si vedrebbe come il locutore stigmatizzi
con durezza quasi giansenistica il «genio /
di pura inesistenza», l'«agnizione / reale
perché assurda», ossia la stessa Annetta così come
gli appare, epifania della 'giovinezza' («stagione
più ridicola / della vita») ormai trascorsa;
anzi, precocemente morta: «Ma allora eri già morta
/ e non ho mai saputo dove e come». Vi si vedrebbe,
insomma, che la 'giovinezza' è per Montale
da irridere perché, mi si passi la piattezza
della parafrasi, il tempo è un'illusione:
non altro, del resto, è il significato della
laboriosa gnome che chiude il componimento: «[.]
Durare potrebbe essere / l'effetto di una droga
del creato, / in un medium di cui non si ebbe
mai / alcuna prova» (Annetta vv. 41-43,
39-40 e 45-48, OV p. 491).[21]
Di là da una rassegna dei
possibili luoghi montaliani che potrebbero
essere fruttuosamente
esplorati al fine di reperirvi ulteriori testimonianze
di tale moraleggiante isotopia, credo rivesta
maggior interesse ridare una veloce occhiata
all'elenco, procurato in apertura, dei lessemi
intorno ai quali circola la riproposta tematica
della 'giovinezza' in Montale; più ancora che
ai nudi lessemi, lo sguardo dovrà essere rivolto
sui dintorni aggettivali, o latamente complementari,
di essi. Ecco un nuovo elenco, più selettivo: a)
dagli Ossi: «La farandola dei fanciulli
sul greto / era la vita che scoppia nell'arsura.
/ [.] Nell'età d'oro florida sulle sponde felici
/ anche un nome, una veste, erano un vizio» (La
farandola dei fanciulli sul greto. vv.
1-2 e 7-8, OV p. 43); «[.] al cuore che abdica
/ perché rida un fanciullo inconsapevole» (Crisalide vv.
79-80, OV p. 87); «smarrito adolescente» (Riviere v.
19, OV p. 99); «Erano questi, / riviere, i
voti del fanciullo antico / che accanto a una
rósa balaustrata / lentamente moriva sorridendo» (ivi
vv. 34-37, OV p. 102); b) dalle Occasioni e
dalla Bufera: «torni anche tu al mio
piede fanciulla morta / Aretusa» (L'estate vv.
7-8, OV p. 169); «i gemiti e i sospiri / di
gioventù, l'errore che recinge / le
tempie e il vago orror dei cedri smossi / dall'urto
della notte [.]» (Nel sonno vv. 3-6,
OV p. 192);[22] c) da Satura in
poi: «una zuffa di piume soffici, due becchi
giovani / arditi e inoffensivi» (Xenia II
12 vv. 7-8, OV p. 308); «[.] ero giovane /
e mi credevo padrone della mia sorte» (Il
lago di Annecy vv. 4-5, OV p. 438); «[.]
Al confronto / la gioventù è il più vile
degli inganni» (Sorapis, 40 anni fa vv.
29-30, OV p. 502); «Hic manebimus se vi piace
non proprio / ottimamente ma il meglio sarebbe
troppo simile / alla morte (e questa
piace solo ai giovani)» (Al mare (o quasi) vv.
30-32, OV p. 603).
6. Il caleidoscopio delle associazioni,
come si vede, è abbastanza avaro: la 'giovinezza' è più che
altro smarrimento, morte, illusione, vizio, errore, inconsapevolezza, ridicolaggine, inganno.
Nel che si vede una delle ragioni, non la più pregevole
però, per cui a Montale si attribuisce giustamente
la funzione di ultimo classico della poesia
italiana nel Novecento: e cioè la sua tendenza
a recuperare, a enunciare nuovamente tópoi addirittura
millenari della tradizione lirica in Occidente.
In questa specifica circostanza, il tópos sarà quello
dell'ubi sunt, ovvero dell'où sont
les neiges d'antan di Villon (e ovviamente
del leopardiano: «Or dov'è il suono / di que' popoli
antichi? or dov'è il grido / de' nostri avi
famosi, e il grande impero / di quella Roma,
e l'armi, e il fragorio / che n'andò per la
terra e l'oceani?», in La sera del dì di
festa vv. 33-37), per il quale tuttavia
si potrebbe trovare un capo determinato nelle
caduche fuvlla di Mimnermo. Esso giunge a Montale
per mille mediazioni, ovviamente; ma probabilmente
rilevante è il ruolo di Leopardi in questo
senso e, nel caso di Esterina, dell'ulteriore
attualizzazione fornita da Cardarelli con Adolescente.
Lonardi giudica che
il v. 22 di Falsetto («La
dubbia dimane non t'impaura»), con il quale
si apre la seconda strofe della poesia, dipenda
in qualche modo dal leopardiano «assai contenta /
di quel vago avvenir che in mente avevi» (A
Silvia vv. 11-12).[23] Ora, benché il verso
di Montale sia atteggiato a una maniera citatoria
quasi caricaturale, tale da renderlo assai
risaltato anche in un contesto tutt'altro che
colloquiale o umile, il parallelo risulta alquanto
dubbio. Non è dubbio, d'altronde, il denso
numero di riprese leopardiane, queste fornite
di tangenze formali ben più positivamente giustificabili,
che Lonardi identifica in Barche sulla Marna (nelle Occasioni,
OV pp. 173-174), nell'Annetta del Diario
del '71 e del '72 (OV p. 490-491)
cui abbiamo fatto cenno dianzi, e in altre
poesie.[24] E infatti il recentissimo
commento di Francesca Ricci al Diario del '71
e del '72 conferma ampiamente il
forte intrico tra Annetta da
un lato, e dall'altro i due capolavori leopardiani
della 'giovinezza' come illusione e
come morte (insidia, inganno ecc.): A
Silvia e Le ricordanze.[25]
Circa il motivo della 'giovinezza',
e anzitutto circa la non troppo distesa elaborazione
tematica che Montale vi impone, credo si possa
dire che Leopardi funziona quale sineddoche
della tradizione lirica in genere, piuttosto
che come preciso suggeritore di un 'argomento' o
dell'altro.[26] E a Cardarelli, poi, la cui
influenza su Montale non vorrei che sembrasse
qui sopravvalutata, pertiene una funzione di
sineddoche della sineddoche: di mero attualizzatore,
in altri termini. Ponendo mente al fatto che
Leopardi può essere tenuto per uno dei grandi
formalizzatori - e 'liquidatori', quindi - di
tanti motivi lirici della tradizione occidentale,
esiste qualche ragione per stimare che la poesia
di Montale, sotto questo rispetto ovviamente,
costituisca una sorta di arretramento ideologico
nella configurazione del personaggio lirico.[27]
Negli Ossi, infatti, «la drammaticità implicita
nel tempo non nasce già dal suo contenuto che
[.] può essere variamente atteggiato al pianto
o al riso, bensì dall'invalicabile istantaneità e
caducità inerente agli oggetti [scil. quali
correlati della condizione del soggetto], che
succedendosi gli uni agli altri vengono a formare
una vera legge di dissolvimento temporale».
Il che, nel Montale 'vecchio' non potrà che
addivenire a una proiezione dell'io nel cosmo: «Storia,
vita, tempo: tutto è messo in forse sotto il
segno dell'illusorietà e della indecifrabilità».[28]
Contini ha asserito
che il «primum di
Montale sta molto più addietro» rispetto agli
scrittori suoi coetanei, i quali «non derogano
alla dominante eminentemente letteraria della
tradizione italiana»; il primum, allora,
starebbe «in un minimo di tollerabilità del
vivere». Lo stesso Contini, tuttavia, aveva
precedentemente stimato che la poesia di Montale «naît
au terme d'une véritable saturation culturelle».[29]
Se ne può desumere, in ultima analisi, che
la tollerabilità del vivere - in cui
risiederebbe l'istanza psicologica originaria
della poesia montaliana - è internamente tessuta
di quella saturazione culturale che è anche
intimità alla dominante eminentemente letteraria
della tradizione italiana.

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Note
[1] E.
Montale, Il negativo, in Diario del '71 e del '72;
si cita da Id., L'opera in versi, ed. critica a
c. di R. Bettarini, G. Contini, Torino, Einaudi, 1980 (d'ora
in avanti OV), p. 419.
[2] «Diciamo
anzi a proposito di questa "carriera" in poesia che dura
da sessant'anni, da "Meriggiare" che è del '16 (ma è proprio
vero?) al Quaderno che va fino al '77, che qui molto
grossolanamente la divideremo in tre spezzoni cronologici:
del poeta giovane, dell'adulto, del vecchio»; «il giovane
e il vecchio, diversamente dall'adulto, quanto sono il
primo in quasi-assenza di privato, il secondo in quasi-rapina
del medesimo, intrattengono il loro dialogo l'uno prevalentemente
con il cosmo tutto intero, l'altro con una folla di ombre
e memorie desultorie e sempre più causali, ma entrambi
in assenza della divina Coadiutrice degli eroi viaggiatori,
entrambi in assenza di ogni magica mediazione» (G. Lonardi, Il
Vecchio e il Giovane e altri studi su Montale, Bologna,
Zanichelli, 1980, pp. 105 e 106). La distinzione, e anzitutto
il ragionamento che la sottende, sono assai utili, quantomeno
per evitare che - se entia non sunt multiplicanda praeter
necessitatem - il numero delle maniere di Montale finisca
per coincidere con il numero dei suoi libri. Su quest'ultima
via mi sembra si mettano, pur con raffinati strumenti di
interpretazione, R. Luperini, Storia di Montale,
Roma-Bari, Laterza, 1986, pp. 233-254; e F. De Rosa, Scansioni
dell'ultimo Montale, in Montale e il canone poetico
del Novecento, «Atti delle Giornate di studio su Montale
(Pontignano-Siena 23-25 maggio 1996)», a c. di M.A. Grignani,
R. Luperini, Roma-Bari, Laterza, 1998, pp. 47-72. D'altro
lato, si pensi a come Montale stesso cercasse di accreditare
l'immagine d'un suo itinerario essenzialmente bipartito:
vd. Le reazioni di Montale (1977), a c. di
A. Cima, in Eugenio Montale, a c. di A. Cima, C.
Segre, Milano, Bompiani, 19962, p. 180: «Io
vedo una certa continuità tra i primi tre libri [.]; nei
successivi c'è come il rovescio della medaglia,
l'apertura del retrobottega». L'esegesi dell'autore non
va presa naturaliter per vera, né essa è garantita
contro l'equivoco più o meno di quella dello studioso;
e però, tra un Montale soltanto doppio, e uno addirittura
quadruplo o quintuplo, sarà ragionevole individuare una
stazione mediana.
[3] Entrambi
gli astratti, come si vedrà, figurano nel dizionario montaliano.
[4] Vd.
ora il comprensivo G. Savoca, Vocabolario della poesia
italiana del Novecento, Bologna, Zanichelli, 1995.
[5] Se
si eccettua l'attante-ombra evocato in funzione puramente
passiva nella inaugurale In
limine, ed identificabile solo entro la ricca tessitura
verbale, spesso perlocutoria, e pronominale del componimento: «Godi se
il vento», «Il frullo che tu senti», «vedi che
si trasforma», «Se procedi t'imbatti / tu forse
nel fantasma», «Cerca una maglia rotta», «tu balza fuori,
fuggi!» «Va, per te l'ho pregato», «ora
la sete / mi sarà lieve» (vv. 1, 6, 8, 11-12, 15,
16, 17 e 18. Cfr. OV p. 3). Esso fungerebbe da chiave anticipata
di quella inclinazione neostilnovistica, ora solo annunciata,
che trama la poesia montaliana anzitutto nelle Occasioni e
nella Bufera. Così interpretano comunemente gli
esegeti, anche sulla scorta del parallelo con Crisalide (vv.
71-75) e con Casa
sul mare (vv. 24-37), sempre negli Ossi (OV
pp. 85-87 e 91-92); e così infatti le glosse recenti: cfr.
T. Arvigo, Guida alla lettura di Montale, Ossi di seppia,
Roma, Carocci, 2001, pp. 25-28; ed E. Montale, Ossi
di seppia, ed. a c. di P. Cataldi e F. d'Amely, Milano,
Mondadori, 2003, pp. 5-6. L'attante-ombra, altrimenti,
sarebbe da identificare nel destinatario stesso del messaggio
verbale, ed In limine sarebbe allora una vera e
propria allocuzione al lettore: cfr. G. Contini, Pour
présenter Eugenio Montale (1946), ora in Una lunga
fedeltà. Scritti su Eugenio Montale, Torino, Einaudi,
1974, p. 68. Isolata, a quanto mi costa, la lettura di
B. Porcelli, Una lettura di "Riviere" e anche di "In
limine", «Lettere Italiane», LII, 2000, 4, pp. 611-623,
che prospetta una differente partizione simbolico-dialogica
degli attanti, per cui l'invito alla fuga e quindi alla
salvezza non perverrebbe dal poeta - o, per dir meglio,
dal soggetto desiderante - bensì dalla donna, ossia dall'oggetto
dello stesso desiderio. Ciò, da un lato spiegherebbe più economicamente
perché la funzione salvifica sia affidata, qui, all'attante
portatore del desiderio e non all'oggetto di esso, in sottile
contraddizione con lo schema neostilnovistico ove è il visiting
angel a esplicare tale funzione (ma si mediti sul questa
osservazione: «di qui, anche, lo statuto potenzialmente
ambiguo del tu, e il fatto che un'evidente proiezione
dell'autore come l'Arsenio della lirica omonima poteva
ricoprire almeno in parte [.] funzioni analoghe a quelle
che, in altre liriche degli Ossi (per esempio, Casa
sul mare), erano tipicamente delegate alla donna»:
cfr. P.V. Mengaldo, La «Lettera a Malvolio», ora
in La tradizione del Novecento. Seconda serie, Torino,
Einaudi, 20032, p. 255 (corsivo dell'autore).
D'altro lato, vedere nel locutore di In limine la
donna: a) implicherebbe il ravvisare in questi versi
una specie di hapax drammatico nella poesia montaliana,
se si eccettuasse ovviamente Voce giunta con le folaghe della Bufera o
le tre Botta e risposta di Satura, ove però l'interferenza
dialogica è didascalicamente segnalata dal titolo e dal
ritrovato tipografico (i trattini in apertura e chiusura
del segmento in cui interviene la voce altrui o le virgolette):
cfr. R. Bettarini, Sacro e profano, in Montale
e il canone poetico., cit., p. 43 e E. Testa, Un
saluto a Montale, ivi, p. 438; b) verrebbe a
sancire una indeflessa, e forzata, costanza dello statuto
neostilnovistico già nel 'giovane' Montale (per stare ancora
a Lonardi); e c) costringerebbe alla ricerca, per
giunta, di nuove e tortuose delucidazioni dei versi di Crisalide e
di Casa sul mare cui si accennava dianzi. Vd. ora
F. Ricci, Il prisma di Arsenio. Montale tra Sereni e
Luzi, Bologna, Gedit, 2002, pp. 119-149.
[6] Il
quale ha per esergo «da C. Debussy», e incipit decisamente
in medias res: «Ritornello, rimbalzi / tra
le vetrate d'afa dell'estate. // Acre groppo di note soffocate,
/ riso che non esplode / ma trapunge le ore vuote / e lo suonano tre
avanzi di baccanale / vestiti di ritagli di giornali, /
con istrumenti mai veduti» ecc. Cfr. OV p.
14.
[7] Vd.
per ciò, anzitutto, T. Arvigo, Guida alla lettura.,
cit., p. 44.
[8] Penso
specialmente alla nota definizione: «la funzione poetica
proietta il principio d'equivalenza dall'asse della selezione
all'asse della combinazione. L'equivalenza è promossa al
grado di elemento costitutivo della sequenza». R. Jakobson, Linguistica
e poetica (1958), in Saggi di linguistica
generale, trad. di L. Heilmann, L. Grassi, Milano,
Feltrinelli, 20024, p. 192.
[9] «Questa
donna (la mulier fortis secondo Pancrazi) che in
Gozzano non ha nome, troverà finalmente, e non passeranno
neppure troppi anni, in Montale, un nome: è l'Esterina
appunto, di Falsetto; quell'Esterina (mulier
fortis anch'essa, infatti, e per uguali titoli) colta,
come l'anonima figura dei Colloqui, in una situazione
sportiva, di sportivo coraggio, donna che non paventa e
che si butta in acqua». E. Sanguineti, Da Gozzano a
Montale (1954), in Tra liberty e crepuscolarismo,
Milano, Mursia, 19902, pp. 33-34. Invernale uscì in
rivista su «La Lettura» nel gennaio del 1910, per essere
ristampata l'anno dopo nella compagine dei Colloqui.
[10] Le
citazioni di Invernale sono tratte da G. Gozzano, Poesie. «La
via del rifugio», «I colloqui», «Le farfalle» e «Poesie
sparse», a c. di E. Sanguineti, Torino, Einaudi, 1973,
pp. 100-102. Bàrberi Squarotti, però, discute quella che
ritiene, per ragioni metriche, erronea lettura dell'onomatopea
in incipit: sarà allora «.cri.i.i.i.i.icch» in luogo
di «.cri.i.i.i.icch»: cfr. Id., Poesie, a c. di
G. Bárberi Squarotti, Milano, Rizzoli, 19884,
p. 147.
[11] Decisamente
persuasi, su questo, P. Cataldi e F. d'Amely, in E. Montale, Ossi
di seppia., cit., p. 18; persuasa ma più circospetta,
invece, T. Arvigo, Guida alla lettura., cit., pp.
42-44, la quale propone una serie di altri testi a riscontro: Adolescente di
Cardarelli (sulla scia di Solmi) della quale si dirà oltre;
il Proust delle Jeunes filles en fleur; il Linati
di Portovenere; e, in funzione più marginale, Zanella
e Poliziano su indicazione di F. Bausi, Una donna di
Montale: «Esterina», «Studi italiani», VI, 1994, 2,
pp. 119-128.
[12] E.
Montale, Gozzano, dopo trent'anni (1951), in Sulla
poesia, a c. di G. Zampa, Milano, Mondadori, 19972,
pp. 57-58 (corsivo dell'autore).
[13] Il
primo passo è tolto da S. Solmi, La poesia di Montale (1957),
ora in La letteratura italiana contemporanea, a
c. di G. Pacchiano, Milano, Adelphi, 1992, t. I, p. 372;
il secondo è cit. in G. Ioli, Montale, Roma, Salerno,
2002, p. 67.
[14] Adolescente comparve
una prima volta in rivista, nel fasc. speciale di «Lirica» del
natale 1913, per essere poi ristampata nel volume Prologhi del
1916 insieme con altre tredici liriche e con sedici prose.
Cfr. V. Cardarelli, Opere, a c. di C. Martignoni,
Milano, Mondadori, 1981, pp. 9-10 e 1007.
[15] Nel
che si può forse scorgere la troppo univoca funzionalizzazione
con cui Sanguineti e altri interpreti hanno schematizzato
in poetica la prassi scrittòria di Gozzano, non sempre
risolta.
[16] G.
Lonardi, Il Vecchio e il Giovane., cit., p. 96 (corsivo
dell'autore).
[17] Termini,
ideologici più ancora che meramente lessicali, non a caso
del tutto assenti da Invernale di Gozzano.
[18] E,
tanto per cominciare, il tema erotico, quasi pre-nabokoviano,
della perdita della verginità sessuale come perdita di
purezza misteriosa, e appannamento morale.
[19] Il
che, in ultima analisi, descriverebbe un certo discrimine
temporale. un prima e un dopo per i quali
la 'giovinezza' e 'minaccia' per chi è giovane;
mentre è 'inganno' e 'derisione' (ossia 'minaccia' in qualche
modo mandata a effetto) per chi giovane non lo è più.
Di discrimine temporale si deve dire, si badi bene, e non
mai biografico: perché i due compossibili semantici tendono
a convivere già negli Ossi, così come commisti si
ripresenteranno da Satura in poi.
[20] Tuttavia
ribadita in una pagina del 1967: «Poi un giorno qualcuno
[.] mi presentò un giovane di corta statura, piuttosto
rubicondo, niente affatto somigliante al Des Esseintes
di Huysmans, e mi disse: questo è Sbarbaro. Ho detto:
un giovane, ma tra noi correvano otto anni e questo mi
riempiva di soggezione» (Sbarbaro era nato nel 1888,
Montale nel 1896): cfr. E. Montale, Ricordo di Sbarbaro,
in Sulla poesia, cit., p. 335.
[21] Vd.
anche La storia, Il big bang dovette produrre. e Quartetto («Non
credo al tempo, al big bang, a nulla / che misuri gli eventi
in un prima e un dopo», vv. 12-13): le prima in Satura (OV
p. 315) e le altre in Altri versi (OV pp. 643 e
700). A proposito del luogo di Annetta in cui il
locutore lamenta «il solo mio delitto / che non so perdonarmi» (vv.
30-31), ossia l'uccisione di un passero, G. Lonardi, in Il
fiore dell'addio. Leonora, Manrico e altri fantasmi dl
melodramma nella poesia di Montale, Bologna, Il Mulino,
2003, p. 247, annota che qui non si piange l'uccisione
di un uccello, ma il fatto che il locutore «ha scontato
la morte di quello che l'uccello-anima rappresenta: la
morte (che non è mai pacifica) dell'anima stessa divinamente giovane e
intatta di lui giovane e innocente» (corsivi
dell'autore); nuovamente, la 'minaccia mandata a effetto'.
[22] Qui
l'accostamento sintattico tra 'gioventù' ed 'errore' è estrinseco,
ma non credo che la pura contiguità spaziale sia un fenomeno
del significante da sottovalutare; Isella rinvia, per «errore
che recinge / le tempie» a Inf. III v. 31: «Ed io
ch'avea d'error la testa cinta» (E. Montale, Finisterre
(versi del 1940-42), a c. di D. Isella, Torino, Einaudi,
2003, p. 13), ma è difficile ignorare l'attrazione semantica
del petrarchesco «giovenile errore», transitato per giunta
nel titolo della sezione che apre I colloqui di
Gozzano, e prima ancora nel «giovanile error che m'abbandona» del
Leopardi di Alla sua donna (v. 37).
[23] G.
Lonardi, Il Vecchio e il Giovane., cit., p. 89.
[24] Ivi,
pp. 86-100. Ma vd. anche G. Lonardi, Leopardismo. Tre
saggi sugli usi di Leopardi dall'Otto al Novecento,
Firenze, Sansoni, 19902, pp. 57-62, 127-133
e passim.
[25] F.
Ricci, Guida alla lettura di Montale, Diario del '71
e del '72, Roma, Carocci, 2005, pp. 321-329, ove si
rintracciano anche punti di contatto con la leopardiana Aspasia.
[26] Si
deve riguardare, in questo senso, il Leopardi lirico più noto:
quello di Nelle nozze della sorella Paolina («Poi
che del patrio nido / i silenzi lasciando, e le beate /
larve e l'antico error [.]», vv. 1-3); dell'Ultimo
canto di Saffo («[.] Me non asperse / del soave licor
del doglio avaro / Giove, poi che perir gl'inganni
e il sogno / della mia fanciullezza», vv. 62-65);
del Sogno («[.] ma sconsolata arriva / la morte
ai giovanetti, e duro è il fato / di quella speme che
sotterra è spenta», vv. 31-33); di Alla sua donna («ed
io seggo e mi lagno / del giovanil error che
m'abbandona; / e per li poggi, ond'io rimembro e piagno
/ i perduti desiri, e la perduta / speme de' giorni
miei [.]», vv. 36-40); di Al conte Carlo Pepoli («fortunatoi
colui che la caduca / virtù del caro immaginar non
perde / per volger d'anni; a cui serbare eterna
/ la gioventù nel cor diedero i fati», vv. 111-114);
di A Silvia («O natura, o natura, / perché non rendi
poi / quel che promettesti allor? perché di tanto / inganni i
figli tuoi?», vv. 36-39); dell'intera sesta strofe delle Ricordanze (vv.
119-135); del Sabato del villaggio («Godi, fanciullo
mio; stato soave, / stagion lieta è cotesta. / Altro
dirti non vo'; ma la tua festa / ch'anco tardi a venir non
ti sia grave», vv. 48-51, in cui si vede una certa
vicinanza al discorso della citata In limine di
Montale); di Sopra un basso rilievo antico sepolcrale («Piacqueti
che delusa / fosse ancor dalla vita / la speme
giovanil [.]», vv. 58-60); del Tramonto della luna («tal
si dilegua, e tale / lascia l'età mortale / la giovinezza.
In fuga / van l'ombre e le sembianze / dei dilettosi
inganni; e vengon meno / le lontane speranze, / ove
s'appoggia la mortale natura»; «Ma la vita mortale, poi
che la bella / giovinezza sparì, / non si
colora / d'altra luce giammai, né d'altra aurora», vv.
20-26 e 63-65); e del secondo frammento da Simonide («Ma
stolto è chi non vede / la giovanezza come ha ratte
l'ale, / e siccome alla culla / poco il rogo è lontano»,
vv. 16-19).
[27] E
proprio nel senso di una involuzione ideologica, dunque,
mi permetto di tradurre un appunto di L. Blasucci, Percorso
di un tema montaliano: il tempo, in Gli oggetti
di Montale, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 96: «tra Leopardi
e Montale non sono passati invano né Bergson né Jung. Del
resto lo stesso negativo montaliano si precisa in questa
lirica [Fine dell'infanzia] non come il dolore
inflitto al vivente da una natura materialisticamente
intesa, ma come un inganno metafisico,
come la messa in crisi di ogni principio di conoscibilità».
[28] Le
due citazioni sono estratte dal notevole E. Graziosi, Il
tempo in Montale. Storia di un tema, Firenze, La Nuova
Italia, 1978, p. 20 e 141. L'autrice ritiene che «dell'antistoricismo
montaliano si è forse più sorriso che discusso, dando per
scontato che sia tutt'uno con quel suo preteso rifiuto
reazionario di un mondo storico con l'urgenza delle sue
scelte politiche. Eppure i riscontri non già col contingentismo
di Boutroux e di Bergson, la cui problematica sembra essere
limitata agli Ossi, bensì col grande pessimismo
di Schopenhauer, di cui Montale stesso ha confessato di
essere lettore, sono di netta evidenza» (p. 140). E però non è sempre
detto che, in circostanze come queste, il sorriso sia inopportuno;
così come non è certo che riferirsi alla biblioteca di
uno scrittore - a quella biblioteca, è ovvio, che non si
inferisca analiticamente e direi materialmente dai suoi
testi - sia sufficiente per attribuire statuto di argomento
filosofico a un'opinione di quello scrittore.
[29] G.
Contini, Montale e «La Bufera», nel primo caso;
e, nel secondo, Pour présenter Eugenio Montale,
entrambi, ora, in Una lunga fedeltà., cit., pp.
82 e 64. |
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